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Trieste. Continuano gli sgomberi al Porto Vecchio
GIULIA INGALLINA E ARIANNA LOCATELLI 1 Sembra ormai una prassi settimanale quella degli sgomberi dei diversi edifici facenti parte del complesso di porto vecchio a Trieste. In questa area, da mesi, decine di richiedenti asilo hanno trovato riparo in città mentre, nella maggior parte dei casi, attendono di avviare i processi di regolarizzazione sul territorio italiano o che si liberi un posto in accoglienza. Come raccontato nelle scorse settimane dalle associazioni e dalle persone solidali presenti sul territorio, gli sgomberi si sono susseguiti con ritmo serrato nell’ultimo periodo. Il primo è avvenuto a dicembre, giorno in cui è stato ritrovato il corpo di Magoura Hichem Billal, 32enne algerino morto per il freddo che, in inverno a Trieste, mette a rischio la vita delle persone costretto a trovare ripari di fortuna. Dopodiché se ne sono verificati altri tre, e ad ogni sgombero è corrisposta la chiusura di uno degli edifici di porto vecchio. L’ultimo, lo scorso giovedì 5 febbraio 2026, ha interessato il magazzino numero 118, abitato da persone senza fissa dimora ed escluse dal circuito dell’accoglienza. L’edificio ospitava circa una cinquantina di persone che, alle 8 del mattino, all’avvio delle operazioni, sono state costrette a uscire e a raccogliere in fretta i propri averi, prima che l’ingresso venisse murato, lasciandole fuori da quella che era diventata la loro abitazione. Gli agenti di polizia, dopo aver ordinato l’evacuazione, hanno atteso che il magazzino fosse vuoto rientrando nel furgone per ripararsi dalla pioggia, mentre chi era costretto a “traslocare”, senza alcuna informazione, rimaneva privo di una soluzione alternativa. A rendere ancora più disumana l’operazione è il fatto che, a differenza degli sgomberi precedenti, questa volta non sia stato predisposto alcun trasferimento né alcuna forma di presa in carico, neppure prettamente formale, da parte delle autorità presenti. Più che in altre occasioni, le persone sgomberate sono state ignorate e abbandonate da chi avrebbe dovuto garantirne l’assistenza: nessuna identificazione, nessun orientamento, nessun trasferimento verso strutture di accoglienza. Solo gli attivisti solidali e le associazioni che sul territorio offrono supporto alle persone in movimento – come sempre tenute all’oscuro delle decisioni – hanno raggiunto l’area, dopo aver ricevuto nel tardo pomeriggio del giorno precedente la notizia dell’imminente operazione di polizia. Quella che si è verificata con l’ultimo sgombero è stata una mera azione di forza, priva di ogni intenzione di migliorare le condizioni di vita delle persone presenti ma, anzi, riproducendo il meccanismo dell’abbandono a pochi metri di distanza. Dopo l’uscita coatta, infatti, con i loro averi in mano, le persone non hanno avuto altra scelta se non spostarsi nell’edificio di fronte, il magazzino numero 6, almeno fino a quando anche questo non verrà sgomberato. Senza neppure il tentativo di predisporre un’alternativa – nemmeno di quelle parziali e di facciata adottate negli sgomberi precedenti – si rafforza una deriva verso la normalizzazione di simili situazioni. Una forma di violenza strutturale sempre più tacita e preoccupante, nella misura in cui non vi è nemmeno più la necessità di simulare attenzione ai diritti umani, ma si può arrivare ad agire esplicitamente in violazione di essi. Ciò a cui si assiste è una gestione emergenziale e spettacolarizzata, che per la “risoluzione” del “problema” sacrifica e nega i diritti fondamentali delle persone coinvolte. Come denunciato all’interno dell’ultimo comunicato stampa del Consorzio Italiano di Solidarietà, questa volta emerge ancora più chiaramente la “progressiva dismissione delle responsabilità istituzionali, che si traduce in un abbandono pianificato di persone titolari del diritto alla protezione e all’accoglienza, in aperto contrasto con gli obblighi giuridici internazionali e interni assunti dallo Stato italiano.” 2 GLI SGOMBERI E LA GIUSTIFICAZIONE DELLA RIQUALIFICAZIONE STORICO CULTURALE DEGLI EDIFICI Questo episodio si inserisce nel quadro complessivo della situazione in città dove centinaia di richiedenti asilo sono esclusi dal sistema di accoglienza, sospesi in un vuoto giuridico ed esistenziale alimentato da prassi illegittime della questura e operazioni spettacolari e vuote delle forze dell’ordine. Approfondimenti/A proposito di Accoglienza LA QUESTURA DI TRIESTE OSTACOLA L’ACCESSO ALLA PROCEDURA D’ASILO La denuncia nel rapporto «Accesso Negato» 29 Dicembre 2025 Gli interventi finalizzati a “liberare porto vecchio dagli occupanti” vengono gestiti come operazioni straordinarie di controllo coordinate dalla Prefettura, in attuazione delle decisioni assunte dal Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica (C.P.O.S.P.). La sicurezza pubblica richiamata a giustificazione degli sgomberi non sembra includere però la tutela delle persone costrette a vivere a Porto Vecchio, che sono le uniche a subire concretamente il disagio di quelle condizioni. Se l’obiettivo dichiarato è la salvaguardia, essa non comprende evidentemente chi abita quegli spazi, dal momento che alle azioni di forza non segue alcuna attivazione di misure di protezione. Nell’ultimo mese simili operazioni si sono fatte più frequenti. Al “maxi trasferimento” del 3 dicembre 2025 avvenuto durante lo sgombero dei magazzini 2 e 2A, si sono susseguiti: * Il 22 gennaio 2026, lo sgombero dell’edificio numero 4 con lo spiegamento di un ampio, e quasi ridicolo, dispositivo di sicurezza composto da polizia di stato, carabinieri, guardia di finanza, vigili del fuoco e polizia locale, e il supporto di contingenti di rinforzo e coordinamento tecnico-operativo della questura di Trieste. Questo per l’evacuazione, a cui poi è corrisposta la presa in carico e il trasferimento della metà delle persone, senza alcun chiaro criterio di selezione. Un centinaio di esse sono rimaste per strada, alcune delle quali da mesi nella medesima situazione. L’edificio è stato poi sigillato per la “messa in sicurezza”, vero obiettivo dell’operazione a discapito della tutela delle persone aventi diritto all’accoglienza 3. * Il 28 gennaio 2026 l’operazione di sgombero ha coinvolto circa 180-200 persone (donne, uomini e coppie) divise prima tra chi aveva i documenti relativi alla richiesta di asilo e chi no, e poi caricati, in numero minore, sui bus diretti in questura per l’identificazione e, sembrerebbe, il successivo trasferimento a casa Malala. Durante l’operazione sono stati sgomberati e sigillati i magazzini numero 7 e 10 e sono state prese in carico circa 80-90 persone, mentre un centinaio – tra cui due nuclei familiari – sono rimaste escluse dal trasferimento e abbandonate sul luogo alla fine delle operazioni 4 L’obiettivo di questi sgomberi viene giustificato con la riqualificazione dell’area del Porto Vecchio di Trieste, una vasta zona portuale dismessa da oltre cinquant’anni, oggi costellata di magazzini e capannoni abbandonati. Parte di questi edifici sono stati occupati, soprattutto in seguito allo sgombero del Silos6, da richiedenti asilo o aspiranti richiedenti asilo che vengono esclusi dal sistema di accoglienza. Dopo anni di abbandono, nel 2023 viene approvato dalla Giunta Comunale e sviluppato dal gruppo COSTIM (controllato da POLIFIN) un piano di riqualificazione degli edifici di Porto Vecchio, nominato “Porto Vivo” 5. Le comunicazioni ufficiali hanno presentato il progetto come un’operazione di rigenerazione urbana che mira a trasformare un’area storica e abbandonata in un polo culturale, turistico ed economico di rilevanza regionale ed europea, senza mai menzionare come si stia, nei fatti, organizzando il processo che, per la riqualificazione dell’area sacrifica i diritti delle persone. Dai dati comunicati 6, l’intervento interesserebbe 66 ettari di area, con 5 moli, 35 edifici storici (hangar e magazzini ottocenteschi) e un’estensione di circa 3 km di spazi, per un ammontare di 600 milioni di euro. Le somme previste per tale intervento vanno ad aggiungersi ai 50 milioni di euro già stanziati nell’ambito del Piano Stralcio “Cultura e Turismo” (FSC 2014-2020) per l’intervento “Porto Vecchio di Trieste”, attualmente in corso 7. Alcuni progetti di conversione degli edifici sembrano già noti, il capannone 1 (Molo IV) dovrebbe essere ristrutturato per ospitare l’archivio storico dell’Autorità Portuale; i magazzini 2 e 4 destinati al trasferimento degli uffici regionali, ed altri magazzini saranno alienati a privati per la riqualificazione, in conformità con le linee guida del masterplan. L’obiettivo è completare i lavori entro il 2030 che procederebbe, come da dichiarato sul sito del ministero della cultura9: “con interventi di tutela, valorizzazione e messa in rete del patrimonio […] L’obiettivo è quello di restituire alla città un’area portuale dismessa, ma anche e soprattutto generare processi virtuosi in ambito culturale e ambientale”. Mentre si inneggia al rispetto del patrimonio storico ci si dimentica però di tutelare le persone che vengono abbandonate proprio come per anni sono stati abbandonati quegli edifici che ora sembrano essere diventati un bene di primaria importanza. Inoltre, la “restituzione alla città” appare poco credibile, dal momento che il progetto sembra orientato più a trasformare l’area in una vetrina per turisti e croceristi che a renderla realmente accessibile e fruibile dalla cittadinanza. Quanto può dirsi sostenibile una riqualificazione che procede attraverso operazioni capaci di produrre trattamenti degradanti nei confronti di chi quell’area è costretto a viverla? Tutto questo avviene inoltre in un contesto in cui da anni associazioni e attivisti solidali si battono per l’apertura di strutture di prima accoglienza, attualmente non sufficienti nel territorio triestino. Le ingenti risorse previste per l’attuazione del progetto finiscono per suonare come una beffa di fronte alle ripetute dichiarazioni di assenza di fondi per far fronte alla cosiddetta “emergenza accoglienza”. Il contrasto è evidente: da un lato investimenti milionari per la riqualificazione dell’area, dall’altro l’asserita impossibilità di reperire risorse per garantire soluzioni dignitose a chi si trova senza un riparo. Inoltre, il fatto che tali finanziamenti non siano neppure in minima parte destinabili all’attivazione di misure alternative di accoglienza a seguito degli sgomberi, rende palese come la questione non sia economica, ma politica, rivelando il disinteresse strutturale nei confronti delle persone lasciate senza tutela. Il piano sopra citato diventa il pretesto per portare avanti delle operazioni che le istituzioni ambivano da tempo: l’eliminazione di soggetti indesiderati i cui diritti non sono considerati rilevanti ma, anzi, sacrificabili. Così la creazione di uno spazio “cittadino”, immaginato come un prototipo quasi futuristico tra grandi palazzi votati all’economia e al turismo, finisce per diventare la giustificazione mediatica di una strategia di “pulizia” che mira non tanto alla celebrata riqualificazione di edifici storici – che, una volta trasformati, rischiano di conservare ben poco della loro storia – quanto all’allontanamento sistematico di persone “non benvenute”. LA VIOLAZIONE DEL DIRITTO NASCOSTA DALLA PROPAGANDA DEI MEDIA Vivere a Porto Vecchio è una condizione che deriva direttamente dalle scelte istituzionali di non accoglienza e dalle strategie di deterrenza messe in atto, di cui gli sgomberi fanno parte. Dallo sgombero del Silos, avvenuto il 21 giugno 2024, non sembra esserci mai stata la volontà di progettare soluzioni alternative conformi alle disposizioni di legge e rispettose dei diritti dei richiedenti asilo. Può sembrare persino superfluo doverlo ribadire, eppure c’è chi continua a ignorare che il diritto d’asilo è un diritto sancito dalla Costituzione (all’articolo 10, comma 3) 8 e che il diritto all’accoglienza discende dalla direttiva 2013/33/UE 9 dell’Unione Europea, la quale impone agli Stati membri di garantire condizioni di vita dignitose fin dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione e per tutta la durata della procedura. Recepita nell’ordinamento italiano con il D.Lgs. 142/2015 10, tale direttiva obbliga lo Stato ad assicurare standard minimi di accoglienza per i richiedenti asilo, standard che a Trieste risultano evidentemente disattesi. Inoltre, all’articolo 11 del decreto attuativo, viene specificato come: “Nel caso in cui è temporaneamente esaurita la disponibilità di posti all’interno dei centri […] a causa di arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti, l’accoglienza può essere disposta dal prefetto [..] in strutture temporanee, appositamente allestite, previa valutazione delle condizioni di salute del richiedente, anche al fine di accertare la sussistenza di esigenze particolari di accoglienza.”14 Dunque, neppure in situazioni emergenziali si dovrebbe assistere all’abbandono di persone costrette a vivere per strada, prive di qualsiasi misura di tutela attivata dalle istituzioni. Quest’anno, inoltre, a Trieste non sono state predisposte soluzioni alternative – come, ad esempio, l’allestimento temporaneo di palestre o di altri spazi comunali – optando di fatto per non offrire alcuna risposta all’emergenza freddo e lasciando le persone esposte alla precarietà. In questa situazione aumentano i numeri delle vittime di Stato: dopo i decessi di Hishem Bilal Magoura, Shirzai Farhdullah, Nabi Ahmad, Muhammad Baig, un cittadino nepalese di 43 anni, Sunil Tamang, è stato soccorso il 10 gennaio 2026 per arresto cardiaco all’interno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste ed è morto tre giorni dopo all’ospedale di Cattinara. Eppure, il giorno precedente si era presentato in questura per manifestare la volontà di chiedere protezione internazionale, alla quale la legge fa corrispondere una presa in carico, tanto più necessaria in presenza di condizioni di vulnerabilità. Nonostante avesse dichiarato le proprie condizioni fisiche, era stato respinto dagli agenti senza che venisse attivata alcuna procedura di accoglienza 11 La situazione risulta ancora più paradossale se pensiamo che gli arrivi a Trieste non rispecchiano affatto i numeri di emergenzialità che si vuole far credere. Negli ultimi mesi, le persone arrivate in città, dopo l’attraversamento della frontiera, sono in media 29 al giorno 12, una quota perfettamente gestibile se ci fosse la volontà di organizzare un sistema funzionale e rispettoso dei diritti delle persone. Si potrebbero predisporre strutture a bassa soglia, organizzare trasferimenti più frequenti e programmati, raccogliere tempestivamente le domande di asilo, evitando di lasciare le persone in strada, costrette a presentarsi ogni giorno in questura per vedersi respingere con motivazioni illegittime. Mantenere una cornice emergenziale, alimentando l’idea di un’invasione e dell’impossibilità di gestire i numeri, si rivela però la scelta più efficace sul piano mediatico. L’obiettivo sembra essere quello di consolidare una narrazione che stigmatizza e criminalizza “lo straniero che occupa impropriamente edifici pubblici”, come se non fosse una scelta obbligata. Sembra che nessuno, ai piani alti, voglia effettivamente provare a trovare una soluzione per le persone che si trovano costrette ad occupare questi spazi, a vivere in condizione disumane proprio a causa della negligenza del sistema che dovrebbe accoglierle e che invece le abbandona. Non solo le istituzioni omettono di attivare strutture di accoglienza alternative come indica la legge, costringendo le persone a cercare riparo in autonomia, ma, quando queste riescono a trovare una sistemazione a Porto Vecchio, le autorità intervengono con gli sgomberi ad allontanarle anche da quel rifugio precario. Il “problema” viene semplicemente spostato da un luogo di fortuna a un altro: prima il Silos, ora i magazzini del Porto Vecchio, che uno dopo l’altro vengono chiusi e svuotati dalle persone che li abitano, la cui presenza dovrebbe essere riconosciuta, non rimossa o ignorata. “emerge con chiarezza una strategia che mira unicamente a rimuovere la presenza di persone dai magazzini, spingendole ad allontanarsi e tentando progressivamente di chiudere – uno dopo l’altro – i luoghi di riparo informale che esse riescono a trovare. Ma quando l’ultimo magazzino sarà stato sgomberato e sigillato, cosa succederà? Le autorità non sembrano porsi il problema, quel che è certo è che i richiedenti asilo abbandonati non spariranno nel nulla.” Dal comunicato stampa 13 di ICS Strategicamente, i media rendono visibili le persone in movimento quando serve alimentare la retorica dell’“invasione”; le invisibilizzano, invece, quando l’obiettivo è farle scomparire dallo spazio urbano e sottrarre allo sguardo pubblico anche le operazioni attraverso cui vengono allontanate, operazioni che spesso comportano la compressione di diritti fondamentali. Con questi sgomberi, questo è quello che sta avvenendo, una rimozione dal panorama cittadino di persone “indesiderate” che vengono escluse dagli spazi della città e da delle tutele che gli spetterebbero. Non si tratta semplicemente di liberare edifici, ma di ridefinire chi può abitare la città e chi, invece, deve esserne tenuto ai margini, privato di riconoscimento e di diritti. Lo spazio urbano può essere letto come «mediatore di rapporti di potere» 14 luogo in cui si producono e si rendono visibili processi sociali e politici, dinamiche di significazione e pratiche di territorializzazione. Tali processi si iscrivono in un quadro più ampio di tecnologie politiche orientate a “governare la vita” e a controllare la mobilità attraverso dispositivi di coercizione e di imposizione. In questo senso, la gestione dello spazio si traduce in vere e proprie “cartografie delle persone”, da eliminare, inglobare, ricollocare o ricondurre a una posizione ritenuta accettabile, secondo piani urbanistici che finiscono per produrre esclusione. Se lo spazio dell’inclusione coincide con lo spazio del cittadino riconosciuto, è proprio a partire da qui che emergono le figure dell’esclusione e le soglie del “rigetto dalla società”. Ciò che sta accadendo a Trieste può essere letto alla luce di un contesto politico più ampio in cui, come denunciava Balibar 15, si profila il rischio di un «apartheid europeo». Il confine, infatti, non si dissolve una volta attraversata la frontiera geografica ma si inscrive nei corpi, nelle pratiche di profilazione razziale, nelle gerarchie che determinano la posizione sociale degli individui. I processi di confine superano la linea fisica e si riproducono come confini sociali, stabilendo le soglie di in-appartenenza. Le persone da “escludere” vengono dapprima relegate ai margini della città, come nel caso di Porto Vecchio, e poi progressivamente e silenziosamente rimosse anche da quegli spazi periferici, attraverso strategie come gli sgomberi. Tramite queste forme di de-territorializzazione, la società mantiene l’“altro” in una condizione di esternalità permanente, negandogli qualsiasi effettivo “diritto alla città” 16 e arrivando, in ultima istanza, a mettere in discussione il riconoscimento stesso dei diritti in quanto persona. È qui che si produce l’invisibilità totale: un’esclusione costruita attraverso l’in-accoglienza, la relegazione in luoghi di fortuna lontani dal centro e la reiterazione degli sgomberi, con l’obiettivo di tenere queste presenze fuori dalla vita cittadina e quotidiana, fino a produrne la «scomparsa sociale» 17– un esito che può realizzarsi solo attraverso la sistematica compressione dei diritti fondamentali. 1. Mi sono laureata in antropologia culturale ed etnologia a Bologna. Sono un’attivista e una studentessa e negli ultimi anni ho girato varie città seguendo progetti di ricerca e volontariato su diverse frontiere in supporto alle persone in movimento. Attualmente lavoro per Migreurop e recentemente sono entrata nel CD di OnBorders ↩︎ 2. Dal comunicato stampa di ICS: Porto Vecchio, sgombero senza accoglienza: murato l’edificio 118, persone lasciate senza tutele – ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà ↩︎ 3. Il nuovo sgombero in Porto Vecchio lascia in strada oltre 100 persone – ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà ↩︎ 4. Dal comunicato di ICS del 29 gennaio 2026: Nuovo sgombero in Porto Vecchio: trasferimenti insufficienti e diritti negati ↩︎ 5. Approvata in Giunta la proposta di valorizzazione e rigenerazione urbana dell’area di Porto Vecchio – Porto Vivo, Comune di Trieste (luglio 2024) ↩︎ 6. Qui i dettagli degli interventi ↩︎ 7. Qui i dettagli dell’intervento ↩︎ 8. La Costituzione – Articolo 3 | Senato della Repubblica ↩︎ 9. Direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2013, recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale ↩︎ 10. DECRETO LEGISLATIVO 18 agosto 2015, n. 142 – Normattiva ↩︎ 11. In Porto Vecchio la sospensione dei diritti mette a rischio la vita, Comunicato ICS (10 gennaio 2026) ↩︎ 12. Dati dal Report di dicembre 2025 di IRC (International Rescue Committee) ↩︎ 13. Porto Vecchio, sgombero senza accoglienza: murato l’edificio 118, persone lasciate senza tutele ↩︎ 14. Cappello, C., Cingolani, P., & Vietti, F. (2023). Etnografia delle migrazioni. Temi e metodi di ricerca. Roma: Crocci Editore. ↩︎ 15. Balibar, E. (2001). Nous, citoyens d’Europe? Les frontières, l’État, le peuple. Parigi: La Découverte. ↩︎ 16. Lefebvre, H. (2014). Il diritto alla città. Verona: Ombre Corte. ↩︎ 17. Agier, M. (2008).Gérer les indésirables. Des camps de réfugiés au gouvernement humanitaire. Parigi: Flammarion. ↩︎
La schedatura dei docenti, l’antifascismo e il tarlo della scuola del ’68
Ha fatto, e giustamente, scalpore l’iniziativa di Azione studentesca di Pordenone che ha proposto una schedatura (nelle loro intenzioni su base nazionale, cosa che pare stia avvenendo considerato il clamore generato) dei/delle docenti di sinistra; in pratica si invitano gli studenti e le studentesse a segnalare i docenti di sinistra che fanno propaganda e a indicare qualche esempio particolarmente eclatante. Siamo riusciti a visionare direttamente il questionario, accedendo dal QRcode del volantino diffuso dalla stessa organizzazione (clicca qui per il volantino e il QRcode) e, tuttavia, anche quanto apparso sui quotidiani nazionali è sufficiente per inquadrare questa iniziativa di uno dei bracci giovanili di Fratelli d’Italia, il partito che è al governo del nostro Paese. La stessa organizzazione che ritiene che durante le lezioni di educazione civica non si debba parlare di Antifascismo, come risulta dalla locandina allegata in basso. La questione dei “docenti di sinistra” da attenzionare non è cosa solo degli ultimi mesi; già Salvini alcuni anni fa aveva tuonato contro i/le docenti e i libri scolastici di sinistra e negli ultimi mesi direttamente il Ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara è intervenuto a più riprese, con atti anche molto gravi come quello delle ispezioni sul caso di Francesca Albanese. Si tratta di attacchi pesanti alla libertà di insegnamento e al pluralismo che la stessa Costituzione (memore della fascistizzazione della scuola anche attraverso il “Testo unico di Stato”) assegna alla scuola pubblica italiana. Le destre, in tutte le sue articolazioni, dal ministro giù giù fino alle sue organizzazioni giovanili, hanno dichiarato da tempo guerra a quelli che chiamano i “cattivi maestri” che avrebbero indebolito l’autorevolezza e la disciplina della scuola. Si tratta di un attacco che fa il paio con quello agli organi collegiali democratici che guidano (o dovrebbero guidare) la scuola, è lo stesso attacco che porta a fare della scuola insieme formazione del capitale umano e bacino di reclutamento anche ideologico verso la militarizzazione della società. L’intento, esplicito ed esplicitato, è farla finita con la scuola uscita dalla grande stagione del ’68, una stagione che ha democraticizzato la scuola e ha cercato di assegnarle pienamente il ruolo stabilito dalla Costituzione. Quella che è sotto attacco complessivo (e non da oggi) è la scuola come luogo di formazione del sapere critico, la scuola concepita come formazione di cittadini consapevoli perché sì, lo confessiamo, nelle scuole si continua a parlare di accoglienza e si lavora per decostruire la paura del diverso e il razzismo. Nelle scuole si parla di pace tra i popoli e non di patrie e di interessi nazionali da difendere con le armi; a scuola si parla delle guerre in corso e persino delle responsabilità delle multinazionali nel disastro climatico; nelle scuole, mentre la Lega e altre forze politiche cercano il consenso urlando contro le moschee e la loro costruzione, si continua a parlare di dialogo tra le diverse culture e le diverse religioni. E informiamo il ministro e Azione studentesca che per raggiungere il loro scopo dovrebbero modificare in profondità tutte le antologie scolastiche, che sono invece tutte impostate su un taglio di vera educazione alla cittadinanza; dovrebbero poi intervenire ancora più pesantemente di quanto fatto fino ad oggi sui libri di storia, magari edulcorando il ventennio (come già hanno pesantemente semplificato e distorto altri passaggi storici). E questo ovviamente non lo possono fare. Che fanno allora? Usano l’arma dell’intimidazione e della schedatura. Dopo le ispezioni di Valditara molti e molte più docenti italiani/e avranno timore di affrontare la questione del genocidio a Gaza e lo stesso può dirsi della schedatura di Azione studentesca, che spingerà i/le docenti più timorosi/e ad astenersi dall’affrontare temi di attualità, così necessari invece per fornire agli studenti e alle studentesse strumenti di comprensione del mondo. Siccome da neofascisti di governo non possono operare in profondità sulla censura, da fascisti intimidiscono per attivare l’autocensura, molto più sostenibile politicamente e però altrettanto pericolosa. Ma, ci dispiace per lorsignori, il ’68 ha operato in profondità e molti/e sono i/le docenti che hanno ben chiara la loro funzione educativa e sociale del loro lavoro; questi/e docenti non si faranno intimidire perché sanno, avendo studiato nella scuola democratica che il ’68 ha contribuito a realizzare, che uno dei pilastri della nostra democrazia è proprio l’art. 33 della Costituzione che ci assegna piena libertà di insegnamento e che è stato scritto proprio per proteggere i docenti italiani dai tentativi di fascistizzazione della scuola. Siamo completamente protetti, anche legalmente, dall’art. 33 e lo difenderemo, continuando serenamente a svolgere nelle classi il nostro libero lavoro nella libera scuola pubblica italiana, anche per mezzo degli Appunti Resistenti per la libertà d’insegnamento pubblicati dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Serena Tusini, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Labirinto Schengen: il diniego dei diritti al confine triestino
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Torino Corso di Laurea in Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione LABIRINTO SCHENGEN: IL DINIEGO DEI DIRITTI AL CONFINE TRIESTINO Tesi di Laurea di Giorgia Malavenda (2024/2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE > To all the “illegals” in the world L’idea di ricerca nasce da una riflessione personale scaturita da un periodo di volontariato umanitario presso l’isola greca di Kos, tra i “punti di crisi” europei, la cui emergenza umanitaria e generale situazione di disagio, dovuta all’abbandono da parte delle istituzioni, mi era prima sconosciuta. Le storie raccolte e le esperienze vissute in questa stazione di sosta, in cui le persone si fermano anche mesi e l’unico aiuto concreto deriva dalle poche ONG presenti, mi ha spinta a riflettere su che cosa accada lungo le tappe successive della cosiddetta “Rotta Balcanica”, fino a giungere alla mia città, Trieste. L’importanza del tema è chiara in quanto fortemente divisorio e presente sulla bocca di qualsiasi politico grazie alla persistente connessione tra immigrazione e sicurezza. Ai confini estremi dell’Italia mitteleuropea, Trieste è da sempre abituata a un mix etnico-religioso ma negli anni caldi della “crisi” dei rifugiati la situazione dei migranti in città non era mai parsa nel dibattito pubblico né nelle conversazioni tra conoscenti. Ciò che invece è sempre stato presente alla tv e sui giornali sono liste e tabelle di numeri spesso decontestualizzati. Si è voluto quindi dare un ordine e una ragione a questi “numeri”, contestualizzarli prima nel territorio europeo e poi in quello triestino e raccontarne le vicende e le dinamiche che hanno luogo lungo i confini interni dell’Unione Europea, chiusi per qualcuno e aperti per altri. La “Rotta Balcanica”, pur essendo tra le rotte cardine del fenomeno migratorio che interessa l’Europa attuale, è assente nell’immaginario pubblico che associa la persona migrante a chi è stato soccorso nel mare Mediterraneo. Eppure, è la rotta con radici storiche più solide, che ha portato in salvo nel corso del Novecento popoli diversi che ora rappresentano parte integrante della società triestina. Con il fenomeno odierno però l’accoglienza scende in secondo piano per dare spazio alla necessità di “difendere la cultura e i valori europei”: chiara espressione del processo di othering che caratterizza il nostro secolo, per cui si definiscono linee nette tra gruppi distinti, e che tali devono rimanere, per etnia, religione, fenotipo e così via. Funzionale alla definizione dell’in-group europeo e infatti la definizione di un out group, in questa fase storica identificato nella presenza immigrata per paura di un presunto piano di sostituzione etnica. È necessario quindi riflettere sulle conseguenze che questa prevalenza della dimensione ideologia su quella giuridica nei dibattiti politici ha sulla vita di migliaia di persone sul suolo europeo, che neanche 40 anni fa si proponeva come emblema della libertà di circolazione. La presente tesi si pone l’obiettivo di approfondire lo stato dell’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti di protezione internazionale presenti sul suolo triestino, partendo da un’analisi prima dei principi normativi da rispettare e poi di una serie di meccanismi (leciti e illeciti) che sono messi in atto lungo la Rotta dei Balcani per gestire i flussi. Con il primo capitolo si vuole dare un quadro generale delle norme che tutelano lo ius migrandi nella loro dimensione internazionale, comunitaria e nazionale e, partendo dai principi che hanno fatto nascere la figura del “rifugiato”, ci si focalizza sui diritti intrinsechi a tale status e sui limiti normativi all’operato degli Stati nelle politiche di frontiera nello spazio Schengen. Nel secondo capitolo si crea una mappa delle molteplici rotte balcaniche partendo dall’evoluzione storica della crisi iniziata nel 2011, per poi focalizzarsi sulle dinamiche lungo i due confini più emblematici, quello turco-greco e quello nascente croato-bosniaco, fino a giungere al confine triestino. In un ultimo capitolo si analizza l’evoluzione storica del sistema d’accoglienza italiano, specialmente quello triestino; infine, si vuole esplorare il fenomeno che prende sempre più piede della criminalizzazione della solidarietà, per riflettere in ultimo sull’esistenza o meno di un dovere di accoglienza intrinseco al diritto di asilo. Il consistente ricorso ad articoli e atti normativi è voluto per sottolineare che, indipendentemente dall’ideologia da cui nasca una policy, essa dev’essere conforme alla struttura normativa che è stata costruita negli anni. Nel corso dell’elaborato si analizzano una molteplicità di teorie sociologiche che sfidano la percezione diffusa che si ha sul fenomeno. L’analisi qualitativa degli atti normativi è stata condotta in maniera principalmente autonoma, appoggiandosi talvolta a sentenze pronunciate per sostenere tesi personali; le dinamiche di confine e di accoglienza raccontate si basano sull’analisi di numerosi report stilati dalle principali ONG e ONLUS operanti sui territori. Infine, la narrazione delle vicende riportate riguardanti gli avvenimenti recenti in territorio triestino si fonda in parte su articoli di giornali della zona. I temi dei minori stranieri non accompagnati e dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono stati toccati in minima parte in quanto fenomeni complessi e che richiederebbero un’analisi più approfondita e sostenuta da dati quantitativi delle categorie vulnerabili e di come sono condotte le pratiche di rimpatrio.
Militarismo nelle scuole: Aeronautica di Aviano al Liceo “Leopardi-Majorana” di Pordenone
In una scuola di Pordenone, al Liceo “Leopardi Majorana” si terrà un Incontro con un team dell’Aeroporto di Aviano, incontro previsto per mercoledì 28 gennaio 2026, che “presenterà le peculiarità dell’Aeronautica Militare e i contesti nazionali e internazionali in cui opera”. Siamo venuti a conoscenza di questa ennesima iniziativa di plauso al militarismo nell’ambito delle attività formative e scolastiche, presentando la carriera militare come una delle grandi opportunità per il futuro dei giovani. Attività formative e di orientamento per studenti e studentesse o strumenti di esaltazione del militarismo? L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non nutre alcun dubbio a riguardo, ricordando che analoghe opportunità non vengono concesse ad ambiti civili e, anche qualora fosse stabilita una sorta di par condicio, la scuola non dovrebbe essere un luogo di pace, di educazione alla pace e non il bacino da cui attingere i futuri militari? Per quale ragione tanti Istituti comprensivi si prestano a queste attività in una fase storica nella quale tornano a soffiare i tempi di guerra? E chi invoca, come il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, la presenza del contraddittorio, perché ogni qual volta si parla di esaltazione del militarismo del contraddittorio si perde ogni traccia? È evidente quale sia la reale volontà del Governo e quale cultura sorregga la loro azione “educativa”: un militarismo dilagante che vuole a tutti i costi legittimare e normalizzare l’orizzonte di guerra nel quale vogliono condurre i cittadini e le cittadine. Circolare del Liceo. 22166190_1_239-Orientamento – Incontro con un team dell’Aeroporto di Aviano.pdfDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La Questura di Trieste ostacola l’accesso alla procedura d’asilo
GIULIA STELLA INGALLINA E ARIANNA LOCATELLI Le associazioni del territorio pubblicano un report che denuncia le prassi illecite, i diritti negati e il sistematico abbandono delle persone in movimento. La conferenza stampa: in rilievo il diritto d’asilo Mercoledì 17 dicembre 2025 a Trieste, al Circolo della Stampa, è stato presentato il rapporto “Accesso negato. Rapporto sugli ostacoli nell’accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e alle misure di accoglienza a Trieste” 1, frutto di un lavoro di ricerca e monitoraggio durato diversi mesi, condotto congiuntamente dalle associazioni ICS, IRC, Diaconia Valdese, Linea d’Ombra, No Name Kitchen, Goap, Fondazione Luchetta e Cdcp. Il documento denuncia le persistenti difficoltà di accesso alla Questura di Trieste e mette in luce un insieme di prassi illegittime e tecniche di deterrenza adottate in modo sistematico nel corso del 2025. Tali pratiche risultano funzionali nell’allontanare i richiedenti asilo e a ostacolare l’accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, in aperta elusione del diritto nazionale ed europeo. Alla conferenza stampa sono intervenuti Gianfranco Schiavone (ICS), Alessandro Papes (IRC), Marta Pacor (Diaconia Valdese), Arianna Locatelli (No Name Kitchen), Lorena Fornasir (Linea d’Ombra) Gianfranco Schiavone, presidente di ICS 2, ha aperto la conferenza stampa richiamando le fonti del diritto, chiarendo fin da subito l’illegittimità delle prassi adottate per negare l’accesso alla procedura di protezione internazionale. «La normativa è di una lampante semplicità; non c’è nessuna ipotesi per cui la domanda d’asilo possa non essere accolta.» In queste poche parole è implicito il rimando a quelli che dovrebbero essere gli obblighi giuridici: l’art. 10, comma 3, della Costituzione 3 sancisce il diritto d’asilo, mentre l’obbligo per lo Stato di accogliere e registrare le domande di asilo è chiaramente illustrato nella normativa ordinaria, al Decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25 4 (attuazione della direttiva UE sulle procedure di asilo). All’articolo 6 “Presentazione della domanda”, la norma stabilisce che: * ogni cittadino straniero ha diritto di presentare domanda di protezione internazionale, * le autorità competenti hanno l’obbligo di riceverla e registrarla, anche quando la domanda è presentata alla frontiera o sul territorio, * la registrazione deve avvenire senza ritardo 5 In conferenza stampa, al richiamo dei principi giuridici fa immediatamente seguito la denuncia delle prassi con cui le Questure di Trieste e Gorizia disattendono gli obblighi previsti dalla legge. «Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’aumento delle prassi illegittime con l’obiettivo di non registrare le domande. Le persone si accumulano così nell’attesa in strada; la maggior parte hanno manifestato la volontà di chiedere asilo, ma la loro richiesta non è stata accolta.» Gianfranco Schiavone, dalla conferenza stampa del 17.12.2025 UNA SGUARDO AL REPORT: L’“ACCESSO NEGATO” E LE STRATEGIE CON CUI VIENE OSTACOLATO IL DIRITTO D’ASILO L’elaborato nasce da un anno di monitoraggio congiunto da parte delle associazioni che lavorano quotidianamente sul territorio in supporto alle persone in movimento e ai richiedenti asilo. Nel corso del 2025 sono state raccolte centinaia di testimonianze che hanno coinvolto oltre 1.400 persone tramite una presenza costante e attiva negli spazi fulcro della vicenda: la questura di Trieste, la piazza della Libertà 6, gli edifici dismessi del porto vecchio 7 e il Centro Diurno 8. Le osservazioni condotte davanti alla questura, fin dalle prime ore del mattino, hanno mostrato come decine di persone si mettano quotidianamente in fila nella speranza di essere selezionate per formalizzare la richiesta di protezione internazionale. Ogni giorno tra le 70 e le 140 persone attendono all’esterno dell’Ufficio Immigrazione; negli ultimi mesi, tuttavia, solo 10–15 di esse vengono selezionate per accedere agli uffici e, spesso, solo circa la metà riesce effettivamente a formalizzare la domanda. Tale selezione avviene in maniera del tutto casuale e arbitraria: vengono chiamate alcune nazionalità, alle quali le persone in attesa devono rispondere per alzata di mano. In un secondo momento viene selezionato un numero limitato di persone, generalmente una dozzina, mentre tutte le altre, dopo ore di attesa, vengono immediatamente allontanate senza ricevere alcuna informazione. Queste ultime sono quindi costrette a ripresentarsi nei giorni successivi, con un’elevata probabilità di trovarsi nella medesima situazione. Le discriminazioni sistematiche vengono perpetrate sia a livello individuale sia collettivo, basandosi, ad esempio, sulla nazionalità. Emblematico è il caso dei cittadini nepalesi, che risultano essere costantemente respinti reiteratamente, senza che venga fornita alcuna spiegazione di natura logica o legale. «Io sono del Nepal, da un mese sono in Italia, vado ogni giorno ma non vengo selezionato mai. Andiamo tutti i giorni davanti alla questura però in genere noi nepalesi veniamo discriminati». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze 9 (minuto 5:40). Anche i tempi medi di registrazione risultano allarmanti per la loro imprevedibilità: attualmente la formalizzazione della richiesta di protezione internazionale avviene, in media, circa tre settimane dopo il primo tentativo, con picchi che arrivano fino a 60 giorni. Il modello di selezione non trasparente genera insicurezza e incertezza tra le persone interessate, ledendo un loro diritto fondamentale in assenza di qualsiasi garanzia. È inoltre necessario ricordare che, prima della formalizzazione della domanda di protezione internazionale, le persone si trovano in una condizione di totale invisibilità giuridica, nella quale non hanno accesso ad alcuna forma di tutela. L’arbitrarietà di tale situazione produce inoltre un’ulteriore grave conseguenza: le operatrici e gli operatori attivi quotidianamente sul campo si trovano nell’impossibilità di fornire risposte chiare alle persone interessate, con il conseguente progressivo indebolimento della fiducia non solo nei servizi, ma anche nei loro confronti. LE PRASSI ATTUATE DALLA QUESTURA DI TRIESTE E LA LORO ILLEGITTIMITÀ, ALLA LUCE DEL REPORT La raccolta di testimonianze e i monitoraggi hanno evidenziato una serie di azioni informali messe in atto quotidianamente dal personale in servizio presso la Questura; prassi illegittime che non seguono alcuna normativa ma che mostrano la volontà di allontanare le persone attraverso una serie di strategie politiche di deterrenza. * Richiesta di documenti: Nonostante la legge sia, ancora una volta, estremamente chiara: “la volontà di chiedere asilo può essere espressa oralmente e indipendentemente dalla disponibilità di documenti di identità” (art. 6 D.Lgs. 25/2008 e art. 8 Direttiva 2013/32/UE) Le persone in fila davanti alla questura di Trieste vengono selezionate sulla base del possesso di un passaporto originale. Chi non è in possesso di un documento viene invitato a denunciare lo smarrimento dello stesso presso altri uffici di Polizia e costretto ad allontanarsi. I documenti non costituiscono però in alcun caso un requisito per l’avvio della procedura, poiché il legislatore, evidentemente più lungimirante dell’odierno personale amministrativo, ha pienamente considerato come i viaggi affrontati comportino spesso lo smarrimento, il sequestro o altre circostanze che lasciano la persona priva di documenti. «Mi hanno chiesto dove sia il mio passaporto, io l’ho perso durante il viaggio; mi hanno detto di uscire fuori e fare la denuncia di smarrimento. […] Sono andato alla polizia però […] mi hanno detto che non si può fare la denuncia di smarrimento qua perché l’hai perso in un altro paese». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze 10 (minuto 2:18). * Mancato riconoscimento delle segnalazioni via PEC: Viste le difficoltà di accesso alla questura, molte persone, dopo aver fallito nel tentativo di manifestare la volontà di fare richiesta d’asilo davanti alle autorità, si rivolgono alle associazioni del territorio, in particolare allo sportello legale di ICS e di Diaconia Valdese aperto tutte le mattine al Centro Diurno. Sulla base dei principi di collaborazione tra autorità e organismi di tutela 11, le operatrici legali hanno la facoltà e l’onere di inviare via PEC, a nome dell’interessato, le segnalazioni relative alle volontà di richiedere la protezione internazionale. Anche questi interventi vengono però ignorati da parte della questura di Trieste, le segnalazioni non vengono prese in considerazione eludendo nuovamente gli obblighi di registrazione imposti dal diritto. * Controlli informali dei cellulari: «Sono da un mese in Italia vado ogni giorno a fare richiesta di asilo […] il problema è che il telefono era spaccato dalla polizia serba e rotto, e quindi mi hanno detto di riparare il telefono e venire qua. Senza riparare il telefono non mi faranno la domanda d’asilo». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 1:10) Diverse persone hanno riferito di essere state sottoposte, all’ingresso della Questura, al controllo del proprio telefono cellulare, con l’obiettivo apparente di raccogliere informazioni da utilizzare contro il loro diritto di richiedere asilo. Alcuni testimoni hanno segnalato l’uso di dispositivi in grado di scaricare la cronologia di tutte le applicazioni, google maps, app di trasporti pubblici oltre che fotografie. Le persone vengono poi respinte bruscamente, con l’indicazione di presentare la domanda di asilo in altre città in cui sarebbero transitate; tale rifiuto di presa in carico dovrebbe essere comunicato con atto scritto e motivato, e invece viene trasmesso informalmente a voce. Inoltre, le modalità informali di controllo non rispettano le garanzie previste dalla legge 12: la persona ha diritto ad essere presente e di poter fruire della traduzione di un mediatore, l’operazione deve essere verbalizzata indicando finalità, criteri, dati controllati ed esito, e il verbale deve essere inviato al giudice di pace entro 48 ore per la convalida, che deve avvenire con provvedimento motivato nelle successive 48 ore. Alla persona devono essere consegnati verbale e provvedimento; in caso di mancata o parziale convalida, i dati acquisiti sono inutilizzabili e devono essere cancellati. * Raccolta e conservazione informale di fotografie: Diverse persone hanno riferito che, mentre si trovano in fila all’ingresso della Questura, vengono fotografate dal personale presente (ufficiali di Polizia e mediatori culturali). «La seconda volta mi hanno fatto entrare, hanno controllato il loro telefono, mi hanno mostrato la foto mia dicendomi sei questo ero io, gli ho detto “si sono io” e mi hanno detto vai via». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 3:00). Tali immagini sembrerebbero essere raccolte e conservate in un “archivio” impiegato, con finalità illecite, per selezionare o escludere determinate persone. Privato di fondamento giuridico e privo di criteri espliciti, questo procedimento solleva gravi criticità in termini di protezione dei dati personali, trasparenza e non discriminazione, incidendo direttamente sulle garanzie di accesso alla protezione internazionale. * Assenza di tutela per le persone in condizioni di vulnerabilità: L’accesso in Questura risulta estremamente complesso anche per le persone in condizioni di salute visibilmente critiche, che per legge dovrebbero essere considerate “vulnerabili”: queste vengono spesso costrette a lunghe attese o addirittura allontanate, in violazione degli obblighi di protezione e assistenza previsti dalla normativa vigente e in aperta contraddizione con le indicazioni del Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza – riportate nel Vademecum per la rilevazione, il referral e la presa in carico delle persone portatrici di vulnerabilità in arrivo sul territorio e inserite nel sistema di protezione e di accoglienza. Tra le pratiche più preoccupanti vi sono le modalità con cui vengono allontanati in maniera assolutamente arbitraria i dichiaranti di minore età. Ai ragazzi viene chiesto di dimostrare la propria età tramite il passaporto o altri documenti d’identità originali (come certificati di nascita); quando vengono presentate fotocopie o fotografie di tali atti, queste sono spesso ritenute false o non attendibili. In assenza di prove considerate valide, invece di seguire la procedura prevista dalla legge, si ricorre frequentemente a un semplice “esame visivo”, che nella maggior parte dei casi si conclude con il rifiuto dell’accesso all’assistenza. «Non è su base discrezionale […] esistono delle norme, e le norme vanno seguite; anche quando non piacciono». Gianfranco Schiavone, dalla conferenza stampa del 17.12.2025 Anche in questo caso però le previsioni normative sono specifiche ed estremamente chiare. La Legge 7 aprile 2017 n. 47, cosiddetta Legge Zampa, definisce le modalità con cui l’identità di un MSNA deve essere accertata dalle autorità di pubblica sicurezza, coadiuvate da mediatori culturali, alla presenza del tutore e comunque solo in seguito a un’immediata assistenza fornita al minore. In casi di dubbia identità, è oltremodo disciplinata la procedura relativa all’accertamento socio-sanitario dell’età svolto da professionisti, e con la presenza di un mediatore culturale. Qualora i risultati siano ambigui, si presume la minore età ad ogni effetto di legge (art. 19-bis, comma 8, d.lgs. 142/2015). * Mancata attivazione del Regolamento Dublino III: «Mi hanno fatto entrare una volta, dopo aver controllato nel sistema mi hanno detto “Hai le impronte in Francia, devi tornare in Francia.» Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 4:38) Durante i primi colloqui alle porte della Questura emerge frequentemente che le persone hanno attraversato altri Paesi europei; tale informazione viene immediatamente utilizzata come ulteriore motivo per negare l’accesso alla protezione internazionale. In questi casi, invece di attivare la procedura prevista dal Regolamento Dublino III (UE) n. 604/2013 – secondo cui l’Italia dovrebbe comunque accogliere la richiesta di protezione internazionale e, solo successivamente, comunicare con il Paese di primo ingresso per un eventuale trasferimento di competenza – la persona viene invitata informalmente e oralmente a recarsi nel presunto Paese. Se confermata, questa prassi costituirebbe una violazione del diritto dell’Unione europea, compromettendo le garanzie riconosciute al richiedente asilo. * Emissione di provvedimenti di espulsione: La situazione diventa particolarmente allarmante se si considera che, oltre all’impossibilità di accedere alla Questura, si genera anche un clima di paura: proprio mentre le persone tentano di esercitare un diritto fondamentale, rischiano di essere soggette all’obbligo di allontanarsi dal territorio. Alcuni cittadini stranieri riferiscono di essere usciti dalla Questura con la notifica di un provvedimento di espulsione dopo essersi presentati spontaneamente per richiedere protezione internazionale. Tale modalità annulla il diritto d’asilo e le garanzie ad esso connesse, come ricordato dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 32070 del 20 novembre 2023, secondo cui deve essere considerato richiedente asilo chiunque manifesti anche semplicemente la volontà di farlo. Inoltre, ai sensi dell’articolo 7 del d.lgs. 25/2008, lo status di richiedente asilo attribuisce il diritto a rimanere nel territorio nazionale fino alla conclusione della procedura. Pertanto, una persona che si presenti in Questura per richiedere protezione internazionale deve essere considerata richiedente asilo e non può essere espulsa per tutta la durata della procedura. Prima di formulare pareri di manifesta infondatezza, espressi discrezionalmente e talvolta sulla base di profilazioni razziali o supposizioni legate a caratteristiche somatiche e presunti Paesi di provenienza sicuri, la richiesta deve essere presa in carico e valutata adeguatamente secondo quanto previsto dalla normativa europea e nazionale. «Quando sono andato in questura di Trieste a fare domanda d’asilo gli ho mostrato il mio visto scaduto e anche il passaporto e loro non mi hanno dato la domanda di asilo però mi hanno dato l’espulsione dall’Italia. […] Sono arrivato qua ho chiesto aiuto a delle associazioni, abbiamo trovato un avvocato, abbiamo fatto ricorso il tribunale ha dato ragione a me poi al seguito hanno preso la mia domanda di asilo in carico». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 5:40) DA TRIESTE A GORIZIA: FUORI DALLA PROCEDURA D’ASILO O DALL’ACCOGLIENZA Con il tempo, tra gli aspiranti richiedenti asilo presenti e in arrivo sul territorio, si è diffusa la consapevolezza delle difficoltà nell’accesso alla Questura di Trieste. Negli ultimi mesi, questo fenomeno si è intensificato, intrecciando le risposte spontanee messe in atto dalle persone di fronte all’inefficienza degli uffici pubblici con le conseguenze a catena che ne derivano: nuovi vuoti istituzionali, soluzioni alternative improvvisate e continui diritti negati. «Se viene sistematizzato il respingimento a Trieste, di conseguenza le persone si spostano». Marta Pacor, durante l’incontro in questura del 18.12.2025 Durante la conferenza, l’operatrice legale di Diaconia Valdese, Marta Pacor, ha descritto la prassi che porta allo spostamento dei richiedenti asilo dalla Questura di Trieste a quella di Gorizia. In un primo momento, questo spostamento consentiva una maggiore probabilità di vedere accolta la domanda d’asilo e di essere formalmente riconosciuti come richiedenti. Tuttavia, tale riconoscimento, anche a Gorizia, è stato svuotato delle garanzie a esso connesse, a partire dal diritto all’accoglienza. La Direttiva Accoglienza dell’Unione Europea (2013/33/UE) stabilisce norme minime per l’accoglienza, imponendo agli Stati di garantire condizioni di vita dignitose fin dalla presentazione della domanda e per tutta la durata della procedura. Recepita nell’ordinamento italiano dal d.lgs. 142/2015, tale normativa impone allo Stato l’obbligo di assicurare l’accoglienza ai richiedenti asilo. Nonostante ciò, Gorizia non riesce a garantire la presa in carico sociale e, a causa della grave mancanza di coordinamento tra Questura e Prefettura, non vengono individuate soluzioni alternative di accoglienza. Questa situazione rende necessario un ulteriore spostamento verso Trieste, dove, pur essendo disponibili posti presso strutture come Casa Malala e Campo Sacro, le persone non possono accedere al sistema di accoglienza essendo la loro domanda di protezione internazionale formalizzata presso la Questura di Gorizia e quindi la competenza per l’inserimento in accoglienza resta in capo alla Prefettura di Gorizia. L’unica alternativa disponibile sono edifici abbandonati al Porto Vecchio di Trieste, dove, come osserva Gianfranco Schiavone, le persone si accumulano a causa della progressiva inefficienza istituzionale. «A Gorizia non avendo nessuno servizio io sono costretto a dormire qua a Trieste in porto vecchio e non è una condizione umana perchè dormo fuori. […] Devo andare ogni giorno a chiedere l’accoglienza, prendo il treno, vado là [a Gorizia] e torno vado là e torno ma non c’è nessuna risposta» Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 0:45) Nei mesi più recenti, anche chi attende la formalizzazione della domanda presso la Questura di Gorizia ha segnalato prassi informali ormai ricorrenti. Pur risultando relativamente veloce il primo accesso, i tempi per la formalizzazione tramite modulo C3 si dilatano a causa di appuntamenti continuamente rimandati. La Questura rilascia al primo accesso un appuntamento per la formalizzazione, che al momento della presentazione della persona viene spesso cancellato manualmente e rinviato a una data successiva. Numerose testimonianze riportano che sul medesimo foglio di convocazione risultino annotati anche più di cinque rinvii consecutivi, con date cancellate e riscritte a penna, determinando un prolungamento dell’attesa e collocando le persone in un limbo apparentemente senza fine: «Quello che mi sento dire da dieci mesi è sempre “ritorna…”» Testimonianza di un ragazzo incontrato a porto vecchio. LA RISPOSTA DELLA QUESTURA E DEI SINDACATI DI POLIZIA Il giorno successivo alla conferenza stampa e alla presentazione pubblica del report, si è svolto un incontro tra le associazioni coinvolte e la Questura di Trieste, con la partecipazione della questora dott.ssa Fredella e del dirigente dell’Ufficio Immigrazione, dott. Montina. Già in conferenza stampa era stata dichiarata la volontà di un confronto sui fatti, dei quali la Questura era ovviamente già a conoscenza, considerando che durante l’anno le operatrici legali di ICS avevano inviato circa 34 segnalazioni collettive e diverse PEC individuali. Durante l’incontro, il report è stato nuovamente presentato, evidenziando le difficoltà di accesso al diritto d’asilo. Si è instaurato un apparente dialogo, ma la Questura ha costantemente dirottato la discussione sulle difficoltà organizzative e sui tentativi di strutturare il procedimento di accesso agli uffici, menzionando un progetto avanzato, non ancora condiviso, volto a creare un sistema di “prenotazione facile” simile a quello sperimentato a Milano. Pur essendo rilevante l’aspetto organizzativo della prenotazione, le principali criticità segnalate dalle testimonianze riguardano non tanto l’accesso agli uffici, quanto ciò che avviene successivamente: numerosi soggetti vengono fatti allontanare con modalità illegittime senza poter formalizzare la domanda di protezione internazionale. Le associazioni hanno cercato di riportare il dibattito sul nucleo centrale della problematica, ossia l’impedimento strutturale alla registrazione della domanda, determinato dall’adozione di prassi operative irregolari. Su questo punto il dialogo si è fatto più difficile. La questura ha tentato di giustificare alcune pratiche con argomentazioni vaghe, facendo riferimento alla necessità di possedere “determinate caratteristiche” o di presentarsi con “determinati documenti”; e così la richiesta illegittima di poter fare accesso solo con un documento rispecchierebbe “solo la volontà di avere un lavoro più rapido e semplice”, mentre non sarebbe vero che i minori vengono valutati grossolanamente e visivamente e nemmeno che le persone vengono reindirizzate verso altre questure. L’accusa sulla credibilità delle testimonianze delle persone in movimento però risulta poco efficace quando al tavolo di confronto sono presenti operatori e operatrici che hanno assistito alla messa in atto di queste pratiche illecite in prima persona durante i diversi accompagnamenti. Anche i numeri risultano chiarificatori: secondo il dott. Montina, nel 2025 sono stati registrati circa 1.080 C3 (e 1.500 richieste del 2024), un numero estremamente basso rispetto alle oltre tremila persone che hanno manifestato la volontà di chiedere asilo alle associazioni. L’incontro si è concluso con l’augurio della questora di lavorare insieme con spirito costruttivo per “risolvere il problema” e portare avanti processi di organizzazione. Le associazioni hanno mantenuto un’apertura al dialogo, sottolineando tuttavia come queste prassi illegittime minino il “livello reputazionale e giuridico” dell’ente, richiedendo un impegno concreto per farle cessare. In seguito alla conferenza, non si è fatta attendere anche la replica dei due sindacati di polizia, SAP e SIULP 13. La risposta ha assunto la forma di un rimpallo di responsabilità, con accuse rivolte alle associazioni autrici del report, in particolare ICS e Gianfranco Schiavone, caratterizzate da toni risentiti e da una totale mancanza di analisi della situazione. Francesco Marino, segretario provinciale del SIULP, ha paragonato le critiche alle forze di polizia a quelle rivolte al personale medico-sanitario durante la pandemia di Covid-19. Accuse sono state mosse anche alla gestione dell’accoglienza diffusa, sistema promosso da anni da ICS in città. Tali critiche non hanno lasciato spazio a un confronto sulle reali difficoltà di accesso alla Questura, dimostrando come il report sia stato letto superficialmente e rivelando la mancata volontà di intervenire per migliorare una situazione seriamente problematica, come attestano le centinaia di testimonianze raccolte nel corso del 2025. Ciò che emerge è una diffusa mancanza di volontà, da parte delle istituzioni e delle forze di polizia, di analizzare in maniera strutturale le criticità legate all’accesso alla Questura e al sistema di accoglienza a Trieste. Il problema viene frequentemente minimizzato, mentre le associazioni vengono accusate di avanzare critiche aprioristiche nei confronti della Questura, senza riconoscere che la questione non può essere affrontata con interventi di natura emergenziale. Tali misure, infatti, finiscono spesso per aumentare la precarietà delle persone coinvolte o, nella migliore delle ipotesi, tamponano temporaneamente la situazione, placando le tensioni per pochi giorni prima che le persone siano nuovamente costrette ad affrontare l’inverno triestino in condizioni di estrema vulnerabilità. L’IMPATTO CONCRETO DI QUESTE PRASSI SULLE PERSONE IN MOVIMENTO Uno degli edifici di Porto Vecchio Come già sottolineato, il periodo precedente alla formalizzazione della domanda di protezione internazionale rappresenta un vero e proprio limbo di totale invisibilità e, di conseguenza, di sistematica violazione dei diritti umani. A Trieste, le persone si trovano costrette a ricorrere a soluzioni emergenziali, in attesa di regolarizzarsi sul territorio e di poter accedere al sistema di accoglienza, con ritardi ingiustificati imputabili alle istituzioni. Nel frattempo, sperano di ottenere uno dei pochi posti disponibili nei dormitori attivati per l’“emergenza freddo”o, in alternativa, trascorrono le notti sulle sedie di Spazio 11 14, nei magazzini occupati del Porto Vecchio o sotto i portici dell’autostazione, accanto a Piazza della Libertà. Quello che si viene a configurare è un vero e proprio abbandono organizzato delle persone in movimento che avrebbero diritto a chiedere asilo ed essere accolte. Alla conferenza stampa del 17 dicembre, le parole di Lorena Fornasir, fondatrice di Linea d’Ombra, mettono in evidenza in forma lampante la violazione dei diritti fondamentali di queste persone, come il diritto alla salute (articolo 32 della Costituzione), da intendersi in relazione all’assistenza sanitaria, ma ancor prima ad un ambiente salutare in cui vivere. In assenza di adeguate misure di accoglienza, le persone sono costrette a sopravvivere per mesi in condizioni degradanti, abbandonate tra gli edifici dismessi del Porto Vecchio e gli spazi stradali, in una situazione di sistematica esclusione che incide direttamente e gravemente sulla tutela della salute e della dignità umana. Ad essere negato dalle istituzioni diventa lo stesso diritto alla vita (Articolo 2 CEDU): in pochi mesi 4 ragazzi (in Friuli Venezia-Giulia e in Veneto) sono morti a causa dell’abbandono istituzionale di cui sono stati vittime. * Hishem Bilal Magoura, 32 anni, Algeria. Morto il 3 dicembre 2025 a Trieste in porto vecchio. * Shirzai Farhdullah, 25 anni, Afganistan. Morto il 29 Novembre 2025 a Pordenone in un casolare abbandonato. * Nabi Ahmad, 35 anni, Pakistan. Morto a Udine il 25 novembre 2025 in un casolare abbandonato. * Muhammad Baig, 38 anni, Pakistan. morto a Udine il 25 novembre 2025 in un casolare abbandonato. «Volevano solo vivere, invece sono morti, morti di abbandono.» Lorena Fornasir – 16.12.2025, alla conferenza “Un sussulto di Dignità” Lorena Fornasir non tarda a sottolineare che mentre la città spende migliaia di euro per recintare la statua di Sissi in piazza, innaffiare ogni sera (anche d’inverno) le aiuole e circa 1 milione e 300 mila euro per le decorazioni natalizie, non interviene mai nella situazione di in-accoglienza, che risulta quindi sempre più intenzionale. «E’ costruita a tavolino, come strategia di deterrenza per cacciare queste persone. […] Li trattano come piccioni che devono essere mandati via. […] Li vuole cacciare, ma dove vanno?» Lorena Fornasir, dalla conferenza stampa del 17.12.2025 Le uniche operazioni organizzate consistono nei continui sgomberi. Dalla chiusura del Silos nel 2024 si sono susseguiti interventi simili, di minore intensità, fino all’ultimo “maxi trasferimento” del 3 dicembre 2025. Notizie ENNESIMA OPERAZIONE DI SGOMBERO IN ALCUNI MAGAZZINI DEL PORTO VECCHIO DI TRIESTE Le associazioni denunciano le logiche emergenziali, securitarie e dettate da urgenze mediatiche Redazione 4 Dicembre 2025 In quella giornata, l’ultimo sgombero a cui Trieste ha assistito, le forze di polizia sono entrate a Porto Vecchio con l’obiettivo di chiudere due magazzini, il 2 e il 2A. Molte persone sono state trasferite in altre regioni o portate in Questura, ma decine sono rimaste escluse dalle operazioni. Le associazioni umanitarie non erano state avvisate dello sgombero, indicando un apparente intento di ostacolare il loro intervento. Questo episodio testimonia la continuità di una gestione, o meglio di un’in-gestione, della situazione. Dalla chiusura del Silos non si è registrata alcuna modifica nelle modalità di intervento istituzionale. Con lo spostamento delle persone nei vari edifici del Porto Vecchio, come osserva Gianfranco Schiavone paragonando la situazione al sistema di accoglienza, si è verificato un passaggio: «dal Silos al Silos diffuso». Gianfranco Schiavone – 16.12.2025, alla conferenza “Un sussulto di Dignità” Questo fenomeno mette in luce una disfunzionalità sistemica delle autorità, che sembrano più interessate a spostare, trasferire, nascondere e rendere invisibili le persone, piuttosto che tutelarne i diritti, evidenziando come: «La gestione della crisi migratoria a Trieste segua logiche emergenziali, securitarie e dettate da urgenze mediatiche. […] Il problema, creato artificialmente dalle istituzioni, non viene quindi risolto e si ripresenterà nei prossimi mesi, con una responsabilità politica sempre più pesante» Dal sito di ICS 15 Per concludere, giungendo quasi all’assurdo, alcune persone, costrette dall’inefficienza istituzionale a ricorrere a soluzioni alternative all’accoglienza e a vivere in condizioni di sopravvivenza a Porto Vecchio, hanno addirittura ricevuto – secondo alcune testimonianze – una denuncia per occupazione: «Ieri è arrivata la polizia a porto vecchio, hanno fatto un controllo, ci hanno portato in questura e ci hanno dato questa denuncia per aver occupato un posto […] io sono costretto a dormire lì perché non mi danno l’accoglienza, se me l’avessero data sarei stato da qualche altra parte». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 3:45) Fotografia della denuncia per occupazione di suolo privato ai sensi dell’art. 633 c.p., consegnata durante uno sgombero avvenuto nel luglio 2025. La modalità appare tuttora immutata e il ricorso a tali denunce risulta sempre più frequente. RIFLESSIONI CONCLUSIVE La situazione attuale dell’accesso alla procedura di protezione internazionale a Trieste non rappresenta una semplice disfunzione amministrativa, ma la costruzione consapevole di un vuoto giuridico che produce, a cascata, la sistematica violazione di diritti fondamentali: dal diritto d’asilo a quello all’accoglienza, dalla tutela della salute fino al diritto alla vita. Condizione, peraltro, emblematica di quanto avviene in numerose questure su tutto il territorio italiano1, a dimostrazione che non si tratta di un’emergenza, ma del risultato di scelte politiche e amministrative che negano i diritti come deterrenza. Le persone che chiedono protezione sono relegate in un limbo giuridico e costrette a vivere in condizioni in spazi inadeguati come l’ex Porto Vecchio di Trieste. Tali condizioni, secondo la giurisprudenza italiana ed europea, possono configurare trattamenti inumani e degradanti in violazione dell’articolo 3 CEDU.Il diritto d’asilo non è una concessione discrezionale, né può essere sospeso in nome dell’efficienza, della sicurezza o della gestione dei flussi: è un obbligo giuridico preciso, che vincola lo Stato e i suoi apparati. Finché questo obbligo continuerà a essere sistematicamente disatteso, Trieste resterà il simbolo di una frontiera interna, dove il diritto viene sospeso e la dignità umana lasciata deliberatamente ai margini. Giurisprudenza italiana/Guida legislativa RICHIEDENTI ASILO: CONDANNATA LA QUESTURA DI TORINO PER DISCRIMINAZIONE DIRETTA, INDIVIDUALE E COLLETTIVA ASGI: «Un'importante vittoria, la Questura dovrà anche strutturare un nuovo modello organizzativo» Redazione 12 Agosto 2025 Guida legislativa/Notizie ASILO IMPOSSIBILE A MILANO. UNA CLASS ACTION CONTRO LA QUESTURA «Ritardi sistematici nella domanda d’asilo violano i diritti fondamentali» Redazione 23 Ottobre 2025 1. Consulta il rapporto ↩︎ 2. Consorzio Italiano di Solidarietà-Ufficio Rifugiati Onlus: ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus ↩︎ 3. Qui l’articolo ↩︎ 4. Consulta il DL ↩︎ 5. Questa disposizione traduce concretamente il diritto costituzionale d’asilo in un obbligo giuridico procedurale per lo Stato che, per completezza, discende anche da: convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati, ratificata dall’Italia con legge n. 722/1954, che impone agli Stati di consentire l’accesso alla procedura di asilo; Direttiva 2013/32/UE (direttiva “Procedure”), da cui deriva proprio il d.lgs. 25/2008; d.lgs. 142/2015, che disciplina l’accoglienza dei richiedenti asilo una volta presentata la domanda ↩︎ 6. Piazza della Libertà, situata di fronte alla stazione ferroviaria, rappresenta un punto nevralgico della realtà migratoria triestina. Lo spazio è animato durante tutto l’arco della giornata, soprattutto nelle stagioni più miti, e si trasforma in luogo di aggregazione intorno alle ore 19.00, quando iniziano le distribuzioni – da parte delle associazioni – di pasti rivolte sia alle persone di passaggio a Trieste sia a chi vive in città al di fuori dei circuiti ufficiali di accoglienza ↩︎ 7. Il 21 giugno 2024, a Trieste, il Silos – una struttura adiacente alla stazione centrale che per anni aveva rappresentato un rifugio spontaneo per le persone in esilio arrivate lungo la Rotta balcanica – è stato sgomberato. A seguito dello sgombero, alcuni edifici adiacenti al Silos, i magazzini abbandonati del Porto Vecchio, sono stati occupati, dando vita al nuovo Khandwala – dal pashto “casa rotta” – che ospita diverse centinaia di persone non inserite nei circuiti ufficiali di accoglienza. ↩︎ 8. Centro diurno – ChaiKhana: chiamato così dalle persone in movimento – letteralmente “sala da tè” in pashto -, è uno spazio aperto dalle 7.30 alle 19,00, dove è possibile bere un chai, ricaricare il telefono, fare le docce, utilizzare il servizio di lavatrici e sostare in compagnia. Qui, quotidianamente, è possibile incontrare le operatrici legali di ICS e di Diaconia Valdese, mediatori culturali e personale sanitario, che forniscono supporto nelle pratiche burocratiche e legali ↩︎ 9. “Accesso negato”: alcune testimonianze ↩︎ 10. “Accesso negato”: alcune testimonianze ↩︎ 11. Art. 3 Dir. 2013/33/UE e art. 2 Cost. ↩︎ 12. Art. 15 Cost., art. 8 CEDU, D.L. 145/2024 ↩︎ 13. “Polizia lasciata sola a gestire tutto”: SIULP denuncia lo scaricabarile su immigrazione a Trieste – Schiavone attacca la questura, i sindacati di polizia: “Pensi ai finanziamenti pubblici che riceve” ↩︎ 14. Spazio gestito da DONC e UNHCR, aperto nel febbraio 2024, non come dormitorio ma come “sala di attesa solidale”. Servizio a bassa soglia e accesso rapido, con l’obiettivo di creare un posto in cui le persone potessero ripararsi nell’attesa della notte ↩︎ 15. Sgombero in Porto Vecchio: almeno 40 persone escluse, nessun coinvolgimento delle organizzazioni umanitarie (3 Dicembre 2025) ↩︎
Festa degli Alberi nelle scuole italiane con Forestali (Carabinieri)
La Giornata nazionale degli alberi istituita dalla legge n.10 del 2013 ha finalità molto più ambiziose che piantare una decina di specie autoctone una volta l’anno. Indicata come Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani sancisce di perseguire “[…] politiche di riduzione delle emissioni, la prevenzione del dissesto idrogeologico e la protezione del suolo, il miglioramento della qualità dell’aria” e per ultimo “la valorizzazione delle tradizioni legate all’albero nella cultura italiana e la vivibilità degli insediamenti urbani“.  La legge prevede il coinvolgimento delle scuole di ogni ordine e grado per la messa a dimora, in aree pubbliche individuate d’intesa con ciascun Comune, di piantine di specie autoctone con il Corpo forestale dello Stato, che nel frattempo con la riforma Madia del 7 agosto 2015 n.124 è stato assorbito dall’Arma dei Carabinieri smettendo di essere una forza di Polizia ad ordinamento civile dipendente dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Nelle scuole si educano le nuove generazioni a comportamenti individuali virtuosi, mentre le politiche nazionali vanno nella direzione opposta con guerre e distruzione.  Stando all’ultimo rapporto del SIPRI, nel quinquennio 2020-2024 l’Italia ha superato la Gran Bretagna per produzione di armamenti e si posiziona tra i colossi mondiali dell’industria di morte dopo Stati Uniti, Francia, Russia, Cina e Germania. Non è possibile conciliare il riarmo con minori emissioni di gas serra.  Tornando alla giornata dell’albero, in alcuni Comuni il compito della piantumazione è stato affidato ad agronomi, uffici del verde cittadino, associazioni ecologiste, soggetti competenti che non appartengono al settore militare. Di seguito invece abbiamo voluto elencare un insieme minimo e casuale di Comuni e scuole che per questa festa hanno collaborato strettamente con il corpo dei Carabinieri Forestali. A Cividale del Friuli, in Friuli Venezia Giulia, cento studenti delle scuole superiori di primo grado con i Carabinieri del Centro Anticrimine Natura (CAN) di Udine e il reparto Biodiversità di Tarvisio. Ogni pianta ha il suo codice Qr ed è inserita nel portale online dei forestali.  A Mombercelli (Asti), in Piemonte, presso la scuola superiore di primo grado “Costanzo Zandrino” erano presenti anche le scuole primarie di Agliano e Castelnuovo Calcea, e i Carabinieri Forestali di Nizza.  Oltre duecento studenti della provincia della Spezia, in Liguria: la scuola primaria di secondo grado dell’IC “Val di Vara 2” di Varese Ligure, l’IC “Val di Vara” nel comune di Brugnato e la scuola “Favaro” nel comune di La Spezia, e i Carabinieri Forestali. A Savona nel Comune di Millesimo una breve iniziativa con la scuola primaria del plesso “Lele Luzzati”.  Nella provincia di Varese, in Lombardia, scuola materna “Edmondo De Amicis” ad Arcisate, scuola materna “San Salvatore” a Malnate, scuola primaria “Dante Alighieri” a Marchirolo, scuola primaria “G. Besozzi” a Sangiano, scuola dell’infanzia a Brezzo di Bedaro, scuola primaria “Enrico Fermi” a Fagnano Olona, scuola primaria “Milite Ignoto” a Somma Lombardo, scuola primaria “San Giovanni Bosco” a Varese.  Iniziative con Carabinieri per le scuole di Rovigo, a Ceci in provincia di Piacenza, a Rieti.  Il Comando Regione Carabinieri Forestale “Abruzzo e Molise” ha organizzato oltre 100 eventi con le scuole a livello locale e due iniziative a livello regionale. Il Reparto PNALM (Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise) di Pescasseroli con i Nuclei Carabinieri Parco territoriali e la collaborazione degli IC del territorio hanno messo a dimora nuove piante in diversi plessi scolastici, a: Gioia dei Marsi, Lecce nei Marsi, Villavallelonga, Vallerotonda, Picinisco, Campoli Appennino, Pescasseroli, Barrea, Villetta Barrea, Scanno, Colli a Volturno e Balsorano.  Nella provincia di Salerno, in Campania, e nella provincia Barletta-Andria-Trani, in Puglia. In Calabria sul Lungomare Falcomatà circa 150 alunni del Convitto Nazionale di Stato “T. Campanella” hanno piantato un giovane Albero di Falcone.  In conclusione, affinché la festa degli alberi rappresenti l’ultimo tassello di un vasto programma di politica verde e non si tramuti in un cerimoniale vuoto nel quale i bambini e le bambine sono strumentalizzati come rosee comparse, dovremmo effettivamente ripensare le politiche mondiali energetiche oggi in essere, diminuire l’impatto antropico sull’ecosistema, rivoluzionare il modo che usiamo di fare politica. Se la politica, dal locale al sovranazionale, continuerà a ignorare le tutele ambientali già scritte, per noi sarà impossibile consegnare un futuro vivibile ai bambini di domani.  Piantare alberi nei cortili delle scuole o rinfoltire i boschi una volta l’anno, non è sufficiente.  Maria Pastore, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
JOB&Orienta Verona, Pordenone, Modena: orientamento scolastico verso carriere in divisa
Tuttə riconosciamo l’importanza dei progetti di orientamento fatti nelle scuole prima che il percorso di studi giunga al termine. L’orientamento al lavoro e/o alla formazione universitaria è il focus di eventi come il JOB&Orienta di Verona, per esempio. E lì, anche quest’anno, dal 26 al 29 novembre era presente il settore della difesa con esercito, marina, aeronautica e carabinieri. Al padiglione 11 – stand 226 era possibile provare i simulatori di navigazione marittima e di volo, guardare i veicoli tattici e due robot quadrupedi diversi, uno in dotazione all’esercito e l’altro all’arma dei carabinieri. Parte dell’esposizione era dedicata ai settori spaziale e cibernetico. Alla giornata conclusiva hanno partecipato il neoeletto presidente della regione Veneto Stefani e il ministro Valditara, che ha parlato della filiera formativa tecnologica-professionale “4+2”  ricordando che questo è l’ultimo anno di sperimentazione. Sempre nel mese di novembre appena trascorso, a Pordenone, l’arma dei carabinieri ha preso parte al “Punto d’Incontro 2025”, manifestazione di orientamento rivolta alle/gli studenti delle classi 4^ e 5^ superiori. Solito stand informativo ed espositivo con membri della sezione Investigazioni Scientifiche, il simulatore di guida in stato di ebbrezza, indicazioni sulle attività dell’arma e sull’arruolamento.  Poche settimane fa le/gli studenti del “Leopardi-Majorana” di Pordenone sono statə invitatə in questura per conoscere da vicino attività, valori e percorsi della polizia di stato. Ha partecipato solo una rappresentanza di studenti e studentesse del quarto anno, che è stata coinvolta in una sessione sui requisiti richiesti dalla polizia e sui concorsi. Pare sia intervenuto anche il questore della provincia, in persona, sull’importanza di costruire una comunità migliore. Da Modena ci arriva una segnalazione sull’ITIS “Enrico Fermi”: il 26 novembre il dirigente scolastico ha scritto ai/le genitori degli/le studenti invitandolə a partecipare insieme ai/le loro figli/e al pomeriggio di orientamento con AssOrienta su carriere in divisa e accademie militari, il 10 dicembre. Questi incontri nascono da protocolli interministeriali, ma sono in grave contrasto con il mandato sociale affidato costituzionalmente alla Scuola. Inoltre, il percorso di orientamento non può essere svolto in maniera così episodica ed anonima, richiede attenzione e un dialogo continuo tra studenti, studentesse e adulti di riferimento. La contaminazione tra sistema militare e Scuola è inaccettabile. Quanto denunciamo sui nostri canali di comunicazione è solo una parte infinitesimale dell’intero fenomeno, ma continueremo. Al contempo chiediamo agli organi collegiali scolastici di non aderire a queste iniziative in futuro, se davvero vogliamo che la scuola sia un luogo in cui si costruiscono immaginari di pace. Maria Pastore, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Ennesima operazione di sgombero in alcuni magazzini del Porto Vecchio di Trieste
Nella prima mattinata del 3 dicembre a Trieste è stato eseguito un nuovo sgombero nei magazzini del Porto Vecchio. Circa 150 persone migranti e richiedenti asilo, che da settimane dormivano in ripari di fortuna dopo essere state abbandonate in strada, sono state messe in fila, identificate e trasferite. La nuova operazione di sgombero e chiusura dei magazzini 2 e 2A del Porto Vecchio è stata disposta dal Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico dopo gli incendi delle scorse settimane. Notizie INCENDI AL PORTO VECCHIO DI TRIESTE, SOSPETTI SU AZIONI DOLOSE Associazioni, volontarә e attivistә solidali chiedono indagini approfondite Redazione 18 Novembre 2025 La misura, denunciata da ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà, conferma l’assenza di una strategia seria e strutturale da parte delle istituzioni: «domani, le persone che arriveranno in città, si troveranno nella medesima condizione di chi è stato allontanato oggi. Semplicemente, il problema viene spostato, non affrontato». Lo sgombero è avvenuto senza alcun coinvolgimento delle organizzazioni che in città si occupano quotidianamente di accoglienza e supporto, né dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Per ICS questa esclusione rivela la cifra politica della gestione locale della mobilità migratoria: una gestione dettata da logiche securitarie ed emergenziali, spesso funzionali più a esigenze mediatiche che alla tutela dei diritti delle persone vulnerabili. Si produce così, ancora una volta, un’emergenza artificiale che si ripresenterà nei prossimi mesi, aggravando la responsabilità politica di chi governa. Ma ciò che l’organizzazione sottolinea come più grave è l’esclusione arbitraria di almeno quaranta persone che non si trovavano nei magazzini al momento dell’intervento e che non sono state trasferite né informate. Il fatto che nessuna istituzione abbia tentato di raggiungerle, proprio perché le realtà del territorio non sono state coinvolte, avrà conseguenze dirette e drammatiche sulla vita di persone già estremamente vulnerabili. Notizie TRIESTE, TRASFERITE LE PERSONE MIGRANTI DAL PORTO VECCHIO Critiche dalle associazioni: «Un’operazione tardiva e inefficace» Redazione 7 Ottobre 2025 A denunciare la situazione interviene anche Linea d’Ombra. “All’improvviso, come da copione, brusco trasferimento di migranti dagli unici ripari che hanno: i miserabili anfratti di Porto Vecchio, dove pur riescono a sopravvivere con la nostra solidarietà. Ma non solo trasferimenti – scrive l’associazione – a quanto pare anche espulsioni, talora con motivazioni grottesche. A molti altri è stato semplicemente intimato di andarsene dal Porto Vecchio”. Linea d’Ombra sottolinea come dopo mesi di accoglienza “scarsa e irregolare”, lo sgombero arrivi accompagnato dagli “echi soddisfatti dei politicanti che lucrano sulla paura e sulla sofferenza”. Nel pomeriggio nella stessa area interessata dal dispiegamento improvviso e massiccio degli apparati istituzionali è stato ritrovato il corpo senza vita di un uomo algerino di 32 anni 1. Un epilogo che mostra, una volta di più, l’assenza totale di cura e tutela per quelle vite che le istituzioni continuano a trattare come un problema da rimuovere agli occhi della città. Quello che accade a Porto Vecchio non è un evento straordinario: è il prodotto di una scelta politica. E come tale, può – e deve – essere cambiato. 1. Un migrante algerino trovato senza vita all’ex Locanda 116, RaiNews (3 dicembre 2025) ↩︎
Incendi al Porto Vecchio di Trieste, sospetti su azioni dolose
Trieste – Almeno cinque incendi in una settimana nei magazzini dismessi del Porto Vecchio di Trieste, dove decine di persone migranti trovano riparo. La zona è infatti nota per essere uno dei luoghi dove le persone sono costrette a vivere molti mesi prima di riuscire a fare richiesta di asilo e accedere al sistema di accoglienza. Notizie TRIESTE, TRASFERITE LE PERSONE MIGRANTI DAL PORTO VECCHIO Critiche dalle associazioni: «Un’operazione tardiva e inefficace» Redazione 7 Ottobre 2025 Le prime ricostruzioni della stampa locale hanno parlato di fuochi accesi per scaldarsi, lasciando intendere che la colpa fosse degli “abitanti”, ma le testimonianze raccolte da volontarә e attivistә solidali nell’area portuale raccontano una storia diversa, che punta verso possibili azioni dolose. Gli episodi più recenti risalgono al 10 e al 13 novembre, ma chi vive stabilmente negli edifici segnala altri tre casi: roghi appiccati sotto la pensilina del varco automobilistico, davanti agli ingressi del piano terra e al quarto piano del magazzino, dove sono bruciati indumenti, sacchi a pelo e scarpe di alcune persone che vi dormivano. Un ultimo tentativo sarebbe stato sventato sul retro del magazzino 2A da due cittadini afghani, che riferiscono di aver messo in fuga due individui mentre tentavano di incendiare materiale da costruzione. Nella notte tra il 15 e il 16 novembre si sono verificati altri tre tentativi, alle 20:00, all’1:00 e alle 3:00. Secondo quanto riportato da chi dorme nell’edificio, in queste occasioni sono state allontanate persone estranee che si aggiravano nei magazzini fino all’ultimo piano, cercando di appiccare fuochi in stanze vuote. Tutto ciò è stato ricostruito da volontarә e attivistә solidali insieme alle associazioni ICS – Ufficio Rifugiati Onlus, Linea d’Ombra Odv e No Name Kitchen che denunciano come gli elementi raccolti, perciò, mettono in discussione l’ipotesi dell’incidente. «In almeno due occasioni il fuoco è stato acceso al piano terra dei magazzini, in luoghi dove le persone migranti non dormono», spiegano in un comunicato congiunto. Inoltre, «le temperature attuali sono ancora miti e non richiedono l’accensione di fuochi per scaldarsi». Un dato significativo riguarda la frequenza degli episodi: «Lo scorso inverno si è verificato un solo incendio nei magazzini, mentre ora gli episodi registrati sono cinque in una sola settimana». A questo si aggiungono le testimonianze raccolte, «che raccontano di alcune presenze sospette nelle ore in cui sono divampati gli incendi». I vigili del fuoco sono intervenuti due volte, accompagnati dai carabinieri, ma non sono state raccolte dichiarazioni da chi vive nelle strutture. Nel frattempo, le persone che dormono nei magazzini hanno organizzato turni di sorveglianza notturna, affiancate da cittadini solidali che presidiano l’area per prevenire nuovi roghi. Nella nota stampa, si chiede di «accertare con urgenza se si tratti di incendi dolosi e, in tal caso, se possano essere prefigurati i reati di danneggiamento, incendio doloso nonché tentate lesioni o tentato omicidio». Il documento sottolinea che «la gravità dell’incendio ha – in almeno un caso – messo in pericolo l’incolumità e la vita delle persone che trovavano rifugio all’interno dei magazzini». Secondo associazioni, volontarә e attivistә, «appare infatti plausibile l’azione di individui che mirano a fomentare allarme sociale, alimentando narrazioni che criminalizzano le persone migranti». La richiesta è quella di un’indagine accurata che faccia chiarezza sulle dinamiche e sulle responsabilità degli episodi, in un contesto in cui le persone migranti sono «costrette a dormire nei magazzini del Porto Vecchio» a causa di quelle che vengono definite «inadempienze istituzionali».
Trieste, trasferite le persone migranti dal Porto Vecchio
Mercoledì 1° ottobre, all’alba, la Prefettura di Trieste ha disposto il trasferimento delle persone migranti accampate sotto la tettoia di largo Città di Santos, all’ingresso del Porto Vecchio. In tutto 157 persone di diverse nazionalità, che da settimane trovavano riparo in quell’androne, dormendo su coperte e materassini forniti dai volontari. Lo sgombero e gli allontanamenti forzati di agosto non avevano portato, come ampiamente annunciato, a nessuna vera soluzione per le persone, richiedenti asilo, in attesa di accedere al sistema di accoglienza. Notizie/A proposito di Accoglienza TRIESTE, RICHIEDENTI ASILO SENZA ACCOGLIENZA E SOTTO SGOMBERO Nuova denuncia e appello delle associazioni: «Serve un intervento immediato» Redazione 22 Agosto 2025 Questa volta, l’operazione di trasferimento forzato è stata condotta da ben 91 agenti delle forze dell’ordine tra Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di finanza e Polizia locale. Un vero e proprio esercito al quale hanno offerto il proprio supporto la Protezione civile, l’ASUGI, UNHCR e la Caritas. Dopo le procedure di identificazione, le persone sono state caricate su quattro pullman e trasferite fuori regione, in strutture di accoglienza straordinaria situate in Veneto e Piemonte. Secondo la Prefettura, la decisione rispondeva alla necessità di garantire «luoghi di accoglienza idonei e dignitosi» in vista dell’arrivo dell’autunno, ma anche a esigenze logistiche legate all’imminente Barcolana e ai lavori di riqualificazione in corso nell’area del Porto Vecchio. «Le attività – si legge nel comunicato ufficiale – sono state volte alla verifica della presenza di richiedenti asilo privi di immediate forme di accoglienza e alla conseguente presa in carico degli stessi». Il sindaco-sceriffo Roberto Dipiazza sulla stampa locale ha espresso soddisfazione, commentando: «Bravi tutti, bel lavoro». Ma la giornata di mercoledì ha suscitato forti critiche da parte delle associazioni che da anni si occupano di accoglienza a Trieste. Ph: Lorena Fornasir ICS – Ufficio Rifugiati Onlus: «Un trasferimento tardivo e un sistema inefficiente» Durissimo il giudizio di ICS, che da mesi denuncia il collasso del sistema di prima accoglienza. «Il 1° ottobre a Trieste non c’è stato alcuno sgombero di migranti dall’area del Porto Vecchio, ma un tardivo trasferimento di circa 150 richiedenti asilo, effettuato direttamente dalla strada», ha dichiarato l’organizzazione in una nota. «L’operazione conferma quanto ICS denuncia da tempo: decine di richiedenti asilo – tra cui famiglie – sono costrette a vivere abbandonate per settimane in condizioni indegne, senza alcuna accoglienza». Per l’associazione si tratta dell’ennesimo intervento emergenziale che non affronta le cause del problema. «Il trasferimento del 1° ottobre, pur positivo per chi ha finalmente trovato una collocazione, non risolve nulla: diverse decine di persone continuano a dormire in strada. Queste operazioni tampone non risolvono nulla, perché già dal giorno successivo i problemi si ripresentano identici». La nota si conclude con la richiesta di un intervento strutturale e il potenziamento del sistema di prima accoglienza: «Serve un sistema ordinario con numeri adeguati, capace di rispondere a flussi modesti ma costanti, come richiesto dalle normative e dalla giurisprudenza europea, che garantiscono il diritto all’accoglienza dal momento stesso della richiesta d’asilo». Linea d’Ombra: «Non uno sgombero, ma un trasferimento forzato» A denunciare le modalità dell’intervento è anche Gian Andrea Franchi, fondatore di Linea d’Ombra Odv, che da anni assiste i migranti in transito lungo la rotta balcanica. Intervistato da Radio Onda d’Urto, l’attivista ha sottolineato: «Sapevamo già da giorni che ci sarebbe stato questo trasferimento, perché si tratta di un trasferimento, non di uno sgombero. Queste persone vivevano da tempo in condizioni difficili, dormendo sull’asfalto del Porto Vecchio, con materiali forniti da noi ma in uno spazio precario». Secondo Franchi, la presenza dell’UNHCR e di altre organizzazioni ufficiali ha dato un’apparenza di regolarità all’operazione, ma non ne ha cambiato la natura forzata. «Ci è stato detto che verranno trasferiti nel Nord Italia, non in Sardegna come in altri casi. La Sardegna è particolarmente temuta dai migranti perché si trovano poi in un’isola da cui uscire è molto difficile». Franchi riconosce che «dal punto di vista ambientale» le condizioni di vita nei centri potrebbero essere migliori: «Dovrebbero avere un tetto sulla testa, una branda, un pasto caldo». Tuttavia, avverte, «il dato ambientale non può essere separato da quello psicologico: una stanza isolata in un paese lontano da possibilità di comunicazione può essere peggiore di un androne esposto a tutti i venti». E ricorda un episodio emblematico: «Alcuni mesi fa un amico migrante ci telefonò da una località remota della Lombardia dicendo che avrebbe voluto ritornare sotto l’androne, perché si trovava in un edificio isolato vicino alla boscaglia. Preferiva stare tra gli amici, fra la gente». L’attivista descrive l’intervento come «una grande operazione di polizia», con «una presenza massiccia di forze dell’ordine, carabinieri e operatori della Regione». Sul posto, spiega, «sono state montate tre tende per i controlli igienici e sanitari, e poi c’erano i grandi pullman che avrebbero portato via questi ragazzi e anche alcune famiglie con donne». Nonostante il trasferimento, Franchi prevede che la situazione si ripeterà rapidamente: «Sicuramente l’androne tornerà ad essere abitato da altri migranti, perché arrivano ogni giorno tra le 30 e le 50 persone».