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CPR d’Italia: istituzioni totali
Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) conferma l’orrore dei CPR: strutture costose, inefficaci e disumane, dove i diritti fondamentali vengono sistematicamente violati. Il nuovo rapporto del TAI arriva mentre, ancora una volta, i CPR tornano al centro della cronaca. Nella tarda mattinata dell’11 febbraio un giovane di 25 anni è morto nel CPR di Bari-Palese, dove era trattenuto. Nelle stesse ore, il Consiglio dei ministri ha varato il nuovo ddl migranti 1: una stretta su ricongiungimenti, rimpatri e minori che interviene anche sulla detenzione nei CPR, rafforzando divieti e limitazioni, dalla compressione delle visite indipendenti al divieto di comunicare e documentare ciò che accade all’interno dei centri 2. Un intreccio inquietante, che conferma quanto denuncia il TAI: i CPR non sono un fallimento accidentale, ma un dispositivo strutturalmente violento, che lo Stato continua a difendere mentre produce sofferenza e morte. Il secondo rapporto di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione 3 fotografa la situazione dei Centri di Permanenza per i Rimpatri e conferma quanto ormai noto sulle condizioni di tali strutture e sulla sistematica violazione dei diritti umani perpetrati da un sistema di detenzione amministrativa assurdo per diverse ragioni. Come giustamente scritto nel rapporto, «i CPR non rappresentano una distorsione accidentale del sistema, né il frutto di singole cattive gestioni, ma un’aberrazione strutturale: un costoso dispositivo di privazione della libertà che viola sistematicamente i diritti fondamentali, fallisce rispetto agli obiettivi dichiarati di rimpatrio sperperando risorse pubbliche e produce sofferenza, degrado e morte» 4. Il monitoraggio compiuto nel 2025 dal TAI 5rappresenta la prosecuzione di un percorso già tracciato che mira non solo e non tanto a verificare lo stato di salute dei CPR, quanto piuttosto ad analizzare le generali condizioni di vita delle persone ivi trattenute nell’ottica di un monitoraggio sulla “tenuta dello Stato di diritto” e sul rispetto dei diritti umani da parte dello Stato e delle altre istituzioni. Proprio in quest’ottica, assumono particolare importanza, alcune riflessioni preliminari. La prima, in chiave negativa, nasce dalla presenza di segnali di allarme sulla perdita di trasparenza dell’azione amministrativa. Sono da tempo in atto tentativi di rendere sempre più difficile, se non impossibile, adeguati controlli su quanto accade all’interno dei CPR, proprio perché l’azione di monitoraggio portata avanti in questi anni da alcuni parlamentari, da alcune associazioni, e dal sistema di garanti presente a livello nazionale e locale, ha smascherato le gravi violazioni perpetrate nei CPR evidenziando le gravi mancanze, non solo degli enti gestori, ma anche delle Prefetture e del Ministero dell’Interno. È difficile dare una diversa interpretazione della circolare del Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione del 18 aprile 2025 che, attraverso una interpretazione fortemente restrittiva dell’articolo 67 della Legge 26 luglio 1975 n. 354, mira a depotenziare il potere di visita di parlamentari, consiglieri regionali e garanti, impedendo, di fatto, l’accesso a questi soggetti con personale di fiducia. Approfondimenti/Circolari del Ministero dell'Interno/CPR, Hotspot, CPA CPR: VIETATO ENTRARE Il Ministero dell’Interno limita e depotenzia le visite ispettive ai Centri di Permanenza per i Rimpatri Avv. Arturo Raffaele Covella 18 Luglio 2025 Anche il TAI, dunque, evidenzia, questo tentativo di ostacolare o rendere più difficoltosi i controlli da parte di autorità indipendenti e autonome da parte del Ministero. Il tentativo di nascondere ciò che accade realmente all’interno dei CPR riducendo la possibilità di accesso a tali strutture. La seconda riflessione, questa volta positiva, riguarda la maggiore presa di coscienza rispetto al problema della salute (fisica e mentale) delle persone soggette a restrizione della libertà personale all’interno dei CPR. Il tema della salute dei trattenuti è divenuto centrale nel dibattito sui Centri di Permanenza per il Rimpatrio anche grazie al tour di Marco Cavallo che ha attraversato tutta l’Italia sostando davanti ai singoli CPR insieme a operatori e operatrici, associazioni e cittadini. La permanenza in un qualsiasi centro, infatti, può essere devastante dal punto di vista fisico e psicologico. Notizie/CPR, Hotspot, CPA IL VIAGGIO DI MARCO CAVALLO NELLA VERGOGNA DEI CPR Si è conclusa l'iniziativa del Forum Salute Mentale per chiedere la chiusura dei «manicomi del presente» Redazione 15 Ottobre 2025 Tantissimi stranieri, portano anche fuori dai centri segni della loro permanenza in questi luoghi. Segni sul corpo e nella mente. Sono tantissimi i gesti di autolesionismo che si consumano tra le mura dei CPR, atti non solamente simbolici, come dimostra il caso di Ousmane Sylla, morto suicida a Ponte Galeria all’età di 22 anni. Altissima è anche la percentuale di persone che sviluppano forme di dipendenza da psicofarmaci propri all’interno dei Centri. Come nel caso di Oussama Darkaoui morto nel CPR di Palazzo San Gervasio anch’egli all’età di 22 anni. Notizie/CPR, Hotspot, CPA OUSSAMA DARKAOUI, UN ANNO DOPO: IL RICORDO, LA LOTTA, LA SPERANZA Dal CPR di Palazzo San Gervasio, una storia che chiede giustizia Avv. Arturo Raffaele Covella 5 Agosto 2025 Poi ci sono i tanti soggetti fragili, persone che già prima di entrare in un CPR portavano con loro il peso di una dipendenza, di una malattia, di una fragilità psicologica. Tutti questi vedono peggiorare la loro condizione a causa della mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria all’interno di queste strutture. «Dal punto di vista medico-scientifico, risulta evidente che i CPR rappresentano una istituzione patogena che lede la dignità della persona e della collettività, un sistema disumanizzante in cui la salute, fisica e mentale, è tutelata solo formalmente, mentre si erode ogni diritto delle persone trattenute, a partire da quello alla salute, un luogo usato solo per nascondere e contenere le persone fastidiose e indesiderate» (cfr. Rapporto TAI) Queste due riflessioni preliminari ad ogni analisi dei dati raccolti dal monitoraggio compiuto dal Tavolo Asilo e Immigrazione, sono necessarie per parlare compiutamente dei Centri di Permanenza per i Rimpatri e, più, in generale, dell’istituto della detenzione amministrativa. Soprattutto in questo particolare momento storico caratterizzato dalla perdita progressiva di eccezionalità della detenzione amministrativa nel quadro generale di politiche migratorie nazionali ed europee sempre più propense a ricorrere sistematicamente a tale strumento. Una attenta analisi del Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo, porta inevitabilmente a concludere che ormai le politiche migratorie europee sono caratterizzate da un approccio molto meno garantista dei diritti delle persone. La detenzione amministrativa diviene centrale nel nuovo sistema di regole ma, più in generale, ad essere complessivamente accolto è un approccio al fenomeno migratorio tutto basato sull’idea dei controlli, della limitazione, della privazione della libertà di movimento e, quindi, sui rimpatri. Ma tornando, al rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione, possiamo pacificamente affermare che questo rappresenta l’ultima testimonianza, in ordine di tempo, di un fenomeno ormai ben noto: il fenomeno della patogenicità dei Centri di Permanenza per i Rimpatri. A fronte della realtà descritta dal TAI, caratterizzata da inefficienze del sistema di detenzione amministrativa, che peraltro si regge su pochi gestori privati e su servizi a basso costo, da costi esorbitanti per le casse pubbliche, da gravissimi problemi con specifico riguardo alla tutela della salute dei soggetti trattenuti, da continue e sistematiche violazioni dei diritti costituzionali, la soluzione prospettata è la chiusura di tali Centri e il superamento della fallimentare normativa europea e interna sulla cosiddetta detenzione amministrativa. Pur condividendo la conclusione cui giunge il Tavolo Asilo e Immigrazione, perplessità derivano da quello che possiamo definire gestione del periodo transitorio. Nel rapporto infatti si afferma: «La necessità di procedere quanto prima a una riforma della normativa vigente che preveda la chiusura dei CPR non significa che, nelle more di tale ampia riforma, l’attuale configurazione dei CPR italiani possa rimanere inalterata, risulta infatti inderogabile ed urgente realizzare immediati interventi al fine di rendere le strutture attuali almeno conformi agli standard minimi previsti dal diritto dell’Unione e dall’ordinamento costituzionale italiano». Chi scrive non condivide tale approccio. Si ritiene anzi che proprio la mancanza degli standard minimi previsti dall’Unione e dall’ordinamento costituzionale italiano dovrebbe portare ad una chiusura immediata di tali strutture e non ad interventi di adeguamento o di miglioramento. La battaglia da condurre, allora, deve essere netta per la loro chiusura non domani, rispetto a quello che insegna la storia italiana, rischia di far tramontare definitivamente la speranza di un superamento del sistema CPR secondo la massima prezzoliniana che «In Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo». 1. Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 161 (11 febbraio 2026) ↩︎ 2. Una norma contenuta nell’articolo 17 della bozza di disegno di legge recita: «Al di fuori degli orari, degli spazi e delle modalità di utilizzo autorizzate», allo straniero trattenuto «non è consentita la libera detenzione, all’interno della struttura, di telefoni cellulari, anche di proprietà, i quali sono custoditi da personale del soggetto incaricato della gestione per essere messi a disposizione dell’interessato per il periodo strettamente necessario per l’utilizzo». ↩︎ 3. Consulta il rapporto ↩︎ 4. “Come i manicomi, anche i CPR vanno chiusi”. I risultati del monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione – Asgi (28 gennaio 2026) ↩︎ 5. Il Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) nasce nel 2008 ed è una rete nazionale italiana che riunisce organizzazioni della società civile impegnate sui temi di asilo, migrazioni, diritti umani e accoglienza ↩︎
La sicurezza come narrazione
Alla fine di ogni anno si fanno i conti e il Ministro dell’Interno il 31 dicembre ha voluto fare i suoi conti con un video pubblicato su X. Nel suo discorso, il Ministro ha sottolineato di voler “condividere i fatti, i numeri veri, contro ipocrisie e fake news”, aggiungendo inoltre che in questi tre anni il governo ha sempre lavorato per aumentare la sicurezza e la vivibilità delle nostre città. Una sicurezza fatta non solo di arresti e denunce, ma anche di ordine, decoro, rispetto delle regole. Lo scopo del video del Ministro Piantedosi è chiaro. Rilanciare la narrazione governativa e giustificare i discussi interventi normativi adottati in questi anni soprattutto in materia di immigrazione, attraverso un richiamo al bisogno di sicurezza avvertito dal popolo italiano. Ma non solo. Il Ministro lancia anche un secondo messaggio alla sua platea di uditori: la stretta securitaria funziona e a confermarlo sono i numeri dei rimpatri e degli ingressi in Italia di cittadini stranieri. Lo slogan è molto semplice: meno sbarchi e più rimpatri. Non entro nel dibattito circa la correttezza dei dati forniti dal ministero. Sottolineo semplicemente che, alcuni commentatori, hanno fatto notare delle incongruenze, sollevando dubbi sulla correttezza di quanto affermato 1. Non entro in questa diatriba perché a non convincermi non sono i numeri ma il ragionamento complessivo che sorregge quei numeri e le politiche di questo esecutivo. L’obiettivo dichiarato del ministro infatti è quello di aumentare la sicurezza. Qui nasce, a mio parere, il primo intoppo. Cosa dobbiamo intendere per sicurezza. Il Ministro Piantedosi, da buon burocrate, ha infatti una idea del concetto di sicurezza molto limitato e appiattito sul rapporto con le politiche migratorie. Probabilmente, anzi, sicuramente, la questione è ben più complessa e coinvolge la vita dei cittadini a 360 gradi. Sicurezza non è solo protezione rispetto a fenomeni criminali. La sicurezza e la sua percezione sono determinate anche dalle condizioni generali di vita della popolazione, dalla situazione economica e sociale, dal rapporto dei cittadini con la realtà presente fatta di educazione, lavoro, salute e tempo libero, nonché dalle aspettative future. Più correttamente, un discorso serio “sulla sicurezza e sulla vivibilità delle nostre città” dovrebbe fondarsi su un’analisi complessiva della situazione degli italiani e prevedere interventi volti a migliorare le condizioni di vita e non solo a punire i fenomeni criminali. Viviamo una fase storica in cui oltre a dover fare i conti con gli effetti nefasti delle gravi crisi internazionali e della generale instabilità che contraddistingue lo scenario politico ed economico mondiale, scontiamo il peso di problematiche endogene e ormai ataviche. La regressione demografica, con l’incontenibile spinta all’invecchiamento della popolazione e i tassi di natalità in caduta libera, è certamente il fattore endogeno più dirompente, ma non è l’unico. La grande questione lavorativa con un indebolimento costante del tessuto produttivo italiano e la conseguente perdita della capacità di acquisto pro capite. La grave crisi sanitaria che si caratterizza non soltanto per la carenza di personale ma anche per la difficoltà di offrire cure adeguate alle esigenze della popolazione. La fuga verso l’estero di tante professionalità e le migrazioni interne che spingono moltissimi giovani da sud a nord e determinano lo spopolamento di moltissimi comuni del mezzogiorno. Sono solo alcuni dei fenomeni che in vario modo incidono sulla qualità di vita dei singoli e delle comunità. Fenomeni che ingenerano insicurezza, sfiducia e timore in ampi settori della popolazione italiana. Con ciò non si vuole negare che esiste un problema legato alla criminalità e che questo problema è più avvertito nelle zone metropolitane rispetto alla vasta provincia italiana. Tutt’altro. Si vuole piuttosto affermare che a fronte di questa più estesa sensazione di insicurezza, di cui la questione criminalità è solo una parte, occorrono ben altri interventi normativi e politici. Si vuole, in altre parole, introdurre un elemento di riflessione rispetto ad un problema, quello della criminalità, che nessuno nega ma che va riportato a realtà per evitare la propaganda portata avanti per giustificare sempre maggiori interventi securitari e sempre meno rispetto dei diritti e delle libertà dei singoli. A sostegno del ragionamento del Ministro Piantedosi e di ogni intervento securitario portato avanti in questi anni, vi è un’equazione, tutta da dimostrare, secondo la quale a più immigrati corrisponderebbero più reati. Una semplificazione inaccettabile frutto della volontà di piegare la realtà a logiche politiche ben precise. Non vi è alcun automatismo tra il numero di immigrati presenti in un territorio e il numero di reati commessi. D’altra parte, anche se le campagne elettorali degli ultimi anni, in Italia e in altri Stati (europei e non), hanno riportato al centro del dibattito il tema del rapporto tra immigrazione e criminalità, gli studi 2 sul tema dimostrano che non esiste un legame causale tra immigrazione e aumento della criminalità. Gli stessi studi che evidenziano come il perdurare del falso mito che l’immigrazione alimenti la criminalità è da ricondurre alla influenza esercitata dai media sull’opinione pubblica alla stregua della retorica politica. Non è corretto affermare che i migranti non siano coinvolti nella criminalità. Proprio come non è corretto affermare che vi sia una stretta relazione tra immigrazione e criminalità. Peraltro, quando parliamo di stranieri presenti in Italia dovremmo iniziare a ragionare anche su tutta una serie di variabili che incidono profondamente sulla equazione semplicistica coniata da certa politica: grado di integrazione, condizioni di vita degli stranieri, lavoro e inserimento nel tessuto sociale ed economico della comunità. “Nonostante siano più di 5,4 milioni (il 9,2% della popolazione residente), la gran parte degli stranieri che vivono in Italia si trova in situazioni di marginalità sociale” 3. Inoltre, gli italiani sono inclini a guardare con favore i residenti stranieri quando sono impiegati in lavori faticosi e poco qualificati, o nei servizi familiari, quando accudiscono gli anziani e i bambini, ma non sono propensi a credere che possano godere dei medesimi diritti di cittadinanza degli italiani autoctoni. Ed infatti, il 58,8% degli italiani è convinto che un quartiere finisca per degradarsi quando sono presenti tanti immigrati, mentre il 54,1% percepisce gli stranieri come un pericolo per l’identità e la cultura nazionali. Questi dati determinano quello che comunemente si definisce “il rischio percepito” che è cosa ben diversa dal “rischio reale”. Categorie che spesso non collimano in quanto, mentre la seconda si basa su dati oggettivi e misurabili, la prima, diversamente, si determina in base a sensazioni, percezioni, dati appunto soggettivi, in alcuni casi addirittura irrazionali. Politiche inclusive possono ridurre significativamente la criminalità. Garantire uno status legale agli immigrati non solo facilita l’integrazione economica e sociale, ma porta anche a una riduzione dei comportamenti devianti. Al contrario, misure restrittive che criminalizzano gli immigrati irregolari o impediscono loro di lavorare 4 possono paradossalmente aumentare la criminalità. Quando gli immigrati non hanno accesso al mercato del lavoro legale, sono più vulnerabili a forme di sfruttamento o attività illecite per sopravvivere. Allo stesso modo, la detenzione amministrativa all’interno dei CPR degli immigrati irregolari, legata alla semplice mancanza di un permesso di soggiorno, nella maggior parte dei casi comporta un generale peggioramento della condizione dell’immigrato straniero anche nella fase post trattenimento. Siamo partiti dal video messaggio di fine anno del Ministro Piantedosi e, dopo un lungo giro, è tempo di ritornare proprio a quel discorso. Il Ministro parla di sicurezza, di ordine, di decoro e di rispetto delle regole. Certo, lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza dei propri cittadini e deve farlo anche facendo rispettare le regole, garantendo decoro e ordine. Ma lo Stato ha un dovere più pregnante che è quello di assicurare che la sicurezza e il decoro non siano solo formali ma anche sostanziali, garantendo la tutela appunto dei diritti costituzionali di tutti i cittadini mediante educazione, lavoro, assistenza sociale e sanitaria. Se tutto questo manca, la semplice morsa securitaria è ben poca cosa e rischia solamente di creare ulteriori attriti sociali, nuovi problemi, maggiori tensioni, oltre a far crescere la rabbia verso uno Stato che viene percepito come semplice persecutore. Tutto questo ragionamento oggi sembra essere pura utopia, soprattutto perché è evidente che la strada che si è deciso di perseguire è ben altra. Una strada che punta tutto sul comando, sull’uso della forza, sull’irrigidimento delle posizioni. A confermarlo non solo le parole di fine anno di Piantedosi, ma anche e soprattutto l’annunciato nuovo pacchetto di misure sulla sicurezza e la Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026 con la quale si danno indicazioni in materia di trattenimento presso i CPR di stranieri socialmente pericolosi. La direttiva è indirizzata ai Prefetti della Repubblica, ai Commissari del Governo delle Province di Trento e Bolzano, al Presidente della Regione Valle d’Aosta e a tutti i Questori e nasce espressamente dal bisogno di dare risposta “ai recenti episodi di cronaca che hanno posto all’attenzione la necessità di perseguire con la massima determinazione l’obiettivo, prioritario per la sicurezza pubblica, del rimpatrio degli stranieri irregolari presenti sul territorio nazionale che si siano evidenziati per comportamenti pericolosi”. Una dimostrazione del peso che gli eventi di cronaca, veicolati attraverso i media, esercitano sulle scelte politiche andando a determinare una percezione distorta della realtà. La costante necessità di rispondere alle domande che vengono poste da questo o quel fatto di cronaca, che immediatamente si trasforma in emergenza, è una costante del nostro tempo. La direttiva dunque ha una genesi ben precisa e il suo contenuto è in linea con questa genesi. Occorre continuare la lotta contro gli stranieri irregolarmente presenti in Italia e per farlo, bisogna impegnare tutte le risorse economiche e umane che si hanno. Le Questure dovranno allora utilizzare ancora più risorse per garantire l’accompagnamento degli stranieri nei CPR. Dovranno essere impiegate ancora più risorse per la manutenzione dei Centri già esistenti al fine di garantirne la piena capacità. Si dovranno accettare ingressi nei CPR anche senza certificazione di idoneità impegnandosi a compiere tale adempimento nelle successive 24 ore 5. Tutto questo mentre anche gli ultimi report 6 pubblicati e relativi alle visite ispettive compiute all’interno dei CPR dislocati in diverse regioni italiane, ci mostrano la drammatica condizione di luoghi in cui la violazione dei diritti umani oltre ad essere costante, sembra ormai divenuta sistemica. Nell’affrontare questioni delicate come quella che attiene alla sicurezza e alle scelte politiche e legislative, abbiamo il dovere di domandarci se stiamo perseguendo la strada giusta, se stiamo realmente operando per risolvere un problema che, comunque, è percepito con preoccupazione da una parte della popolazione italiana, o se, piuttosto, non stiamo semplicemente assecondando la pancia di queste persone per meri calcoli elettorali. In questo secondo caso, allora, forse è il caso di domandarci fino a che punto siamo disposti a spingerci e quali saranno le conseguenze, nel medio e lungo periodo, di questo modo di governare certi fenomeni. 1. I numeri sui rimpatri diffusi pubblicamente dal ministro Piantedosi sono gonfiati. Ecco perché, AltrEconomia (16 gennaio 2026) ↩︎ 2. Immigration and Crime: An International Perspective – Journal of Economic Perspectives – Volume 38, Number 1-Winter 2024-Pages 181-200 ↩︎ 3. Il 29,4% svolge un lavoro non qualificato (tra gli occupati italiani la quota corrispondente è dell’8,0%) e il 55,4% degli occupati stranieri laureati risulta overqualified, ovvero possiede un titolo di studio troppo elevato rispetto al lavoro effettivamente svolto (tra gli italiani la quota corrispondente è del 18,7%). La spesa media mensile di una famiglia straniera (con una dimensione media di 2,5 componenti per nucleo familiare) è di 1.781,65 euro, mentre quella di una famiglia italiana (che in media è costituita da 2,3 componenti) è di 2.817,36 euro, con una differenza quindi di più di mille euro al mese. Il 35,6% dei cittadini stranieri vive sotto la soglia della povertà assoluta (tra gli italiani i poveri sono invece il 7,4% (cfr. CENSIS, 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese) ↩︎ 4. American Economic Review: Clicking on Heaven’s Door: The Effect of Immigrant Legalization on Crime ↩︎ 5. La gravità di quest’ultima previsione è stata ampiamente analizzata e spiegata nell’appello lanciato dai professionisti della salute per la tutela delle persone migranti ↩︎ 6. Si veda: Report sull’accesso ispettivo al CPR di Palazzo San Gervasio del 22 dicembre 2025; “Come i manicomi, anche i CPR vanno chiusi”. I risultati del monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione – Asgi (28 gennaio 2026) ↩︎
Reprimere e punire: un nuovo «diritto della paura»?
Si profila all’orizzonte l’ennesima stretta securitaria, l’ennesimo intervento legislativo volto a dare risposta, nell’intenzione del governo italiano, alle emergenze sempre più pressanti della società italiana. Un intervento normativo preceduto e accompagnato da una narrazione ben precisa della realtà che viene veicolata in maniera ossessiva dai media e ripetuta a sostegno e giustificazione dell’ennesima risposta repressiva e punitiva rispetto a fenomeni sociali complessi che meriterebbero ben altro approccio e maggiore attenzione. Gli interventi normativi, soprattutto in campo penale, che stanno caratterizzando le politiche dell’attuale governo, sono state ampiamente analizzate e classificate in maniere diverse. Alcuni commentatori hanno parlato di un “diritto penale della perenne emergenza 1” proprio per sottolineare come gli interventi normativi di questi anni rispondano alla necessità di reprimere condotte illecite e punire colpevoli creati dagli allarmi lanciati dalla cronaca nera e dalle ansie ingenerate nella popolazione da media troppo spesso a caccia di sensazionalismo. Altri autori hanno anche parlato di “diritto penale massimo”, ovvero di un diritto penale che si caratterizza per la proliferazione delle fattispecie, delle aggravanti, degli aumenti incontrollati delle pene. Ma non solo. Si è anche parlato di un “diritto penale erratico, asistematico, imprevedibile” in quanto rappresenta più che altro una reazione impulsiva del legislatore che non tiene in alcun conto i principi di coerenza, razionalità e ragionevolezza giuridica che dovrebbero garantire l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale. Ma anche di “diritto penale di segno neocorporativo” utilizzato per compiacere particolari settori della popolazione o categorie professionali, ma anche segmenti delle stesse istituzioni, a danno del nemico di turno individuato alternativamente e cumulativamente nel migrante, nel disobbediente, nell’irregolare, sempre e comunque però in chi si trova ai margini della società. Ma tutti questi interventi legislativi, presentati come la risposta delle istituzioni al malessere crescente in alcuni strati sociali della nostra società, hanno mostrato i loro limiti e la loro incapacità di dare concreta risposta a fenomeni sociali complessi che richiederebbero ben altro tipo di attenzione. Così, non solo ci troviamo a dover commentare l’ennesimo pacchetto di misure repressive e punitive, ma dobbiamo fare i conti con l’ulteriore spostamento in avanti dell’asticella di quel securitarismo che nel privilegiare la sicurezza, l’ordine pubblico e la stabilità, comprime sempre di più diritti individuali e sociali, non cercando un equilibrio tra le contrapposte esigenze ma facendo pendere la bilancia sempre di più a favore delle prime. In questo contesto si inserisce la bozza del nuovo pacchetto sicurezza predisposto dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi 2. Si tratterebbe di un insieme di nuove norme indirizzate a rafforzare strumenti e organizzazione di Viminale e delle forze di polizia, ma anche dirette ad intervenire nel campo della sicurezza pubblica, della gestione dell’ordine, dell’immigrazione e della protezione internazionale. Le indiscrezioni giornalistiche e le bozze che circolano in queste ore si concentrano su alcune misure che, come già evidenziato, rappresentano quella risposta impulsiva di cui si è detto in precedenza. Ecco allora la previsione di: * una pena ad hoc per chi non si ferma all’alt delle forze polizia, con una pena della reclusione da sei mesi a cinque anni accompagnata dalle misure accessorie della sospensione della patente di guida e della confisca del veicolo, nonché dalla possibilità di arresto in flagranza differita; * fermo di prevenzione durante le manifestazioni, ovvero la possibilità per gli ufficiali e gli agenti di polizia, nel corso di specifiche operazioni di prevenzione svolte nell’ambito dei servizi di ordine e sicurezza pubblica disposti per manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, di accompagnare nei propri uffici e di trattenerle lì per non oltre 12 ore, per gli accertamenti di polizia, persone sospettate di costituire un pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche in relazione a specifiche circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, al possesso di armi, strumenti atti ad offendere, o all’uso di caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona; * l’arresto facoltativo in flagranza nei confronti di imputati minorenni per il porto illecito di coltelli e di altri particolari strumenti atti ad offendere; * una nuova aggravante per reati contro giornalisti e direttori di testata durante lo svolgimento delle loro funzioni o a causa di esse; * un ampliamento del catalogo dei reati per i quali si può applicare l’ammonimento del questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni, inserendo anche le ipotesi di lesione personale, rissa, violenza privata e minaccia qualora commessi con l’uso di armi o di strumenti atti ad offendere dei quali è vietato il porto in modo assoluto ovvero senza giustificato motivo; * una sanzione amministrativa a carico di chi è tenuto alla sorveglianza del minore sopra i 14 anni, salvo prova di non aver potuto impedire il fatto, impostazione che verrebbe estesa anche a casi collegati ad ammonimenti per atti persecutori o cyberbullismo. Uno specifico blocco di norme riguarderebbe, poi, immigrazione e asilo con misure per limitare ulteriormente i ricongiungimenti familiari, rendere più efficaci le espulsioni e introdurre norme che incidono anche sulle ONG con ipotesi di interdizione temporanea delle acque territoriali per ragioni di sicurezza nazionale e, in casi estremi, trasferimenti verso Paesi terzi. La bozza prevede che per lo straniero rintracciato dopo la violazione di un secondo ordine del questore non si proceda all’adozione di un nuovo provvedimento di espulsione, ma all’esecuzione del provvedimento in precedenza emesso. È anche prevista l’abrogazione della disposizione che prevede, senza alcuna verifica reddituale, il gratuito patrocinio nella fase giurisdizionale contro il provvedimento di espulsione del cittadino extra Ue e l’autorizzazione di una spesa complessiva pari a oltre 8 mln a favore del Viminale, per dare esecuzione ai rimpatri e far fronte all’attuazione del Patto europeo della migrazione ed asilo. Inoltre, i soggetti ‘pericolosi‘ per la sicurezza dello Stato potranno essere riconsegnati allo Stato di appartenenza dal Ministero dell’Interno. A chiudere il quadro, infine, vi sarebbe la previsione generalizzata della possibilità per i prefetti di creare zone rosse nelle aree caratterizzate da gravi e ripetuti episodi di illegalità. Una possibilità che oggi è invece prevista solo in casi eccezionali ed urgenti. Quello che sembra emergere da questo nuovo intervento emergenziale e securitario predisposto dal governo, è l’idea che si sta facendo sempre più strada un diritto della paura, ovvero un ordinamento giuridico basato sull’idea dell’esistenza di un costante pericolo per la nostra società e per la convivenza civile che richiede pertanto interventi sempre più repressivi e anche dimostrativi per attestare la forza dello Stato e la presenza di un potere pronto ad intervenire prontamente per reprimere e punire. Quanto poco efficace sia questo diritto della paura rispetto a fenomeni sociali che hanno radici profonde e che sono frutto di processi carsici di trasformazione della nostra società, credo che sia abbastanza evidente. Ma altrettanto evidente è che, per altro verso, i fenomeni che si intendono combattere con la sola repressione, sono espressione spesso del fallimento più evidente di quelle istituzioni che non sono in grado di dare risposte adeguate a disagi reali delle nostre comunità. 1. Il diritto penale della destra. Ovvero il diritto penale dell’insicurezza, giuridica e sociale, Questione giustizia ↩︎ 2. «Pacchetto sicurezza in Cdm a gennaio. Avanti con operazione Strade sicure», Intervista del ministro Piantedosi all’Adnkronos ↩︎
CPR, il Consiglio di Stato conferma: violato il diritto alla salute dei trattenuti
Il diritto dell’immigrazione è in continua evoluzione e la dinamicità che contraddistingue anche le politiche migratorie in questo particolare momento storico rappresenta una sfida per gli operatori del diritto. Sempre nuovi interventi legislativi adottati a livello nazionale si accompagnano a importanti e recenti pronunce giurisprudenziali che non sono passate sotto silenzio. Per non parlare, poi, di quelle riforme adottate a livello europeo che promettono di stravolgere ancora una volta il quadro di riferimento della normativa europea. Tra le novità giurisprudenziali che non sono passate inosservate e che hanno destato l’attenzione di molti commentatori 1, possiamo annoverare la sentenza della Corte costituzionale n. 96 del 2025, di cui in verità già abbiamo parlato, e la recentissima sentenza del 7 ottobre 2025, n. 7839 2 con la quale il Consiglio di Stato ha annullato parzialmente lo schema capitolato CPR per carenze relative alla tutela della salute e della prevenzione del rischio suicidario. Giurisprudenza italiana/Guida legislativa/CPR, Hotspot, CPA IL CDS ANNULLA IL CAPITOLATO D’APPALTO DEI CPR: STANDARD SANITARI INADEGUATI La sentenza dopo il ricorso di Asgi e Cittadinanzattiva Redazione 8 Ottobre 2025 L’ANTEFATTO Il 4 marzo 2024 il Ministero dell’Interno ha approvato con decreto lo schema di capitolato d’appalto per la gestione e il funzionamento dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). L’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e Cittadinanzattiva Aps hanno proposto ricorso al Tar Lazio contro il Decreto lamentandone l’incostituzionalità per violazione degli artt. 13 e 32, Cost. e contestando il mancato rispetto degli standard minimi di assistenza sanitaria. Inoltre, le suddette associazioni hanno denunciato la mancata considerazione delle peculiarità del contesto dei CPR e della specificità delle problematiche inerenti la salute mentale dei detenuti, legate spesso a traumi e torture subite. Il Tar Lazio ha respinto il ricorso, dichiarando le disposizioni del Decreto conformi al quadro normativo. LE RAGIONI DELL’APPELLO AL CONSIGLIO DI STATO Nonostante la prima battuta d’arresto, le Associazioni soccombenti in primo grado, hanno appellato la decisione dinanzi al Consiglio di Stato, censurando l’inadeguatezza del capitolato. In sede di appello, oltre a ribadire la mancanza di un sistema di regole uniforme volto a garantire l’assistenza sanitaria delle persone trattenute e l’assenza di misure specifiche essenziali per la tutela della salute mentale e la prevenzione del rischio suicidario, è stato contestato il difetto di istruttoria da parte del Ministero dell’Interno che avrebbe omesso di coinvolgere altre istituzioni competenti in materia di salute e detenzione e non avrebbe esaminato e considerato opportunamente i dati raccolti. LA DECISIONE DEL CONSIGLIO DI STATO Il Consiglio di Stato, nel dare ragione alle appellanti e nell’annullare in parte capitolato di gara impugnato, osserva che il punto di partenza per una corretta decisione deve essere proprio la disciplina specifica dei CPR e, in particolare, l’art. 14, comma 2, d. lgs. 286/1998 e la Direttiva del Ministro dell’Interno del 19 maggio 2022, “recante criteri per l’organizzazione dei centri di permanenza per i rimpatri”. Partendo da questo assunto, i giudici di appello arrivano ad affermare che il capitolato non rispetta alcune delle misure previste dalla normativa richiamata con specifico riferimento all’art. 3 commi 4,6 e 7. Nello specifico, le mancanze riguarderebbero la eventuale nuova visita di idoneità, l’inserimento della relazione del servizio socio-sanitario nel fascicolo processuale, la tenuta di un registro per gli atti di autolesionismo e suicidari, il diritto per il trattenuto di avere copia della propria cartella sanitaria. Ma non solo. Il Consiglio di Stato, infatti, ravvisa anche un difetto di istruttoria dovuto al mancato coinvolgimento di altre istituzioni, il Ministero della Salute e il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, quali “soggetti istituzionalmente deputati alla tutela della salute e, in generale, alla tutela dei soggetti in condizione di detenzione”. In particolare, secondo i giudici di appello “le Amministrazioni competenti sono chiamate ad un attento esame della situazione fattuale nei Centri, affinché la riformulazione delle disposizioni impugnate del capitolato possa tener conto di ogni elemento rilevante, nella prospettiva di garantire livelli di assistenza socio-sanitaria in linea con le previsioni costituzionali e sovranazionali”. Sulla scorta di queste considerazioni, il Consiglio di Stato è giunto alla conclusione che il capitolato di appalto impugnato doveva considerarsi parzialmente illegittimo. CONCLUSIONI E SCENARI FUTURI Ancora una volta ci troviamo al cospetto di una decisione giurisprudenziale che mette al centro la tutela della salute dei soggetti trattenuti e che supporta la tesi sostenuta da più parti della patogenicità dei Centri di Permanenza per i Rimpatri. Purtroppo, ancora oggi, nonostante i decessi avvenuti all’interno di tali strutture, nonostante i raccapriccianti report stilati da autorità di garanzia indipendenti, nonostante le tante denunce e segnalazioni provenienti dal mondo associativo e da singoli attivisti per i diritti umani, sono ancora tantissimi i giudici che ignorano questi aspetti e che non tengono in alcuna considerazione, nelle loro pronunce, la sistematica violazione del diritto alla salute che determina la detenzione in un Centro di Permanenza. Come, d’altra parte, è drammaticamente inspiegabile la paralisi delle Prefetture, delle Aziende Sanitarie e dello stesso Ministero dell’Interno, rispetto alle gravissime violazioni che vanno emergendo giorno dopo giorno. Tutto questo silenzio, tutta questa omertosa compartecipazione nella violazione del diritto alla salute delle persone trattenute, non è più accettabile. La sentenza del Consiglio di Stato apre spiragli per azioni importanti e rinvigorisce la lotta per la chiusura dei Centri di Permanenza per i Rimpatri, dimostrando ancora una volta che il gioco di squadra, la collaborazione, la circolazione dei “saperi” e delle competenze, è la strada maestra in una battaglia impari come quella che si sta combattendo. Senza farsi troppe illusioni, ma con la consapevolezza che non vi è altra strada da percorrere. Come dichiarato dall’avv. Salvatore Fachile in una recente intervista 3, “Il punto è che in questo momento ci sono centinaia di persone rinchiuse in strutture che sono regolate da un atto amministrativo che presenta profili d’illegittimità. Questi profili possono essere sollevati davanti a un giudice che può valutare sia sulla posizione del singolo sia su quella dell’intera comunità detenuta in quel luogo. Potenzialmente si può arrivare anche alla chiusura, mi riferisco per esempio a situazioni particolarmente problematiche come quella del Cpr di Palazzo San Gervasio 4”. Ed è proprio questo il nuovo terreno di scontro su cui si combatteranno probabilmente le battaglie giuridiche del presente e del futuro con la consapevolezza che in questo momento la strada è tutta in salita e l’obiettivo finale difficile da raggiungere. 1. Il Consiglio di Stato annulla parzialmente lo schema capitolato CPR per carenze relative alla tutela della salute e della prevenzione del rischio suicidario di Gennaro Santoro – Questione giustizia (5 novembre 2025) ↩︎ 2. ASGI e Cittadinanzattiva: Inadeguato il capitolato di appalto dei CPR per la tutela della salute delle persone trattenute ↩︎ 3. Il Consiglio di Stato boccia il capitolato dei Cpr. Che cosa succede ora, Luca Rondi – Altreconomia ↩︎ 4. Nel Cpr di Palazzo San Gervasio si continua a soffrire. Nonostante gli esposti in Procura, Luca Rondi – Altreconomia ↩︎
Riconosciuta la protezione speciale per il livello di integrazione raggiunto nel territorio nazionale dal ricorrente (art. 19, c. 1.1. TUI)
Il caso affrontato dal Tribunale di Potenza riguarda un cittadino della Repubblica di Guinea, accolto presso un centro di accoglienza, che si è visto negare ogni forma di protezione dalla Commissione territoriale. Il diniego è stato impugnato nei termini. All’esito del giudizio, il Tribunale di Potenza, richiamando l’art. 19 del D.Lgs. n. 286/1998, ha dichiarato che, stante l’elevato grado di integrazione nel territorio nazionale nel ricorrente, il suo allontanamento dal territorio italiano avrebbe comportato una violazione del diritto al rispetto della vita familiare, non essendoci ragioni di sicurezza nazionale o di ordine pubblico impeditive. La decisione del Tribunale si fonda sul fatto che il ricorrente si trova in Italia dal 2021 e sulla copiosa documentazione depositata che attesta il livello di integrazione raggiunto (contratti di lavoro, buste paga, contratto di locazione ad uso abitativo). Alla luce degli elementi sopra menzionati il Tribunale di Potenza ha ritenuto sussistenti i giusti motivi per riconoscere un permesso per protezione speciale anche in ragione delle conseguenze che sarebbero derivate dallo sradicamento a cui il ricorrente sarebbe stato sottoposto in caso di rimpatrio, subendo un pregiudizio dei diritti fondamentali e la violazione della vita privata intesa nella sua accezione più ampia, non legata cioè, esclusivamente all’esistenza di legami di carattere familiare. In conclusione, il Tribunale di Potenza ha ritenuto la fattispecie concreta rientrante nei casi di cui all’art. 19 commi 1 e 1.1. D.Lgs. 286/1998 e ha disposto la trasmissione degli atti al Questore per il rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale, ai sensi del combinato disposto dell’art. 19, commi 1.2, Decreto Legislativo 286/1998 e dell’art. 32, comma 3 del Decreto Legislativo n. 25/2008, come disciplinati dal Decreto Legge 130/2020 convertito in Legge 173/2020. Tribunale di Potenza, decreto del 15 ottobre 2025 Si ringrazia l’Avv. Arturo Raffaele Covella per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni relative al permesso di soggiorno per protezione speciale *
Bari come Palazzo San Gervasio: troppe ombre nei CPR italiani
Il 15 settembre abbiamo parlato del rapporto stilato dalla delegazione del Garante nazionale dei diritti della libertà personale (GNPL) 1 dopo la visita effettuata presso il CPR di Palazzo San Gervasio il 12 dicembre del 2024. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA IL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO SOTTO LA LENTE D’INGRANDIMENTO DEL GARANTE NAZIONALE Pubblicato il Rapporto sulla visita ispettiva del 12 dicembre 2024 presso la struttura lucana Avv. Arturo Raffaele Covella 15 Settembre 2025 Il 13 dicembre la stessa delegazione, composta dal prof. Mario Serio e dalle dott.sse Elena Adamoli e Silvia Levorato, ha effettuato una visita ispettiva anche al Centro di Permanenza per i Rimpatri di Bari – Palese, alla presenza del Vice Prefetto di Bari – Pasqua Erminia Cicoria -, dell’Ispettore Di Lorenzo (Ufficio immigrazione), della dott.ssa Stefania Mingolla, in qualità di responsabile del Centro e dell’assistente sociale – dott.ssa Noemi Borraccini. Anche la visita del 13 dicembre presso la struttura di Bari presenta elementi di grande interesse e merita un approfondimento. La relazione predisposta dalla delegazione, infatti, contiene un quadro generale della situazione del Centro, evidenzia numerose criticità e rappresenta un punto di partenza necessario per un ulteriore approfondimento sul sistema CPR in Italia. Nello specifico, la relazione si compone di 7 paragrafi dedicati a: * Informazioni generali; * Condizioni materiali; * Tutela della salute; * Assistenza psico-sociale; * Qualità della vita detentiva e contatti con l’esterno; * Sicurezza; * Diritto all’informazione e accesso alla giustizia. INFORMAZIONI GENERALI Il Centro di Permanenza di Bari – Palese è gestito dalla Cooperativa “La mano di Francesco” in forza di convenzione scaduta il 5 novembre 2024 e rinnovata per 1 anno. Dal progetto “Trattenuti” realizzato da ActionAid Italia e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari 2 apprendiamo che “La mano di Francesco”, cooperativa con sede legale a Favara, in provincia di Agrigento, gestisce il CPR di Bari dal 13 dicembre del 2023 3. Peraltro, anche se ad aprile del 2025 è stato indetto un nuovo bando per l’affidamento dei servizi di gestione, in scadenza a giugno, al momento la cooperativa continua ad operare in regime di proroga 4. Il Centro di Bari ha una capienza complessiva di 90 persone e al momento della visita erano presenti 82 trattenuti. Complessivamente, nel 2024 (fino al momento della visita), le persone trattenute risultavano essere 528, con diverse nazionalità, età variegate (dai 18 a 56 anni) e con status giuridici differenti. Proprio rispetto a quest’ultimo dato, la delegazione sottolinea che i trattenuti, al momento della visita, erano alloggiati in maniera promiscua senza alcuna distinzione in base allo status rivestito (persone trattenute per irregolarità amministrativa, richiedenti asilo, soggetti provenienti dal circuito penale). Con riferimento appunto alle condizioni generali del Centro, la delegazione evidenzia una prima criticità concernente la tenuta del registro degli eventi critici. Si tratta di un documento particolarmente importante in cui vengono annotati tutti i fatti che accadono all’interno del Centro e che possono avere rilievo per diverse ragioni. Nel registro, infatti, vengono registrati eventuali episodi di autolesionismo, tentativi di suicidio, incidenti, rivolte, risse, ma anche malori, ricoveri in ospedale. Una buona tenuta del registro consente dunque di avere un quadro della vita del CPR e di poter compiere un’analisi dettagliata anche delle principali situazioni di disagio o di malessere presenti. Nel caso di Bari, il registro degli eventi critici è costituito da un quadernetto scritto a mano (che riporta data, descrizione dell’evento rilevante e firma dell’operatore) composto da pagine non numerate e non siglate. Uno strumento che non presenta “le caratteristiche di un sistema che ne impedisca l’alterabilità, né garantisce una classificazione omogenea delle varie categorie di eventi e una numerazione progressiva degli inserimenti”. CONDIZIONI MATERIALI Circa le condizioni materiali del Centro, la delegazione parte da una descrizione sommaria della struttura evidenziando che questa è composta da 7 moduli detentivi con 18 posti cadauno. Ogni modulo contiene al suo interno le stanze di pernottamento, i bagni, una sala giochi con tavole e panche ancorate a terra. I moduli 1 e 6, visitati dalla delegazione, mostravano carenze igieniche legate alla situazione dei bagni che apparivano in cattive condizioni, maleodoranti e, in alcuni casi, privi di porte. Come nel caso del CPR di Palazzo San Gervasio, all’interno dei singoli moduli abitativi mancano campanelli di allarme utili in caso di necessità per richiamare l’attenzione del personale medico o del personale dell’ente gestore. Per quanto riguarda gli ambienti diversi dai moduli abitativi, la delegazione si sofferma in particolare sulla situazione della sala adibita ad aula di udienza. Una sala spesso utilizzata anche per lo svolgimento dei colloqui difensivi che, in alternativa, si svolgono direttamente in corridoio senza alcuna possibilità di riservatezza e sotto il controllo costante delle forze di polizia. Ma tornando a quanto riportato dalla delegazione rispetto all’aula di udienza, questa appare «priva delle caratteristiche di riservatezza e di tranquillità che devono connotare l’aula di udienza». Anche durante le udienze, infatti, il personale di polizia entra ed esce dalla sala e ciò rappresenta una violazione delle regole previste per l’udienza camerale. Una situazione che rispecchia la poca attenzione che viene riservato al controllo giurisdizionale sull’operato della Pubblica Amministrazione e alla importanza di un compiuto diritto di difesa. Un comportamento diffuso nei CPR che sfocia, in alcuni casi, in una sorta di “fastidio” per la presenza dei difensori nelle diverse strutture, soprattutto se questi compiono anche azione di segnalazione e di denuncia rispetto alle violazioni riscontrate. TUTELA DELLA SALUTE Rispetto al tema della tutela della salute, solamente nel mese di ottobre del 2024 è stato sottoscritto il protocollo d’intesa tra la Prefettura di Bari, e l’ASL, questione peraltro sollevata già in passato dal Garante Nazionale. L’adozione del protocollo è condizione necessaria ed indispensabile per l’accesso delle persone trattenute alle cure mediche e per garantire, dunque, una effettiva tutela sanitaria. Peccato che il personale medico in servizio al momento della visita mostra di non avere conoscenza dell’avvenuta sottoscrizione del protocollo e, quindi, del suo contenuto. Il medico, con cui la delegazione si è confrontato, viene descritto come «non adeguatamente informato sulle prescrizioni del Regolamento in materia di tutela della salute, soprattutto con riferimento alle questioni che attengono alle procedure di riesame sanitario, ai vincoli di valutazione dei piani terapeutici in caso di dimissioni, agli obblighi del medico in caso di possibili segni di violenza o tortura». Con riferimento a tale ultimo punto, in caso di possibili segni di tortura o di violenza, il medico riferisce «di non dare avvio ad alcuna procedura a fronte della negazione espressa dalla persona interessata». Si tratta di un atteggiamento non in linea con le Linee Guida sviluppate dall’Istituto Nazionale Salute Migrazione e Povertà (INMP) 5, dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM). Per questo il Garante Nazionale nella sua relazione raccomanda espressamente che i medici del CPR assicurino l’attuazione delle Linee Guida richiamate. Le informazioni raccolte dalla delegazione hanno poi consentito di verificare la presenza di importanti criticità rispetto soprattutto ai soggetti vulnerabili. In particolare emerge una scarsa collaborazione da parte del Serd e un problema legato alle tempistiche di presa in carico dei soggetti affetti da tossicodipendenza. Tra la segnalazione e la presa in carico, infatti, può trascorrere anche 1 settimana. Stesso problema si ripropone per l’accesso ai servizi che riguardano la tutela della salute mentale. Le visite specialistiche possono anche aver luogo dopo 3 settimane dall’accesso al CPR. Le criticità da ultimo richiamate, si sommano alla mancanza di protocolli specifici di trattamento delle vulnerabilità e del rischio suicidario. La prassi in uso presso il CPR di Bari è quella di destinare le persone in stato di particolare agitazione in una “stanza c.d. di accoglienza” con sorveglianza a vista da parte del personale di polizia. Una sorta di “stanza di isolamento”, almeno così viene percepita dai trattenuti. Si tratta di una procedura che non trova alcuna regolamentazione specifica e rispetto alla quale la delegazione non ha potuto effettuare alcuna verifica in quanto non esiste un registro dei transiti in tale particolare stanza. Infine, per motivi di sicurezza, le visite mediche vengono effettuate alla presenza di almeno 2 militari. Una prassi che si pone in contrasto finanche con le disposizioni della Questura di Bari del 23.11.2022 e che comunque rappresenta una grave violazione del rispetto della privacy e della tutela della dignità del trattenuto. ASSISTENZA PSICO SOCIALE L’attività del servizio di assistenza sociale è documentata ma, in pratica, i colloqui con i trattenuti vengono trasfusi in apposite relazioni solamente ove le circostanze lo richiedano, ad esempio, nel caso in cui vi sia una richiesta della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale o una specifica richiesta del difensore. In realtà, la mancata stesura di una relazione psicosociale e l’omesso invio all’Autorità di pubblica sicurezza costituisce una violazione del Regolamento CPR che prevede l’inserimento di tale documentazione nel fascicolo processuale della convalida o della proroga. QUALITÀ DELLA VITA DETENTIVA E CONTATTI CON L’ESTERNO La qualità della vita detentiva, da quanto emerge dalla relazione, non si può certo definire buona. Infatti, all’interno del CPR di Bari-Palese le attività ricreative, sociali e religiose sono del tutto assenti. Non vi è alcuna intesa con soggetti esterni della società civile per l’organizzazione di attività del tipo sopra richiamato e gli unici contatti con il mondo esterno sono limitati ai colloqui con i difensori. È stato da poco avviato un servizio di prestito bibliotecario e, anche se è presente un campo sportivo nel Centro, questo non viene mai utilizzato. Peraltro, come già visto nel caso di Palazzo San Gervasio, al momento dell’ingresso ai trattenuti vengono requisiti i cellulari di tipo smartphone, e, diversamente da Palazzo San Gervasio, non viene fornito alcun cellulare di vecchia generazione da parte dell’ente gestore. Inoltre nella struttura non vi sono telefoni fissi che possono essere utilizzati dai trattenuti. Pertanto, sono gli stessi cittadini stranieri a doversi adoperare per recuperare in qualche modo un dispositivo cellulare di vecchia generazione da utilizzare per comunicare con familiari, amici e con lo stesso difensore. Tale prassi limita fortemente la possibilità di accesso alle comunicazioni con il mondo esterno da parte dei trattenuti, genera forti disparità tra trattenuti e rappresenta anche un’evidente compromissione del diritto di difesa limitando la possibilità di interazione tra avvocato e assistito. Ecco perché il Garante Nazionale nella relazione stigmatizzata tale situazione e raccomanda di assicurare alle persone trattenute nel CPR di Bari la libertà di corrispondenza telefonica. SICUREZZA Il modello organizzativo adottato nel centro appare decisamente singolare in quanto il servizio di vigilanza è affidato ad un esiguo gruppo interforze (composto da unità della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza) a cui si aggiunge un’ampia squadra di personale dell’esercito. In particolare, il personale dell’esercito, come osservato dalla delegazione durante la visita, svolge anche compiti di sorveglianza dei cittadini stranieri, entra nei moduli abitativi, preleva i trattenuti e li accompagna nell’aula di udienza. Si tratta di mansioni che non dovrebbero essere svolte da tali soggetti e, infatti, il coinvolgimento delle Forze armate in tali funzioni, non è in linea con quanto stabilito dal Regolamento nazionale sui CPR e con lo stesso Regolamento del CPR di Bari adottato dalla Prefettura nel giugno del 2024. Peraltro, la sorveglianza effettuata dal personale delle Forze armate è particolarmente pervasiva, tanto che osserva la delegazione del Garante Nazionale: il personale delle Forze armate «rimaneva presente all’interno della stanza ovi si stava svolgendo l’udienza in modalità da remoto». DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E ACCESSO ALLA GIUSTIZIA Rispetto alle informazioni fornite agli stranieri in ingresso e in materia di accesso alla giustizia, sono diverse le criticità che emergono nel rapporto pubblicato lo scorso agosto. In primo luogo, va evidenziato che la Prefettura di Bari ha adottato nel mese di giugno del 2024 un nuovo Regolamento del CPR. Si tratta di un testo che ricalca sostanzialmente quanto stabilito dal Regolamento nazionale senza offrire una definizione puntuale e precisa delle regole di convivenza nella struttura e dei servizi garantiti. In secondo luogo, il materiale adottato dall’informatore legale non è aggiornato con le modifiche normative intervenute con l’emanazione del Decreto Legge n. 124 del 2023 6, soprattutto con riguardo ai tempi massimi del trattenimento e alle scadenze delle proroghe. A Bari come a Palazzo San Gervasio, poi, la prassi utilizzata per la presentazione delle domande di asilo genera ritardi nel riconoscimento dello status di richiedente asilo, in quanto, in prima battuta, viene semplicemente riportato che lo straniero vuole un colloquio con l’Ufficio immigrazione e, quindi, in attesa che si svolga effettivamente il colloquio, lo straniero non è considerato ancora richiedente asilo. Una prassi non in linea con quanto stabilito dalla giurisprudenza nazionale ed europea, secondo la quale, lo straniero deve essere considerato richiedente asilo dal momento in cui manifesta la volontà e non dalla formalizzazione della domanda di protezione internazionale. Infine, vi sono problemi anche rispetto alle nomine dei difensori di fiducia. Non è previsto, infatti, nell’elenco del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bari dedicato ai difensori abilitati al patrocinio a spese dello Stato, una specifica categoria dedicata “al diritto dell’immigrazione”, mentre sono specificate almeno una quarantina di altre diverse specializzazioni. CONCLUSIONI La visita della delegazione presso il Centro barese e il rapporto successivamente predisposto dal Garante Nazionale, evidenzia una situazione caratterizzata da forti criticità e da palesi violazioni dei diritti delle persone trattenute. Le violazioni più evidenti e più odiose riguardano il diritto alla salute che, soprattutto per i soggetti vulnerabili, è messo a dura prova all’interno del CPR di Bari. La mancata conoscenza di protocolli e delle Linee Guida da parte dei sanitari è segno di una grave superficialità nell’approccio al lavoro all’interno del Centro, ma mostra anche di un deficit di formazione e di scelta di personale da parte dell’ente gestore. Mancanze gravi che non possono essere sottaciute e che andrebbero affrontate con maggiore attenzione e serietà dagli organi preposti a svolgere attività di controllo. Anche le omissioni dei medici in caso di segni evidenti di violenza e tortura, oltre che rappresentare palesi violazioni deontologiche, andrebbero valutate da chi di dovere per le opportune verifiche di quanto realmente accade nella struttura. Le segnalazioni raccolte da diverse associazioni che operano per il rispetto dei diritti dei trattenuti, parlano di violenze perpetrate ai danni dei trattenuti e andrebbero considerate con maggiore attenzione dalle Autorità competenti. D’altra parte, l’organizzazione di tipo militare in essere all’interno del CPR con un uso eccessivo del personale dell’esercito, anche per compiti e mansioni non di competenza, il controllo e la presenza asfissiante dei militari e degli agenti sia durante le udienze, sia durante i colloqui difensivi, sia ancora durante le visite mediche, non è certo un buon segno e non crea un clima positivo all’interno della struttura. In conclusione, per ricordare ancora una volta cosa significa fare l’esperienza del CPR, può essere opportuno riportare la “confidenza” fatta dal medico della struttura alla delegazione in visita: «Le persone, durante il trattenimento, peggiorano notevolmente la condizione psichica e, a maggior durata della permanenza presso il CPR, corrisponde un più elevato rischio di decadimento psichico». In queste parole è racchiuso tutto il senso del fallimento del sistema CPR e la necessità di un intervento politico per superare tale sistema. 1. Rapporto sulle visite effettuate ai Cpr di Palazzo San Gervasio e di Bari il 12 e il 13 dicembre 2024 ↩︎ 2. Un report e la piattaforma opendata costituiscono il progetto “Trattenuti” frutto di un lavoro collettivo di raccolta e analisi dei dati svolto da ActionAid Italia e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari ↩︎ 3. Qui la pagina sul CPR di Bari Palese dal Rapporto “Trattenuti” di Action Aid e UniBa ↩︎ 4. Gara europea a procedura aperta per l’affidamento dei servizi di gestione del CPR, Prefettura di Bari ↩︎ 5. Programma nazionale “Linee guida sulla tutela della salute e l’assistenza socio-sanitaria alle popolazioni migranti” ↩︎ 6. Il Decreto Legge n. 124 del 2023 è un provvedimento urgente che contiene “Disposizioni urgenti in materia di politiche di coesione, per il rilancio dell’economia nelle aree del Mezzogiorno del Paese, nonché in materia di immigrazione”. Tra le principali misure, detta disposizioni relative ai centri di permanenza per i rimpatri ↩︎
September 25, 2025
Progetto Melting Pot Europa
Il CPR di Palazzo San Gervasio sotto la lente d’ingrandimento del Garante Nazionale
Sono stati pubblicati alla fine di agosto i rapporti stilati dalla delegazione del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale che il 12 e 13 dicembre ha fatto visita ai Centri di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio e Bari – Palese 1. Si tratta di documenti importanti intanto per l’autorevolezza dell’Autorità che ha provveduto alla loro redazione, ma anche per i contenuti che confermano, se ancora ve ne fosse bisogno, le gravi mancanze che tali strutture presentano. In questo articolo ci soffermeremo su quanto riscontrato dalla delegazione nel Centro di Palazzo San Gervasio, rimandando ad altro intervento l’analisi della visita effettuata presso la struttura detentiva di Bari – Palese. LA VISITA PRESSO IL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO Il 12 dicembre 2024 una delegazione del Garante Nazionale, composta dl prof. Mario Serio e dalle dott.sse Elena Adamoli e Silvia Levorato, ha avuto accesso al CPR di Palazzo San Gervasio e nel corso dell’accesso ha avuto modo di interloquire con il Funzionario responsabile del dispositivo di vigilanza, con la responsabile dell’Ufficio immigrazione e con la responsabile dell’ente gestore – Cooperativa Officine Sociali, ma anche con diverse figure professionali presenti nella struttura. Assente invece la Prefettura di Potenza che, come riporta il rapporto, “non è stata in grado, per esigenze di ufficio, di inviare un proprio funzionario”. Un’assenza che non stupisce chi conosce le dinamiche del Centro di Permanenza di Palazzo San Gervasio ed è costretto a scontrarsi con le costanti assenze e i colpevoli silenzi della Prefettura di Potenza. La relazione pubblicata nel mese di agosto, dopo il preventivo invio alle autorità preposte ad effettuare osservazioni (Prefettura e Questura di Potenza) si compone di più parti, alcune destinate a fornire le informazioni generali sulla struttura visitata, altre ad analizzare singoli aspetti della vita dei trattenuti e dei servizi offerti (condizioni materiali, tutela della salute, assistenza psicologica e sociale, qualità della vita detentiva e contatti con il mondo esterno, sicurezza, diritto all’informazione e accesso alla giustizia). Per ognuna delle sopra indicate sezioni, oltre ad un’analisi della situazione riscontrata, la delegazione effettua una serie di raccomandazioni al fine di risolvere e migliorare le criticità riscontrate. CONDIZIONI MATERIALI DELLA STRUTTURA Con specifico riferimento alle condizioni materiali, il Garante evidenzia come la struttura appaia connotata da scarsità di arredi, sbarre alle finestre e una copertura metallica a maglia molto fitta intorno ai moduli abitativi. Si tratta di un rilievo già effettuato in passato dallo stesso ufficio del Garante Nazionale, oltre che dai rapporti pubblicati da ASGI 2 e da CILD 3 negli anni scorsi. I moduli abitativi sono 14 e sono circondati da alte cancellate perimetrali. Un’area abitativa è vuota e viene utilizzata solo nel caso in cui si renda necessario sfollare temporaneamente un settore per interventi di riparazione. I moduli visitati sono privi di spazi di socialità/mensa come invece richiede il Regolamento sui CPR all’art. 4, paragrafo 4, lett. G 4. Gli ambienti, inoltre, si presentano molto bui a causa della copertura fitta dell’area esterna. Non vi sono campanelli di chiamata utilizzabili per chiedere interventi di urgenza del personale in casi di necessità (come malori, aggressioni, disordini) e questa appare una elementare violazione degli standard di sicurezza che appare ancora più significativa nel CPR di Palazzo San Gervasio per la conformazione della struttura e la distanza che sussiste tra i moduli detentivi e l’area medica o l’area in cui sosta il personale di polizia. Rispetto a tale situazione, la delegazione evidenzia come il Garante Nazionale abbia già in passato evidenziato tale situazione e ribadisce pertanto la necessità di dotare i moduli detentivi di campanelli di allarme. Per quanto riguarda invece gli ambienti esterni ai moduli, la delegazione evidenzia le seguenti carenze: 1) assenza di locali per l’attività dell’informatore legale che è costretto a svolgere i colloqui con i trattenuti all’aperto davanti ai singoli moduli detentivi con i trattenuti oltre le sbarre; 2) la mancanza di ambienti per lo svolgimento di attività ricreative o formative. Di fatto, le attività vengono pianificate nell’unico locale disponibile nella palazzina uffici, la sala c.d. di degenza, utilizzata anche per i colloqui dello psicologo e dell’assistente sociale. Una sala che può ospitare non più di 4 persone. In alternativa le attività devono svolgersi all’aperto, quando possibile. Altra importante mancanza riguarda proprio la sala di degenza che dovrebbe essere adibita a “locale di osservazione sanitaria” per l’alloggiamento temporaneo di persone con particolari esigenze sanitarie. Tale locale appare privo dei requisiti minimi funzionali allo scopo cui è preordinata. Manca infatti un accesso diretto ai servizi igienici, presenta una scaffalatura occupata da faldoni e documentazione in uso allo psicologo, all’assistente sociale e all’informatore legale. Per completezza e in aggiunta a quanto rilevato dalla delegazione nel mese di dicembre del 2024, possiamo dire che da diversi mesi la situazione è addirittura peggiorata. Infatti, come denunciato da ASGI in una missiva inviata alla Prefettura di Potenza che non ha ottenuto alcuna risposta, da diversi mesi la c.d. sala di degenza viene utilizzata anche per i colloqui difensivi essendo stata occupata la sala che in precedenza veniva utilizzata dagli avvocati per incontrare i propri assistiti. Per quanto riguarda invece l’infermeria, la delegazione ha evidenziato la mancanza di un lavandino nella sala dove vengono effettuare le visite e somministrati i farmaci in violazione della normativa che prescrive i requisiti minimi che deve possedere un Ambulatorio medico, ed in particolare un lavandino con rubinetto a pedale. Appare singolare che nelle visite e accessi compiuti dalle autorità chiamate a vigilare sul CPR di Palazzo San Gervasio, tale mancanza non sia mai stata evidenziata. Strano che gli addetti dell’ASP e delle altre autorità di controllo non abbiano mai rilevato tale mancanza che appare particolarmente grave. TUTELA DELLA SALUTE Dalle informazioni raccolte dalla delegazione nel corso della visita anche a seguito del colloquio con il medico di turno, sono emerse difficoltà relative alle verifiche sanitarie preliminari da effettuare al momento dell’ingresso e la mancanza di documentazione sanitaria attestante i problemi di salute e le terapie in corso da parte degli stranieri che vengono condotti nella struttura. Una situazione che riguarda soprattutto i soggetti tossicodipendenti i quali fanno accesso alla struttura senza una preventiva, reale e concreta verifica della loro condizione e, quindi, della loro compatibilità con la vita ristretta. Particolarmente gravi appaiono le dichiarazioni della direttrice del Centro che riferisce alla delegazione in visita di aver avuto indicazione di accettare in ingresso nel CPR anche persone che giungono senza visita medica. Tale situazione sarebbe avvalorata da quanto sostenuto dal protocollo sottoscritto dalla Prefettura di Potenza, dalla Questura di Potenza, dall’Azienda ospedaliera San Carlo di Potenza e dall’Ente gestore, che consente di effettuare la visita anche nelle successive 48 ore, ma si pone in contrasto con la Direttiva Lamorgese contenente il Regolamento sui CPR, che prevede un termine di 24 ore. Il Garante, pertanto, raccomanda di allinearsi a quanto previsto dal Regolamento CPR garantendo la visita di idoneità al massimo nelle 24 ore successive all’ingresso nel Centro. Ma le mancanze rilevate non si limitano a questo. Il Garante evidenzia anche la prassi in uso presso il CPR di Palazzo San Gervasio di consentire che lo screening sanitario in ingresso sia effettuato dall’operatore sanitario presente al momento, considerato che la presenza del medico è garantita soltanto per 35 ore settimanali. Tale differimento della visita medica è rischiosa e può arrecare danno alle persone che fanno il loro ingresso e anche alle persone che già sono trattenute nel Centro. Inoltre, oltre alle ragioni di opportunità a che tale prassi non venga seguita, vi sono anche ragioni di legittimità. La compilazione di una scheda medica da parte di personale che non riveste tale qualifica può considerarsi legittima? Ancora, sulle problematiche che attengono al diritto alla salute, si sottolinea nel rapporto che “anche alla luce della documentazione esaminata” e riguardante alcune segnalazioni pervenute al Garante, nella pratica la rivalutazione sanitaria può giungere con molto ritardo rispetto al manifestarsi delle vulnerabilità e soprattutto che, “nel caso di valutazioni psichiatriche, il medico si limita a stabilire una terapia senza interrogarsi sulla compatibilità delle condizioni di salute della specifica persona con la misura restrittiva cui è sottoposto”. Mancano inoltre protocolli di trattamento delle vulnerabilità e del rischio suicidario e in caso di azioni di autolesionismo ci si limita ad aumentare i colloqui con psicologo e assistente sociale. Un paragrafo, poi, è dedicato anche alla fase delle dimissioni dei trattenuti e alle assurde condizioni in cui queste avvengono. Sul punto il Garante evidenzia come le prassi in uso presso il CPR di Palazzo San Gervasio violino la disciplina di settore per i rimpatri e, in casi specifici, anche le raccomandazioni mediche. QUALITÀ DELLA VITA DETENTIVA E CONTATTI CON IL MONDO ESTERNO Nonostante un programma di iniziative previste per il giorno della visita (attività all’aperto, art therapy, giochi di società, calcio, gruppo di psicoterapia e corso di lingua italiana), la delegazione fa rilevare nel rapporto che “fatto salvo l’accesso al campo sportivo, le attività programmate il giorno della visita non avevano luogo concretamente, mentre psicologo e assistente sociale si limitavano a passeggiere accanto ai settori per qualche colloquio con gli stranieri”. Tale affermazione riassume perfettamente la realtà del Centro di Palazzo San Gervasio dove è facile riscontrare una costante discrasia tra quanto formalmente dichiarato e quanto concretamente attuato. D’altra parte, la mancanza di strutture, di spazi idonei, di convenzioni con associazioni esterne, rende la realizzazione di attività ricreative, sociali e culturali una semplice utopia. Quanto alla possibilità di mantenere rapporti con il mondo esterno, questa è fortemente limitata, se non addirittura preclusa, dalla prassi in uso presso il Centro di requisire i cellulari personali al momento dell’ingresso. L’unica possibilità di comunicare con il mondo esterno è data dall’utilizzo di un cellulare (non smartphone) che deve essere condiviso dagli ospiti dei singoli moduli. Tale condizione crea tensioni tra i trattenuti per l’utilizzo del telefono e limita anche la possibilità di comunicare con familiari e con il difensore. Per questo il Garante raccomanda di assicurare alle persone trattenute la libertà di corrispondenza che al momento appare limitata fortemente e si invita a garantire anche la possibilità di effettuare videochiamate. DIRITTO ALL’INFORMAZIONE E ACCESSO ALLA GIUSTIZIA Oltre alle condizioni di estrema precarietà che contraddistinguono la somministrazione della informativa legale da parte degli operatori legali, la delegazione ha evidenziato nel rapporto anche l’esiguità del Regolamento interno del Centro che si limita a riproporre alcune norme del Regolamento ministeriale senza aggiungere altro e senza regolamentare nello specifico il trattamento riservato ai soggetti trattenuti nella struttura di Palazzo San Gervasio. Assente nel regolamento è ogni riferimento ai controlli per il rinvenimento di oggetti vietati, o la custodia degli effetti personali, ma anche le modalità di presentazione di domante da parte dei trattenuti (istanze, reclami, richieste di protezione internazionale). Allo stesso modo non vi sono regole scritte che determinano le procedure di nomina dell’avvocato di fiducia, i colloqui e le visite, le modalità di comunicazione con l’esterno, l’accesso ai servizi, la fruizione delle attività, l’acquisto di beni, le regole di comportamento e di convivenza, la consultazione del cellulare personale. > In mancanza di norme scritte e precise, prevale la discrezionalità o > addirittura l’arbitrarietà. Tra le mancanze più importanti rilevate rispetto all’accesso alle informazioni e al diritto di difesa, oltre alla mancanza di mediatori culturali in grado di parlare il portoghese o le lingue asiatiche (Hindi, urdu, farsi, pshtu), lingue utilizzate da una quota non trascurabile di stranieri trattenuti, spicca la mancanza di pratiche tempestive per consentire la registrazione della volontà di chiedere la protezione internazionale. La prassi in uso presso il CPR di Palazzo San Gervasio prevede che lo straniero debba fare richiesta di colloquio con l’Ufficio immigrazione per il tramite del personale dell’ente gestore e che solo in sede di colloquio con l’Ufficio immigrazione viene presa in considerazione e formalizzata la richiesta di protezione internazionale. Considerando che l’Ufficio immigrazione non è operativo dal sabato pomeriggio al lunedì mattina, è facile che passino diversi giorni prima che una richiesta di colloquio venga presa in carico. Quanto poi al diritto di assistenza legale, il Garante evidenzia nel rapporto la necessità di inserire nel regolamento del Centro le modalità di nomina del legale di fiducia, che sia l’ente gestore a raccogliere le nomine e, infine, che la nomina venga tempestivamente comunicata al difensore incaricato. CONCLUSIONI Ancora una volta, il Garante nazionale ha evidenziato la presenza di gravi mancanze e di criticità all’interno del Centro di Permanenza per i Rimpatri di Palazzo San Gervasio. Criticità che riguardano la struttura e la gestione della stessa, ma anche la mancanza di controlli da parte delle autorità che dovrebbero vigilare sul rispetto delle regole all’interno del Centro. La compressione di diritti fondamentali come quello ad una compiuta informazione legale o quello alla tutela della salute, anche dopo gli episodi numerosi e reiterati che sono stati segnalati in questi mesi, ma soprattutto dopo il decesso del povero Oussama Darkaoui il 5 agosto 2024 5, non sono più giustificabili, accettabili, tollerabili. Il rapporto della visita compiuta dalla delegazione del Garante nazionale lo scorso 12 dicembre, rappresenta l’ennesima dimostrazione che il CPR di Palazzo San Gervasio è un luogo strutturalmente patogeno e che troppe sono le omissioni da parte delle autorità a vari livelli. 1. Leggi il rapporto sulle visite effettuate ai Cpr di Palazzo San Gervasio e di Bari il 12 e il 13 dicembre 2024 ↩︎ 2. Diritti negati al CPR di Palazzo San Gervasio. Report e raccomandazioni di ASGI – 17 giugno 2022 ↩︎ 3. Buchi neri. La detenzione senza reato nei CPR – 15 ottobre 2021 ↩︎ 4. Si veda la direttiva ↩︎ 5. Oussama Darkaoui, un anno dopo: il ricordo, la lotta, la speranza ↩︎
September 15, 2025
Progetto Melting Pot Europa
CPR di Palazzo San Gervasio: dall’esasperazione alla protesta per denunciare condizioni disumane
Sono stati giorni di forti tensioni quelli appena trascorsi nel Centro di Permanenza di Palazzo San Gervasio in Basilicata. Giorni particolari sfociati nella eclatante protesta del 5 agosto con 9 trattenuti che salgono sul tetto dei moduli abitativi per manifestare tutto il loro disappunto e la loro frustrazione per le condizioni in cui sono costretti a vivere. Una protesta che si consuma, ironia della sorte, mentre all’esterno un gruppo di attivisti e di associazioni svolgevano un pacifico sit-in per ricordare il giovane Oussama Darkaoui, morto nel Centro di Palazzo San Gervasio, il 5 agosto del 2024. Notizie/CPR, Hotspot, CPA OUSSAMA DARKAOUI, UN ANNO DOPO: IL RICORDO, LA LOTTA, LA SPERANZA Dal CPR di Palazzo San Gervasio, una storia che chiede giustizia Avv. Arturo Raffaele Covella 5 Agosto 2025 La manifestazione dei 9 “ribelli” è durata diverse ore e si è conclusa solamente a tarda sera con l’arresto in flagranza di 2 manifestanti. Per altri 7 partecipanti, invece, si è provveduto con l’arresto in flagranza differita dopo l’analisi delle immagini delle videocamere e delle foto scattate dalla polizia. Tale procedura è stata applicata in base alle disposizioni del Decreto Sicurezza 2025 (D.L. 48/2025, convertito in legge n. 80 del 9 giugno 2025), approvato definitivamente dal Senato il 4 giugno, che ha esteso l’uso della flagranza differita anche a reati commessi nel corso di manifestazioni pubbliche. E’ stata la prima applicazione in Basilicata del nuovo decreto. A tutti i partecipanti sono stati contestati i reati di danneggiamento e rivolta. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA DDL SICUREZZA: AUMENTI DI PENE, REATO DI RIVOLTA, NORMA ANTI ONG, DIVIETO DI SIM PER CHI NON HA IL PDS L’analisi del Capo III articolo per articolo 19 Ottobre 2024 Gli arresti sono stati successivamente convalidati dal gip del Tribunale di Potenza; mentre, però, per il promotore della protesta è stata confermata la misura cautelare della detenzione in carcere, per gli altri, non essendo stata disposta alcuna misura cautelare, si è provveduto solamente al trasferimento in altri Cpr. PH: Melting Pot Quanto accaduto riporta l’attenzione sul CPR di Palazzo San Gervasio e sulle condizioni di vita nella struttura. La protesta del 5 agosto non può, infatti, essere declassata a semplice notizia di cronaca. Si tratta piuttosto di capire le ragioni che hanno indotto queste persone a manifestare. Sarà infatti il Tribunale di Potenza a pronunciarsi sulle ipotesi di reato contestate e a determinare le eventuali responsabilità per i fatti contestati. Noi osservatori abbiamo invece la responsabilità di provare a capire il perché di una protesta che, anche alla luce degli ultimi interventi normativi, rende non certo facile la situazione degli attuali indagati. Comprendere le ragioni della protesta, allora, vuol dire interrogarsi sulle condizioni di vita all’interno del CPR di Palazzo San Gervasio e sulla incompatibilità tra queste condizioni e la dignità umana. La protesta del 5 agosto è il punto di arrivo di una settimana di tensioni. PH: Melting Pot Lo sfogo finale di un gruppo di trattenuti stanchi di subire, non solo la privazione della libertà determinata dalla detenzione, ma anche la privazione della dignità determinata dalle condizioni di quel trattenimento. Chiusi in gabbia con temperature che, nelle ore più calde della giornata, arrivano anche a 37°, privati della possibilità di utilizzare il campo di calcio (unico “diversivo” presente nella struttura), davanti al gip di Potenza, i ragazzi hanno raccontato anche dei ritardi nella somministrazione dei pasti, della scarsa qualità del cibo somministrato, dei tanti che hanno avuto malori nei giorni precedenti e che non sono stati portati in ospedale. Non possiamo dimenticare le reali condizioni di vita degli stranieri trattenuti nei Centri di Permanenza. Privati della libertà e spogliati della dignità, rimane solo la disperazione. Ignorare queste condizioni significa accettare tacitamente che luoghi come il CPR di Palazzo San Gervasio possano continuare a esistere in questo stato. Non si tratta di giustificare o condannare un gesto, ma di comprenderne le radici: le proteste non nascono nel vuoto, ma germogliano in un terreno fatto di soprusi, disattenzione e silenzi istituzionali. Senza uno sguardo lucido e onesto sulla realtà quotidiana di chi è trattenuto, episodi come quello del 5 agosto verranno liquidati come atti di teppismo o criminalità, mentre sono – in verità – la fotografia di un sistema che produce sofferenza e frustrazione. Raccontare e analizzare queste vicende significa dare voce a chi, rinchiuso dietro le sbarre di un CPR, viene reso invisibile. E l’invisibilità, in una democrazia, è la forma più subdola di negazione dei diritti. PH: Melting Pot
Oussama Darkaoui, un anno dopo: il ricordo, la lotta, la speranza
«La pace, la misericordia e le benedizioni di Dio siano su di voi. Vogliamo esprimere la nostra sincera gratitudine a tutte le associazioni della provincia di Potenza e all’Avvocato Covella per il loro prezioso sostegno. Ringraziamo di cuore tutte le persone che hanno collaborato con noi nel seguire la vicenda, contribuendo a far conoscere la verità con rispetto e dedizione. Un ringraziamento speciale va anche a coloro che hanno seguito con attenzione il caso di mio figlio, Oussama Darkaoui, impegnandosi nell’accertamento della verità. Vi chiediamo di continuare a seguire il fascicolo fino alla conclusione del processo, affinché giustizia sia pienamente fatta. Rinnoviamo la nostra fiducia nella giustizia italiana, nella quale crediamo profondamente. Le notizie che ci arrivano ci parlano di persone competenti e umanamente straordinarie. Grazie di cuore a tutti». Con questo messaggio il padre del giovane Oussama Darkaoui, morto nel Centro di Permanenza di Palazzo San Gervasio il 5 agosto del 2024, ha voluto ricordare la vicenda del figlio e ringraziare tutti coloro che si stanno adoperando per arrivare alla verità e fare giustizia. Notizie/CPR, Hotspot, CPA NEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO MUORE UN RAGAZZO DI 19 ANNI SOTTO GLI OCCHI ATTONITI DEI COMPAGNI Un'altra morte che non può avere giustificazioni: ad essere sotto accusa è l’intero sistema dei CPR italiani Avv. Arturo Raffaele Covella 6 Agosto 2024 Sono parole semplici, dirette, sincere. Sono le parole di un padre che, nonostante la tragedia per il lutto subito, continua ad avere fiducia e speranza nel prossimo. Oussama è morto nel CPR di Palazzo San Gervasio esattamente un anno fa. La sua è la storia di tanti ragazzi che abbandonano tutto e vengono in Europa con la speranza di poter realizzare i loro sogni. La voglia di migliorare la loro condizione, di poter essere utili per coloro che restano nel paese di origine, il desiderio di realizzare un sogno, sono le ragioni principali di questi viaggi. Oussama Darkaoui Oussama aveva scelto l’Italia per la sua grande passione per il calcio e perchè sognava un giorno di poter giocare in una grande squadra. Un sogno comune a tanti giovani al di là della nazionalità o del colore della pelle. Un sogno che però si è infranto presto quando il giovane Oussama ha fatto esperienza della dura realtà del nostro Paese. Le difficoltà di ottenere un documento per soggiornare regolarmente, il viaggio a Napoli in cerca di lavoro e, infine, il trasferimento, dopo un controllo di polizia, nel Centro di Permanenza di Palazzo San Gervasio. I ragazzi che con lui hanno vissuto la drammatica esperienza del CPR di Palazzo San Gervasio lo descrivono come un ragazzo generoso, solare, disponibile. Un ragazzo in salute a cui piaceva fare sport e tenersi in allenamento. Eppure, i documenti ci mostrano una realtà più complessa e probabilmente un carattere non abbastanza forte per resistere alla durezza della vita nel CPR. Sono bastati pochi giorni in quel lager maledetto prima che i segni sul corpo e nella mente del povero Oussama iniziassero a palesarsi. Le ferite auto inferte sulle braccia e sulle gambe, l’ingestione di pezzi di vetro e di ferro, sono stati i primi gesti mediante i quali Oussama ha cercato di comunicare il proprio disagio, la propria sofferenza, il dolore per quella condizione in cui era costretto a vivere. Segni che non sono stati colti, che non sono stati ascoltati per menefreghismo ma non solo. L’autolesionismo e i tentativi di suicidio in Centri come quello di Palazzo San Gervasio sono la normalità e non vengono presi sul serio. Sono minimizzati e vengono interpretati non come il segno di un disagio ma come una simulazione messa in atto per trovare una via di uscita da quella situazione di detenzione. Così la risposta che viene data, la stessa offerta a Oussama, è il ricorso a forti dosi di psicofarmaci per fiaccare il corpo e la mente. Il torpore garantisce calma e serenità e alleggerisce il lavoro di chi dovrebbe invece operare per rendere meno gravosa la vita all’interno di quel lager. Così, il 5 agosto, imbottito di farmaci, il corpo di Oussama dice basta e la sua anima, in cerca di libertà, decide di volare via da quel Centro maledetto. È trascorso un anno, ma non è trascorso invano. È stato un anno di battaglie e di rivendicazioni per ottenere la chiusura del CPR di Palazzo San Gervasio e non solo. È stato un anno di consapevolezza che ha portato tanti cittadini lucani a prendere coscienza di quanto accade in quella struttura. È stato un anno di indagini scrupolose da parte della Procura per arrivare a determinare le cause della morte di Oussama e i responsabili. Certo, siamo ancora in attesa di ottenere verità e giustizia, ma questo anno non è stato caratterizzato da immobilismo, tutt’altro. Anzi, possiamo affermare che in questo anno Oussama è diventato il simbolo della consapevolezza che sta animando tantissimi giovani lucani e diverse realtà associative. Oussama continua a vivere tra noi e ad spronare le lotte quotidiane di tanti contro il CPR di Palazzo San Gervasio, contro la detenzione amministrativa e contro politiche di odio e di divisione. Un vento attraversa la nostra terra sussurrando la storia di Oussama e ci ricorda che non possiamo distogliere lo sguardo su quanto accade ogni giorno all’intero dei Centri di Permanenza per i Rimpatri.