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Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” 1, pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra un record di oltre 10.000 morti in mare durante il viaggio verso la Spagna nel 2024. In un quadro globale sempre più caratterizzato da deportazioni verso Paesi terzi, incarcerazioni e detenzioni il continuo tentativo di controllo e restringimento alla mobilità delle persone si fa pietra angolare delle pratiche di violenza razziale e coloniale dell’impianto securitario europeo. Le modalità di controllo dei corpi gettano le basi di una struttura oppressiva in grado di poter decidere delle sorti e del futuro delle persone. La visione intrinsecamente islamofobica e razzializzante, che connota gli organi europei, favorisce una totale e deliberata violenza istituzionale in grado di cancellare qualsiasi diritto alla vita, alla cittadinanza e alla mobilità. Tale visione, costruita discorsivamente e materialmente nei confronti delle persone in movimento, produce una divisione binaria tra un corpo sociale interno “noi” ed una minaccia esterna “loro”. Questa narrazione, che favorisce l’esclusione, alimenta un sistema nazionale e transnazionale basato sulla sicurezza, il controllo e la criminalizzazione. In questo contesto i dati pubblicati all’interno del report annuale 2 del collettivo Caminando Fronteras ci vengono in aiuto per svelare nella sua interezza l’architettura di frontiera. Tra il 1° gennaio e il 15 dicembre 2025 le morti causate dall’impianto frontaliero lungo il confine euro-africano occidentale 3 sono state 3090. Di queste 192 sono state donne e 437 bambinɜ e adolescenti. Le imbarcazioni scomparse con innumerevoli persone a bordo arrivano invece a quota 70. Caminando Fronteras è un collettivo nato nel 2002, frutto dell’incontro e della sinergia di vari difensori dei Diritti Umani su diversi territori del confine euro-africano occidentale. Lotta per la tutela dei diritti delle persone migranti e delle loro comunità e per un diritto alla vita, all’informazione, alla giustizia e alla memoria. Le stragi sulla frontiera spagnola sono strettamente collegate all’attivazione tardiva o inesistente delle operazioni di ricerca e soccorso, alla mancanza di coordinamento tra gli Stati coinvolti nell’area e all’omissione del dovere di salvataggio. Il rapporto, nonostante registri una diminuzione nel numero dei tentativi di attraversamento verso la Spagna, dimostra un aumento delle tragedie in mare. Al 15 dicembre 2025 si possono infatti rilevare 303 imbarcazioni andate incontro a una tragedia in mare aperto. I risultati della ricerca di Caminando Fronteras riconducono la causa principale delle morti e delle scomparse all’influenza delle politiche di controllo migratorio sull’impiego delle operazioni SAR 4. Questo fenomeno, ampiamente documentato anche dai report precedenti, risulta essere comune a tutte le rotte migratorie che conducono allo Stato spagnolo. ACCORDI DI ESTERNALIZZAZIONE E CRIMINALIZZAZIONE I numeri riportati dal collettivo spagnolo sono il riflesso di una politica europea che, mediante accordi formali e informali con Paesi terzi o Stati membri, attua pratiche di esternalizzazione e criminalizzazione delle persone in movimento. Il rapporto del 2025 presenta un’interessante mappatura di tutto un ventaglio di accordi di cooperazione transnazionale in materia di controllo e gestione delle frontiere. L’aumento dei finanziamenti a Paesi terzi mira ad estendere la frontiera il più lontano possibile dal territorio europeo. Ciò rivela e cela un tentativo di contenimento e limitazione di ogni singolo spostamento da e verso i diversi territori nazionali. La Mauritania, il Senegal, il Gambia, il Marocco e l’Algeria si ritrovano pertanto interconnessi a dinamiche di cooperazione e criminalizzazione che, seppure con sfumature diverse, condividono la stessa matrice di controllo dei corpi e della mobilità. Che sia un accordo siglato con l’UE, Frontex 5 o il governo spagnolo l’’apparato securitario svela in tutta la sua violenza la struttura dell’impianto politico. UNA COSTELLAZIONE DI SPOSTAMENTI Il report fornisce una panoramica approfondita sulle diverse rotte e pericoli della persona in movimento. I nuovi meccanismi di controllo migratorio, implementati delle politiche mauritane, ad esempio, hanno comportato una significativa diminuzione negli spostamenti lungo la rotta atlantica 6. Sebbene si sia mostrato quest’andamento ciò “non ha determinato uno spostamento dei migranti verso la rotta del Mediterraneo occidentale” 7 Questo perché si tratta di “due circuiti migratori completamente differenti, con profili, traiettorie e dinamiche non intercambiabili e che non possono essere interpretati come una sostituzione l’uno dell’altro” 8. La rotta che parte dalle coste della Mauritania ha comunque continuato a registrare il numero più alto di vittime nel 2025. L’osservatorio di Caminando Fronteras ha documentato un totale di 1319 morti in 27 tragedie, con 17 imbarcazioni scomparse. Sul lato Mediterraneo la rotta algerina, in continuità con gli anni passati, continua ad essere la più pericolosa in termini di mortalità. Nel solo anno del 2025 si contano un totale di 1037 vittime con una percentuale del 70% per quanto riguarda gli incidenti marittimi. Delle 70 imbarcazioni scomparse sul confine euro-africano occidentale 47 sono partite proprio dalle coste dell’Algeria. L’aumento delle attività migratorie fa di quest’ultima la principale rotta di transito verso lo Stato spagnolo. Lo studio di Caminando Fronteras è in grado di fornirci un’analisi dettagliata su una moltitudine di rotte migratorie connotate da diversità nelle scelte e storie di vita. Adottare un approccio di complessità si mostra sempre più necessario per evitare di osservare, mediante uno sguardo semplicistico e/o superficiale, le diverse e più svariate modalità di spostamento. Le rotte lungo il confine euro-africano occidentale sono difatti attraversate da una eterogeneità di individui che si muovono su traiettorie che chiamano in causa più di 30 Paesi differenti. «Ha 16 anni, è mio fratello. Quel giorno avrei dovuto attraversare con lui ma non ho potuto perché c’è stata una retata nel cantiere dove lavoravo come muratore e mi hanno deportato nel deserto. Ci è voluto un po’ prima che riuscissi a tornare e, quando sono rientrato ad Algeri, i miei amici mi dissero che si era imbarcato, ma da allora non avevano più avuto sue notizie. Ho provato a chiamare i telefoni dei suoi amici ma erano spenti e da allora lo sto cercando. Mi hanno detto che la barca è scomparsa, non ha mai raggiunto la Spagna. All’inizio avevo speranza. Dicevano che poteva essere in prigione. Qui, puoi marcire in prigione solo per il fatto di essere un migrante se vieni catturato in mare. Ma ormai ho perso la speranza di trovarlo in Algeria. Non so come dirlo a mia madre, non so come dirle che il suo figlio più piccolo è scomparso» M.B., Mali, fratello di una persona scomparsa 9 SPARIZIONI L’invisibilizzazione delle vittime in mare e l’occultamento delle informazioni da parte delle autorità statali si intersecano ai perenni ostacoli incontrati dalle famiglie delle persone scomparse. Tali ostacoli sono esplicitati nella difficoltà di denuncia dei casi di sparizione, nelle barriere di accesso alle informazioni e nei ritardi di avvio delle operazioni di ricerca. Queste pratiche sistemiche fanno dell’apparato securitario transfrontaliero una struttura tentacolare in grado di controllare ed influenzare le vite delle persone migranti e delle loro famiglie tra passato, presente e futuro. «La mancanza di indagini indipendenti, di trasparenza da parte delle autorità e di responsabilità politica e giuridica consente che le violazioni dei diritti si ripetano senza conseguenze.» 10 Il lutto, sospeso tra temporalità diverse, mantiene le famiglie in una condizione di tensione costante, in un limbo di incertezza causato dall’impossibilità di conoscere il destino dei propri cari. Molo di Ceuta (Caminando Fronteras) «È già da parecchio tempo che stiamo cercando mio cugino, è figlio unico e i suoi genitori non riescono a gestire le procedure amministrative e di ricerca. Abbiamo scoperto da un articolo pubblicato su El Faro de Ceuta che è sepolto nel cimitero musulmano di Ceuta. Quando ho chiamato e fornito i suoi dati, mi hanno detto che potrebbero corrispondere a un corpo sepolto lì e ci hanno dato il numero della tomba, ma ho chiamato la polizia e ho scritto loro ma non mi hanno risposto. Nessuno ti fornisce informazioni chiare sulle procedure. Abbiamo una semplice richiesta: vogliamo sapere dove si trova il corpo di mio cugino e completare tutte le pratiche affinché i suoi resti possano essere riesumati e sepolti nella sua città natale, dove i suoi genitori possano visitare la sua tomba. Wellah kalbena mehrouk 3li (i nostri cuori sono ricolmi di dolore) e non sappiamo cosa fare, è un vero labirinto. Che Allah sia con noi”» A.H., Algeria, cugino di una vittima 11 CONCLUSIONI il report di Caminando Fronteras rappresenta ad oggi un importante strumento in grado di mostrare nelle sue varie sfumature accordi di esternalizzazione, meccanismi di criminalizzazione e pratiche di polizia. Ci fornisce pertanto una visione di insieme sulle pratiche, amministrative e materiali, di eliminazione ed obliterazione con cui le persone in movimento devono confrontarsi. La criminalizzazione della mobilità, la detenzione arbitraria, la violenza istituzionale, la persecuzione delle organizzazioni della società civile, unitesi allo spettro delle deportazioni, si rivelano essere le fondamenta su cui si erge l’intero impianto securitario europeo e di frontiera. Il rapporto va così ad unirsi a strumenti come la guida pratica 12 per orientare le famiglie delle persone scomparse nelle lunghe e burocraticamente tortuose attività di ricerca. La ricostruzione degli eventi legati alle vittime di frontiera e/o scomparse e il sostegno alle famiglie di queste ultime vanno a dar forma ad una serie di azioni volte alla ricerca di giustizia e dignità per le persone inghiottite dalla macchina securitaria. Rendere manifesta la memoria, le testimonianze, le esperienze, così come i numeri delle persone scomparse o decedute, è necessario non solo in quanto condanna di un sistema che criminalizza, detiene e respinge, ma anche per mostrare le diverse esperienze di vita, pratiche di stare al mondo ed esistenza di una collettività tutt’altro che uniforme, troppo spesso narrata in termini desoggetivizzanti e depoliticizzanti. Sperando di poter osservare, finalmente, nella sua interezza e complessità, una vasta gamma di soggettività in grado di auto-organizzarsi e riadattarsi a sistemi sempre più aggiornati di controllo e securitizzazione dello spazio e dei corpi. 1. Il rapporto è disponibile in inglese spagnolo ↩︎ 2. Rapporto “Monitoreo Derecho a la Vida 2025”, Caminando Fronteras (dicembre 2025) ↩︎ 3. La zona chiamata in causa fa riferimento alla regione di confine, comprendente le aree terrestri e marittime situate tra lo Stato spagnolo e la costa africana, che va dalla Guinea all’Algeria ↩︎ 4. SAR è l’acronimo di “search and rescue”. L’area SAR è un’area di mare assegnata ad uno Stato specifico, il quale diventa responsabile del coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio di quella zona. Il fenomeno è definito dalla Convenzione internazionale del 1979 in materia di ricerca e soccorso marittimo. Monitoring the right to life 2024, Caminando Fronteras (2024) ↩︎ 5. Frontex è l’Agenzia europea per la gestione dei confini esterni e coordina le operazioni di controllo e sorveglianza dei confini esterni, marittimi e terrestri. Attualmente è oggetto d’inchiesta da parte del Parlamento europeo oltre che di denunce presso la Corte di giustizia europea per le pratiche di respingimento illegale e violento in frontiera. Sorgoni, B. (2022), Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati, Carocci, Roma, p. 84 ↩︎ 6. La seguente rotta contrassegna tutti quegli spostamenti in uscita verso le isole Canarie. La particolare posizione delle isole Canarie, nell’Oceano Atlantico, le rende un punto cruciale per le rotte migratorie provenienti dall’Africa. Burorrepresión: quando la violenza è anche burocratica. Un rapporto sulla frontiera sud della Spagna, Melting Pot Europa (ottobre 2024) ↩︎ 7. Monitoring the right to life 2025, Caminando Fronteras (2025), p. 15 ↩︎ 8. Ibid. ↩︎ 9. Ivi, p. 28 ↩︎ 10. Ivi, p. 19 ↩︎ 11. Ivi, p. 33 ↩︎ 12. Prodotta e tradotta in diverse lingue da Caminando Fronteras. Consulta la brochure informativa sulle scomparse in frontiera ↩︎
Oggi comincia il processo per genocidio della popolazione rohingya
I Rohingya rappresentano più di un milione di persone, e sono un gruppo etnico musulmano originario soprattutto dello stato di Rakhine, sulla costa occidentale del Myanmar (nome cambiato nel 1989 prima si chiamava Birmania), che invece è prevalentemente buddista. Nel 1948, la Birmania ottenne l’indipendenza, ma, nel 1962, un colpo di stato rovesciò il governo birmano. Durante il governo della giunta militare, al potere per quasi mezzo secolo dal 1962, i Rohingya sono stati duramente discriminati, a causa del forte nazionalismo delle autorità, che li definivano individui alieni al Myanmar, “sgradevoli come orchi”. Inoltre la legge sulla cittadinanza del 1982, non incluse i Rohingya tra i più di 130 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti nel Paese, rendendoli di fatto immigrati illegali. In mancanza dello status di cittadini, i Rohingya sono vulnerabili e soggetti a discriminazioni.  “Essere un Rohingya in Birmania non è semplice. Bisogna ottenere un permesso speciale per sposarsi e viaggiare – anche per cercare lavoro o commerciare, recarsi dal medico o partecipare a un funerale – e in alcune zone le famiglie non possono avere più di due figli. Molti Rohingya sono costretti al lavoro forzato, affrontano arresti arbitrari, confische di beni, tassazione discriminante, violenza fisica e psicologica. Ai giovani Rohingya, inoltre, non è garantito il diritto all’istruzione”. Persino i monaci buddisti partecipano a questa segregazione, infatti alcuni reputano i Rohingya come una minaccia inquinante per la purezza religiosa buddista, quindi non permettono i matrimoni misti e boicottano i loro negozi, raggiungendo un preoccupante livello d’incitamento all’odio. Portavoce di questa campagna è il Movimento 969, il cui inno ufficiale contiene frasi come “vivono sulla nostra terra, bevono la nostra acqua e non portano rispetto”, guidato dal monaco buddista Ashin Wirathu, che ha già scontato 8 anni di carcere per incitamento all’odio ed è stato rilasciato grazie a un’amnistia. Parlando dei musulmani, Wirathu ha più volte affermato che “Si può essere pieni di gentilezza e amore, ma non si può dormire accanto a un cane rabbioso”. La situazione cominciò a degenerare già nel 2012, quando, dopo lo stupro e l’uccisione di una giovane donna buddista, ci furono scontri che portarono a morti e dispersi, oltre che al saccheggio e alla distruzione di interi villaggi. Nel 2017, in seguito di attacchi armati a check point dell’esercito birmano nel Rakhine da parte del Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), i militari hanno intrapreso una sistematica operazione repressiva contro i Rohingya. Nel corso di queste azioni furono incendiati interi villaggi, decine di migliaia di persone vennero uccise e decine di migliaia di donne furono stuprate. A partire dall’agosto 2017, oltre 730.000 civili sono stati costretti a scappare in Bangladesh, stabilendosi nei campi profughi alla frontiera, dove la quasi totalità vive ancora oggi in condizioni disastrose e senza cittadinanza riconosciuta da parte del Bangladesh. Nel 2018, le Nazioni Unite hanno definito quanto verificatosi contro i Rohingya un vero e proprio episodio di pulizia etnica, mentre secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani esiste un rischio concreto di genocidio, come appare dall’evidente intenzione delle forze di sicurezza birmane di distruggere, in tutto o in parte, questo gruppo etnico. In questa situazione, Aung San Suu kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991, dal 2016 Consigliera di Stato e alla guida del Ministero degli Esteri del Myanmar, ha sempre avuto una posizione ambigua, e, a tal proposito, la missione indipendente, istituita dalle Nazioni Unite nel marzo 2017, ha dichiarato come Aung San Suu kyi “non ha usato la sua posizione di capo di fatto del governo, né la sua autorità morale, per contrastare o impedire lo svolgersi degli eventi nello stato di Rakhine”. Chiaramente tutto ciò a minato la stima internazionale verso la Premio Nobel, tanto che, nel 2018, Amnesty International gli revocò il premio “Ambasciatore della coscienza” che gli aveva conferito nel 2009. Nel dicembre 2019, Aung San Suu kyi è stata convocata dalla Corte di Giustizia dell’Aja a rispondere delle accuse, rivolte al governo birmano, di genocidio contro i Rohingya. Tali accuse erano state portate all’attenzione della Corte dallo Stato del Gambia, che ha sostenuto in questo caso che esistesse una violazione della Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio e che le storie dei Rohingya gli avevano ricordato quanto accaduto in Ruanda. Nel caso dei rohingya però Suu Kyi è accusata di aver permesso la loro persecuzione da parte dell’esercito. Davanti alla Corte, Suu Kyi difese quella campagna sostenendo che fosse una risposta lecita all’insorgenza dei gruppi armati, e definì le accuse di genocidio «un quadro incompleto e fuorviante della situazione nel Rakhine». Nel gennaio 2020, la Corte ordinò al Myanmar di proteggere i Rohingya da un genocidio, definendoli “gruppo protetto dalla Convenzione”, tuttavia il 1°febbraio in Myanmar ci fu un colpo di stato, che portò al potere una giunta militare che sta combattendo una sanguinosa guerra civile contro vari gruppi armati dissidenti. Quest’oggi, 12 gennaio 2026, presso la Corte internazionale di giustizia (ICI), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, sono iniziate le udienze del processo che dovrà stabilire se il Myanmar ha compiuto un genocidio nei confronti della popolazione rohingya. L’accusa di genocidio dell’ICI fa seguito a una richiesta presentata dal Gambia nel 2019, con il sostegno dell’Organizzazione per la cooperazione islamica. Nella prima settimana di udienze, il Gambia, illustrerà le sue argomentazioni dal 12 al 15 gennaio. Undici Stati hanno depositato dichiarazioni di intervento: Canada, Paesi Bassi, Regno Unito, Maldive, Slovenia Danimarca, Francia, Germania, Repubblica Democratica del Congo, Belgio e Irlanda. Il Myanmar, che nega di aver compiuto un genocidio, potrà quindi presentare il suo caso davanti alla corte dal 16 al 20 gennaio. La Corte Internazionale di Giustizia ha anche assegnato tre giorni per l’audizione dei testimoni. Queste udienze però saranno chiuse al pubblico e ai media.  Si tratta di un processo storico, perché per la prima volta i giudici si pronunceranno nel merito di una controversia per genocidio intentata da uno stato non leso (il Gambia) contro un altro, in difesa dei diritti di una popolazione. Il capo della Commissione d’indagine dell’ONU sul Myanmar, Nicholas Koumjian, a Reuters ha detto che «è probabile che il caso stabilisca un importante precedente su come il genocidio viene definito e su come possa essere dimostrato». Si tratta di un processo che potrebbe durare anni. Molti esperti concordano inoltre sul fatto che potrebbe avere delle conseguenze che vanno oltre gli eventi che si propone di accertare, influenzando quindi anche l’esito di altri processi internazionali con caratteristiche simili. Fonti https://www.ilpost.it/2026/01/12/processo-genocidio-myanmar-icc/?utm_medium=social&utm_source=telegram&utm_campaign=lancio; https://it.gariwo.net/educazione/approfondimenti/genocidio-rohingya-22891.html; https://www.notiziegeopolitiche.net/myanmar-la-corte-di-giustizia-accusera-le-autorita-di-aver-commesso-genocidio-contro-la-comunita-rohingya/   Andrea Vitello
Protezione complementare e valutazione della vulnerabilità: errore sulle COI e nullità della motivazione
La Corte di Cassazione ha cassato un decreto del Tribunale di Lecce che aveva negato ogni forma di protezione a seguito del ricorso avverso una dichiarazione di inammissibilità di una domanda reiterata di protezione internazionale. Il ricorrente è un cittadino gambiano, giunto in Italia in età minorile, al quale era stata inizialmente riconosciuta la protezione umanitaria, più volte rinnovata. Successivamente, il giovane si trasferiva a Milano e iniziava un periodo di instabilità, caratterizzato da spostamenti in diversi Paesi europei, dalla perdita del titolo di soggiorno e, soprattutto, dall’insorgenza di una grave dipendenza da alcool e sostanze stupefacenti, clinicamente accertata. La tossicodipendenza lo conduceva anche alla commissione di alcuni reati (tra cui resistenza a pubblico ufficiale e minacce) e, infine, al trattenimento presso un CPR. Nel corso del giudizio veniva prodotta un’ampia documentazione sanitaria e sociale: referti di Pronto Soccorso – tra cui uno attestante che il giovane era stato soccorso dalla Polizia in stato di incoscienza – relazioni del SERD, con monitoraggi tossicologici finalizzati alla diagnosi, nonché relazioni del CPR. Ulteriore documentazione medica riportava il racconto del ricorrente di aver subito una violenza sessuale mentre si trovava in stato di incoscienza a causa dell’abuso di alcool e droghe. Di tutta questa documentazione il Tribunale di Lecce non faceva alcuna menzione nel provvedimento impugnato, limitandosi ad affermare che lo stato di tossicodipendenza del ricorrente sarebbe stato “agevolmente curabile nel Paese di origine”, individuato però erroneamente nella Tunisia. L’errore risulta macroscopico: il ricorrente è cittadino gambiano, e il Tribunale ha fondato la decisione su COI riferite alla Tunisia, nonostante la difesa avesse prodotto informazioni aggiornate e specifiche sul Gambia, dalle quali emerge come la tossicodipendenza rappresenti una grave emergenza sanitaria non adeguatamente affrontabile, a causa della carenza di strutture, personale specializzato e servizi di presa in carico. La Suprema Corte ha quindi rilevato che “(…) la decisione è inficiata da un errore in ordine alla valutazione delle condizioni esistenti nel Paese di origine, che è il Gambia e non la Tunisia, mentre il diritto alla protezione complementare deve essere valutato tenendo conto delle condizioni di vulnerabilità del soggetto, della durata della presenza sul territorio nazionale, delle relazioni sociali intessute, del grado di integrazione lavorativa e del legame con la comunità, in comparazione con l’esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il Paese d’origine e con la gravità delle difficoltà che il richiedente potrebbe incontrare in caso di rientro (Cass., 10 novembre 2025, n. 29593)“. In ragione di tali vizi, la Corte ha dichiarato la nullità assoluta della motivazione, cassando il decreto impugnato e rinviando la causa al Tribunale di Lecce in diversa composizione. Corte di Cassazione, ordinanza n. 31489 del 3 dicembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Mariagrazia Stigliano per la segnalazione della pronuncia e il commento. * Consulta altre decisioni della Corte di Cassazione
Lottare in Germania contro le deportazioni verso il Gambia
Dal 2018, anno del primo accordo tra EU e Gambia per i rimpatri, fino ad oggi, almeno 1000 Gambiani sono stati deportati dalla Germania, in voli charter organizzati mensilmente. Voli su cui vengono deportate anche persone arrestate e detenute dall’Italia, in operazioni congiunte di rimpatrio che partono dall’aeroporto di Fiumicino. Le deportazioni in Germania sono […]
La macchina delle espulsioni: le deportazioni verso il Gambia@0
Dinanzi al crescere delle deportazioni, approfondire i meccanismi della macchina delle espulsioni appare fondamentale per tentare di opporsi, nonché lottare, nel modo più preciso ed efficace possibile. Ad Harraga – trasmissione in onda tutti i venerdì dalle 15 alle 16 su Radio Blackout – durante la puntata del 24 Ottobre abbiamo provato ad entrare nel […]
La macchina delle espulsioni: le deportazioni verso il Gambia@1
Dinanzi al crescere delle deportazioni, approfondire i meccanismi della macchina delle espulsioni appare fondamentale per tentare di opporsi, nonché lottare, nel modo più preciso ed efficace possibile. Ad Harraga – trasmissione in onda tutti i venerdì dalle 15 alle 16 su Radio Blackout – durante la puntata del 24 Ottobre abbiamo provato ad entrare nel […]
VERONA: CHIUSA L’OCCUPAZIONE DEL GHIBELLIN, MA “LA LOTTA È ANCORA APERTA”. TRASMISSIONE SPECIALE CON LE VOCI PROTAGONISTE
Si è chiusa l’esperienza di occupazione abitativa del Ghibellin Fuggiasco. Attiviste e attivisti del Laboratorio Autogestito Paratod@s di Verona hanno comunicato alla stampa una decisione presa già da alcuni mesi e che a portato alla chiusura definitiva dello stabile di viale Venezia 51, lo scorso 10 maggio. Il tempo intercorso da allora è servito a Paratod@s per elaborare una posizione politica da rendere pubblica e anche per continuare a trovare una soluzione abitativa alle decine di migranti che senza il Ghibellin non hanno un posto dove abitare. L’idea di occupare lo stabile abbandonato da trent’anni, che si trova a lato dello spazio Paratod@s, era stata presa nel 2021. All’epoca decine di giovani originari principalmente da alcuni paesi dell’Africa occidentale, erano stati ospitati nei locali in affitto da compagni e compagne, dove da dieci anni si svolgono attività politiche e culturali. Era poi scaturita l’idea di occupare la struttura adiacente al Laboratorio. Non doveva essere un’occupazione di lungo periodo, precisano nel comunicato diffuso oggi il collettivo Paratod@s, “pensavamo si trattasse di una situazione temporanea e non immaginavamo l’inizio di un percorso”. I coinquilini che alloggiavano al Ghibellin erano perlopiù lavoratori in regola con il permesso di soggiorno, provenienti principalmente da Mali, Burkina Faso, Senegal, Gambia e Nigeria. Oltre 150 quelli ospitati negli anni: hanno alloggiato nei due piani dello stabile occupato, in alcuni periodi, anche da 60 persone contemporaneamente. Negli stessi spazi aveva trovato alloggio anche Moussa Diarra, ventiseienne maliano ucciso dalla Polizia il 20 ottobre scorso. “Le condizioni igienico/sanitarie e le problematiche strutturali dell’edificio non consentivano più di garantire il pieno rispetto della dignità umana. E se non abbiamo tenuto fede all’impegno di chiudere prima dell’inverno è stato solo per non aggiungere altro disagio alla già grave emergenza freddo, gestita con numeri e modalità che da sempre riteniamo insufficienti e non adeguate”, è scritto nel comunicato stampa. “Negli anni si è venuta a creare una comunità di lotta composta da attivisti e migranti“, aggiungono ai nostri microfoni da Paratod@s, ripercorrendo l’esperienza. “Speravamo che l’enormità del problema sollevato e la nostra spinta dal basso avrebbero portato a risposte concrete e ad un cambio radicale di visione sul tema casa, accoglienza e dormitori”. Negli anni qualche risposta è arrivata, lo riportano i numeri diffusi oggi da Paratod@s: “15 persone sono stabilmente ospitate in strutture Caritas, attraverso l’intervento del vescovo Pompili, tra dicembre 2023 e gennaio 2024; 22 persone hanno una casa AGEC (tra quelle non comprese nel piano di riatto/assegnazione dell’ente) attraverso la collaborazione con la cooperativa La Casa degli Immigrati; 5 persone hanno ottenuto posti letto attraverso la collaborazione con la cooperativa La Milonga; 1 persona ha avuto posto letto attraverso i servizi sociali del Comune di Verona; circa 30 persone hanno ottenuto la residenza fittizia, attraverso il dialogo con l’ufficio anagrafe del comune di Verona e la collaborazione con la rete sportelli; 6 persone sono state escluse da qualunque tipo di percorso e soluzione da parte delle istituzioni, nonostante la pressione esercitata nei mesi successivi, affinché si trovasse una sistemazione”. Compagni e compagne di Paratod@s rivendicano un’esperienza che “ha mostrato come l’azione dal basso di autorecupero di un edificio abbandonato sia pratica possibile, realizzabile e necessaria. In una città come Verona, con centinaia di edifici pubblici vuoti, con un mercato immobiliare intossicato dal profitto, in cui a student3 universitari3 vengono chiesti 500 euro per un posto letto, i progetti di Hotel/cohousing sociale dovrebbero essere pubblici e accessibili”. Radio Onda d’Urto ha incontrato la comunità del Ghibellin presso il Laboratorio Autogestito Paratod@s e ha realizzato una trasmissione speciale con i protagonisti dell’esperienza dell’occupazione abitativa. La prima parte della trasmissione (37 minuti). Ascolta o scarica La seconda parte della trasmissione (42 minuti). Ascolta o scarica Con le voci di Rachele Tomezzoli, Giuseppe Capitano, Osasuyi, Alessia Toffalini, Bakari Traoré, Sekou.