
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Progetto Melting Pot Europa - Thursday, February 12, 2026
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume a cura di Filippo Torre, è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Presentazione
Cara lettrice, caro lettore,
quante volte hai preso in mano un dizionario? Sicuramente, hai iniziato da bambina. Se chiudi gli occhi, te ne ricordi il peso, la copertina rigida, l’odore delle pagine sottili ingiallite e sfogliate molte volte.
Lo hai aperto per tradurre il mondo: le parole cercate, una alla volta, ti hanno salvato dall’incertezza, sciolto dubbi, rimesso ordine, riportato in un mondo sicuro perché comprensibile. Ti hanno regalato senso. Probabilmente più di uno, talvolta instillandoti il dubbio che del mondo non c’è un’unica versione possibile.
In certi dizionari, pare che ogni cosa abbia il suo posto. Raccontandoti cosa vuol dire un termine che ti è sconosciuto, lo hanno trasportato da un’altra lingua che non è la tua. Ti hanno fatto viaggiare, ma solo per un breve momento.
Ora invece stai per entrare in un vocabolario che ti spingerà al movimento, un atlante linguistico che ti aiuterà a capire gli attraversamenti del Mediterraneo Centrale.
Parole in movimento: un vocabolario per capire le frontiere e chi le attraversa
Sul libro «Controdizionario del confine»
Giovanna Vaccaro
15 Gennaio 2026
Lo farai attraverso le parole usate da chi migra cercando di raggiungere l’Europa a partire dall’Africa del nord, ma anche dalle persone che effettuano soccorsi in mare, da chi abita le isole, le comunità costiere, dai pescatori.
Se l’hai visto in libreria e l’hai preso in mano, ti ha colpito la copertina di cartone color cartadazucchero, il dorso decorato da strane lettere che sembrano di un antico alfabeto, tanto antico quanto il movimento degli esseri umani su terra.
Allora hai letto le parole, nella quarta di copertina. Se l’hai sollevato, ti ha sorpreso il suo formato tascabile e leggero e il titolo: Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale.
I dizionari classici portano verso o attraverso. Alcuni, come questo, Contro. Lo scoprirai qui, su Melting Pot, leggendo una voce alla volta per quarantadue settimane.
Avrai la sensazione di trovarti in un mare aperto attraversato da rotte invisibili, pattuglie, attese, respingimenti. In questo spazio di limine, dove le frontiere non sono tracce ma pratiche, le parole possono aiutarti a non andare alla deriva. E per questo il Contro dizionario ti sarà utile.
Questo testo non punta a nord: è una bussola strana. Non è rotta, nel senso che non va aggiustata. Però, come rotta, – nel senso di direzione – ti offre quarantadue parole, disposte in ordine alfabetico, come fari sparsi.
Non sono le parole delle leggi, dei comunicati ufficiali o dei titoli di giornale. Sono invece quelle che circolano tra chi attraversa, soccorre, pesca, attende. Sono parole nate nel movimento, inventate, storpiate, riappropriate, ridisegnate, condivise da chi viaggia. Le si usa per indicare un alleato, riconoscere un pericolo, nominare una violenza o illuminare una speranza.
Non è un dizionario che sta sulla cattedra: insegna, piuttosto, un sapere condiviso che ne ha permesso la scrittura.
Le sue parole rivendicano la forza della contaminazione tra tunisino, francese, italiano, siciliano. Sono libere e autentiche, perché portano dentro rabbia e desiderio, paura e ostinazione. Ti spostano, ti spingono a guardare il Mediterraneo centrale da un punto che raramente riesci a trovare nello spazio pubblico.
Partono da una realtà: quella del confine come esperienza che attraversa i corpi, le lingue, le relazioni. Le sue parole sono strumento di sopravvivenza.
In questo atlante linguistico, si scoprono le tracce lasciate da chi si muove in uno spazio che l’Europa rende sempre più mortifero, perché delega la violenza del controllo a polizie, governi e mercenari che eseguono e applicano le sue decisioni.
Attenzione: non si tratta di un manuale di magia. In quel caso, le parole raccolte come formule cancellerebbero la violenza. Qui, invece, la si nomina e la si riconosce.
Se continuerai a leggere, scoprirai anche che questo Contro dizionario non serve solo a definire, ma a stare dentro: dentro un mare attraversato da disuguaglianze, dentro un linguaggio che resiste, dentro una mobilità che non accetta paralisi, che si oppone alla narrazione dominante fatta da un linguaggio che criminalizza “gli spostamenti di alcuni soggetti e gli sforzi di chi li sostiene”.
L’autore è un intero equipaggio, quello della Tanimar. “Sembrano pirati”, avrai pensato.
La ricerca da cui prende forma è collettiva, coordinata dalle università di Genova e Parma, attraversata da ricercatrici e ricercatori con sguardi, strumenti ed esperienze differenti, capaci di muoversi secondo traiettorie variabili. Dal 2021, gli autori hanno percorso il Mediterraneo centrale seguendo rotte molteplici in questo mare. Non hanno semplicemente osservato luoghi, piuttosto, seguito i movimenti di chi lo attraversa.
In due occasioni il lavoro sul campo si è svolto a bordo di una barca a vela, la Tanimar, che ha dato nome all’autore collettivo di questo Contro dizionario: un equipaggio di ricerca in navigazione per un’etnografia del mare. Ma i ricercatori non sono gli unici autori.
Le parole sono scritte a più mani, insieme a chi quelle parole le vive e le trasmette: persone in viaggio esperte di viaggio, magici narratori incontrati lungo il percorso, soggetti collettivi impegnati in pratiche di testimonianza, singole persone in viaggio ma anche soggetti dentro progetti abolizionisti collettivi, quali i corrispondenti della pagina Instagram The Routes Journal o i testimoni del rapporto State Trafficking.
Gli incontri che lo hanno generato non sono episodici: sono trama continua di relazioni. Un lessico costruito camminando e stando accanto, seguendo parole che, come le persone, restano in movimento. Se queste persone non esistessero, il Contro dizionario non ci sarebbe.
Non esisterebbe la copertina blu cartadazucchero, le quarantadue voci, ma neanche la descrizione di quel movimento e la narrazione profonda che descrive il confine. Non ci sarebbe il significato delle parole, ma anche il loro uso sociale e il loro potenziale di rottura.
Ora, caro lettore, cara lettrice, puoi finalmente iniziare. Comincia la prefazione e dalla settimana prossima il Contro dizionario ti lancerà all’aventure.
Prefazione del libro
In Camerun esiste una lingua chiamata camfranglais, talvolta chiamata francanglais o francamglais; è una forma mista, un vernacolo urbano nato dall’incrocio tra francese camerunense, inglese camerunense, Cameroonian Pidgin English ed elementi di lingue indigene del Camerun.
Nasce come codice pratico e creativo utilizzato soprattutto dai giovani nelle aree urbane dove coesistono francofoni e anglofoni. Il camfranglais ha iniziato a emergere a metà degli anni ’70, subito dopo la riunificazione tra l’ex Camerun francese e l’ex Camerun inglese.
È nato nei mercati, porti, scuole e stadi delle grandi città camerunensi. La sua popolarità è cresciuta dalla fine degli anni ’90 grazie anche al suo utilizzo nella musica urbana da musicisti come Koppo, Krotal e Ak Sang Grave, e anche da parte di alcuni scrittori. Spesso adoperato dai giovani (in particolare tra i dodici e i ventisei anni), è stato inizialmente più usato dagli uomini ma oggi più anche dalle donne.
In contesti scolastici (soprattutto secondari) diventa un linguaggio nascosto utile per conversazioni tra coetanei, anche per comunicare in modo criptico rispetto agli adulti. Sul web e sui social è ampiamente presente, contribuendo alla formazione di un’identità urbana moderna, distaccata dai contesti coloniali o etnici.
Mi chiamo Georges. Sono nato in Camerun e per anni ho lottato per i diritti del mio popolo. Sono un attivista; parlavo troppo, forse, in un paese dove la verità fa paura. Nel 2011 sono stato costretto a fuggire. La mia voce era diventata pericolosa. La mia vita un bersaglio.
Ricordo ancora il giorno in cui ho lasciato casa. Non avevo niente con me, solo la speranza e una convinzione profonda: non sarei morto in silenzio. Il mio viaggio verso l’Europa è cominciato così. Lungo, difficile, spesso disumano. Attraversare il deserto, dormire sotto le stelle o sotto i colpi della polizia, ho sempre cercato di sopravvivere.
Durante quel cammino ho imparato una parola nuova. Una parola che circolava sottovoce, come una formula segreta tra noi migranti: boza. La sentii per la prima volta in Camerun ma il suo vero significato lo capii in Marocco.
Boza voleva dire «saltare il muro», entrare in Europa senza pagare, senza documenti, senza passare dalle mani dei trafficanti. Era il sogno di attraversare Melilla o Ceuta e gridare «ce l’ho fatta!» al mondo intero. Boza era libertà. Ma anche dolore.
Con il passare del tempo la parola è cambiata. È diventata boza free, che significava più genericamente superare il confine via terra o via mare senza soldi, solo con il coraggio, solo con i piedi, solo con la voglia di vivere. Era un codice, una chiave che – come il camfranglais – usavamo tra noi, persone in movimento, persone che il mondo non voleva vedere e non vuole nemmeno oggi.
Tra noi le parole erano un mezzo di comunicazione sicuro, invisibile agli occhi degli altri. Boza non era solo un termine: era una promessa. Una parola nata dalla strada, destinata a cambiare, a trasformarsi, come noi.
Oggi sono in Italia. Vivo, continuo a lottare ma in un altro modo. Ogni tanto chiudo gli occhi e torno lì con la mente, a quel viaggio, a quel deserto, a quel confine. E sento ancora boza risuonare nella mia testa. Non è solo un ricordo: è la mia storia.
È il mio nome inciso sulla strada verso la libertà. Ogni viaggio porta con sé una lingua. Una lingua fatta non solo di suoni e grammatica ma di urgenze, paure, speranze. Questo controdizionario nasce dall’ascolto di quelle parole che, troppo spesso, non trovano spazio nei documenti ufficiali, nei notiziari o nelle statistiche.
Sono le parole dei migranti in transito: termini inventati, adattati, presi in prestito o trasformati, che circolano nei campi informali, nei centri di accoglienza, lungo le frontiere e nei luoghi di attesa. Parole che raccontano la geografia del viaggio, i rapporti di potere, la solidarietà, le strategie di sopravvivenza. A volte sono parole in codice, altre volte piccoli lampi poetici in mezzo al trauma.
Raccoglierle non è solo un fenomeno linguistico: è un atto politico. Significa riconoscere che anche in condizioni estreme le persone continuano a nominare il mondo, a reinventare il linguaggio per raccontarsi e orientarsi. Significa accettare che esiste un vocabolario parallelo, precario, ma straordinariamente vivo, che nasce ai margini dei confini, nei silenzi delle istituzioni, nelle pieghe del quoti- diano.
Il controdizionario non vuole tradurre i migranti ma piuttosto aprire un varco di ascolto. Ogni parola è qui accompagnata dal suo contesto, dalla sua origine, dalla voce di chi l’ha usata o raccolta. Perché capire queste parole non significa solo comprendere un lessico: significa comprendere una condizione umana.
A chi legge, l’invito è di entrare in queste pagine con attenzione e rispetto. Non si tratta solo di parole: si tratta di vite che continuano a parlare anche quando il mondo sembra non volerle ascoltare.