Gli Agnelli, la Juve e il capitalismo italiano
Articolo di Vincenzo Scalia
La Exor, cassaforte della famiglia Agnelli, proprietaria della Juventus, ha
rispedito al mittente l’offerta presentata dal fondo bitcoin Tether (guinzaglio
in inglese) per rilevare la società più titolata d’Italia, tifata da un terzo
degli appassionati di calcio del nostro paese. Le motivazioni addotte al rifiuto
dell’offerta hanno fatto leva sui sentimenti e sull’identità, ricordando che il
controllo della società bianconera, da oltre un secolo in mano ai proprietari
della Fiat, ha un significato che, al di là della resa dell’asset Juventus,
attiene alla sfera sentimentale.
Una risposta che sembra chiudere la partita, ma in realtà apre una serie di
riflessioni sia sullo stato del capitalismo italiano, sia su quella del calcio.
A leggere tra le righe si capisce che la questione non è tanto quella del
sentimento, quanto del valore dell’offerta. Gli attuali proprietari sanno che la
Juventus, malgrado gli affanni degli ultimi anni, rappresenta un marchio
appetibile per gli investitori e la valutano 2 miliardi di euro, molto al di
sopra del miliardo e rotti offerto da Tether. Di sentimentale, in questo, c’è
ben poco.
Inoltre, non si capisce come mai, se la Juventus suscita il richiamo ai
sentimenti, non si possa dire lo stesso delle altre attività controllate dai
proprietari della squadra torinese. A partire dalla gestione di Sergio
Marchionne il settore automobilistico è stato sistematicamente smantellato, con
la chiusura di stabilimenti come Termini Imerese, mentre altri poli produttivi,
come Mirafiori, attendono con ansia di conoscere il loro futuro, con le voci di
chiusura che circolano insistenti. La scelta di dismettere i marchi storici di
famiglia è già stata portata avanti vendendo l’Iveco, uno dei comparti storici
della produzione di veicoli industriali, nonché di indiscussa qualità, l’estate
scorsa. È poi di questi giorni la vendita prossima dei quotidiani La Stampa, da
anni proprietà della famiglia Agnelli, e de La Repubblica a una proprietà greca
in cui comparirebbe anche lo sceicco saudita Bin Salman, distintosi per il
brutale omicidio del suo compaesano giornalista Khassoggi.
Si tratta di precedenti che lasciano pensare a una prossima cessione del club
bianconero di fronte a un’offerta ritenuta più vantaggiosa, segnando il culmine
di una parabola che, iniziata alla fine degli anni Ottanta, ha riguardato non
soltanto la famiglia Agnelli ma anche il capitalismo italiano nel suo complesso.
Alla fine del 1987, l’allora amministratore delegato Fiat, Cesare Romiti, quello
della marcia dei 40.000 che pose fine allo sciopero dei 35 giorni, proclamò che
la strategia del gruppo sarebbe stata quella di «differenziare gli
investimenti». In altre parole, si scelse di non investire sulla modernizzazione
del comparto produttivo. Una scelta esplicitata con il licenziamento di Vittorio
Ghidella, responsabile del settore auto, che insisteva sulla necessità di
puntare sull’auto elettrica, in un periodo in cui la Fiat avrebbe potuto
giocarsi qualche carta. La finanziarizzazione del capitalismo italiano,
catalizzata da Tangentopoli – che sancì il termine del sostegno all’industria
assistita – e dalla globalizzazione, seguì alla scelta strategica del principale
gruppo privato italiano.
In altre parole, si è trattato della socializzazione delle perdite e della
privatizzazione dei profitti, non soltanto in termini di licenziamenti, casse
integrazioni e prepensionamenti a carico della collettività. Gli aspetti
relativi alla distruzione dei saperi, delle professionalità, delle comunità che
si formano e gravitano attorno al tessuto produttivo, del deperimento economico,
rappresentano i frutti avvelenati della differenziazione degli investimenti.
Sfoltito l’ambito materiale, gli eredi degli Agnelli si stanno volgendo a quello
immateriale, sempre più fondamentale in una società basata sulla centralità
crescente della sfera cognitiva. Identità, idee, emozioni, innervano le
relazioni sociali. Il capitalismo immateriale fa di tutto per invaderle, per
ridurle alle logiche binarie, per anteporre il brand alle rappresentazioni
collettive. Quest’ultimo aspetto è centrale in relazione al calcio. Le squadre
si formano come articolazione sportiva di comunità locali e nazionali, di cui
incarnano i valori e le aspirazioni. Una tendenza che negli ultimi vent’anni
tende a venire sempre meno, fagocitata dalla spinta a ridurre lo sport a
un’ennesima industria dell’intrattenimento.
È il caso della Juventus, la cui popolarità nazionale va messa in relazione con
la massiccia immigrazione meridionale nella Torino degli anni Cinquanta e
Sessanta, dove il tifo bianconero costituiva un canale di socialità alternativo
in risposta all’esclusione che siciliani, pugliesi e calabresi subivano dalla
società locale, ma anche dalla classe operaia torinese. Granata, comunista, che
vedeva con diffidenza i terun arruolati con la lettera del prete in catena di
montaggio, che accettavano stipendi da fame e facevano deteriorare le condizioni
di lavoro e i salari. Eppure fu da questa frattura che si generarono i fatti di
piazza Statuto, che nacquero le sollevazioni spontanee, che partì un ciclo di
lotte destinato a durare fino alla marcia dei 40 mila del 1980.
Furino, Anastasi, Longobucco, Causio, Brio, meridionali che giocavano nella
Juventus, rappresentavano la proiezione delle aspirazioni a una vita migliore
delle centinaia di migliaia di Gasparazzo (operaio meridionale immortalato nelle
vignette di Lotta Continua) che lavoravano negli stabilimenti Fiat e miravano a
riprendersi la città. Il seguito di cui la squadra bianconera gode al Sud e
nelle Isole, riflette il tentativo di sanare la ferita della migrazione. Si
rimaneva uniti tifando per la stessa squadra. Discorsi analoghi potrebbero
trovarsi nei dualismi tra Roma e Lazio, Genoa e Sampdoria, Milan e Inter, o
nelle rivalità in nome del campanilismo e della fede politica contrapposta di
altre tifoserie.
Tutto questo patrimonio di memoria e aggregazioni collettive, nel calcio
odierno, vengono liquidate o soppresse, in nome del marchio da valorizzare e
della vittoria agganciata al conseguimento degli utili. Da oltre un decennio, il
calcio italiano, è diventato terra di conquista di investitori che fanno capo a
oscuri fondi stranieri, soprattutto statunitensi, attratti in Italia da
faccendieri specializzati nell’acquisizione e nella vendita di proprietà
calcistiche. Lo stesso fondo Tether, pur formalmente presieduto da imprenditori
torinesi, ha la sua sede legale in El Salvador, evidentemente attratto da una
legislazione fiscale favorevole. Fino ad ora, le proprietà globali che hanno
investito nel nostro calcio non hanno avviato politiche aziendali finalizzate al
potenziamento dei settori giovanili o al coinvolgimento attivo delle tifoserie
nella gestione delle società calcistiche. Seguendo le leggi della valorizzazione
della rendita, hanno puntato a far quadrare i bilanci, a investire per periodi
di tempo limitati, forse in relazione alla necessità di far circolare le risorse
in loro possesso, oppure a valorizzare le squadre di loro proprietà in relazione
alla possibilità di operare in circuiti esclusivi.
Pensiamo al Como, squadra rivelazione della serie A, che non schiera nemmeno un
italiano tra i titolari. La società lariana è stata rilevata da un fondo
indonesiano che ha intravisto la possibilità di operare in un milieu
caratterizzato dalla presenza di ultramiliardari globali che posseggono la
residenza, formale o di fatto, in riva al Lago. Scegliendo di creare,
utilizzando l’ossatura e la tifoseria della vecchia società, un giocattolo
destinato a sollazzare i vip globali. Un progetto che nel breve termine sta
rendendo, ma che a lungo andare, dato che si tratta di una squadra senza grosso
seguito, confinata all’ambito locale, finirà come è finita col Parma e col
Chievo, a discapito delle tifoserie e della comunità locali. Come sta succedendo
a Livorno, dove la proprietà brasiliana, dopo avere investito nella squadra
amaranto e averla riportata nel calcio professionistico, di colpo ha bloccato
anche l’erogazione degli stipendi, facendo presagire una fine drammatica per il
calcio labronico.
Di fallimenti, finanziari e sportivi, è costellato il calcio italiano. Delle 146
società professionistiche in vita negli anni Novanta, ne rimangono oggi 90,
alcune delle quali sempre a rischio di cancellazione. Una situazione drammatica,
che si rispecchia nella mancata partecipazione agli ultimi due campionati
mondiali della nostra Nazionale, nonché nel rischio di non qualificarsi nemmeno
stavolta. Sarebbe necessaria una politica di intervento attivo su un settore
nevralgico della vita nazionale, indagando sulla natura delle proprietà,
regolamentando le acquisizioni, programmando una politica orientata verso le
tifoserie locali e la valorizzazione dei settori giovanili. Invece si chiede di
liberalizzare le scommesse, e si punta il dito sugli ultrà, additati come
responsabili del degrado del sistema-calcio e avamposti di penetrazione della
criminalità organizzata. Molto probabilmente, se si indagasse a fondo sui
passaggi di proprietà e sugli investitori, verrebbe alla luce uno scenario
diverso. Forse, più che del guinzaglio, sarebbe necessario un contropotere
sportivo.
*Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso
l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità
organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico,
Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo
ravvicinati? (manifestolibri, 2023).
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