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Nonostante l’elezione irregolare, Giovanni Malagò resterà alla guida della FIGC
Malagò sì, Malagò no. L’ormai ex presidente della FIGC esce dalla porta ed entra dalla finestra. Prima la giunta e poi il consiglio nazionale del CONI — l’ente pubblico che gestisce lo sport in Italia — hanno infatti votato per il commissariamento della Federcalcio, affidando però la sua guida transitoria proprio a Giovanni Malagò. Il 67enne, già presidente del CONI e della Fondazione Milano Cortina 2026, resterà in via Gregorio Allegri per almeno i prossimi due mesi, fino cioè alle nuove elezioni in casa FIGC. Il favorito è ancora una volta Malagò, questa volta con in tasca la tessera della Federcalcio. Al momento della sua elezione, avvenuta a giugno, non risultava iscritto, e ciò ha portato al commissariamento dell’ente. Nonostante il danno di immagine per l’intero movimento, le massime autorità sportive puntano ancora tutto su uno dei volti più potenti del movimento calcistico italiano. Si conclude oggi, dopo mesi di polemiche, il caso Malagò. Secondo l’articolo 29 dello statuto della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC), il candidato alla presidenza deve essere «in regola con il tesseramento». Al momento dell’elezione, avvenuta a giugno, Malagò era sprovvisto di tessera. Ciò ha provocato un terremoto interno, creando due schieramenti. Da un lato chi, come il procuratore federale Giuseppe Chinè, opta per un’interpretazione letterale e sostiene che l’obbligo valga solo per i soggetti già in possesso di una tessera; dall’altro il fronte sostanziale, guidato dal procuratore generale Ugo Taucer. Secondo quest’ultimo il tesseramento è il presupposto della candidatura, pertanto definisce il caso Malagò una «violazione dei principi fondamentali del CONI». I suoi organi direttivi, nel riunirsi oggi, hanno stabilito che l’assenza della tessera fosse un vizio talmente grave da dover commissariare la Federcalcio. Nonostante ciò, prima la giunta e poi il consiglio nazionale hanno deciso, entrambi all’unanimità, di affidare la guida temporanea della FIGC proprio a Malagò. A mediare il compromesso tra un commissariamento puro e la continuità del mandato federale è stato Luciano Buonfiglio, presidente del CONI. Entro e non oltre il 31 gennaio 2027 l’assemblea elettiva della FIGC si riunirà per rinnovare le cariche, a partire dal presidente. Al momento, il candidato principale risulta ancora una volta Malagò, che nelle scorse ore ha ricevuto l’endorsement dalla Lega Serie A, principale sponsor dell’ex numero uno del CONI e della discussa Fondazione Milano Cortina 2026. A giugno, dopo il fallimento del terzo Mondiale mancato, il movimento calcistico italiano aveva deciso di ripartire dal volto noto di Malagò. In quell’occasione era stato eletto con il 68,58% dei voti. Oggi conserva un ampio margine su eventuali concorrenti che difficilmente si presenteranno alla precoce corsa elettorale. The post Nonostante l’elezione irregolare, Giovanni Malagò resterà alla guida della FIGC appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Ceuta, Mbappé e il pallone oltre i confini
Domenica 20 settembre, sono da poco passate le 16.15 italiane quando al Metropolitano di Madrid prende il via il derby tra Atlético e Real Madrid. La partita finirà 2-1 per i padroni di casa (reti di Grimaldo e dell’ex Juventus David per l’Atlético e di Rudiger per il Real), ma a far discutere sarà quel che accade sugli spalti. Tredici minuti dopo il calcio d’inizio, dal Fondo Sur dello stadio – casa del Frente Atlético gruppo del tifo organizzato dell’Atlético notoriamente di estrema destra – compare uno striscione: «Ceuta es España. Ni se arruga, ni se tapa» («Ceuta è Spagna. Non si accartoccia e non si copre»).  Per capire il significato di quello striscione bisogna tornare a martedì 15 settembre, quando al Martínez Valero di Elche va in scena la sfida tra i padroni di casa e il Real Madrid. I calciatori delle due squadre entrano in campo indossando una maglietta bianca con la scritta «Todos somos caballas», iniziativa promossa in solidarietà con la popolazione di Ceuta. La parola caballas è il termine con cui vengono indicati gli abitanti della città autonoma spagnola. Tutti la indossano. O quasi. Kylian Mbappé, Vinícius Júnior e Ibrahima Konaté fanno qualcosa che forse nessuno si aspettava: tengono la maglietta ripiegata, impedendo che la scritta sia completamente visibile. Mbappé e Vinícius la tolgono prima del saluto tra le due squadre, mentre Konaté la tiene stretta in mano.  Il giorno successivo, a seguito delle tantissime polemiche, Mbappé chiarisce la propria posizione: afferma di essere completamente solidale con Ceuta e con tutte le vittime, ma spiega anche di aver voluto rivolgere un pensiero alle persone migranti che hanno perso la vita e a quelle che continuano a vivere condizioni difficili. L’attaccante francese, con quel gesto, ha voluto evitare di scegliere quale sofferenza considerare maggiormente degna di attenzione. Il gesto dei tre giocatori, però, aveva già incrinato quella che fino a quel momento era stata presentata come una semplice iniziativa di solidarietà, aprendo una discussione sul significato stesso di quella campagna. Del resto, se questa fosse stata davvero soltanto una manifestazione bonaria di solidarietà, il rifiuto di mostrare integralmente il messaggio non avrebbe provocato reazioni così scomposte. Quella maglietta aveva ormai assunto un significato politico ben preciso.  LEGGI ANCHE… EUROPA IL CONFINE BLINDATO DI CEUTA Nathan Akehurst Lo hanno confermato – indirettamente – le parole con cui Javier Tebas ha criticato i tre calciatori del Real Madrid sostenendo che si trattasse di un atto istituzionale, accettato dai club nel quale non avrebbe dovuto trovare spazio l’opinione personale dei giocatori. Affermazione fatta nonostante il Real Madrid di Florentino Perez – di certo non un bolscevico – avesse già chiarito di aver lasciato libera scelta ai calciatori sull’aderire o meno a quella campagna. Un episodio che mostra, ancora una volta, come il calcio non sia affatto separato dalla politica. Alla fine di luglio, infatti, decine di migliaia di persone avevano attraversato la frontiera tra il Marocco e Ceuta. Secondo i dati riportati in seguito, circa 72.000 persone avrebbero attraversato il confine nei due giorni della crisi, mentre l’organizzazione Caminando Fronteras ha documentato 141 morti nelle giornate immediatamente successive, considerando entrambi i lati della frontiera. Una crisi migratoria che – come prevedibile – ha avuto un fortissimo clamore mediatico, riportando sotto la luce dei riflettori il rapporto conflittuale tra Madrid e Rabat e la questione della sovranità su Ceuta e Melilla.  I due territori, sono, infatti, il simbolo della presenza coloniale europea in Africa e, dal 1956, anno dell’indipendenza marocchina, Rabat ne rivendica la sovranità. Due città in cui si manifestano con maggiore evidenza le contraddizioni dell’imperialismo europeo e del sistema degli Stati-nazione. Questioni complesse che hanno lasciato rapidamente il posto alla becera propaganda dell’ultradestra spagnola (ed europea) non appena è esplosa «la crisi». I migranti (per giunta musulmani) sono tornati a essere la minaccia per l’Europa cristiana in un remake delle crociate mentre «invasione» è diventata la parola chiave attraverso cui l’ultradestra spagnola ha rilanciato la sua propaganda securitaria. Frontiere da difendere, identità nazionale da proteggere e migranti da respingere sono i temi su cui si sta giocando la partita.  Anche in Italia la vicenda di Ceuta è stata utilizzata in questa direzione, con il governo Meloni che ha annunciato – e messo in atto – misure di controllo sui collegamenti con la Spagna, millantando il rischio di un effetto domino della crisi migratoria, e sospendendo gli accordi di Schengen.  Nulla di cui sorprendersi né tanto meno di nuovo, «solo» l’ultradestra che prova a svolgere il proprio compito trasformando quella che è una contraddizione prodotta da un sistema politico, economico e sociale fortemente iniquo in una questione di «sicurezza». Così nella propaganda dell’ultradestra, il migrante diventa il nemico visibile verso cui indirizzare la rabbia del popolo e dietro cui nascondere le cause strutturali alla base delle migrazioni, delle guerre, delle disuguaglianze e dello sfruttamento. A questa narrazione hanno provato a rispondere associazioni, collettivi e movimenti solidali, contestando la propaganda anti migranti e provando a sottrarre alla disumanizzazione voluta dal potere politico e mediatico le oltre cento persone morte. Due visioni diametralmente opposte che, come spesso accade, hanno trovato nel mondo del calcio uno degli spazi ideali dove portare avanti quello che è uno scontro per l’egemonia culturale.  L’11 settembre l’Asociación Valenciana de Empresarios aveva lanciato la campagna «Todos somos caballas», con l’obiettivo dichiarato di esprimere solidarietà alla popolazione e al tessuto economico di Ceuta. Nel giro di pochi giorni, l’iniziativa aveva trovato, come detto, il sostegno de La Liga di Javier Tebas, che ha difeso pubblicamente la campagna sostenendo che non si trattasse di una rivendicazione politica, e di diverse squadre tra cui Levante, Villarreal, Betis, Elche e Real Madrid che hanno portato in campo una maglietta con su stampato lo slogan della campagna. LEGGI ANCHE… CALCIO PRENDERE POSIZIONE, NONOSTANTE IL CALCIO Andrea Ponticelli - Gabriele Granato Un messaggio che, nel bene e nel male, non poteva in alcun modo essere ritenuto neutrale né tanto meno privo di conseguenze. A maggior ragione se esposto davanti a milioni di spettatori e spettatrici. Nonostante il potere mediatico voglia convincerci del contrario.  «Todos somos caballas», del resto, prende una questione complessa e la ricodifica, semplificandola e rimandando a un sentimento immediatamente riconoscibile che ci parla di solidarietà ma anche di appartenenza e identità nazionale. Un modo per diffondere un messaggio e imporre una determinata visione della società, sfruttando la potenza evocativa e il linguaggio universale del calcio. Il potere, d’altronde, non si conserva soltanto attraverso l’esercizio della forza bruta. Si conserva – e si rafforza – anche quando una determinata rappresentazione della realtà riesce a presentarsi come naturale, spontanea oseremmo dire inevitabile. «Ceuta è Spagna». «Difendere Ceuta significa difendere noi stessi». «Chi mette in discussione quel messaggio sta mettendo in discussione la nostra comunità». Sono passaggi apparentemente naturali ma attraverso i quali si costruisce un «noi» e, inevitabilmente, un «loro». E il calcio è uno dei luoghi migliori dove costruire e rafforzare questa visione. Lo stadio, in questo senso, diventa uno spazio di produzione ideologica. Se così non fosse, tra l’altro, sarebbe difficile spiegare quanto accaduto a seguito della scelta dei tre calciatori delle merengues.  La difesa di Ceuta non è, ovviamente, una prerogativa in sé dell’estrema destra. Come si diceva la questione è complessa e non si può non considerare che esiste una popolazione civile che vive in una situazione difficile e che ha tutto il diritto di essere sostenuta. Ma il modo in cui anche una parte del mondo del calcio ha trasformato questa solidarietà in una parola d’ordine identitaria non può essere trascurato. Non ci troviamo di fronte a una genuina manifestazione di solidarietà verso Ceuta quanto dinanzi al tentativo dell’ultradestra di costruire e modellare il concetto di identità nazionale attraverso il calcio. Il problema, per chi scrive, non è neanche che la politica utilizzi il calcio. La politica lo ha sempre fatto. Il problema è quale visione del mondo riesce a diventare senso comune attraverso l’utilizzo che la politica fa del calcio. La destra lo ha capito da tempo. Ha compreso che lo stadio non è soltanto un luogo dove ci si incontra per sostenere la propria squadra del cuore. È uno spazio sociale nel quale è possibile produrre immaginario e fare aggregazione. In poche parole, un luogo dove poter fare egemonia.  E la questione nazionale, legata al concetto di identità, è una delle questioni su cui l’ultradestra batte maggiormente per trasformare le contraddizioni sociali figlie del sistema capitalista in una continua caccia al nemico in cui lo straniero è costretto, suo malgrado, a interpretare il ruolo del cattivo. Una propaganda che trasforma i confini in sinonimo di sicurezza e la patria nel rifugio immaginario per evadere da una società attraversata da profonde disuguaglianze. Questa dell’ultradestra è un’operazione ideologica estremamente efficace perché non solo sposta l’attenzione dai problemi strutturali della nostra società ma anche perché riesce a mischiare le carte e rendere meno visibile il vero nemico. Non più sfruttati contro sfruttatori ma «noi» contro «loro». Così mentre il lavoratore, la precaria, la disoccupata viene invitata a riconoscersi nella propria nazionalità prima ancora che nella propria appartenenza di classe, chi possiede capitale, imprese e potere economico rimane nell’ombra libero di agire indisturbato. E lo fa, anche, sfruttando il linguaggio universale del calcio.  Perché, come spesso diciamo, il calcio non vive in una bolla al di fuori della società. Il calcio è influenzato dal mondo che lo circonda che, a sua volta, è influenzato da ciò che avviene nel mondo del calcio. E se la borghesia ha compreso, da tempo, il valore politico del pallone, sarebbe un errore ancor più grave lasciare che siano soltanto le destre a occuparne lo spazio fisico e simbolico. La nostra risposta non può – però – essere una generica quanto illusoria richiesta di «neutralità» che rischia di diventare semplicemente il paravento dietro cui si nasconde l’egemonia di chi ha già il potere di scegliere quali messaggi siano considerati accettabili e condivisibili. La questione è, dunque, capire quale politica, quale visione e quali valori vogliamo veicolare attraverso il calcio. Perché mentre ci chiedono di scegliere tra Ceuta e i migranti, tra la difesa delle nostre frontiere e chi la attraversa, tra «noi» e «loro», il compito di chi guarda il calcio con gli occhi della classe dovrebbe essere esattamente l’opposto: ricomporre ciò che la propaganda dell’ultradestra vuole rappresentare come naturalmente contrapposto e separato. *Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia Chi ha paura della Gen Z Acquista l’ultimo numero della rivista L'articolo Ceuta, Mbappé e il pallone oltre i confini proviene da Jacobin Italia.
September 30, 2026
Jacobin Italia
Romanzo mondiale di Marco Niro
Il Campionato del mondo di calcio è finito da poco, ma avendo ben presente i vari avvenimenti che lo hanno caratterizzato, Romanzo mondiale. Il gioco sporco del potere, scritto da Marco Niro, fondatore del collettivo Tersite… Leggi tutto L'articolo Romanzo mondiale di Marco Niro sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Come fanno i club turchi a spendere così tanti soldi per il calciomercato
Per sintetizzare l’ascesa del campionato turco sul calciomercato europeo si potrebbe rivisitare una massima che la storia recente vorrebbe (erroneamente) attribuire ad Albert Einstein. E cioè: la struttura della Süper Lig, in relazione alle sue possibilità economiche, non è adatta per fare questo tipo di calciomercato, ma lei non lo sa e compete lo stesso. Soltanto quest’estate, giocatori del calibro di Rafael Leao, Mohamed Salah e Dusan Vlahovic si sono uniti alla folta schiera di campioni che hanno deciso di giocare nella penisola anatolica, rafforzando principalmente le 4 regine del campionato turco: Galatasaray, Fenerbahce, Trabzonspor e Besiktas. Alla base della loro recente ascesa c’è un mix di fattori: si va dall’enorme base popolare di tifosi alle più intricate trame politiche, che passano per accordi milionari con gli sponsor, prestiti bancari e la volontà dello Stato di usare il calcio come vetrina. LE PAZZE ESTATI TURCHE Il Galatasaray che strappa al Milan il suo numero 10, portandolo a Istanbul dopo aver pagato 45 milioni di euro di cartellino e offerto a Leao un contratto da 12 milioni di euro netti a stagione, è solo la punta di un iceberg profondo, fatto di trasferimenti sempre più frequenti di giocatori di alto livello. Sempre in questa sessione di calciomercato, il club più titolato del Paese ha prelevato Aleksey Batrakov dal Lokomotiv Mosca, pagando altri 25 milioni di euro. L’estate scorsa ha strappato al Napoli Victor Osimhen, per un affare da 75 milioni di euro, a cui vanno aggiunti i 15 milioni annui netti al giocatore (più bonus). Cifre ormai utopiche dalle nostre parti. A parametro zero, il Galatasaray si è assicurato lo scorso anno le prestazioni di altre due stelle del calcio europeo: İlkay Gündoğan e Leroy Sané, offrendo al primo 4,5 milioni di euro netti l’anno e circa il doppio al secondo. Sempre a Istanbul, ma sponda Fenerbahce, hanno speso quest’estate 100 milioni di euro in cartellini, pescando dai principali campionati europei: Mason Greenwood dal Marsiglia, Vedat Muriqi dal Mallorca, Nathan Aké dal Manchester City e Romelu Lukaku, che al Napoli aveva preso proprio il posto di Osimhen. Percepirà uno stipendio netto da 10 milioni di euro a stagione. Sempre dal City, lo scorso anno è arrivato il portiere Ederson, seguito da Mattéo Guendouzi, Kerem Aktürkoğlu, Marco Asensio, Milan Škriniar e N’Golo Kanté. Per una spesa superiore ai 100 milioni di euro, esclusi gli ingaggi. L’anno precedente, a prendersi la scena, fu la nomina di José Mourinho ad allenatore della prima squadra, con uno stipendio annuale di oltre 10 milioni di euro. Trabzonspor e Besiktas non sono rimaste a guardare. Il primo, rappresentante la città di Trebisonda, ha messo ad esempio le mani sul promettente Franculino, impegnandosi a versare 17 milioni di euro nelle casse dei danesi del Midtjylland. Il pagamento avverrà in cinque anni, con 8 rate. A parametro zero è arrivato Mohamed Salah, per anni simbolo del Liverpool, con cui ha vinto campionato e Champions League. Il terzo club di Istanbul ha invece speso quest’anno più di 70 milioni di euro di cartellini, prelevando a parametro zero l’ex 9 della Juventus Dusan Vlahovic e lanciando la sfida per il titolo alle più blasonate Galatasaray e Fenerbahce. L’ultima sessione di calciomercato si è chiusa il 4 settembre, con all’attivo una spesa superiore ai 415 milioni di euro — ripartita in buona parte tra le 4 regine della Süper Lig. Non si è ancora al livello dei 5 principali campionati europei ma la strada è tracciata, soprattutto se si considerano gli stipendi faraonici (fuori dalla spesa dei 415 milioni) e il rapporto con le entrate. La Süper Lig è decima a livello europeo per quanto riguarda i guadagni, segno di un sistema ancora poco capace di generare plusvalenze, creare talento e rendersi sostenibile. I diritti televisivi sono modesti e quasi tutti gli stadi sono di proprietà statale. Il rapporto tra i ricavi dei club e gli stipendi dei calciatori è all’88%, ben oltre la soglia di sostenibilità fissata al 70% dalla UEFA. Victor Osimhen, trasferitosi dal Napoli al Galatasaray per 75 milioni di euro. L’ENORME BOLLA SU CUI SI REGGE IL SISTEMA TURCO L’entusiasmo che si sta ricreando intorno alle piazze calcistiche turche è alto. Il tifo è passionale e vive anche di questi grandi colpi estivi, capaci di rimpolpare le rose con campioni europei e far scattare la corsa al merchandising. Dopo aver toccato il fondo nel 2019, quando i principali club turchi hanno rischiato la bancarotta, il sistema calcistico ha ripreso gradualmente a ingranare, riaffacciandosi con prepotenza sul Vecchio Continente, sia per dinamiche di campo e dunque di partecipazione alle coppe europee sia per la voce grossa sul mercato. A salvare le regine del calcio turco fu l’intervento del governo di Recep Tayyip Erdoğan, conscio del potenziale politico del pallone. In una fase di forte crisi economica, con la lira svalutata e un potere d’acquisto crollato, perdere anche il calcio avrebbe voluto dire soffiare sul fuoco del malcontento popolare. Così la banca statale Ziraat convinse gli istituti di credito pubblici a ristrutturare il debito plurimilionario dei club, concedendo loro un trattamento assai agevolato. Al punto da far insorgere le opposizioni, che accusavano Erdoğan di essere lontano dalle esigenze reali della base. Agevolazioni o meno, la Süper Lig è oggi ripiombata nella spirale del rosso in bilancio. Stando agli ultimi dati disponibili, aggiornati al maggio 2025, ammonterebbe a più di 1,1 miliardi di euro il debito accumulato dai quattro principali club turchi. A tenere in piedi la spirale di prestiti sono ancora i tassi agevolati degli istituti di credito pubblici. Il debito fa parte di un circolo vizioso che comprende ambizione dei tifosi e rivalse personali. I club hanno spesso la forma giuridica della polisportiva, gestita dai soci che periodicamente eleggono un presidente. È qui che si manifesta in forma massima l’intreccio tra calcio, politica ed economia. Le corse dei candidati alla poltrona presidenziale si appigliano a programmi fatti di successi e giocatori stellari, anche da pagare a rate in più anni, come visto nella recente sessione di calciomercato. A vincere sono spesso imprenditori influenti, in contatto con il mondo istituzionale turco e capaci di strappare accordi commerciali da capogiro. Al di là dei prestiti, la Süper Lig si regge infatti su sponsorizzazioni da decine di milioni di euro. Nel 2023 il Galatasaray ha siglato un contratto quinquennale da 100 milioni di euro con SIXT, multinazionale tedesca del noleggio auto. Quando alle proteste di Gezi Park del 2013 parteciparono anche gli ultras turchi, accusando il governo di autoritarismo, Erdoğan capì di dover cambiare registro, sfruttando a suo vantaggio il potenziale movimentista del calcio, soprattutto in ottica di politica interna. La sponda istituzionale non si esaurisce con l’intercessione col mondo bancario per la ristrutturazione del debito dei club. In Turchia c’è infatti una tassazione agevolata per i calciatori, pari al 20%, praticamente la metà rispetto a Inghilterra e Italia. Le società godono poi di concessioni immobiliari da parte dello Stato. Il nuovo centro sportivo del Galatasaray sorge a nord di Istanbul su un terreno statale ottenuto in concessione per 49 anni. Ciò ha permesso al club di poter monetizzare l’area della vecchia struttura, pari a circa 80 ettari di terreno. Secondo il quotidiano Bild, la vendita dei terreni potrebbe portare nelle casse della società almeno mezzo miliardo di euro. Per tenere in piedi il sistema turco serviranno risultati sul campo nel breve termine, a partire dall’attuale stagione, che vede impegnate Fenerbahce e Galatasaray in Champions League, Besiktas in Europa League e Trabzonspor in Conference. Andare avanti nelle competizioni europee vuol dire mettere le mani su una liquidità di cui la Süper Lig ha estremamente bisogno. La sostenibilità sul medio-lungo termine passerà anche per la capacità di investire su strutture e vivai, oltre che nel mantenere accesa la passione dei tifosi. The post Come fanno i club turchi a spendere così tanti soldi per il calciomercato appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Spagna, la vittoria del mondiale riaccende l’indipendentismo: fischi a Bilbao e Barcellona
È trascorso ormai più di un mese dalla fine dei Mondiali di calcio americani e le polemiche non accennano a fermarsi. Questa volta, però, non riguardano la consolidata asse Trump-Infantino, compiendo piuttosto un viaggio oltreoceano, a casa dei campioni spagnoli. Le cerimonie organizzate dai vari club per omaggiare i propri calciatori protagonisti del trionfo americano sono state accompagnate da fischi e tensioni, rivelandosi benzina per il mai sopito sentimento indipendentista che infiamma soprattutto i Paesi Baschi e la Catalogna. L’inizio della stagione 2026/2027 de LaLiga avrebbe dovuto essere — almeno nelle intenzioni della federazione spagnola e dei club che hanno acconsentito all’organizzazione delle cerimonie — un tripudio per la seconda stella conquistata nel New Jersey contro l’Argentina. Lo scontro con la realtà è stato però frontale nelle comunità storicamente ostili al potere centrale di Madrid. I fischi hanno inondato il San Mamés, lo stadio dell’Athletic Bilbao, uno dei club baschi più rappresentativi, prima del match contro il Siviglia. Sul campo, muniti di Coppa, si erano presentati i tre tesserati che avevano preso parte alla spedizione americana: Nico Williams, Aymeric Laporte, Unai Simon — quest’ultimo leader dello spogliatoio basco. Di fronte a un trofeo simbolo di unità nazionale, i tifosi del Bilbao hanno risposto con fischi e cori, rifiutando il nazionalismo di stampo castigliano e rilanciando le istanze indipendentiste. Sul campo da gioco si traducono nel riconoscimento, da parte della FIFA e delle altre istituzioni calcistiche, della Euskal Selekzioa, la selezione dei Paesi Baschi. La estelada catalana. Da Bilbao a Barcellona il passo è breve quando si tratta di proteste anti-Madrid. Il caso ha voluto che la prima partita casalinga del Barcelona fosse proprio contro l’Athletic Bilbao, disputata pochi giorni dopo i fatti del San Mamés. Allo Spotify (sic!) Camp Nou, era in programma un omaggio agli undici campioni del mondo presenti, 8 tra le fila blaugrana e 3 per i leoni baschi, annullato dalla società a poche ore dall’inizio. Il motivo? Il pestaggio, da parte della polizia, di un ragazzino tifoso del Barcelona, che prima del match in trasferta con l’Elche stava sventolando vicino a degli agenti la estelada catalana, bandiera simbolo della Comunità autonoma. Le manganellate al minorenne hanno fatto il giro del Paese, diventando ben presto un caso politico. Ieri Francesc-Marc Álvaro, deputato di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), ha mostrato la estelada al ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, durante un intervento al Congresso. Al posto della celebrazione annunciata, la società catalana ha distribuito 10mila bandiere stellate ai propri tifosi, sventolate con orgoglio sugli spalti, a riprova — se mai ce ne fosse bisogno — del forte sentimento identitario che si respira da queste parti contro il nazionalismo castigliano. Un sentimento che passa anche per il calcio, rivitalizzando la sua intrinseca funzione sociale. The post Spagna, la vittoria del mondiale riaccende l’indipendentismo: fischi a Bilbao e Barcellona appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Bergamo blinda la partita Atalanta-Hapoel: bandiere palestinesi vietate, città in presidio
Con Ferragosto alle spalle da pochi giorni e il campionato di calcio non ancora ufficialmente iniziato, sembrava che la partita tra Atalanta e l’Hapoel Tel Aviv potesse rappresentare un evento come tanti. Invece, a poche ore dal fischio d’inizio, la situazione si è fatta complessa. La New Balance Arena di Bergamo e l’area circostante saranno infatti sottoposte questa sera a un imponente dispositivo di sicurezza, con un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine. La presenza della squadra israeliana e di circa mille suoi sostenitori ha infatti convinto le autorità a predisporre rinforzi, controlli straordinari, sistemi antidroni e un divieto di sorvolo. Agli ingressi saranno bloccate anche le bandiere palestinesi. Da giorni vanno avanti mobilitazioni che vedono in prima linea i membri bergamaschi della Global Sumud Flotilla, mentre nel tardo pomeriggio si terrà il raduno della Rete Bergamo per la Palestina. Il dispositivo di sicurezza è stato definito in diversi incontri in Prefettura e Questura. Il ministero dell’Interno ha concesso rinforzi da altre città, l’utilizzo di un elicottero e apparecchiature anti drone per bloccare i telecomandi dei velivoli. L’Ente nazionale per l’aviazione civile ha emesso un Notam che stabilisce il divieto di sorvolo per ogni tipo di velivolo, compresi i droni e i Vfr, in un’ampia porzione di cielo sopra lo stadio. Ne sono esclusi i mezzi di linea e quelli d’emergenza. Il divieto è già scattato da ieri pomeriggio e resterà valido fino allo svuotamento dell’impianto post gara. Particolarmente rigidi saranno i controlli ai cancelli, aperti dalle 18.30. La Questura ha chiesto all’Atalanta di aumentare il numero degli steward e il filtraggio riguarderà, oltre a fumogeni e oggetti pericolosi, anche striscioni e vessilli ritenuti provocatori secondo le direttive Uefa. Tra questi rientrano le bandiere palestinesi, che non potranno essere introdotte nell’impianto. La società ha invitato il pubblico ad arrivare con largo anticipo per limitare code e attese. Nel cantiere dello scolmatore del Tremana è stato messo al sicuro tutto ciò che potrebbe essere usato come arma e l’area è stata circondata da recinzioni. Oltre alla consueta ordinanza contro la vendita di alcolici, il Comune ha istituito il divieto di sosta con rimozione forzata sulle vie attorno allo stadio e disposto la chiusura di viale Giulio Cesare e via Lazzaretto. Il clima esterno resta vibrante: martedì sera, la fazione bergamasca della Global Sumud Flotilla ha illuminato le pareti dello stadio con la proiezione “Boycott Israel”. Rivendicando «Un gesto di luce contro il genocidio a Gaza», gli attivisti hanno evidenziato in una nota come il boicottaggio di Israele non sia più un’opzione politica tra le altre, ma «una necessità umanitaria, un dovere morale verso il popolo palestinese, che sta pagando con la vita il silenzio e la complicità internazionale». Il comunicato prosegue con un’accusa netta: «Ogni partita di calcio favorisce la normalizzazione della violenza, ogni accordo commerciale è complicità. Non si costruisce cooperazione con chi bombarda ospedali, scuole e campi profughi. Bergamo non può essere complice». Alle 18 di oggi, inoltre, il piazzale di via Pitentino ospiterà il raduno della Rete Bergamo per la Palestina. Promuovendo i motti “Show Hapoel the red card” e “No alla partita della vergogna”, la sigla chiarisce la propria posizione: «Di fronte al genocidio in atto in Palestina non c’è spazio per la neutralità. Il sionismo ha massacrato quasi 600 sportivi e dirigenti palestinesi, radendo al suolo gli impianti e negando ogni diritto elementare. Impedire il match tra Atalanta e Hapoel Tel Aviv significa rifiutare di sdoganare la pulizia etnica e le politiche coloniali israeliane. Lo sport non può essere la copertura per i crimini di un regime genocida». Uno scenario analogo si era venuto a creare lo scorso novembre a Bologna, in occasione della partita di basket di Eurolega tra Virtus Segafredo e la società israeliana Maccabi Tel Aviv, quando un intero quadrante del capoluogo emiliano era stato blindato con circa 500 membri delle forze dell’ordine schierati, una zona rossa a doppio filtro istituita attorno al PalaDozza e scuole chiuse in anticipo. Il mese precedente si teneva invece a Udine il match Italia-Israele per le qualificazioni ai mondiali di calcio. In quel caso era stata modificata la viabilità cittadina, con segnali stradali temporanei, divieti di sosta e la chiusura di diverse strade nei pressi dello stadio e dell’hotel in cui soggiornavano i calciatori israeliani. Comitati e quotidiani locali denunciarono una città militarizzata, con elicotteri che la sorvolano in continuazione, droni e cecchini sui tetti. L’anno precedente, in corrispondenza del medesimo evento, il Comune friulano aveva imposto il divieto assoluto di avvicinarsi allo stadio e istituito una zona rossa militarizzata attorno all’impianto. Poi, nel marzo del 2024, pesanti restrizioni per i tifosi e un ingente dispiegamento di forze dell’ordine avevano segnato il contesto della partita calcistica di Europa League tra la Fiorentina e gli israeliani del Maccabi Haifa a Firenze. The post Bergamo blinda la partita Atalanta-Hapoel: bandiere palestinesi vietate, città in presidio appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Spazi gratuiti per il calcio, così la Svezia prova a prevenire la criminalità giovanile
Il venerdì sera in decine di quartieri svedesi le porte di palestre e centri sportivi restano aperte fino a mezzanotte. Ragazzi e ragazze fino ai 25 anni possono entrare gratuitamente e giocare a calcio, seguiti da adulti e allenatori. Il progetto si chiama Nattfotboll, calcio notturno, e oggi viene organizzato in circa 60 aree del Paese, soprattutto nei quartieri dove esclusione sociale e criminalità espongono una parte dei più giovani al rischio di entrare in contatto con le gang. L’iniziativa è promossa dalla fondazione Goodsport insieme a società sportive, associazioni e amministrazioni lo... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Spazi gratuiti per il calcio, così la Svezia prova a prevenire la criminalità giovanile appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 19, 2026
L'INDIPENDENTE
L’ossessione per i filo-russi si è abbattuta anche sulla nazionale di calcio
A un mese dalla riorganizzazione gattopardiana della FIGC, che ha affidato la presidenza a Giovanni Malagò, volto noto del potere sportivo italiano, la nazionale di calcio è piombata nuovamente nel caos. La scelta del commissario tecnico ha scatenato la mai sopita ossessione per i filo-russi, facendo cambiare i piani alla federazione e riuscendo laddove altre proteste — come quella relativa alla sospensione delle partite con Israele — avevano fallito. Via Andrea Pirlo, accusato dai liberali italiani di fare propaganda per il Cremlino; dentro Roberto Mancini, già allenatore della nazionale tra il 2018 e l’estate del 2023, quando lasciò il suo incarico con una pec inviata da Mykonos e fece in fretta e furia le valigie per raggiungere lo stipendio multimiliardario offerto dall’Arabia Saudita. È durata appena due settimane l’esperienza di Paolo Maldini, bandiera del Milan, come direttore tecnico della nazionale italiana di calcio. Si è dimesso, insieme all’amico e consulente Leonardo, dopo il polverone politico e mediatico abbattutosi su Andrea Pirlo, che i due avevano individuato — subito dopo il tramonto della suggestione Pep Guardiola — come il commissario tecnico della “rifondazione” calcistica italiana, a pochi mesi dalla debacle di Zenica. Più che presentare a Pirlo, ex campione dei Mondiali di calcio del 2006, una legittima contestazione nel merito, relativa al suo percorso da allenatore, politici e media si sono concentrati sulle sue attività extra-calcistiche. A finire nel mirino della critica non sono stati tanto gli esoneri prima alla Juventus, poi al club turco Fatih Karagümrük e infine alla Sampdoria — cui ha fatto seguito l’approdo alla corte dello United FC di Dubai — quanto piuttosto l’accordo commerciale con uno sponsor russo, siglato lo scorso anno. Si tratta della Fonbet, tra le più grandi agenzie di scommesse del Paese, che vanta legami con le principali organizzazioni sportive russe. Tra i maggiori azionisti di Fonbet figura l’oligarca Sergey Lomakin, presidente dello United FC di Dubai, allenato proprio da Pirlo. E non è un caso: «la collaborazione professionale oggetto delle recenti polemiche nasce nell’ambito del mio percorso lavorativo negli Emirati Arabi Uniti», ha scritto l’ex centrocampista. A maggio, in qualità di “ambasciatore” della società, Pirlo ha presieduto a un evento organizzato a Mosca, mentre l’aggressione all’Ucraina entrava nel quarto anno di ostilità. Quando nel fine settimana l’idea di Pirlo alla guida della nazionale di calcio ha iniziato a prendere quota, in Italia è esplosa la polemica. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione Carlo Calenda. Gli ha fatto eco l’ex dem Pina Picierno, oggi vicepresidente del Parlamento europeo: «Non interessa se Pirlo sia filo-russo o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin». Rispondendo alle polemiche dopo alcuni giorni di silenzio, Pirlo ha conferito all’accordo con Fonbet una natura esclusivamente «commerciale e sportiva. Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono». Il caso mediatico ha rispolverato l’ossessione italiana per i “filo-russi” e rilanciato la questione etica nello sport. Lo ha fatto in un Paese dove i vertici sportivi non si sono creati problemi a ospitare e giocare a calcio con una nazionale rappresentante uno Stato genocida, nonostante le proteste dal basso. Soltanto l’incapacità mostrata sul campo da gioco ha impedito all’Italia di partecipare ai Mondiali di calcio organizzati in America, con epicentro negli Stati Uniti, gli stessi dell’aggressione all’Iran, del golpe in Venezuela o della fame imposta a Cuba. L’elenco dei cortocircuiti etici potrebbe continuare, comprendendo gli accordi tra club e sponsor. Si pensi, ad esempio, al caso della Lazio con Polymarket, piattaforma che permette di speculare su tutto, guerre comprese. Verrebbe dunque da chiedersi fino a che punto vale il diritto internazionale, riprendendo una massima del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Se non ci sono limiti, ci troviamo nel campo della critica oggettiva, a tutela dei principi di giustizia e uguaglianza; se invece il diritto si ferma alle preferenze personali il gioco slitta sul doppiopesismo, quello a cui l’Italia, l’Europa e l’Occidente ci hanno ormai abituato. Pina Picierno incontra rappresentanti dell’IDSF. L’anno scorso, quando militava ancora tra le fila del Partito Democratico, Pina Picierno, che di fronte all’affair Pirlo ha parlato di «normalizzazione del regime di Putin», non si è fatta particolari problemi nell’incontrare i rappresentanti dell’Israel Defense and Security Forum (IDSF). Un’organizzazione di ex militari che — come sottolineato allora dagli stessi deputati dem — «propugna apertamente le ragioni dei coloni in Cisgiordania, i crimini contro l’umanità perpetrati a Gaza e nega esplicitamente la soluzione dei due popoli due Stati». Per spegnere le polemiche su Andrea Pirlo, la FIGC ha appena ufficializzato la nomina di Roberto Mancini come nuovo commissario tecnico della nazionale. Inizia così la sua seconda esperienza a Coverciano, a tre anni di distanza dall’abbandono prematuro del suo incarico e la fuga verso l’Arabia Saudita, non proprio una bandiera dei diritti umani. 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July 28, 2026
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