Tag - calcio

Romanzo mondiale. Il gioco sporco del potere – Marco Niro
(letto da Francesco Masala) – una storia che sembra di fantasia, ma purtroppo sa di realtà, direbbe Tersite Rossi (Garrincha edizioni, 2026, 15 euro) Ai tempi di Gigi Riva, Georges Best, Diego Maradona, Roberto Baggio, Gianfranco Zola (fra gli altri) il romanzo di Marco Niro sarebbe stato classificato come fantacalcio, o romanzo d’anticipazione (per i pessimisti). Invece oggi questo romanzo
Prendere posizione, nonostante il calcio
C’è una frase che accompagna, oramai da decenni, qualsiasi discussione finisca per intrecciare questioni prettamente sportive (nel nostro caso calcistiche) con quelle più propriamente politiche o sociali. Una delle formulette maggiormente abusate del nostro tempo e – con buona pace di chi la pronuncia convintamente – anche una delle più false, è concetto costruito a tavolino dal potere politico secondo cui «non bisogna mischiare sport (calcio) e politica». Il sistema calcio non è una bolla avulsa dal mondo che lo circonda e in cui, esso stesso, si sviluppa. Non è un universo parallelo impermeabile ai conflitti, alle ingiustizie, alle tensioni sociali e culturali che attraversano la società. Il calcio è, al contrario, uno dei più grandi fenomeni sociali di massa, ancora oggi, esistenti. E proprio per questo è per sua natura inevitabilmente sociale e politico. Politico non nel senso banale e stucchevole del tifo partitico, ma nel senso più profondo e alto possibile del termine. Il calcio ha la capacità, più unica che rara, di produrre immaginario, di costruire identità collettive, di orientare linguaggi, modelli culturali e – perfino – la percezione stessa del mondo. Il calcio produce emozioni e costruisce consenso. E lì dove si muove il consenso, esisterà sempre una dimensione politica. Come diceva Antonio Gramsci, del resto, qualsiasi rapporto di egemonia è necessariamente un rapporto pedagogico, il che implica che il dominio, sia esso politico o culturale, non si esercita soltanto attraverso la forza o mediante le istituzioni classiche di cui ogni società si è dotata, ma anche (e soprattutto diremmo noi) attraverso la capacità delle classi dominanti di plasmare la visione del mondo, di modellare il senso comune, ovvero ciò che le persone considerano normale o meno, giusto o sbagliato, accettabile o intollerabile, di far interiorizzare i suoi valori. Partendo da questo assunto sorge spontaneo domandarsi come si possa, anche solo lontanamente, pensare che il calcio, in quanto fenomeno sociale di massa e linguaggio universale tra i più potenti del pianeta, possa essere neutrale o totalmente scollegato dalla realtà che lo circonda e – quindi – dalla dimensione politica che caratterizza la società. I calciatori e le calciatrici non sono macchine senza coscienza programmate per correre dietro a un pallone. Sono esseri umani. Sono cittadini e cittadine che, con tutti i privilegi del caso, vivono nel nostro stesso mondo segnato da guerre, genocidi, disuguaglianze, razzismo, inquinamento e sfruttamento. Proprio come noi hanno le loro idee, una loro sensibilità, le loro paure e le loro convinzioni. Ed è sacrosanto, per non dire naturale, che possano e vogliano esprimerle.  Anzi è auspicabile che lo facciano perché in una società globalizzata come la nostra un calciatore, specialmente se di fama mondiale, non è soltanto un atleta ma un vero e proprio modello culturale. Una figura pubblica capace di parlare a centinaia di milioni di persone. I Cristiano Ronaldo e Messi di turno hanno – addirittura – un’influenza maggiore di quella di interi governi, partiti politici e media. In un’epoca in cui la fiducia nelle istituzioni tradizionali è letteralmente crollata, il volto e la voce di un calciatore può arrivare laddove nessuno riesce. Un semplice gesto fatto o una frase detta può fare il giro del mondo attraverso smartphone e social network ed entrare nelle case di centinaia di milioni di persone. E allora la domanda che ci si dovrebbe porre non è tanto perché un calciatore prende posizione ma perché dovrebbe restare in silenzio. LEGGI ANCHE… FIFA, UEFA E SUPERLEGA. I BUONI, I BRUTTI E I CATTIVI Luca Pisapia Da questo punto di vista, l’episodio che ha visto protagonista la stella del Barcellona, Lamine Yamal, durante i festeggiamenti per la vittoria della Liga è paradigmatico. Diversi video hanno mostrato il diciottenne blaugrana – che stava assieme ai suoi compagni sul pullman scoperto che attraversava le strade della città catalana – prendere dalla folla una bandiera palestinese e sventolarla davanti a centinaia di migliaia di persone. Immagini che hanno fatto immediatamente il giro del mondo, inondando qualsiasi tipo di media. Un gesto spontaneo che nella sua semplicità ha sprigionato una potenza evocativa incredibile. Perché il momento esatto in cui il talento del Barcellona ha afferrato e sventolato al cielo quella bandiera, la retorica alimentata strumentalmente del potere politico secondo cui il calcio è uno spazio neutro e super-partes si è frantumata in mille pezzettini, dimostrandosi più debole di quanto non si creda. A riprova di ciò basta dare uno sguardo alle reazioni. Tutte scomposte e per nulla neutre.  L’allenatore tedesco del Barcellona Hansi Flick, ha preso le distanze dall’iniziativa del suo giocatore, dichiarando che sono cose che normalmente non gli piacciono, che la sua priorità erano i festeggiamenti con i tifosi e che loro giocano a calcio per rendere felici le persone. Un modo elegante per dire che quella di Yamal è stata una decisione del tutto personale.  Una posizione che ricalca perfettamente la retorica dominante secondo cui un calciatore può – ovviamente – avere delle opinioni, purché restino private, soprattutto se in contrasto con i desiderata del potere politico. Un calciatore può avere le sue idee e portare avanti i suoi ragionamenti, ma senza mettere in discussione il sistema. Può, insomma, esistere come individuo ma soltanto all’interno dei confini dell’intrattenimento del mondo del calcio. Molto più aggressiva, e non c’è da meravigliarsi, la reazione del ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha attaccato frontalmente il giovane talento del Barça affermando che «Chi sceglie di identificarsi con la bandiera del terrorismo non dovrebbe sorprendersi se gli israeliani lo odiano», aggiungendo che qualcuno dovrebbe spiegare a Lamine Yamal che stava sventolando la bandiera di un’entità inesistente, dietro la quale scorrono fiumi di sangue, terrorismo e uccisione di ebrei. Ed è proprio analizzando queste reazioni che emerge il punto centrale della questione. Se davvero sport e politica fossero separati come il potere politico e mediatico vogliono farci credere, perché un gesto compiuto da un calciatore di fama mondiale che rimane nel campo del simbolico avrebbe provocato delle reazioni di questa portata? La verità è che il potere politico, così come quello mediatico, conosce perfettamente la forza evocativa dello sport. La conoscono i governi. La conoscono i media. La conoscono le multinazionali che investono miliardi nel calcio. Ed è proprio per questo che il potere politico, da anni, alimenta la retorica della neutralità. A ben vedere quel non bisogna mischiare sport e politica ha un significato ben preciso: non mettere in discussione i rapporti di forza che regolano questa società.   LEGGI ANCHE… LA FIFA DECIDE SU ISRAELE Andrea Ponticelli - Gabriele Granato Perché un calcio che prende posizione non è un problema in assoluto. Non lo è, infatti, quando deve alimentare una fetta di mercato legato al business che ruota attorno al mondo del calcio, quando serve come base di consenso al politico di turno, quando c’è da creare qualche campagna istituzionale per ripulire l’immagine delle massime istituzioni del mondo del calcio o ancora quando è funzionale alle operazioni di sport washing e soft power degli stati. Diventa, invece, improvvisamente «inopportuno» quando un atleta utilizza la propria visibilità per parlare di oppressione, colonialismo, razzismo, sessismo, guerra, genocidio o diritti umani. Quando, dunque, il calcio prende una posizione in contrapposizione con quelli che sono i valori e le idee del potere politico e mediatico. Ma il calcio è intrinsecamente politico. Lo è sempre e non soltanto quando un calciatore prende posizione. Al più, in quel momento, semplicemente, viene buttato giù il muro di ipocrisia che da anni è stato alzato attorno al mondo del calcio, la cui storia – peraltro – è intrisa di politica. Dai mondiali italiani del periodo fascista a quelli della dittatura argentina del 1978, dalla resistenza antifranchista del Barcelona alle proteste antirazziste degli atleti afroamericani fino ai gesti simbolici di giocatori che hanno sfidato guerre, apartheid e discriminazioni. Proprio come quello di Lamine Yamal. Un gesto che ha avuto un impatto enorme e che è stato amplificato da milioni di utenti social. Sulle principali piattaforme, migliaia di tifosi e tifose, attivisti e attiviste hanno condiviso e «celebrato» il coraggio del giovane calciatore, parlando di responsabilità morale, solidarietà e coraggio di esporsi. Immagini che sono arrivate fino in Palestina dove la Federazione Calcistica Palestinese (Pfa) ha voluto ufficialmente e pubblicamente ringraziare il calciatore del Barcellona, dedicandogli un apposito post, e dove alcuni street artist hanno trasformato quella scena in un murales, rendendo l’istantanea di Yamal con la bandiera palestinese un simbolo culturale e politico che va ben oltre il terreno di gioco. Un’immagine che è già diventata iconica.  E, forse, è proprio questo il motivo per cui quella bandiera sventolata al cielo da Yamal ha fatto tanto rumore. Perché – oggi come oggi – le immagini contano più di tante parole. Perché l’immaginario che si può costruire attorno a una singola immagine può avere degli effetti dirompenti. Perché vedere uno dei volti più celebri del calcio mondiale schierarsi apertamente al fianco del popolo palestinese può produrre un effetto sociale, politico e culturale enorme, soprattutto tra le nuove generazioni. E qui che torniamo a Gramsci. L’egemonia politica e culturale, come detto, funziona quando le persone interiorizzano l’idea e i valori che si prova a imporre. In questo caso quando le persone danno per naturale che certi spazi, come il mondo del calcio, debbano restare apolitici. Ma dichiarare neutro qualcosa di profondamente connotato socialmente è già di per sé un atto politico. È una scelta ideologica. Dire che il calcio deve restare fuori dalla politica significa lasciare che il mondo del calcio continui a essere occupato soltanto dal potere politico, economico e mediatico. Per questo il gesto di Yamal è stato importante. Perché nella sua semplicità ha avuto la capacità di ricordare a tutto il mondo che le figure pubbliche non solo hanno il diritto ma anche la responsabilità di utilizzare la propria voce. In un mondo dove la comunicazione è praticamente tutto, il silenzio dei personaggi più influenti è una forma di conservazione dell’esistente. Al contrario, prendere parola vuol dire mettere in discussione il racconto dominante, aprire contraddizioni e anche cambiare il senso comune. Ed è proprio questo che fa paura. Perché un ragazzo di diciotto anni che sventola una bandiera della Palestina può fare quello che spesso la politica (almeno una certa politica) non è in grado o non vuole fare. Può ricordare che il calcio appartiene al popolo e che, come ogni fenomeno di massa, riflette inevitabilmente le contraddizioni, i conflitti e le lotte che si sviluppano nella società. E allora sì, è importante che i calciatori prendano posizione. Non nonostante il calcio. Ma proprio perché il calcio conta così tanto. *Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Prendere posizione, nonostante il calcio proviene da Jacobin Italia.
May 16, 2026
Jacobin Italia
Spot 13.05.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista – In Bundesliga cercano di cambiare l’egemonia maschile una persona alla volta? Borja Iglesias contro omofobia, razzismo, sessismo e Pro-pal
In questa puntata di metà maggio in compagnia dell’Aurora Vanchiglia Transfemminista: Marie-Louise Eta, 34 anni, prima donna ad allenare nei 5 grandi campionati europei. Una nomina storica, tra insulti sessisti rispediti al mittente dal club. Nel frattempo Kathleen Krüger diventa la prima donna DS della storia del calcio d’élite nella squadra dell’Amburgo. Carolina Morace denuncia la disparità di trattamento dei titoli vinti dalle allenatrici rispetto agli allenatori, che crea delle barriere fortissime per ottenere la Licenza UEFA Pro. Borja Iglesias si dipinge le unghie, subisce insulti omofobi, e i tifosi del Celta Vigo rispondono presentandosi allo stadio con lo smalto. Ma Borja ci piace anche anche perchè si espone su razzismo, sessismo e a favore della Palestina Dal calcio femminile: Morelli sbaglia un rigore dato per sbaglio di proposito mostrando che anche nei campionati pro esiste il nostro amato fair-play, Cantore segna la doppietta più veloce della storia NWSL, la Roma femminile vince il suo terzo scudetto. Ferrieri Caputi, miglior arbitra del mondo nel 2025, arbitra la Serie B. In Francia la seconda classificata dirige la Ligue 1. Ordinario sessismo all’italiana.
TURCHIA: LA PROMOZIONE IN SÜPER LIG DELL’AMEDSPOR, “LA SFIDA CURDA AL CALCIO TURCO”
L’Amedspor (Amed SFK), la squadra di calcio della città curda di Amed (Diyarbakir in turco), nel Kurdistan turco (Bakur), ha raggiunto la promozione in Süper Lig, massima serie del calcio professionistico in Turchia, per la prima volta nella sua storia. La conquista sportiva, in questo caso, ha anche un valore politico: l’Amedspor, infatti, è la squadra simbolo della comunità curda all’interno dello stato turco. I suoi colori, il rosso, il bianco, il verde e – talvolta – anche il giallo, sono i colori della nazione curda. La scelta stessa di utilizzare il nome curdo della città, Amed, e non quello turco (Dyiarbakir), testimonia il valore e il ruolo politico e sociale, oltre che sportivo, della società. “La scelta di nominare la società con questa parola è già una scelta politica, contro l’ondata di turchizzazione che è stata avviata con la fondazione della Repubblica di Turchia nel 1923”, spiega ai microfoni di Radio Onda d’Urto Murat Cinar, giornalista e autore dell’articolo “Amedspor, sbarca in serie A la sfida curda al calcio turco”, pubblicato su Il Manifesto. “La società calcistica Amedspor nasce nel 1972, quindi quasi cinquant’anni dopo la Repubblica di Turchia, e nonostante i diversi percorsi di assimilazione avviati nel frattempo, sceglie il nome storico, in lingua curda, della città”, aggiunge Cinar. Quelli dell’Amedspor sono colori che “in diversi angoli dell’area mediorientale (Iraq, Siria, Iran, Turchia) è possibile trovare nelle bandiere di diverse formazioni politiche, anche armate, oppure nelle realtà associative e nei centri culturali curdi”, continua Murat Cinar. “Per questo – spiega Cinar – sono ritenuti problematici, perché l’esistenza del Kurdistan è sempre stata negata dalla Repubblica di Turchia, così come dagli altri paesi citati, dove la popolazione curdofona è stata soggetta a discriminazioni e assimilazioni. Amedspor dà visibilità e rappresentanza a quella fetta di storia che è sempre stata ignorata, per questo è un fenomeno”. I due gruppi del tifo organizzato che supportano la squadra, UltrAmed e Barikat, si dichiarano antifascisti e sono storicamente vicini alle lotte di lavoratori e lavoratrici, così come ai movimenti sociali e alle istanze del movimento di liberazione curdo. “Si tratta di una tifoseria molto impegnata e schierata che si è dimostrata solidale con alcuni scioperi di lavoratori, quando ci sono proteste in Turchia si sono dimostrati più volte solidali, hanno fatto coreografie contro i femminicidi, e ovviamente quando ci sono state tensioni nelle altre aree del Kurdistan si sono fatti sentire, anche con coreografie giganti”, aggiunge ancora Murat Cinar ai nostri microfoni. L’Amedspor e i suoi tifosi sono accusati dalla destra nazionalista turca di essere “portavoce dei separatisti” e “fiancheggiatori dei terroristi”. “Le trasferte sono sempre state difficili per questa squadra perché ha subìto diversi casi di discriminazione e violenza”, conclude Cinar. “Nonostante questo – aggiunge – i tifosi hanno continuato a gridare slogan in curdo e portare le bandiere di questi colori, anche in trasferta”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Murat Cinar, giornalista, collaboratore de Il Manifesto, dove ha pubblicato l’articolo “Amedspor, sbarca in serie A la sfida curda al calcio turco”. Ascolta o scarica.
May 13, 2026
Radio Onda d`Urto
La mercificazione del calcio
IL GRANDE CALCIO ITALIANO DELLE TECNOLOGIE, DEGLI SPONSOR, DEGLI STADI SIMILI A CENTRI COMMERCIALI E SOPRATTUTTO DEI FATTURATI MULTIMILIARDARI FINISCE PER L’ENNESIMA VOLTA SOTTO INCHIESTA PER L’IPOTESI DI “CONCORSO IN FRODE SPORTIVA”. NEL LIBRO DI GABRIEL KUHN UN CALCIO AL POTERE. GIOCO E LOTTA SOCIALE (ELEUTHERA), SI CERCANO NEL CALCIO BUSINESS TRACCE DEL CALCIO COME STRUMENTO DI RISCATTO E TRASFORMAZIONE SOCIALE. DEL RESTO, IL CALCIO HA APPASSIONATO, TRA GLI ALTRI, DINO BUZZATI, EDUARDO GALEANO, PIER PAOLO PASOLINI, TONI NEGRI COSÌ COME MUOVE TANTE ESPERIENZE COMUNITARIE POCO VISIBILI CHE NON SMETTONO DI CERCARE COMPAGNI E COMPAGNE DI SQUADRA E NON PADRONI. IL LIBRO È UN OMAGGIO A TUTTI COLORO CHE AI MEGA STADI E ALLE DIRETTE TELEVISIVE PREFERISCONO ANCORA LA GIOIA DI GIOCARE NEI VICOLI, NEI CAMPI FANGOSI, NEI CAMPETTI CONDIVISI CON GLI AMANTI DEL BASKET POPOLARE. IN UN CAPITOLO, KUHN RAGIONA SUL PERCHÉ IL FUTURO DEL CALCIO ORGANIZZATO OGGI È A RISCHIO Foto Liberi Nantes: campo sportivo XXV Aprile di Pietralata (Roma). Società e campo hanno alle spalle due straordinarie storie di calcio popolare -------------------------------------------------------------------------------- Secondo molti osservatori, il futuro del calcio organizzato è a rischio e dipende sempre di più dal consumo piuttosto che da una solida cultura calcistica di matrice popolare. Se il calcio andasse fuori moda fra le classi medio-alte, è possibile che le classi lavoratrici siano ormai talmente estromesse da non poter essere più in grado di salvare l’industria dal crollo. Come osservato in un articolo uscito sull’«Observer» negli anni Novanta: «Il pericolo è che la nuova versione commerciale del gioco – imbastita per la televisione e giocata da star pagate milioni – non riuscirà ad attirare la nuova generazione di consumatori compulsivi»37. Malcolm Clarke, presidente della Football Supporters Association, ha dichiarato allo stesso giornale che «negando alle masse la possibilità di accesso, le prossime generazioni potrebbero accorgersi in futuro che il calcio – il gioco del popolo – è diventato un sport di nicchia»38. L’industria del calcio però continua a crescere. I grandi investitori hanno presentato varie strategie per assicurarsi entrate ancora maggiori per i club più importanti, allargando ancora di più la forbice con le categorie più basse del calcio professionistico. I direttori sportivi delle grandi squadre europee, in particolare a suo tempo Uli Hoeneß del Bayern Monaco, sostengono da tempo la creazione di una Super Lega Europea in cui i migliori club – leggasi i più ricchi – possano unirsi in modo simile a quanto avviene nelle leghe sportive statunitensi. Dovesse succedere, l’allontanamento dalle classi popolari sarebbe completo. Le squadre trancerebbero definitivamente le loro radici con il territorio e il calcio diventerebbe uno spettacolo esclusivo e per ricchi, in barba al sistema delle retrocessioni. Una piega che implicherebbe la fine di una parte integrante della cultura calcistica tradizionale: il sogno che un club minore possa arrivare in alto grazie al merito e non al denaro. In poche parole, i più ricchi e famosi ballerebbero a porte chiuse il proprio redditizio valzer del pallone e la conversione del calcio da sport popolare a bene di consumo arriverebbe al suo triste epilogo. Già oggi, il carattere popolare del calcio si riduce spesso a una mera trovata pubblicitaria. La maggior parte degli spettatori nei grandi stadi europei è composta da turisti intrattenuti da una piccola sezione di tifosi, è il caso per esempio dell’Anfield o del Camp Nou, ancora portatori dello «spirito originario». Molti biglietti stagionali sono poi riservati agli sponsor, cosa che impedisce ai veri tifosi di partecipare alle partite lasciando spesso i sedili vuoti. In alcuni di questi nuovi stadi, più simili a dei centri commerciali, questo «spirito» (autentico o meno) è ormai impossibile da rintracciare. In questo senso è eloquente la controversia scoppiata durante l’assemblea generale dei membri del Bayern Monaco nel novembre del 2007. Dopo che un vecchio tifoso si è lamentato della mancanza di atmosfera nella nuova Allianz Arena, uno stadio da 340 milioni di euro fornito di ogni possibile comodità (ristoranti, negozi, scuole materne, Lego World e «megastore» delle squadre di casa), il direttore sportivo Uli Hoeneß si era abbandonato a una filippica sull’«ingratitudine» dei tifosi tradizionali, vecchi arnesi che appartengono a una cultura calcistica anacronistica, secondo lui, di impaccio sulla via di un nuovo e limpido affarismo. Dato questo contesto, sembra spesso miope o ipocrita concentrare le proprie critiche sulle squadre aziendali, quelle prive di una solida base di tifosi, come il Bayer Leverkusen – la più importante delle trasfigurazioni sportive del gigante farmaceutico –, o il TSG Hoffenheim, club legato a un paesino di 3.300 abitanti e sponsorizzato dal magnate dei media Dietmar Hopp, che dopo una rapida promozione in Bundesliga, partendo dalle più infime leghe dilettantistiche, è arrivato quasi a vincere il campionato. Per quanto problematici possano essere questi esempi, infatti, né il Leverkusen né l’Hoffenheim vengono gestite diversamente dal Bayern Monaco o dal Manchester United, l’unica differenza è che queste ultime possono pretestuosamente rivendicare una qualche «tradizione» da potersi poi rivendere. Le pressioni da parte dell’opinione pubblica e delle federazioni nazionali hanno fin qui evitato la creazione di una Super Lega. È però innegabile che la Champions League introdotta dalla UEFA nel 1992 e modificata ulteriormente nel 2024, costituisca già un primo passo avanti in questa direzione. Eliminando il formato a sorteggio aperto e a scontro diretto della vecchia Champions League, il nuovo torneo garantisce ai club di punta europei un certo numero di partite ogni anno, incrementando così il gap economico fra loro e gli avversari meno fortunati dal punto di vista finanziario. Più partite comportano più denaro, mentre l’imprevedibilità, un ingrediente cruciale se si vuole rendere il calcio più interessante, non conta quasi più nulla. Non ci sorprende, in questo senso, che i momenti migliori della magia del calcio continentale siano arrivati dai Campionati Europei, una competizione che rimane ancora al di là del controllo degli interessi commerciali dei club. Nel 1992 la Danimarca fu richiamata due settimane prima dell’inizio del torneo come rimpiazzo della Jugoslavia, a quel tempo dilaniata dalla guerra, ma dopo un inizio traballante i danesi hanno finito per vincere la coppa. Anni dopo, nel 2004, una squadra come la Grecia, un outsider dato 100-1 per la vittoria finale, è riuscita a ribaltare le previsioni grazie a una disciplina tattica esemplare e a una serie di partite vinte a colpi di 1-0 che l’hanno portata a conquistare il trofeo. D’altra parte, la cupidigia degli affaristi potrebbe arrivare anche a ritorcersi contro di loro. Le maggiori competizioni si sono ingrandite a tal punto che persino i tifosi più accaniti ne hanno abbastanza. I primi Europei di calcio, giocati nel 1955-1956, prevedevano 29 partite; la Champions League del 2024-2025 ne ha prodotte 279. La Coppa del mondo maschile in Argentina nel 1978 ha visto disputate trentotto partite, oggi ne prevede sessantaquattro. Anche gli interessi degli sponsor hanno cominciato a influenzare molto il gioco. Una delle controversie più grandi è legata alla convocazione di Ronaldo per la finale della Coppa del mondo del 1998, nonostante i medici avessero dichiarato espressamente che non era in condizioni di giocare. Tanto il Brasile quanto Ronaldo avevano sottoscritto contratti molto vantaggiosi con la Nike, tanto che la nota marca sportiva pare abbia fatto pressioni sui funzionari della nazionale brasiliana pretendendo in cambio che Ronaldo scendesse in campo a ogni costo. Alla fine l’attaccante è apparso fuori forma e il Brasile ha perso 3-0 con la Francia. Gli interessi aziendali dominano anche le vendite nel settore del merchandise. Fra le tradizioni del calcio c’è sicuramente quella per cui i tifosi indossano la maglia della squadra d’appartenenza. Oggi molti club rilasciano due o tre maglie diverse ogni anno. In aggiunta a questo, il logo dello sponsor principale della squadra viene sempre spiattellato sull’intera superficie del busto. In pratica, da questo punto di vista, i tifosi non fanno altro che pagare un sacco di soldi per fare da manifesti pubblicitari ambulanti a favore delle grandi aziende. Ronaldo, ancora lui, è stato al centro di una delle più eclatanti fregature legate alle divise calcistiche: quando l’Inter l’ha ingaggiato nel 1997, nessuna maglietta con il suo solito numero, il 9, era ancora pronta. Dopo che migliaia di magliette contraffatte erano già state vendute, il club ha deciso di schierare Ronaldo con la numero 10, in modo tale da poter comunque guadagnare dalle vendite. Ancora maggiore è stato poi l’impatto della televisione. Il fatto che alcune grandi partite della Coppa del mondo del 1986 si siano disputate nel caldo torrido del mezzogiorno messicano, solo per permettere agli europei di guardarsi comodamente la partita a fine giornata, sembra una manovra relativamente innocua se confrontata con gli enormi cambiamenti avvenuti in seguito nella programmazione delle partite in tutto il mondo. Fino agli anni Novanta, molti campionati disputavano le loro partite con una programmazione precisa, di sabato o di domenica; tutte le partite iniziavano e finivano allo stesso orario. Oggi le partite vengono spalmate su tutta la settimana e a diversi orari per nessun’altra ragione se non quella di venire incontro ai bisogni della televisione. Questa trasformazione non fa che diminuire l’entusiasmo crescente tipico della vigilia di campionato, per non parlare dell’impatto sulla correttezza della competizione. Ma la cosa peggiore è che rende ancora più complicato andare allo stadio per i meno abbienti. Come fai ad andare da Berlino a Friburgo, o da Newcastle a Londra, per una partita di lunedì sera, quando il tuo orario di lavoro va dalle 9 alle 17? Ovviamente bisogna stare attenti a non assumere una posizione ingenuamente tradizionalista. Le tiritere sui «bei vecchi tempi» sono noiose nel calcio come nella vita, e gli slogan come «vecchia maniera» o «no al calcio moderno», onnipresenti in tutti gli stadi europei, appartengono spesso al repertorio degli «anticapitalisti» di destra. L’innovazione è positiva, anche nel gioco del calcio. Così come non tutti gli aspetti della commercializzazione sono per forza negativi. Non c’è dubbio, per esempio, che abbia contribuito a una maggiore diversità sulle gradinate in termini di genere e razza, c’è ben poco di romantico infatti nel ricordo di una curva esclusivamente bianca e maschile, a prescindere dalla provenienza di classe. L’obiettivo, in questo senso, deve essere quello di trovare un’innovazione che sia capace di contestare il bigottismo tipico della cultura calcistica senza consegnare il gioco agli interessi delle grandi aziende. I problemi sociali all’interno delle classi popolari non vengono risolti con l’esclusione del popolo, ma dandogli la possibilità di partecipare alla gestione del gioco. Nella lotta contro la commercializzazione vengono impiegati anche valori conservatori, quando i giocatori vengono osannati per aver preferito l’«onore» di giocare per il «proprio paese» e non per gli interessi dei club in cui giocano. A parte il fatto che tutti i grandi campioni guadagnano cifre abbastanza sostanziose da poter giocare anche in nazionale, è difficile considerare il fervore nazionalistico una virtù più alta dell’avarizia. A questo proposito, nel 1995 si è verificato un simpatico incidente nella storia del calcio austriaco: durante una sfida clamorosamente impari di Coppa Uefa fra l’Austria Vienna e l’azera FK Ganja, i tifosi austriaci si sono a tal punto annoiati da intonare improvvisamente una serie di cori per lo Steaua București, prossima avversaria della rivale Austria Salzburg il giorno successivo. La cosa più divertente sono stati i disperati tentativi dei telecronisti e dei dirigenti di calcio austriaci di coprire l’esplicito disprezzo per l’«unità nazionale» mostrato dai tifosi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La mercificazione del calcio proviene da Comune-info.
April 26, 2026
Comune-info
Spazio Regaldi: al via la C8PA 2026
Inizierà il prossimo lunedì 13 aprile la quinta edizione del C8PA, il torneo di calcio popolare autogestito che negli anni è diventato un appuntamento atteso e partecipato da squadre, associazioni e comunità del territorio. Un torneo che mette al centro ciò che conta davvero: accessibilità, inclusione, rispetto, mutualismo e autogestione. Il C8PA non è solo un calendario di partite: è un’esperienza collettiva che rivendica un’idea diversa di sport. Qui il calcio è uno strumento per costruire relazioni, attraversare differenze, creare comunità. In campo scendono squadre con storie, percorsi e identità diverse, unite da un principio comune: il calcio appartiene a chi lo pratica, non a chi lo compra. L’organizzazione è interamente autogestita: tempi, spazi, regole e responsabilità vengono condivisi tra le realtà partecipanti. È questo il cuore del torneo: un modello sportivo dal basso, dove la partecipazione vale più del risultato e il gioco è occasione di incontro, confronto e crescita collettiva. Uno dei più prestigiosi premi è infatti il Barotto di Legno, trofeo destinato all’ultima classificata. Spazio Regaldi Situato in Barriera di Milano, Via Claudio Monteverdi, 4, 10154 Torino, lo Spazio Sportivo Autogestito Regaldi è un campo sportivo comunale nel cuore di Torino, autogestito da diverse realtà del territorio. Qui il calcio diventa molto più di un gioco: è uno spazio aperto e condiviso, attraversato ogni giorno da squadre popolari, rifugiati, associazioni e abitanti del quartiere. Un luogo dove si costruiscono relazioni, si pratica inclusione e si dà forma concreta a un’idea di comunità basata sulla partecipazione Formula del torneo Il C8PA 2025 si articola in quattro gironi settimanali (lunedì, martedì, mercoledì e giovedì), ciascuno composto da quattro squadre. Ogni girone disputa un calendario completo di gare tra aprile e maggio, con partite alle 20:00 e alle 21:00. Al termine della fase a gironi, il torneo prosegue con: Quarti di finale: 25–28 maggio Semifinali / Barotto: 1–4 giugno Finali: 9–10 giugno aprile Pagina web https://c8pa.wp-234.workers.dev/ Profilo Instagram https://www.instagram.com/torneoc8pa Facebook https://www.facebook.com/share/1CVs1REC6t/?mibextid=wwXIfr Redazione Torino
April 8, 2026
Pressenza
Ha perso il calcio di chi può pagarselo e dei campi sintetici
C’È IL CALCIO INTRATTENIMENTO FINE A SE STESSO, IL CALCIO DELLA VITTORIA COME UNICO TEMA DI INTERESSE, IL CALCIO CHE POCHE FAMIGLIE POSSONO PERMETTERSI DI PAGARE A BAMBINI E BAMBINE. È PRIMA DI TUTTO IL CALCIO DEI CAMPI SINTETICI SEMPRE PIÙ COSTOSI DA INSTALLARE E MANTENERE, OSPITATI IN CENTRI SPORTIVI CHIUSI E SEPARATI DALLA CITTÀ E DAI QUARTIERI. “SE NON PROVIAMO IN QUALCHE MODO A RIMETTERE MANO ANCHE A QUESTO NODO, URBANISTICO, ECONOMICO, SOCIALE – SCRIVE GIOVANNI CASTAGNO, INSEGNANTE, TRA I PROMOTORI ESQUILINO FC DI ROMA, SQUADRA NATA ALL’INTERNO DELL’ESPERIENZA DELLA SCUOLA APERTA PARTECIPATA DI DONATO DI ROMA – CON PROPOSTE SERIE, IN TOTALE DISCONTINUITÀ CON QUELLO CHE È STATO FATTO NEGLI ULTIMI DECENNI NON SOLO RISCHIEREMO DI ASSISTERE A ULTERIORI DISFATTE DEL NOSTRO CALCIO D’ÉLITES, IL CHE, SAREBBE IL MINORE DI MALI, MA A VIVERE IN CITTÀ SEMPRE PIÙ BRUTTE E INOSPITALI. E QUESTO FORSE SÌ, POSSIAMO PROVARE INSIEME A EVITARLO…” -------------------------------------------------------------------------------- Foto Esquilino FC di Roma, squadra nata all’interno dell’esperienza della Scuola aperta partecipata della Di Donato/Manin -------------------------------------------------------------------------------- “Lo vogliamo dire che non è più possibile che una famiglia debba pagare 1.000 euro all’anno per iscrivere un figlio alla scuola calcio? Ma se ne ha tre come fa?” Così Fabio Caressa. In quell’abbastanza vetusto e superato salottino su Sky in cui, sei uomini appassionati di calcio, giornalisti sportivi ed ex calciatori, dal discusso Di Canio, a Bergomi, a Marchegiani passano la loro domenica sera o le serate delle partite di coppa campioni. È una trasmissione che non vedo mai perché rimette in scena settimanalmente quell’ormai superato rituale del maschio italiano che discute di calcio come fosse una cosa seria, andando avanti per ore, commentando fino agli aspetti più microscopici un fallo o un gesto tecnico. Non ci sono donne, se non quando si tratta di menzionare il messaggio di un ascoltatore, uomo. O di riportare la dichiarazione di un altro addetto ai lavori, uomo, che ai microfoni di un’altra testata ha rilasciato una “importante” dichiarazione, quasi sempre a un altro uomo. Ma all’indomani della disfatta (ennesima) azzurra, mentre navigavo su youtube senza particolari scopi, me lo sono ritrovato proposto dalla mia profilazione, dopo che avevo visto un frammento della conferenza stampa del presidente della Figc, Gabriele Gravina, curioso di scoprire quali rocambolesche e funamboliche trovate avrebbe condiviso con la stampa. Ecco. Prima di entrare nel merito di un argomento che mi sta chiaramente a cuore visto il lavoro che svolgo. Fermiamoci un attimo sul “circo mediatico”. Una parte del problema risiede sicuramente qui, nella narrazione che i media nel nostro paese fanno del calcio, nell’arretratezza dei contenuti, dei modi, degli stili che si continuano ad adottare rispetto ad altri paesi dove pure è vero che esistono contraddizioni, ma il quadro appare sicuramente meno sconfortante. Il “circo mediatico” che, questo non da ieri, dai Biscardi ai pendolini di Maurizio Mosca, passando per le Domeniche sportive di Pecci e Panatta (almeno un po’ più ironico e divertente) Italo Cucci o Zazzeroni, con derive nel passato forse ancora peggiori di queste dell’epoca “interessante” per dirla con Zizek che ci sta toccando in sorte, ha accompagnato le vicende di questo sport alimentando un vuoto siderale di cultura, di riflessione, di proposte etiche e valoriali. Esempi virtuosi se ne trovano pochissimi, certo, ma se paragoniamo, pur nella diseducativa proposta sportiva televisiva programmi come “il processo alla tappa” di Sergio Zavoli, a queste ridicole formule, magari non sguaiate, ma di un vuoto culturale cosmico, in confronto appunto a esempi di programmi che invece davano un senso più profondo, più umano, all’impresa sportiva come quella del ciclismo, ci rendiamo conto del essere di fronte a un problema culturale profondissimo. Generazioni intere di appassionati si sono nutriti e continuano a nutrirsi di contenuti propri di un’ideologia che fa dell’intrattenimento fine a se stesso il proprio principale motore. Della vittoria l’unico tema di interesse. Del risultato sportivo l’unico totem sul quale sacrificare tutto il resto. Della polemica arbitrale la ragione principale di esistere. Quando però, come l’altra sera, di torti arbitrali non si può parlare (per la verità in occasione della partita un pochino qualcuno ha anche tentato di farlo) di vittoria neppure, perché arriva l’ennesima delusione, si è messi di fronte a problemi che per anni si è fatto finta di non vedere cercando di concentrare l’attenzione solo ed esclusivamente sugli aspetti più superficiali del fenomeno sportivo, eliminando tutto il resto. D’altronde non è forse questo il paese in cui si fanno dimettere sottosegretari condannati solo per nascondere la sconfitta a un referendum che si era convinti di vincere? E il calcio per certi versi incarna perfettamente questi vizi di cui il potere, alle nostre latitudini, mostra di fare una fatica enorme a liberarsi. Ma la Storia ha pronte spesso svolte che non si vuole vedere arrivare. Ed è possibile che oggi ci si trovi di fronte a una di queste. Vedremo. Intanto, da appassionati, ma anche da osservatori di fenomeni complessi, come il calcio, siamo consapevoli che i problemi di questo sport che in parte hanno condotto agli insuccessi oggi sotto gli occhi di tutti dipendono da scelte politiche, economiche, sociali che hanno ricadute molto più grandi di quelle esclusivamente sportive. Cosa scopriamo oggi secondo commentatori e giornalisti? Cosa si sente dire oggi chi si occupa di calcio, chi ne è appassionato, chi allena o semplicemente gioca o fa giocare i propri figli in una scuola calcio? Scopre che sotto i propri occhi stavano emergendo contraddizioni insanabili. Su tutte e con aspetti sfaccettati di cui fino alla disfatta era raro sentirsi lamentare quella economica. I costi che oggi vanno sostenuti per giocare al calcio non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli di chi come me ha cominciato a giocare nelle prime scuole calcio che si affacciavano timidamente alla fine degli anni Settanta all’orizzonte, in un sistema-calcio ancora in buona misura egemonizzato da strada, oratori e campetti. Convinti che un’ampia fascia della popolazione non abbia difficoltà a sostenere quella spesa non molti non hanno pensato come invece fosse ancora grande la fascia di quelli per cui è impossibile. Per esempio molte famiglie straniere. Di fatto la stragrande maggioranza delle squadre di calcio giovanile è composta esclusivamente da italiani. Quindi, come per quanto riguarda il materiale, iscriversi è un sacrificio troppo grande per molte famiglie. La conseguenza indiretta è aver favorito un clima di aspettative eccessive, di desideri eccessivi che intossicano il clima del calcio giovanile e lo avvelenano spingendo molti a lasciare e quelli che continuano a investire molte più energie di quanto non si facesse prima nel percorso sportivo pur di arrivare più avanti possibile. Anche tralasciando le ricadute psicologiche e sociali prodotte dal drop-out dei giovani atleti che lasciano perdere perché non riescono a sottostare a queste logiche ci rendiamo conto che è ormai diffusissima la pratica di pagare una squadra perché il proprio figlio abbia una opportunità in più e possa proseguire nonostante non sempre il suo rendimento sembri essere all’altezza delle richieste strettamente sportive? Ma la diffusione capillare e precocissima del calcio attraverso la disseminazione di centri specializzati – centri sportivi chiusi e separati dalla città e dai quartieri – dove oggi si allarga la proposta addirittura a bambini che non hanno ancora compiuto cinque anni, dove si sono convinti genitori e famiglie bisognose di attività per i propri bambini a iscriverli così piccoli, è un fenomeno ancora più perverso. Contiene al suo interno un processo di espulsione dallo spazio pubblico e di reclusione in quello privato del calcio, che nonostante la diffusione di testi sulle metropoli contemporanee, da Mike Davis a David Harvey, non si è abbastanza ragionato. Uno sport come il calcio non può vivere, in termini di popolarità, sia nell’accento simbolico, che in quello materiale, cioè della sua diffusione, se lo si rinchiude. Se si spezza il circuito virtuoso, agonismo-campetto, campetto-agonismo. E le nostre città sono ormai concepite, poiché sottoposte a una divisione rigida del lavoro e degli spazi, a un processo di valorizzazione della rendita finanziaria feroce e inarrestabile. A meccanismi per i quali gli spazi di cui ha bisogno il calcio non sono tollerabili. Non sono possibili. Se noi non cogliamo questo elemento fondamentale non comprendiamo nulla di quanto non stia succedendo in questo momento nel nostro paese. E non comprendiamo neanche, vittime di un provincialismo arrogante e presuntuoso, che il capitalismo stesso assume forme diverse e sa rispondere alle proprie contraddizioni evitando di avvitarsi in spirali di crisi poi irreversibili nelle maggiori metropoli del pianeta. Città come New York, Parigi, Londra, Madrid, Barcellona, non sono meno di Roma o di Milano, sottoposte alla morsa di fenomeni transnazionali potentissimi, eppure hanno saputo trovare dei contrappesi, adottare delle misure che ponessero rimedio a ricadute che altrimenti avrebbero determinato conseguenze dal punto di vista sociale assai pericolose per la sopravvivenza del sistema stesso. Qui da noi invece, almeno da trent’anni, a fronte di una incapacità del sistema di redistribuire le enormi risorse generate dal calcio professionistico, società di medie e piccole dimensioni hanno dovuto adattarsi alla richiesta degli utenti di adeguarsi a terreni sintetici sempre più costosi da installare e mantenere. Per una piccola scuola calcio con uno spazio relativamente limitato a disposizione rientrare da un investimento di decine di migliaia di euro è diventato sempre più complesso. Anche in questo caso la costruzione di un immaginario distorto ha giocato un ruolo molto importante. La vecchia e polverosa pozzolana ha progressivamente trovato sempre maggiori resistenze se non un vero e proprio disprezzo da parte di chi sognava di calcare il morbido prato dell’Olimpico e si immaginava campione senza esserlo. Si è di fatto sostanzialmente affermata l’idea di sublimare quel sogno vendendo una sua versione “tarocca”, quella della contraffazione che però ha incontrato un grande favore. Il verde è lo stesso, ma tra quella vera e quella finta c’è la stessa distanza che intercorre tra un intervento in anticipo di Franco Baresi e lo scomposto takle di un Bastoni qualsiasi. Restare al parco, rimanere nello spazio pubblico, una scelta minoritaria, controcorrente, tipica di quegli irriducibili romantici che riscuotono simpatie ma ai quali tutti rapidamente voltano le spalle. Il calcio è di tutti, e anche il sogno di poterlo praticare ad alti livelli. Ma non tutti ci possono riuscire. Pensare invece di poter rivendere un pezzettino di quel sogno a tutti è stata una mossa dal punto di vista economico geniale, ma dal punto di vista culturale, sociale e ambientale terribile. Adesso immaginare di smontare le decine di campi di sintetico che si sono diffusi in giro per le nostre città velleitario. Pensare di riportare a giocare i bambini nel fango d’inferno e a sporcarsi di polvere d’estate ingenuo. Eppure se non proviamo in qualche modo a rimettere mano a questo nodo, urbanistico, economico, sociale con proposte serie, in totale discontinuità con quello che è stato fatto negli ultimi decenni non solo rischieremo di assistere a ulteriori disfatte del nostro calcio d’élites, il che, sarebbe il minore di mali, ma a vivere in città sempre più brutte e inospitali. E questo forse sì, possiamo provare insieme a evitarlo. -------------------------------------------------------------------------------- Giovanni Castagno, insegnante a Roma, da anni promuove attraverso lo sport anche progetti educativi e interculturali con l’Esquilino FC. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ha perso il calcio di chi può pagarselo e dei campi sintetici proviene da Comune-info.
April 2, 2026
Comune-info