Prendere posizione, nonostante il calcioC’è una frase che accompagna, oramai da decenni, qualsiasi discussione finisca
per intrecciare questioni prettamente sportive (nel nostro caso calcistiche) con
quelle più propriamente politiche o sociali. Una delle formulette maggiormente
abusate del nostro tempo e – con buona pace di chi la pronuncia convintamente –
anche una delle più false, è concetto costruito a tavolino dal potere politico
secondo cui «non bisogna mischiare sport (calcio) e politica».
Il sistema calcio non è una bolla avulsa dal mondo che lo circonda e in cui,
esso stesso, si sviluppa. Non è un universo parallelo impermeabile ai conflitti,
alle ingiustizie, alle tensioni sociali e culturali che attraversano la società.
Il calcio è, al contrario, uno dei più grandi fenomeni sociali di massa, ancora
oggi, esistenti. E proprio per questo è per sua natura inevitabilmente sociale e
politico. Politico non nel senso banale e stucchevole del tifo partitico, ma nel
senso più profondo e alto possibile del termine. Il calcio ha la capacità, più
unica che rara, di produrre immaginario, di costruire identità collettive, di
orientare linguaggi, modelli culturali e – perfino – la percezione stessa del
mondo. Il calcio produce emozioni e costruisce consenso. E lì dove si muove il
consenso, esisterà sempre una dimensione politica.
Come diceva Antonio Gramsci, del resto, qualsiasi rapporto di egemonia è
necessariamente un rapporto pedagogico, il che implica che il dominio, sia esso
politico o culturale, non si esercita soltanto attraverso la forza o mediante le
istituzioni classiche di cui ogni società si è dotata, ma anche (e soprattutto
diremmo noi) attraverso la capacità delle classi dominanti di plasmare la
visione del mondo, di modellare il senso comune, ovvero ciò che le persone
considerano normale o meno, giusto o sbagliato, accettabile o intollerabile, di
far interiorizzare i suoi valori.
Partendo da questo assunto sorge spontaneo domandarsi come si possa, anche solo
lontanamente, pensare che il calcio, in quanto fenomeno sociale di massa e
linguaggio universale tra i più potenti del pianeta, possa essere neutrale o
totalmente scollegato dalla realtà che lo circonda e – quindi – dalla dimensione
politica che caratterizza la società.
I calciatori e le calciatrici non sono macchine senza coscienza programmate per
correre dietro a un pallone. Sono esseri umani. Sono cittadini e cittadine che,
con tutti i privilegi del caso, vivono nel nostro stesso mondo segnato da
guerre, genocidi, disuguaglianze, razzismo, inquinamento e sfruttamento. Proprio
come noi hanno le loro idee, una loro sensibilità, le loro paure e le loro
convinzioni. Ed è sacrosanto, per non dire naturale, che possano e vogliano
esprimerle.
Anzi è auspicabile che lo facciano perché in una società globalizzata come la
nostra un calciatore, specialmente se di fama mondiale, non è soltanto un atleta
ma un vero e proprio modello culturale. Una figura pubblica capace di parlare a
centinaia di milioni di persone. I Cristiano Ronaldo e Messi di turno hanno –
addirittura – un’influenza maggiore di quella di interi governi, partiti
politici e media. In un’epoca in cui la fiducia nelle istituzioni tradizionali è
letteralmente crollata, il volto e la voce di un calciatore può arrivare laddove
nessuno riesce. Un semplice gesto fatto o una frase detta può fare il giro del
mondo attraverso smartphone e social network ed entrare nelle case di centinaia
di milioni di persone. E allora la domanda che ci si dovrebbe porre non è tanto
perché un calciatore prende posizione ma perché dovrebbe restare in silenzio.
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Da questo punto di vista, l’episodio che ha visto protagonista la stella del
Barcellona, Lamine Yamal, durante i festeggiamenti per la vittoria della Liga è
paradigmatico. Diversi video hanno mostrato il diciottenne blaugrana – che stava
assieme ai suoi compagni sul pullman scoperto che attraversava le strade della
città catalana – prendere dalla folla una bandiera palestinese e sventolarla
davanti a centinaia di migliaia di persone. Immagini che hanno fatto
immediatamente il giro del mondo, inondando qualsiasi tipo di media. Un gesto
spontaneo che nella sua semplicità ha sprigionato una potenza evocativa
incredibile. Perché il momento esatto in cui il talento del Barcellona ha
afferrato e sventolato al cielo quella bandiera, la retorica alimentata
strumentalmente del potere politico secondo cui il calcio è uno spazio neutro e
super-partes si è frantumata in mille pezzettini, dimostrandosi più debole di
quanto non si creda.
A riprova di ciò basta dare uno sguardo alle reazioni. Tutte scomposte e per
nulla neutre.
L’allenatore tedesco del Barcellona Hansi Flick, ha preso le distanze
dall’iniziativa del suo giocatore, dichiarando che sono cose che normalmente non
gli piacciono, che la sua priorità erano i festeggiamenti con i tifosi e che
loro giocano a calcio per rendere felici le persone. Un modo elegante per dire
che quella di Yamal è stata una decisione del tutto personale.
Una posizione che ricalca perfettamente la retorica dominante secondo cui un
calciatore può – ovviamente – avere delle opinioni, purché restino private,
soprattutto se in contrasto con i desiderata del potere politico. Un calciatore
può avere le sue idee e portare avanti i suoi ragionamenti, ma senza mettere in
discussione il sistema. Può, insomma, esistere come individuo ma soltanto
all’interno dei confini dell’intrattenimento del mondo del calcio.
Molto più aggressiva, e non c’è da meravigliarsi, la reazione del ministro
israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha attaccato
frontalmente il giovane talento del Barça affermando che «Chi sceglie di
identificarsi con la bandiera del terrorismo non dovrebbe sorprendersi se gli
israeliani lo odiano», aggiungendo che qualcuno dovrebbe spiegare a Lamine Yamal
che stava sventolando la bandiera di un’entità inesistente, dietro la quale
scorrono fiumi di sangue, terrorismo e uccisione di ebrei.
Ed è proprio analizzando queste reazioni che emerge il punto centrale della
questione. Se davvero sport e politica fossero separati come il potere politico
e mediatico vogliono farci credere, perché un gesto compiuto da un calciatore di
fama mondiale che rimane nel campo del simbolico avrebbe provocato delle
reazioni di questa portata?
La verità è che il potere politico, così come quello mediatico, conosce
perfettamente la forza evocativa dello sport. La conoscono i governi. La
conoscono i media. La conoscono le multinazionali che investono miliardi nel
calcio. Ed è proprio per questo che il potere politico, da anni, alimenta la
retorica della neutralità. A ben vedere quel non bisogna mischiare sport e
politica ha un significato ben preciso: non mettere in discussione i rapporti di
forza che regolano questa società.
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Perché un calcio che prende posizione non è un problema in assoluto. Non lo è,
infatti, quando deve alimentare una fetta di mercato legato al business che
ruota attorno al mondo del calcio, quando serve come base di consenso al
politico di turno, quando c’è da creare qualche campagna istituzionale per
ripulire l’immagine delle massime istituzioni del mondo del calcio o ancora
quando è funzionale alle operazioni di sport washing e soft power degli stati.
Diventa, invece, improvvisamente «inopportuno» quando un atleta utilizza la
propria visibilità per parlare di oppressione, colonialismo, razzismo, sessismo,
guerra, genocidio o diritti umani. Quando, dunque, il calcio prende una
posizione in contrapposizione con quelli che sono i valori e le idee del potere
politico e mediatico.
Ma il calcio è intrinsecamente politico. Lo è sempre e non soltanto quando un
calciatore prende posizione. Al più, in quel momento, semplicemente, viene
buttato giù il muro di ipocrisia che da anni è stato alzato attorno al mondo del
calcio, la cui storia – peraltro – è intrisa di politica.
Dai mondiali italiani del periodo fascista a quelli della dittatura argentina
del 1978, dalla resistenza antifranchista del Barcelona alle proteste
antirazziste degli atleti afroamericani fino ai gesti simbolici di giocatori che
hanno sfidato guerre, apartheid e discriminazioni. Proprio come quello di Lamine
Yamal. Un gesto che ha avuto un impatto enorme e che è stato amplificato da
milioni di utenti social. Sulle principali piattaforme, migliaia di tifosi e
tifose, attivisti e attiviste hanno condiviso e «celebrato» il coraggio del
giovane calciatore, parlando di responsabilità morale, solidarietà e coraggio di
esporsi. Immagini che sono arrivate fino in Palestina dove la Federazione
Calcistica Palestinese (Pfa) ha voluto ufficialmente e pubblicamente ringraziare
il calciatore del Barcellona, dedicandogli un apposito post, e dove alcuni
street artist hanno trasformato quella scena in un murales, rendendo
l’istantanea di Yamal con la bandiera palestinese un simbolo culturale e
politico che va ben oltre il terreno di gioco. Un’immagine che è già diventata
iconica.
E, forse, è proprio questo il motivo per cui quella bandiera sventolata al cielo
da Yamal ha fatto tanto rumore. Perché – oggi come oggi – le immagini contano
più di tante parole. Perché l’immaginario che si può costruire attorno a una
singola immagine può avere degli effetti dirompenti. Perché vedere uno dei volti
più celebri del calcio mondiale schierarsi apertamente al fianco del popolo
palestinese può produrre un effetto sociale, politico e culturale enorme,
soprattutto tra le nuove generazioni.
E qui che torniamo a Gramsci. L’egemonia politica e culturale, come detto,
funziona quando le persone interiorizzano l’idea e i valori che si prova a
imporre. In questo caso quando le persone danno per naturale che certi spazi,
come il mondo del calcio, debbano restare apolitici. Ma dichiarare neutro
qualcosa di profondamente connotato socialmente è già di per sé un atto
politico. È una scelta ideologica. Dire che il calcio deve restare fuori dalla
politica significa lasciare che il mondo del calcio continui a essere occupato
soltanto dal potere politico, economico e mediatico. Per questo il gesto di
Yamal è stato importante. Perché nella sua semplicità ha avuto la capacità di
ricordare a tutto il mondo che le figure pubbliche non solo hanno il diritto ma
anche la responsabilità di utilizzare la propria voce.
In un mondo dove la comunicazione è praticamente tutto, il silenzio dei
personaggi più influenti è una forma di conservazione dell’esistente. Al
contrario, prendere parola vuol dire mettere in discussione il racconto
dominante, aprire contraddizioni e anche cambiare il senso comune.
Ed è proprio questo che fa paura. Perché un ragazzo di diciotto anni che
sventola una bandiera della Palestina può fare quello che spesso la politica
(almeno una certa politica) non è in grado o non vuole fare. Può ricordare che
il calcio appartiene al popolo e che, come ogni fenomeno di massa, riflette
inevitabilmente le contraddizioni, i conflitti e le lotte che si sviluppano
nella società. E allora sì, è importante che i calciatori prendano posizione.
Non nonostante il calcio. Ma proprio perché il calcio conta così tanto.
*Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e
provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali
promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e
collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i
fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione.
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