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Come fanno i club turchi a spendere così tanti soldi per il calciomercato
Per sintetizzare l’ascesa del campionato turco sul calciomercato europeo si potrebbe rivisitare una massima che la storia recente vorrebbe (erroneamente) attribuire ad Albert Einstein. E cioè: la struttura della Süper Lig, in relazione alle sue possibilità economiche, non è adatta per fare questo tipo di calciomercato, ma lei non lo sa e compete lo stesso. Soltanto quest’estate, giocatori del calibro di Rafael Leao, Mohamed Salah e Dusan Vlahovic si sono uniti alla folta schiera di campioni che hanno deciso di giocare nella penisola anatolica, rafforzando principalmente le 4 regine del campionato turco: Galatasaray, Fenerbahce, Trabzonspor e Besiktas. Alla base della loro recente ascesa c’è un mix di fattori: si va dall’enorme base popolare di tifosi alle più intricate trame politiche, che passano per accordi milionari con gli sponsor, prestiti bancari e la volontà dello Stato di usare il calcio come vetrina. LE PAZZE ESTATI TURCHE Il Galatasaray che strappa al Milan il suo numero 10, portandolo a Istanbul dopo aver pagato 45 milioni di euro di cartellino e offerto a Leao un contratto da 12 milioni di euro netti a stagione, è solo la punta di un iceberg profondo, fatto di trasferimenti sempre più frequenti di giocatori di alto livello. Sempre in questa sessione di calciomercato, il club più titolato del Paese ha prelevato Aleksey Batrakov dal Lokomotiv Mosca, pagando altri 25 milioni di euro. L’estate scorsa ha strappato al Napoli Victor Osimhen, per un affare da 75 milioni di euro, a cui vanno aggiunti i 15 milioni annui netti al giocatore (più bonus). Cifre ormai utopiche dalle nostre parti. A parametro zero, il Galatasaray si è assicurato lo scorso anno le prestazioni di altre due stelle del calcio europeo: İlkay Gündoğan e Leroy Sané, offrendo al primo 4,5 milioni di euro netti l’anno e circa il doppio al secondo. Sempre a Istanbul, ma sponda Fenerbahce, hanno speso quest’estate 100 milioni di euro in cartellini, pescando dai principali campionati europei: Mason Greenwood dal Marsiglia, Vedat Muriqi dal Mallorca, Nathan Aké dal Manchester City e Romelu Lukaku, che al Napoli aveva preso proprio il posto di Osimhen. Percepirà uno stipendio netto da 10 milioni di euro a stagione. Sempre dal City, lo scorso anno è arrivato il portiere Ederson, seguito da Mattéo Guendouzi, Kerem Aktürkoğlu, Marco Asensio, Milan Škriniar e N’Golo Kanté. Per una spesa superiore ai 100 milioni di euro, esclusi gli ingaggi. L’anno precedente, a prendersi la scena, fu la nomina di José Mourinho ad allenatore della prima squadra, con uno stipendio annuale di oltre 10 milioni di euro. Trabzonspor e Besiktas non sono rimaste a guardare. Il primo, rappresentante la città di Trebisonda, ha messo ad esempio le mani sul promettente Franculino, impegnandosi a versare 17 milioni di euro nelle casse dei danesi del Midtjylland. Il pagamento avverrà in cinque anni, con 8 rate. A parametro zero è arrivato Mohamed Salah, per anni simbolo del Liverpool, con cui ha vinto campionato e Champions League. Il terzo club di Istanbul ha invece speso quest’anno più di 70 milioni di euro di cartellini, prelevando a parametro zero l’ex 9 della Juventus Dusan Vlahovic e lanciando la sfida per il titolo alle più blasonate Galatasaray e Fenerbahce. L’ultima sessione di calciomercato si è chiusa il 4 settembre, con all’attivo una spesa superiore ai 415 milioni di euro — ripartita in buona parte tra le 4 regine della Süper Lig. Non si è ancora al livello dei 5 principali campionati europei ma la strada è tracciata, soprattutto se si considerano gli stipendi faraonici (fuori dalla spesa dei 415 milioni) e il rapporto con le entrate. La Süper Lig è decima a livello europeo per quanto riguarda i guadagni, segno di un sistema ancora poco capace di generare plusvalenze, creare talento e rendersi sostenibile. I diritti televisivi sono modesti e quasi tutti gli stadi sono di proprietà statale. Il rapporto tra i ricavi dei club e gli stipendi dei calciatori è all’88%, ben oltre la soglia di sostenibilità fissata al 70% dalla UEFA. Victor Osimhen, trasferitosi dal Napoli al Galatasaray per 75 milioni di euro. L’ENORME BOLLA SU CUI SI REGGE IL SISTEMA TURCO L’entusiasmo che si sta ricreando intorno alle piazze calcistiche turche è alto. Il tifo è passionale e vive anche di questi grandi colpi estivi, capaci di rimpolpare le rose con campioni europei e far scattare la corsa al merchandising. Dopo aver toccato il fondo nel 2019, quando i principali club turchi hanno rischiato la bancarotta, il sistema calcistico ha ripreso gradualmente a ingranare, riaffacciandosi con prepotenza sul Vecchio Continente, sia per dinamiche di campo e dunque di partecipazione alle coppe europee sia per la voce grossa sul mercato. A salvare le regine del calcio turco fu l’intervento del governo di Recep Tayyip Erdoğan, conscio del potenziale politico del pallone. In una fase di forte crisi economica, con la lira svalutata e un potere d’acquisto crollato, perdere anche il calcio avrebbe voluto dire soffiare sul fuoco del malcontento popolare. Così la banca statale Ziraat convinse gli istituti di credito pubblici a ristrutturare il debito plurimilionario dei club, concedendo loro un trattamento assai agevolato. Al punto da far insorgere le opposizioni, che accusavano Erdoğan di essere lontano dalle esigenze reali della base. Agevolazioni o meno, la Süper Lig è oggi ripiombata nella spirale del rosso in bilancio. Stando agli ultimi dati disponibili, aggiornati al maggio 2025, ammonterebbe a più di 1,1 miliardi di euro il debito accumulato dai quattro principali club turchi. A tenere in piedi la spirale di prestiti sono ancora i tassi agevolati degli istituti di credito pubblici. Il debito fa parte di un circolo vizioso che comprende ambizione dei tifosi e rivalse personali. I club hanno spesso la forma giuridica della polisportiva, gestita dai soci che periodicamente eleggono un presidente. È qui che si manifesta in forma massima l’intreccio tra calcio, politica ed economia. Le corse dei candidati alla poltrona presidenziale si appigliano a programmi fatti di successi e giocatori stellari, anche da pagare a rate in più anni, come visto nella recente sessione di calciomercato. A vincere sono spesso imprenditori influenti, in contatto con il mondo istituzionale turco e capaci di strappare accordi commerciali da capogiro. Al di là dei prestiti, la Süper Lig si regge infatti su sponsorizzazioni da decine di milioni di euro. Nel 2023 il Galatasaray ha siglato un contratto quinquennale da 100 milioni di euro con SIXT, multinazionale tedesca del noleggio auto. Quando alle proteste di Gezi Park del 2013 parteciparono anche gli ultras turchi, accusando il governo di autoritarismo, Erdoğan capì di dover cambiare registro, sfruttando a suo vantaggio il potenziale movimentista del calcio, soprattutto in ottica di politica interna. La sponda istituzionale non si esaurisce con l’intercessione col mondo bancario per la ristrutturazione del debito dei club. In Turchia c’è infatti una tassazione agevolata per i calciatori, pari al 20%, praticamente la metà rispetto a Inghilterra e Italia. Le società godono poi di concessioni immobiliari da parte dello Stato. Il nuovo centro sportivo del Galatasaray sorge a nord di Istanbul su un terreno statale ottenuto in concessione per 49 anni. Ciò ha permesso al club di poter monetizzare l’area della vecchia struttura, pari a circa 80 ettari di terreno. Secondo il quotidiano Bild, la vendita dei terreni potrebbe portare nelle casse della società almeno mezzo miliardo di euro. Per tenere in piedi il sistema turco serviranno risultati sul campo nel breve termine, a partire dall’attuale stagione, che vede impegnate Fenerbahce e Galatasaray in Champions League, Besiktas in Europa League e Trabzonspor in Conference. Andare avanti nelle competizioni europee vuol dire mettere le mani su una liquidità di cui la Süper Lig ha estremamente bisogno. La sostenibilità sul medio-lungo termine passerà anche per la capacità di investire su strutture e vivai, oltre che nel mantenere accesa la passione dei tifosi. The post Come fanno i club turchi a spendere così tanti soldi per il calciomercato appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Spagna, la vittoria del mondiale riaccende l’indipendentismo: fischi a Bilbao e Barcellona
È trascorso ormai più di un mese dalla fine dei Mondiali di calcio americani e le polemiche non accennano a fermarsi. Questa volta, però, non riguardano la consolidata asse Trump-Infantino, compiendo piuttosto un viaggio oltreoceano, a casa dei campioni spagnoli. Le cerimonie organizzate dai vari club per omaggiare i propri calciatori protagonisti del trionfo americano sono state accompagnate da fischi e tensioni, rivelandosi benzina per il mai sopito sentimento indipendentista che infiamma soprattutto i Paesi Baschi e la Catalogna. L’inizio della stagione 2026/2027 de LaLiga avrebbe dovuto essere — almeno nelle intenzioni della federazione spagnola e dei club che hanno acconsentito all’organizzazione delle cerimonie — un tripudio per la seconda stella conquistata nel New Jersey contro l’Argentina. Lo scontro con la realtà è stato però frontale nelle comunità storicamente ostili al potere centrale di Madrid. I fischi hanno inondato il San Mamés, lo stadio dell’Athletic Bilbao, uno dei club baschi più rappresentativi, prima del match contro il Siviglia. Sul campo, muniti di Coppa, si erano presentati i tre tesserati che avevano preso parte alla spedizione americana: Nico Williams, Aymeric Laporte, Unai Simon — quest’ultimo leader dello spogliatoio basco. Di fronte a un trofeo simbolo di unità nazionale, i tifosi del Bilbao hanno risposto con fischi e cori, rifiutando il nazionalismo di stampo castigliano e rilanciando le istanze indipendentiste. Sul campo da gioco si traducono nel riconoscimento, da parte della FIFA e delle altre istituzioni calcistiche, della Euskal Selekzioa, la selezione dei Paesi Baschi. La estelada catalana. Da Bilbao a Barcellona il passo è breve quando si tratta di proteste anti-Madrid. Il caso ha voluto che la prima partita casalinga del Barcelona fosse proprio contro l’Athletic Bilbao, disputata pochi giorni dopo i fatti del San Mamés. Allo Spotify (sic!) Camp Nou, era in programma un omaggio agli undici campioni del mondo presenti, 8 tra le fila blaugrana e 3 per i leoni baschi, annullato dalla società a poche ore dall’inizio. Il motivo? Il pestaggio, da parte della polizia, di un ragazzino tifoso del Barcelona, che prima del match in trasferta con l’Elche stava sventolando vicino a degli agenti la estelada catalana, bandiera simbolo della Comunità autonoma. Le manganellate al minorenne hanno fatto il giro del Paese, diventando ben presto un caso politico. Ieri Francesc-Marc Álvaro, deputato di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), ha mostrato la estelada al ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, durante un intervento al Congresso. Al posto della celebrazione annunciata, la società catalana ha distribuito 10mila bandiere stellate ai propri tifosi, sventolate con orgoglio sugli spalti, a riprova — se mai ce ne fosse bisogno — del forte sentimento identitario che si respira da queste parti contro il nazionalismo castigliano. Un sentimento che passa anche per il calcio, rivitalizzando la sua intrinseca funzione sociale. The post Spagna, la vittoria del mondiale riaccende l’indipendentismo: fischi a Bilbao e Barcellona appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 29, 2026
L'INDIPENDENTE
Bergamo blinda la partita Atalanta-Hapoel: bandiere palestinesi vietate, città in presidio
Con Ferragosto alle spalle da pochi giorni e il campionato di calcio non ancora ufficialmente iniziato, sembrava che la partita tra Atalanta e l’Hapoel Tel Aviv potesse rappresentare un evento come tanti. Invece, a poche ore dal fischio d’inizio, la situazione si è fatta complessa. La New Balance Arena di Bergamo e l’area circostante saranno infatti sottoposte questa sera a un imponente dispositivo di sicurezza, con un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine. La presenza della squadra israeliana e di circa mille suoi sostenitori ha infatti convinto le autorità a predisporre rinforzi, controlli straordinari, sistemi antidroni e un divieto di sorvolo. Agli ingressi saranno bloccate anche le bandiere palestinesi. Da giorni vanno avanti mobilitazioni che vedono in prima linea i membri bergamaschi della Global Sumud Flotilla, mentre nel tardo pomeriggio si terrà il raduno della Rete Bergamo per la Palestina. Il dispositivo di sicurezza è stato definito in diversi incontri in Prefettura e Questura. Il ministero dell’Interno ha concesso rinforzi da altre città, l’utilizzo di un elicottero e apparecchiature anti drone per bloccare i telecomandi dei velivoli. L’Ente nazionale per l’aviazione civile ha emesso un Notam che stabilisce il divieto di sorvolo per ogni tipo di velivolo, compresi i droni e i Vfr, in un’ampia porzione di cielo sopra lo stadio. Ne sono esclusi i mezzi di linea e quelli d’emergenza. Il divieto è già scattato da ieri pomeriggio e resterà valido fino allo svuotamento dell’impianto post gara. Particolarmente rigidi saranno i controlli ai cancelli, aperti dalle 18.30. La Questura ha chiesto all’Atalanta di aumentare il numero degli steward e il filtraggio riguarderà, oltre a fumogeni e oggetti pericolosi, anche striscioni e vessilli ritenuti provocatori secondo le direttive Uefa. Tra questi rientrano le bandiere palestinesi, che non potranno essere introdotte nell’impianto. La società ha invitato il pubblico ad arrivare con largo anticipo per limitare code e attese. Nel cantiere dello scolmatore del Tremana è stato messo al sicuro tutto ciò che potrebbe essere usato come arma e l’area è stata circondata da recinzioni. Oltre alla consueta ordinanza contro la vendita di alcolici, il Comune ha istituito il divieto di sosta con rimozione forzata sulle vie attorno allo stadio e disposto la chiusura di viale Giulio Cesare e via Lazzaretto. Il clima esterno resta vibrante: martedì sera, la fazione bergamasca della Global Sumud Flotilla ha illuminato le pareti dello stadio con la proiezione “Boycott Israel”. Rivendicando «Un gesto di luce contro il genocidio a Gaza», gli attivisti hanno evidenziato in una nota come il boicottaggio di Israele non sia più un’opzione politica tra le altre, ma «una necessità umanitaria, un dovere morale verso il popolo palestinese, che sta pagando con la vita il silenzio e la complicità internazionale». Il comunicato prosegue con un’accusa netta: «Ogni partita di calcio favorisce la normalizzazione della violenza, ogni accordo commerciale è complicità. Non si costruisce cooperazione con chi bombarda ospedali, scuole e campi profughi. Bergamo non può essere complice». Alle 18 di oggi, inoltre, il piazzale di via Pitentino ospiterà il raduno della Rete Bergamo per la Palestina. Promuovendo i motti “Show Hapoel the red card” e “No alla partita della vergogna”, la sigla chiarisce la propria posizione: «Di fronte al genocidio in atto in Palestina non c’è spazio per la neutralità. Il sionismo ha massacrato quasi 600 sportivi e dirigenti palestinesi, radendo al suolo gli impianti e negando ogni diritto elementare. Impedire il match tra Atalanta e Hapoel Tel Aviv significa rifiutare di sdoganare la pulizia etnica e le politiche coloniali israeliane. Lo sport non può essere la copertura per i crimini di un regime genocida». Uno scenario analogo si era venuto a creare lo scorso novembre a Bologna, in occasione della partita di basket di Eurolega tra Virtus Segafredo e la società israeliana Maccabi Tel Aviv, quando un intero quadrante del capoluogo emiliano era stato blindato con circa 500 membri delle forze dell’ordine schierati, una zona rossa a doppio filtro istituita attorno al PalaDozza e scuole chiuse in anticipo. Il mese precedente si teneva invece a Udine il match Italia-Israele per le qualificazioni ai mondiali di calcio. In quel caso era stata modificata la viabilità cittadina, con segnali stradali temporanei, divieti di sosta e la chiusura di diverse strade nei pressi dello stadio e dell’hotel in cui soggiornavano i calciatori israeliani. Comitati e quotidiani locali denunciarono una città militarizzata, con elicotteri che la sorvolano in continuazione, droni e cecchini sui tetti. L’anno precedente, in corrispondenza del medesimo evento, il Comune friulano aveva imposto il divieto assoluto di avvicinarsi allo stadio e istituito una zona rossa militarizzata attorno all’impianto. Poi, nel marzo del 2024, pesanti restrizioni per i tifosi e un ingente dispiegamento di forze dell’ordine avevano segnato il contesto della partita calcistica di Europa League tra la Fiorentina e gli israeliani del Maccabi Haifa a Firenze. The post Bergamo blinda la partita Atalanta-Hapoel: bandiere palestinesi vietate, città in presidio appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 20, 2026
L'INDIPENDENTE
Spazi gratuiti per il calcio, così la Svezia prova a prevenire la criminalità giovanile
Il venerdì sera in decine di quartieri svedesi le porte di palestre e centri sportivi restano aperte fino a mezzanotte. Ragazzi e ragazze fino ai 25 anni possono entrare gratuitamente e giocare a calcio, seguiti da adulti e allenatori. Il progetto si chiama Nattfotboll, calcio notturno, e oggi viene organizzato in circa 60 aree del Paese, soprattutto nei quartieri dove esclusione sociale e criminalità espongono una parte dei più giovani al rischio di entrare in contatto con le gang. L’iniziativa è promossa dalla fondazione Goodsport insieme a società sportive, associazioni e amministrazioni lo... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post Spazi gratuiti per il calcio, così la Svezia prova a prevenire la criminalità giovanile appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 19, 2026
L'INDIPENDENTE
L’ossessione per i filo-russi si è abbattuta anche sulla nazionale di calcio
A un mese dalla riorganizzazione gattopardiana della FIGC, che ha affidato la presidenza a Giovanni Malagò, volto noto del potere sportivo italiano, la nazionale di calcio è piombata nuovamente nel caos. La scelta del commissario tecnico ha scatenato la mai sopita ossessione per i filo-russi, facendo cambiare i piani alla federazione e riuscendo laddove altre proteste — come quella relativa alla sospensione delle partite con Israele — avevano fallito. Via Andrea Pirlo, accusato dai liberali italiani di fare propaganda per il Cremlino; dentro Roberto Mancini, già allenatore della nazionale tra il 2018 e l’estate del 2023, quando lasciò il suo incarico con una pec inviata da Mykonos e fece in fretta e furia le valigie per raggiungere lo stipendio multimiliardario offerto dall’Arabia Saudita. È durata appena due settimane l’esperienza di Paolo Maldini, bandiera del Milan, come direttore tecnico della nazionale italiana di calcio. Si è dimesso, insieme all’amico e consulente Leonardo, dopo il polverone politico e mediatico abbattutosi su Andrea Pirlo, che i due avevano individuato — subito dopo il tramonto della suggestione Pep Guardiola — come il commissario tecnico della “rifondazione” calcistica italiana, a pochi mesi dalla debacle di Zenica. Più che presentare a Pirlo, ex campione dei Mondiali di calcio del 2006, una legittima contestazione nel merito, relativa al suo percorso da allenatore, politici e media si sono concentrati sulle sue attività extra-calcistiche. A finire nel mirino della critica non sono stati tanto gli esoneri prima alla Juventus, poi al club turco Fatih Karagümrük e infine alla Sampdoria — cui ha fatto seguito l’approdo alla corte dello United FC di Dubai — quanto piuttosto l’accordo commerciale con uno sponsor russo, siglato lo scorso anno. Si tratta della Fonbet, tra le più grandi agenzie di scommesse del Paese, che vanta legami con le principali organizzazioni sportive russe. Tra i maggiori azionisti di Fonbet figura l’oligarca Sergey Lomakin, presidente dello United FC di Dubai, allenato proprio da Pirlo. E non è un caso: «la collaborazione professionale oggetto delle recenti polemiche nasce nell’ambito del mio percorso lavorativo negli Emirati Arabi Uniti», ha scritto l’ex centrocampista. A maggio, in qualità di “ambasciatore” della società, Pirlo ha presieduto a un evento organizzato a Mosca, mentre l’aggressione all’Ucraina entrava nel quarto anno di ostilità. Quando nel fine settimana l’idea di Pirlo alla guida della nazionale di calcio ha iniziato a prendere quota, in Italia è esplosa la polemica. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione Carlo Calenda. Gli ha fatto eco l’ex dem Pina Picierno, oggi vicepresidente del Parlamento europeo: «Non interessa se Pirlo sia filo-russo o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin». Rispondendo alle polemiche dopo alcuni giorni di silenzio, Pirlo ha conferito all’accordo con Fonbet una natura esclusivamente «commerciale e sportiva. Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono». Il caso mediatico ha rispolverato l’ossessione italiana per i “filo-russi” e rilanciato la questione etica nello sport. Lo ha fatto in un Paese dove i vertici sportivi non si sono creati problemi a ospitare e giocare a calcio con una nazionale rappresentante uno Stato genocida, nonostante le proteste dal basso. Soltanto l’incapacità mostrata sul campo da gioco ha impedito all’Italia di partecipare ai Mondiali di calcio organizzati in America, con epicentro negli Stati Uniti, gli stessi dell’aggressione all’Iran, del golpe in Venezuela o della fame imposta a Cuba. L’elenco dei cortocircuiti etici potrebbe continuare, comprendendo gli accordi tra club e sponsor. Si pensi, ad esempio, al caso della Lazio con Polymarket, piattaforma che permette di speculare su tutto, guerre comprese. Verrebbe dunque da chiedersi fino a che punto vale il diritto internazionale, riprendendo una massima del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Se non ci sono limiti, ci troviamo nel campo della critica oggettiva, a tutela dei principi di giustizia e uguaglianza; se invece il diritto si ferma alle preferenze personali il gioco slitta sul doppiopesismo, quello a cui l’Italia, l’Europa e l’Occidente ci hanno ormai abituato. Pina Picierno incontra rappresentanti dell’IDSF. L’anno scorso, quando militava ancora tra le fila del Partito Democratico, Pina Picierno, che di fronte all’affair Pirlo ha parlato di «normalizzazione del regime di Putin», non si è fatta particolari problemi nell’incontrare i rappresentanti dell’Israel Defense and Security Forum (IDSF). Un’organizzazione di ex militari che — come sottolineato allora dagli stessi deputati dem — «propugna apertamente le ragioni dei coloni in Cisgiordania, i crimini contro l’umanità perpetrati a Gaza e nega esplicitamente la soluzione dei due popoli due Stati». Per spegnere le polemiche su Andrea Pirlo, la FIGC ha appena ufficializzato la nomina di Roberto Mancini come nuovo commissario tecnico della nazionale. Inizia così la sua seconda esperienza a Coverciano, a tre anni di distanza dall’abbandono prematuro del suo incarico e la fuga verso l’Arabia Saudita, non proprio una bandiera dei diritti umani. 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July 28, 2026
L'INDIPENDENTE
La mefitica palude del calcio
Guardiola già lo sapeva e come tutti gli stranieri di rango si è tenuto lontano dalla nostra palude. Malagò non è in controllo: ha dovuto tenersi lo stesso staff esecutivo precedente e non è riuscito per ora a imporre Mancini. Maldini è un viziato arrogante: non si muove neppure da […] L'articolo La mefitica palude del calcio su Contropiano.
July 28, 2026
Contropiano
Mondiali di calcio e diaspora: oltre l’ossessione per la differenza
Nelle scorse settimane, seguendo il Campionato Mondiale di calcio, mi sono accorto che passavo quasi più tempo a leggere i giornali, i commenti sui social e le polemiche che a guardare le partite. Non certo perché il calcio mi interessi meno: mi sembrava però che il vero spettacolo si giocasse […] L'articolo Mondiali di calcio e diaspora: oltre l’ossessione per la differenza su Contropiano.
July 28, 2026
Contropiano
E Guardiola disse “no”
Pep Guardiola ha detto no. Non farà il Commissario tecnico della nazionale italiana di calcio, bisognevole di un Cristo capace di resuscitare i morti. I maligni dicono che il “no” sarebbe stato persino ben accolto in Federazione. Il problema, come diceva già prima Malagò, non stava nei soldi da dargli, […] L'articolo E Guardiola disse “no” su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
Calcio. Sta a noi cambiare le regole del gioco
E finalmente è calato il sipario sul mondiale di Trump e Infantino. L’immagine più rappresentativa, ed eloquente, è il tentativo del Presidente USA, insieme al suo fido scudiero, di imbucarsi nella photo opportunity finale durante i festeggiamenti. L’arroganza di un potere violento e ridicolo. Sarebbero talmente tante le cose di […] L'articolo Calcio. Sta a noi cambiare le regole del gioco su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
L’americanizzazione della Coppa del mondo resterà
I Mondiali del 2026 hanno avuto tre paesi ospitanti, ma saranno sempre ricordati come un evento americano. E come la maggior parte delle cose americane nell’ultimo decennio, Donald Trump ne ha fatto un evento incentrato su se stesso. Bombardare una nazione partecipante, vantarsi a gran voce di aver corrotto il gioco, intromettersi nella finale… anche se Trump ha avuto un paio di periodi insoliti lontano dai riflettori, le sue mani coperte di trucco sono state ovunque. E nonostante le presenze record (e, cosa ancora più importante per l’organizzatore Fifa, i ricavi ), gli emozionanti momenti calcistici e i momenti virali dei tifosi dimostrino che questo Mondiale non sia stato un totale fallimento, qualcosa non quadra. Abbiamo assistito a prezzi dei biglietti esorbitanti e alla conseguente atmosfera fiacca; un numero limitato di tifosi in grado di viaggiare dall’estero; un approccio commerciale dilagante, stridente persino per un’organizzazione senz’anima e orientata al profitto come la Fifa. Gli aspetti peggiori di questo Mondiale sono stati i più «trumpiani». Gli Stati uniti hanno lasciato il segno sul calcio mondiale, e lo sentiremo. La progressiva americanizzazione del calcio, in atto da tempo, è stata suggellata da questo torneo, che ha unito spietata finanziarizzazione e dilagante corruzione, influenzando il gioco come mai prima d’ora. Purtroppo, tutto ciò sopravviverà a Trump e all’organizzazione dei Mondiali da parte degli Stati uniti. NON È POI COSÌ MALE, VERO? Tuttavia, viste le basse aspettative che circondavano un Mondiale che fungeva anche da testimonianza dell’amicizia tra Trump e il presidente della Fifa Gianni Infantino, molti sono rimasti piacevolmente sorpresi. Sul campo, dove gli amministratori corrotti di solito riescono a combinare meno guai, è stato un successo generale. La Spagna ha giocato il suo solito calcio soffocante e bellissimo, e Lionel Messi ci ha ricordato quanto siamo fortunati ad assistere alle sue gesta. La Germania ha trovato nuovi ed entusiasmanti modi per dimostrare di non essere più una potenza calcistica, e questa volta nessuno cercherà di dare la colpa al politicamente corretto per il loro fallimento. Sebbene a tratti macchinoso e costretto a fare più calcoli, il formato allargato a quarantotto squadre ha funzionato discretamente bene, anche se in gran parte si trattava di una strategia per vendere più biglietti e per consentire alla Fifa di consolidare il proprio sostegno in Asia e Africa. Le debuttanti Uzbekistan, Giordania e Curaçao hanno portato una ventata di novità, mentre l’altra esordiente, Capo Verde, ha offerto prestazioni notevoli. Gli stadi erano gremiti, persino per le partite della fase a gironi meno pubblicizzate. La richiesta di biglietti ha superato ogni aspettativa, e i tifosi non si sono lasciati scoraggiare nemmeno dai prezzi esorbitanti . A tratti, il torneo è sembrato soprattutto la dimostrazione di un consumistico, e inarrestabile, potere di acquisto (e/i di debito, con carta di credito) durata sei settimane che una competizione calcistica. Ha inoltre lasciato spazio a quell’amore, molto radicato tra le persone, a essere derubati sfacciatamente. Chi altri ammetterebbe allegramente di aver pagato 4.000 dollari per una partita della fase a gironi, senza aggiungere, tra l’altro, che non ammetterebbe mai che ne valeva la pena? LEGGI ANCHE… CALCIO I MONDIALI SONO LA STORIA DEL CAPITALISMO Andrea Natella Un altro motivo per cui gli stadi si sono riempiti dipende semplicemente dalla diversità della popolazione statunitense. Le immense e orgogliose diaspore hanno garantito che nessuna squadra rimanesse senza sostegno. E questo, almeno per una breve fase, ha trasformato il torneo di Trump in una sorta di sogno liberale e positivo. Pochi altri paesi sono abbastanza diversificati da poter realizzare un evento del genere su tale scala, e la Coppa del mondo ha spesso offerto l’opportunità di celebrare la vita degli immigrati. Anche questo ha permesso di offrire un’alternativa alla ristretta interpretazione dell’identità americana propria del trumpismo. Gli Stati uniti sembrano aver impressionato anche i tifosi internazionali che sono riusciti ad arrivare. C’erano i tifosi scozzesi che, allegramente, hanno insegnato a Boston come si beve. Molti tifosi europei sono diventati virali quando si sono stupiti delle dimensioni delle corsie dei supermercati e delle porzioni dei fast food. (Resoconti come quello di Freddy hanno facilmente suscitato entusiasmo tra gli americani di ogni schieramento politico, desiderosi di positività). Ma nel complesso, molti visitatori hanno trovato gli Stati uniti e la sua gente molto più affascinanti di quanto le aspettative create dai reportage internazionali incentrati su Trump avessero previsto. Anche gli stadi di football climatizzati da 5 miliardi di dollari sembravano diversi da qualsiasi cosa la maggior parte dei tifosi avesse mai visto, ma questo anche perché la maggior parte del mondo preferisce sovvenzionare lo sport giovanile piuttosto che gli stadi sportivi di proprietà di miliardari . Per fortuna, i legittimi timori pre-torneo che l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) potesse sfruttare le partite come facile pretesto per arrestare gli immigrati non si sono concretizzati. Sebbene l’operato della polizia americana abbia avuto un impatto diretto limitato sui Mondiali, la brutalità dell’Ice, che è riuscita a uccidere diverse persone anche durante il torneo e a essere comunque considerata irreprensibile, è un segno della sua condotta. Per gran parte dei Mondiali, sembrava che la Fifa e Trump fossero riusciti a mettere a segno un vero e proprio colpo di scena in termini di pubbliche relazioni, superando le aspettative e generando un’atmosfera positiva. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! RUBARE LA SCENA Quella benevolenza poteva durare solo finché Trump avesse mantenuto il suo inopportuno silenzio riguardo al torneo. Tuttavia, essendo Trump quello che è, prima o poi avrebbe cercato di far parlare di sé. L’intervento diretto del presidente per fare pressione sulla Fifa affinché annullasse la squalifica per cartellino rosso inflitta all’attaccante della nazionale maschile statunitense Folarin Balogun prima della partita a eliminazione diretta contro il Belgio è stato un abuso di potere clamoroso. Che la mente confusa di Trump abbia pensato che il modo migliore per gestire un evidente caso di corruzione in campo fosse quello di vantarsene gli si addice perfettamente. Che Infantino ceda alle pressioni politiche della Fifa non è una novità, ma farlo per influenzare direttamente l’esito della partita è un nuovo livello di bassezza, che ha trovato una sorta di giustizia karmica solo nella clamorosa disfatta degli Stati uniti contro il Belgio, nonostante il vantaggio iniziale. Anche l’ex presidente della Fifa, Sepp Blatter, si è unito alle critiche contro Infantino. Sicuramente ha un conto in sospeso: Infantino ha assunto la carica nel 2016 dopo che Blatter era stato costretto a dimettersi a causa di uno scandalo di corruzione. Dato il passato di Blatter, non è certo un buon segno se critica il tuo giudizio etico. Eppure, l’aperta sottomissione di Infantino ai despoti ha raggiunto un nuovo minimo storico. Almeno Blatter e i suoi simili sapevano come essere un po’ più discreti nella loro corruzione, mentre Infantino è stato contagiato dalla propensione trumpiana a ostentare le proprie malefatte nel modo più evidente possibile. Il caso di Balogun è stato il più discusso, ma probabilmente non il più eclatante, su come Trump abbia effettivamente influenzato il calcio. Ferendo lo spirito fraterno dello sport internazionale, il fatto che una nazione ospitante abbia bombardato l’Iran, altro partecipante al Mondiale, durante tutta la competizione, non solo è stato un evento senza precedenti, ma ha avuto anche ripercussioni sportive. A causa della guerra, il campionato iraniano, in cui gioca la maggior parte della nazionale, è stato sospeso per mesi prima del torneo. Poco prima dell’inizio, l’Iran è stato costretto a trasferire la base della squadra dagli Stati uniti al Messico, con visti di breve durata concessi solo per le singole partite, che obbligavano i giocatori a tornare immediatamente a Tijuana, e con alcuni membri dello staff impossibilitati a entrare negli Stati uniti per le partite. Nonostante l’evidente svantaggio sportivo dei giocatori iraniani, visibilmente stanchi, e la pura depravazione morale degli Stati uniti nell’imporre tali regole, la Coppa del Mondo è proseguita come se nulla di straordinario stesse accadendo.E sebbene la vibrante celebrazione della vita degli immigrati americani fosse spesso davvero commovente, la Coppa del Mondo si è dovuta affidare alle diaspore per riempire gli stadi, poiché entrare nel paese era praticamente impossibile. Il sistema di controllo delle frontiere degli Stati uniti si è occupato del lavoro sporco, in modo che le retate dell’Ice non si verificassero mai durante il torneo. Iran, Haiti, Costa d’Avorio e Senegal avevano tutti almeno un divieto parziale di viaggio verso gli Stati uniti, nonostante partecipassero alla competizione. LEGGI ANCHE… CALCIO I MONDIALI DELLO SFRUTTAMENTO Andrea Ponticelli - Gabriele Granato UN PROGETTO INQUIETANTE Tutti gli aspetti peggiori di questa Coppa del mondo – la corruzione, la cinica speculazione finanziaria e l’insistenza nel voler stravolgere lo sport più amato al mondo – rischiano di radicarsi ulteriormente. Se i tifosi di altri paesi non sono altrettanto a loro agio quanto quelli statunitensi nello sborsare somme esorbitanti per i biglietti, forse farebbero meglio ad abituarsi. Anche se i prezzi dovessero diminuire in futuro, è improbabile che tornino ai livelli pre-2026. L’eccessiva finanziarizzazione di questa Coppa del mondo, in stile statunitense, manifestatasi in modo evidente nel sistema di «prezzi dinamici» che ha reso l’acquisto dei biglietti simile alle scommesse sportive e alla deleteria diffusione delle scommesse sportive, probabilmente accompagnerà anche le future competizioni. È improbabile che scompaiano anche le «hydration break» obbligatorie – una modifica al formato della competizione imposta dalla Fifa per consentire una maggiore pubblicità anche quando non necessaria a causa della temperatura. La Fifa ha apportato tali modifiche senza che i tifosi statunitensi dovessero fare pressioni. Lo stesso vale per lo spettacolo di quasi mezz’ora in stile Super Bowl nell’intervallo della finale (di solito la pausa dura solo quindici minuti). Nessuno ha chiesto che Justin Bieber e i Bts interrompessero la competizione sportiva più importante del mondo, eppure è successo lo stesso. Che piaccia o no, la Fifa sosterrà con fermezza che è stato un successo strepitoso. Al di fuori delle competizioni internazionali, il calcio è da tempo sempre più dominato da miliardari e fondi di private equity speculativi. I cambiamenti introdotti dai Mondiali non faranno altro che consolidare ulteriormente la presa del capitale sul calcio globale, e il fatto che queste riforme vengano testate sul palcoscenico più importante ne faciliterà l’applicazione ad altre competizioni. L’avidità aziendale che infetta il calcio non è una novità: le radici operaie di questo sport sono state brutalmente minate nel corso dei decenni. Ma ora minaccia di rendere il calcio irriconoscibile. E poiché la Fifa, l’istituzione più importante di questo sport, è un’organizzazione senza scrupoli, il clientelismo intensificatosi durante un Mondiale influenzato da Trump probabilmente impedirà a chiunque di fermare tutto ciò. Forse Infantino si è spinto troppo oltre e (a differenza delle ultime due volte) e probabilmente dovrà affrontare una vera opposizione alle elezioni presidenziali Fifa del prossimo anno. Eppure, sembra ancora intoccabile. Ha risposto alle feroci critiche provenienti dall’Europa proponendo un’ulteriore espansione della Coppa del mondo, questa volta da quarantotto a sessantaquattro nazioni, in un tentativo neanche troppo velato di assicurarsi i voti delle federazioni asiatiche, africane e centroamericane che trarrebbero vantaggio da una soglia di partecipazione più bassa. Con i Mondiali del 2030 che si preannunciano come un evento mastodontico distribuito su tre continenti, e l’edizione del 2034 in programma in Arabia Saudita, il potenziale per ulteriori episodi di corruzione e «sportswashing» è enorme, a prescindere da chi sia al timone della Fifa. E anche se la Coppa del mondo si spostasse in tutto il mondo, l’egocentrismo provinciale degli Stati uniti – un paese ospitante pieno di commentatori che si vantano di non capire la cultura sportiva – verrà esportato. Un maggior numero di paesi partecipanti allarga il campo, eppure l’ossessione della Fifa per i profitti a tutti i costi ridurrà la presenza globale di tifosi che potranno effettivamente assistere alle partite. L’evento multicontinentale del 2030 sarà logisticamente ancora più complesso, e probabilmente anche più costoso per i tifosi, rispetto a quello attuale. E, come il Qatar nel 2022, l’Arabia saudita nel 2034 si rivelerà probabilmente una destinazione inospitale e poco attraente per le tifose e le persone LGBTQ+. Il declino a lungo termine del calcio fa sì che tutto ciò sembri una logica conseguenza di quanto accaduto nel 2026. Ma se il 2026 ci insegna qualcosa, dovrebbe essere che non deve per forza andare così. Nonostante tutto, sei settimane di football in Nord America hanno portato gioia al mondo. Hanno dimostrato – se non sempre – che anche nelle condizioni più ostili, il football può unire le persone e contribuire a ricostituire il concetto di comunità e appartenenza. È questo potere che ci mostra che questo sport deve essere protetto, non usato contro di noi. Le vittorie in termini di accessibilità economica e di creazione di comunità, come quelle ottenute nella New York di Zohran Mamdani, dimostrano che le istituzioni marce del calcio possono essere sfidate. Dobbiamo solo farlo prima che non ci sia più nulla da riconquistare. *Dave Braneck è un giornalista di Berlino che si occupa di sport e politica. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’americanizzazione della Coppa del mondo resterà proviene da Jacobin Italia.
July 20, 2026
Jacobin Italia