Come fanno i club turchi a spendere così tanti soldi per il calciomercato
Per sintetizzare l’ascesa del campionato turco sul calciomercato europeo si
potrebbe rivisitare una massima che la storia recente vorrebbe (erroneamente)
attribuire ad Albert Einstein. E cioè: la struttura della Süper Lig, in
relazione alle sue possibilità economiche, non è adatta per fare questo tipo di
calciomercato, ma lei non lo sa e compete lo stesso. Soltanto quest’estate,
giocatori del calibro di Rafael Leao, Mohamed Salah e Dusan Vlahovic si sono
uniti alla folta schiera di campioni che hanno deciso di giocare nella penisola
anatolica, rafforzando principalmente le 4 regine del campionato turco:
Galatasaray, Fenerbahce, Trabzonspor e Besiktas. Alla base della loro recente
ascesa c’è un mix di fattori: si va dall’enorme base popolare di tifosi alle più
intricate trame politiche, che passano per accordi milionari con gli sponsor,
prestiti bancari e la volontà dello Stato di usare il calcio come vetrina.
LE PAZZE ESTATI TURCHE
Il Galatasaray che strappa al Milan il suo numero 10, portandolo a Istanbul dopo
aver pagato 45 milioni di euro di cartellino e offerto a Leao un contratto da 12
milioni di euro netti a stagione, è solo la punta di un iceberg profondo, fatto
di trasferimenti sempre più frequenti di giocatori di alto livello. Sempre in
questa sessione di calciomercato, il club più titolato del Paese ha prelevato
Aleksey Batrakov dal Lokomotiv Mosca, pagando altri 25 milioni di euro. L’estate
scorsa ha strappato al Napoli Victor Osimhen, per un affare da 75 milioni di
euro, a cui vanno aggiunti i 15 milioni annui netti al giocatore (più bonus).
Cifre ormai utopiche dalle nostre parti. A parametro zero, il Galatasaray si è
assicurato lo scorso anno le prestazioni di altre due stelle del calcio europeo:
İlkay Gündoğan e Leroy Sané, offrendo al primo 4,5 milioni di euro netti l’anno
e circa il doppio al secondo.
Sempre a Istanbul, ma sponda Fenerbahce, hanno speso quest’estate 100 milioni di
euro in cartellini, pescando dai principali campionati europei: Mason Greenwood
dal Marsiglia, Vedat Muriqi dal Mallorca, Nathan Aké dal Manchester City e
Romelu Lukaku, che al Napoli aveva preso proprio il posto di Osimhen. Percepirà
uno stipendio netto da 10 milioni di euro a stagione. Sempre dal City, lo scorso
anno è arrivato il portiere Ederson, seguito da Mattéo Guendouzi, Kerem
Aktürkoğlu, Marco Asensio, Milan Škriniar e N’Golo Kanté. Per una spesa
superiore ai 100 milioni di euro, esclusi gli ingaggi. L’anno precedente, a
prendersi la scena, fu la nomina di José Mourinho ad allenatore della prima
squadra, con uno stipendio annuale di oltre 10 milioni di euro.
Trabzonspor e Besiktas non sono rimaste a guardare. Il primo, rappresentante la
città di Trebisonda, ha messo ad esempio le mani sul promettente Franculino,
impegnandosi a versare 17 milioni di euro nelle casse dei danesi del
Midtjylland. Il pagamento avverrà in cinque anni, con 8 rate. A parametro zero è
arrivato Mohamed Salah, per anni simbolo del Liverpool, con cui ha vinto
campionato e Champions League. Il terzo club di Istanbul ha invece speso
quest’anno più di 70 milioni di euro di cartellini, prelevando a parametro zero
l’ex 9 della Juventus Dusan Vlahovic e lanciando la sfida per il titolo alle più
blasonate Galatasaray e Fenerbahce.
L’ultima sessione di calciomercato si è chiusa il 4 settembre, con all’attivo
una spesa superiore ai 415 milioni di euro — ripartita in buona parte tra le 4
regine della Süper Lig. Non si è ancora al livello dei 5 principali campionati
europei ma la strada è tracciata, soprattutto se si considerano gli stipendi
faraonici (fuori dalla spesa dei 415 milioni) e il rapporto con le entrate. La
Süper Lig è decima a livello europeo per quanto riguarda i guadagni, segno di un
sistema ancora poco capace di generare plusvalenze, creare talento e rendersi
sostenibile. I diritti televisivi sono modesti e quasi tutti gli stadi sono di
proprietà statale. Il rapporto tra i ricavi dei club e gli stipendi dei
calciatori è all’88%, ben oltre la soglia di sostenibilità fissata al 70% dalla
UEFA.
Victor Osimhen, trasferitosi dal Napoli al Galatasaray per 75 milioni di euro.
L’ENORME BOLLA SU CUI SI REGGE IL SISTEMA TURCO
L’entusiasmo che si sta ricreando intorno alle piazze calcistiche turche è alto.
Il tifo è passionale e vive anche di questi grandi colpi estivi, capaci di
rimpolpare le rose con campioni europei e far scattare la corsa al
merchandising. Dopo aver toccato il fondo nel 2019, quando i principali club
turchi hanno rischiato la bancarotta, il sistema calcistico ha ripreso
gradualmente a ingranare, riaffacciandosi con prepotenza sul Vecchio Continente,
sia per dinamiche di campo e dunque di partecipazione alle coppe europee sia per
la voce grossa sul mercato. A salvare le regine del calcio turco fu l’intervento
del governo di Recep Tayyip Erdoğan, conscio del potenziale politico del
pallone. In una fase di forte crisi economica, con la lira svalutata e un potere
d’acquisto crollato, perdere anche il calcio avrebbe voluto dire soffiare sul
fuoco del malcontento popolare. Così la banca statale Ziraat convinse gli
istituti di credito pubblici a ristrutturare il debito plurimilionario dei club,
concedendo loro un trattamento assai agevolato. Al punto da far insorgere le
opposizioni, che accusavano Erdoğan di essere lontano dalle esigenze reali della
base.
Agevolazioni o meno, la Süper Lig è oggi ripiombata nella spirale del rosso in
bilancio. Stando agli ultimi dati disponibili, aggiornati al maggio 2025,
ammonterebbe a più di 1,1 miliardi di euro il debito accumulato dai quattro
principali club turchi. A tenere in piedi la spirale di prestiti sono ancora i
tassi agevolati degli istituti di credito pubblici. Il debito fa parte di un
circolo vizioso che comprende ambizione dei tifosi e rivalse personali. I club
hanno spesso la forma giuridica della polisportiva, gestita dai soci che
periodicamente eleggono un presidente. È qui che si manifesta in forma massima
l’intreccio tra calcio, politica ed economia. Le corse dei candidati alla
poltrona presidenziale si appigliano a programmi fatti di successi e giocatori
stellari, anche da pagare a rate in più anni, come visto nella recente sessione
di calciomercato. A vincere sono spesso imprenditori influenti, in contatto con
il mondo istituzionale turco e capaci di strappare accordi commerciali da
capogiro. Al di là dei prestiti, la Süper Lig si regge infatti su
sponsorizzazioni da decine di milioni di euro. Nel 2023 il Galatasaray ha
siglato un contratto quinquennale da 100 milioni di euro con SIXT,
multinazionale tedesca del noleggio auto.
Quando alle proteste di Gezi Park del 2013 parteciparono anche gli ultras
turchi, accusando il governo di autoritarismo, Erdoğan capì di dover cambiare
registro, sfruttando a suo vantaggio il potenziale movimentista del calcio,
soprattutto in ottica di politica interna. La sponda istituzionale non si
esaurisce con l’intercessione col mondo bancario per la ristrutturazione del
debito dei club. In Turchia c’è infatti una tassazione agevolata per i
calciatori, pari al 20%, praticamente la metà rispetto a Inghilterra e Italia.
Le società godono poi di concessioni immobiliari da parte dello Stato. Il nuovo
centro sportivo del Galatasaray sorge a nord di Istanbul su un terreno statale
ottenuto in concessione per 49 anni. Ciò ha permesso al club di poter
monetizzare l’area della vecchia struttura, pari a circa 80 ettari di terreno.
Secondo il quotidiano Bild, la vendita dei terreni potrebbe portare nelle casse
della società almeno mezzo miliardo di euro.
Per tenere in piedi il sistema turco serviranno risultati sul campo nel breve
termine, a partire dall’attuale stagione, che vede impegnate Fenerbahce e
Galatasaray in Champions League, Besiktas in Europa League e Trabzonspor in
Conference. Andare avanti nelle competizioni europee vuol dire mettere le mani
su una liquidità di cui la Süper Lig ha estremamente bisogno. La sostenibilità
sul medio-lungo termine passerà anche per la capacità di investire su strutture
e vivai, oltre che nel mantenere accesa la passione dei tifosi.
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