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Spot 04.02.26 Aurora Vanchiglia Transfemminista vs. Falene, Cittadella Women e Utopiadi
In questa puntata di SPOT, a cura dell’Aurora Vanchiglia Trasfemminista, non siamo sol3! Commenteremo le notizie assieme alla squadra amica di calcio transfemminista: le Falene! Musica, notizie dal mondo dello sport popolare e non solo, chiacchiere da bar e i soliti errori in consolle vi aspettano. Link Utili: https://www.calciofemminileitaliano.it/calcio-femminile/eccellenza/il-cittadella-women-si-ritira-le-calciatrici-stanche-di-essere-prese-in-giro-e-di-promesse-mai-mantenute/ https://www.calciofemminileitaliano.it/calcio-femminile/eccellenza/cittadella-women-le-ragazze-del-settore-giovanile-qualcuno-ha-deciso-di-trarre-vantaggio-dalla-nostra-dedizione-cancellati-anni-di-sacrifici/ https://cio2026.org Falene: https://nessunofuorigioco.it/falene https://www.instagram.com/nessun_fuorigioco
February 16, 2026
Radio Blackout - Info
PALESTINA: L’ESERCITO OCCUPANTE ISRAELIANO MINACCIA DI DEMOLIZIONE IL CAMPO DI CALCIO DI AIDA CAMP
Striscia di Gaza: sono almeno 430 i palestinesi uccisi da Israele in tre mesi di cosiddetto “cessate il fuoco”, 5 in media al giorno, mentre Israele fa sapere di aver definito “nuovi piani militari” per lanciare altre aggressioni militari contro Gaza. I media israeliani parlano di marzo come mese individuato per il possibile attacco.  Oltre alle uccisioni dirette,  a Gaza si muore anche per freddo, fame, malattie. 4 persone decedute solo martedì 13 gennaio 2026, nel crollo di alcuni ruderi, spazzati dal vento e dalle piogge continue, mentre – nonostante le promesse di Netanyahu – il valico principale, quello di Rafah, rimane sigillato. Da Gaza alla Cisgiordania. Anche qui proseguono le violenze e le uccisioni, da parte sia dei coloni che dell’esercito israeliano. “La quotidianità è sempre più segnata da incursioni militari, arresti arbitrari e una crescente ondata di aggressioni da parte dei coloni contro i civili palestinesi”, denuncia Fabian Odeh, cittadino italo palestinese che viaggia spesso in Cisgiordania, ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “La sottrazione – prosegue Odeh – di risorse e territori è sistematica, vengono demolite le infrastrutture vitali e si espandono gli insediamenti. Violenze che negano anche l’accesso alle situazioni più normali: andare all’università è pericoloso. Pochi giorni fa l’attacco dell’esercito con l’incursione all’ateneo di Birzeit, vicino a Ramallah: l’esercito ha sparato pallottole vere e ferito almeno una dozzina di studenti”. Altre situazioni che altrove sarebbero normali, in Cisgiordania sono a rischio, come il gioco del calcio. Negli ultimi giorni infatti si è parlato con insistenza dell’abbattimento per volere israeliano del campo sportivo del campo profughi di Aida, vicino Betlemme, a pochi metri dal muro dell’apartheid voluto da Tel Aviv. Quello di Aida Camp è uno dei pochissimi spazi ricreativi rimasti e proprio per questo nel mirino dell’esercito e dell’occupazione. L’ordine di demolizione, in scadenza in queste ore, è stato al momento rinviato, ma solo di una settimana. Una petizione per salvarlo rivolta a Fifa e Uefa si sta avvicinando al mezzo milione di firme ed è stata già siglata da decine di realtà sportive popolari italiane e internazionali.  Della situazione in Cisgiordania Occupata, di quanto accaduto a Birzeit e della situazione di Aida Camp su Radio Onda d’Urto l’intervista a Fabian Odeh, cittadino italopalestinese spesso in West Bank. Ascolta o scarica  
January 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Tifosi del Celtic contro l’acquisto di un calciatore del Maccabi Netanya
I tifosi del Celtic FC chiedono con forza alla società della squadra di calcio scozzese di bloccare l’acquisto dell’attaccante ivoriano Jocelin Ta Bi dal Maccabi Netanya, un accordo di trasferimento dal valore di 2 milioni di sterline (circa 2,68 milioni di dollari) per l’attaccante del club. Scotland for Palestine riporta […] L'articolo Tifosi del Celtic contro l’acquisto di un calciatore del Maccabi Netanya su Contropiano.
January 11, 2026
Contropiano
Gli Agnelli, la Juve e il capitalismo italiano
Articolo di Vincenzo Scalia La Exor, cassaforte della famiglia Agnelli, proprietaria della Juventus, ha rispedito al mittente l’offerta presentata dal fondo bitcoin Tether (guinzaglio in inglese) per rilevare la società più titolata d’Italia, tifata da un terzo degli appassionati di calcio del nostro paese. Le motivazioni addotte al rifiuto dell’offerta hanno fatto leva sui sentimenti e sull’identità, ricordando che il controllo della società bianconera, da oltre un secolo in mano ai proprietari della Fiat, ha un significato che, al di là della resa dell’asset Juventus, attiene alla sfera sentimentale.  Una risposta che sembra chiudere la partita, ma in realtà apre una serie di riflessioni sia sullo stato del capitalismo italiano, sia su quella del calcio. A leggere tra le righe si capisce che la questione non è tanto quella del sentimento, quanto del valore dell’offerta. Gli attuali proprietari sanno che la Juventus, malgrado gli affanni degli ultimi anni, rappresenta un marchio appetibile per gli investitori e la valutano 2 miliardi di euro, molto al di sopra del miliardo e rotti offerto da Tether. Di sentimentale, in questo, c’è ben poco.  Inoltre, non si capisce come mai, se la Juventus suscita il richiamo ai sentimenti, non si possa dire lo stesso delle altre attività controllate dai proprietari della squadra torinese. A partire dalla gestione di Sergio Marchionne il settore automobilistico è stato sistematicamente smantellato, con la chiusura di stabilimenti come Termini Imerese, mentre altri poli produttivi, come Mirafiori, attendono con ansia di conoscere il loro futuro, con le voci di chiusura che circolano insistenti. La scelta di dismettere i marchi storici di famiglia è già stata portata avanti vendendo l’Iveco, uno dei comparti storici della produzione di veicoli industriali, nonché di indiscussa qualità, l’estate scorsa. È poi di questi giorni la vendita prossima dei quotidiani La Stampa, da anni proprietà della famiglia Agnelli, e de La Repubblica a una proprietà greca in cui comparirebbe anche lo sceicco saudita Bin Salman, distintosi per il brutale omicidio del suo compaesano giornalista Khassoggi.  Si tratta di precedenti che lasciano pensare a una prossima cessione del club bianconero di fronte a un’offerta ritenuta più vantaggiosa, segnando il culmine di una parabola che, iniziata alla fine degli anni Ottanta, ha riguardato non soltanto la famiglia Agnelli ma anche il capitalismo italiano nel suo complesso. Alla fine del 1987, l’allora amministratore delegato Fiat, Cesare Romiti, quello della marcia dei 40.000 che pose fine allo sciopero dei 35 giorni, proclamò che la strategia del gruppo sarebbe stata quella di «differenziare gli investimenti». In altre parole, si scelse di non investire sulla modernizzazione del comparto produttivo. Una scelta esplicitata con il licenziamento di Vittorio Ghidella, responsabile del settore auto, che insisteva sulla necessità di puntare sull’auto elettrica, in un periodo in cui la Fiat avrebbe potuto giocarsi qualche carta. La finanziarizzazione del capitalismo italiano, catalizzata da Tangentopoli – che sancì il termine del sostegno all’industria assistita – e dalla globalizzazione, seguì alla scelta strategica del principale gruppo privato italiano.  In altre parole, si è trattato della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti, non soltanto in termini di licenziamenti, casse integrazioni e prepensionamenti a carico della collettività. Gli aspetti relativi alla distruzione dei saperi, delle professionalità, delle comunità che si formano e gravitano attorno al tessuto produttivo, del deperimento economico, rappresentano i frutti avvelenati della differenziazione degli investimenti. Sfoltito l’ambito materiale, gli eredi degli Agnelli si stanno volgendo a quello immateriale, sempre più fondamentale in una società basata sulla centralità crescente della sfera cognitiva. Identità, idee, emozioni, innervano le relazioni sociali. Il capitalismo immateriale fa di tutto per invaderle, per ridurle alle logiche binarie, per anteporre il brand alle rappresentazioni collettive. Quest’ultimo aspetto è centrale in relazione al calcio. Le squadre si formano come articolazione sportiva di comunità locali e nazionali, di cui incarnano i valori e le aspirazioni. Una tendenza che negli ultimi vent’anni tende a venire sempre meno, fagocitata dalla spinta a ridurre lo sport a un’ennesima industria dell’intrattenimento.  È il caso della Juventus, la cui popolarità nazionale va messa in relazione con la massiccia immigrazione meridionale nella Torino degli anni Cinquanta e Sessanta, dove il tifo bianconero costituiva un canale di socialità alternativo in risposta all’esclusione che siciliani, pugliesi e calabresi subivano dalla società locale, ma anche dalla classe operaia torinese. Granata, comunista, che vedeva con diffidenza i terun arruolati con la lettera del prete in catena di montaggio, che accettavano stipendi da fame e facevano deteriorare le condizioni di lavoro e i salari. Eppure fu da questa frattura che si generarono i fatti di piazza Statuto, che nacquero le sollevazioni spontanee, che partì un ciclo di lotte destinato a durare fino alla marcia dei 40 mila del 1980.  Furino, Anastasi, Longobucco, Causio, Brio, meridionali che giocavano nella Juventus, rappresentavano la proiezione delle aspirazioni a una vita migliore delle centinaia di migliaia di Gasparazzo (operaio meridionale immortalato nelle vignette di Lotta Continua) che lavoravano negli stabilimenti Fiat e miravano a riprendersi la città. Il seguito di cui la squadra bianconera gode al Sud e nelle Isole, riflette il tentativo di sanare la ferita della migrazione. Si rimaneva uniti tifando per la stessa squadra. Discorsi analoghi potrebbero trovarsi nei dualismi tra Roma e Lazio, Genoa e Sampdoria, Milan e Inter, o nelle rivalità in nome del campanilismo e della fede politica contrapposta di altre tifoserie. Tutto questo patrimonio di memoria e aggregazioni collettive, nel calcio odierno, vengono liquidate o soppresse, in nome del marchio da valorizzare e della vittoria agganciata al conseguimento degli utili. Da oltre un decennio, il calcio italiano, è diventato terra di conquista di investitori che fanno capo a oscuri fondi stranieri, soprattutto statunitensi, attratti in Italia da faccendieri specializzati nell’acquisizione e nella vendita di proprietà calcistiche. Lo stesso fondo Tether, pur formalmente presieduto da imprenditori torinesi, ha la sua sede legale in El Salvador, evidentemente attratto da una legislazione fiscale favorevole. Fino ad ora, le proprietà globali che hanno investito nel nostro calcio non hanno avviato politiche aziendali finalizzate al potenziamento dei settori giovanili o al coinvolgimento attivo delle tifoserie nella gestione delle società calcistiche. Seguendo le leggi della valorizzazione della rendita, hanno puntato a far quadrare i bilanci, a investire per periodi di tempo limitati, forse in relazione alla necessità di far circolare le risorse in loro possesso, oppure a valorizzare le squadre di loro proprietà in relazione alla possibilità di operare in circuiti esclusivi. Pensiamo al Como, squadra rivelazione della serie A, che non schiera nemmeno un italiano tra i titolari. La società lariana è stata rilevata da un fondo indonesiano che ha intravisto la possibilità di operare in un milieu caratterizzato dalla presenza di ultramiliardari globali che posseggono la residenza, formale o di fatto, in riva al Lago. Scegliendo di creare, utilizzando l’ossatura e la tifoseria della vecchia società, un giocattolo destinato a sollazzare i vip globali. Un progetto che nel breve termine sta rendendo, ma che a lungo andare, dato che si tratta di una squadra senza grosso seguito, confinata all’ambito locale, finirà come è finita col Parma e col Chievo, a discapito delle tifoserie e della comunità locali. Come sta succedendo a Livorno, dove la proprietà brasiliana, dopo avere investito nella squadra amaranto e averla riportata nel calcio professionistico, di colpo ha bloccato anche l’erogazione degli stipendi, facendo presagire una fine drammatica per il calcio labronico. Di fallimenti, finanziari e sportivi, è costellato il calcio italiano. Delle 146 società professionistiche in vita negli anni Novanta, ne rimangono oggi 90, alcune delle quali sempre a rischio di cancellazione. Una situazione drammatica, che si rispecchia nella mancata partecipazione agli ultimi due campionati mondiali della nostra Nazionale, nonché nel rischio di non qualificarsi nemmeno stavolta. Sarebbe necessaria una politica di intervento attivo su un settore nevralgico della vita nazionale, indagando sulla natura delle proprietà, regolamentando le acquisizioni, programmando una politica orientata verso le tifoserie locali e la valorizzazione dei settori giovanili. Invece si chiede di liberalizzare le scommesse, e si punta il dito sugli ultrà, additati come responsabili del degrado del sistema-calcio e avamposti di penetrazione della criminalità organizzata. Molto probabilmente, se si indagasse a fondo sui passaggi di proprietà e sugli investitori, verrebbe alla luce uno scenario diverso. Forse, più che del guinzaglio, sarebbe necessario un contropotere sportivo.  *Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023). L'articolo Gli Agnelli, la Juve e il capitalismo italiano proviene da Jacobin Italia.
December 15, 2025
Jacobin Italia
Spot 10.11.25 Aurora Vanchiglia Transfemminista – Due chiacchiere con l’associazione Disform – Come sta il giornalismo sportivo italiano? – Notizie flash dallo sport
L’Aurora Vanchiglia Transfemminista torna alla guida di questa puntata di SPOT ma non è sola! In questa puntata facciamo due chiacchiere con l’associazione DISFORM, che si occupa di formazione, sensibilizzazione e inclusione nello sport. Qui il questionario sul Safeguarding: Safeguarding nello sport, quanto ne sai e come lo vivi? https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdDTVVCzfmehioNmC56zYLx9gRt5vvXsGGvhn0ZclGD2dSDyA/viewform Per info seguitel3 qui! https://disform.it https://www.instagram.com/thewayyoufeelin/ Ci chiediamo inoltre: come sta il giornalismo sportivo italiano? Male, molto male. I giornali sportivi sono concentrati quasi esclusivamente sul calcio italiano, in particolare sulla Serie A maschile, aprendo lo sguardo all’estero solo quando si tratta di approfondire le competizioni europee che coinvolgono le squadre italiane. I corpi femminili vengono dissezionati e messi in mostra solo se in costume e quando appartengono a compagne, madri o sorelle di calciatori maschi più famosi. Calcio femminile, questo sconosciuto. Come sempre, il tutto è accompagnato da musica, chiacchiere a vanvera e dalla consueta lingua tagliente di Mingus
December 14, 2025
Radio Blackout
Palestina, la squadra che lotta oltre il 90°
Articolo di Andrea Ponticelli, Gabriele Granato Il sogno della nazionale di calcio maschile della Palestina di accedere alle semifinali della Coppa Araba si è concluso al minuto 115 della partita contro l’Arabia Saudita, quando – sul risultato di 1 a 1 – Mohamed Kanno, centrocampista dell’Al Hilal di Simone Inzaghi, ha insaccato alle spalle di Rami Hamedeh la rete del definitivo 2 a 1. Arabia Saudita in semifinale e Palestina a casa, sempre che così si possa dire per una nazionale costretta da anni a giocare lontana dalla propria terra e dalla propria gente.  Questo l’amaro verdetto del campo che ha giustamente gettato tutte e tutti i tifosi della Palestina nello sconforto. Perché non solo ci avevano sperato ma – visto l’andamento della partita – ci avevano anche creduto. Emozioni contrastanti che solo chi ama il gioco del calcio potrà mai provare. E dopo tutto, forse, è proprio questo a rendere il calcio così bello e popolare. Un gol subito a 5 minuti dai calci di rigore che sa di beffa. Si conclude così la cavalcata della Palestina nella Coppa Araba. Ma in questo percorso non vi è sconfitta, semmai una delle più grandi vittorie nella storia dello sport palestinese: una vittoria di identità, resistenza, libertà e orgoglio nazionale. La Palestina mai era arrivata così lontano nella competizione continentale. Nelle precedenti apparizioni non aveva nemmeno mai ottenuto una vittoria, tanto meno era riuscita a superare il girone eliminatorio. Mai aveva mostrato un livello di gioco e una determinazione così alti. E proprio per questo, quanto raggiunto in questa competizione e, prima ancora, nelle qualificazioni mondiali 2026 e nella Coppa d’Asia 2024, non rappresentano solo una pagina sportiva di tutto rilievo, ma una vera e propria testimonianza storica. È il risultato di una resistenza strutturale, quotidiana, fisica e mentale, contro l’occupazione e le politiche di apartheid israeliane.  Una squadra che ha superato ogni ostacolo immaginabile, che gioca sistematicamente lontana dalla propria terra: nessuna delle partite casalinghe della nazionale palestinese si è disputata in Palestina. L’Occupazione, le restrizioni di movimento e il genocidio in corso rendono impossibile ospitare competizioni di qualsiasi livello. Senza considerare il fatto che a oggi la quasi totalità delle infrastrutture sportive è stata rasa al suolo. Durante la preparazione per la Coppa d’Asia 2024, le sessioni di allenamento sono state più volte interrotte da allarmi e notizie provenienti da Gaza, dove si facevano (e si fanno ancora) i conti con una delle offensive sioniste più violente degli ultimi decenni. A novembre 2023, mentre la squadra si radunava per la prima fase di preparazione, i bombardamenti israeliani su Khan Younis distruggevano le abitazioni di almeno due membri dello staff tecnico, lasciandoli senza notizie dei propri familiari. Alcuni giocatori della nazionale, come il difensore Mohammed Saleh e il centrocampista Mahmoud Wadi, entrambi di Gaza, hanno dichiarato pubblicamente di aver perso amici d’infanzia e cugini sotto le bombe. Eppure sono rimasti, hanno giocato. Hanno trasformato il dolore in concentrazione. Ed anche in quel caso hanno riscritto la storia contribuendo alla qualificazione della Palestina – per la prima volta nella sua storia – agli ottavi di finale della Coppa d’Asia.  Il capitano Mus’ab Al-Battat in conferenza stampa, prima della partita decisiva contro Hong Kong, aveva parlato di una squadra unita non solo da un obiettivo sportivo, ma da un destino condiviso. Il destino di chi deve superare checkpoint, burocrazie oppressive, visti negati e trasferte forzate anche solo per raggiungere il ritiro. Un destino che costringe atleti professionisti ad allenarsi in campi sabbiosi, con attrezzature precarie, in impianti bombardati e devastati. Eppure, tutto questo non ha impedito, un anno dopo, durante le qualificazioni ai Mondiali del 2026, a Oday Kharoub di siglare il gol che per 94 minuti ha fatto sognare la Palestina contro l’Oman. Non ha impedito a Tamer Seyam di guidare l’attacco con lucidità, o a Rami Hamadeh di parare due rigori cruciali nella fase precedente delle qualificazioni. Le storie individuali dei giocatori si intrecciano con quella collettiva della nazione.  Perché con un genocidio ancora in corso, una nazione sotto Occupazione da oltre 75 anni, con centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare la propria terra, diventa impossibile separare ciò che avviene sul campo da gioco da ciò che accade fuori. La nazionale palestinese è oggi molto più di una squadra: è il volto sportivo di una nazione che lotta per esistere, è una voce che si alza in mezzo al silenzio assordante dell’opinione pubblica internazionale, è un simbolo che racchiude in sé l’orgoglio di un popolo sotto assedio. Ogni passaggio, ogni gol, ogni bandiera sventolata sugli spalti è un atto di resistenza. La nazionale di calcio palestinese è la rappresentazione plastica del concetto di «calcio come spazio di identità politica»: un’arena in cui, più che una partita, si disputa il diritto stesso alla rappresentanza, alla visibilità, all’autodeterminazione. Perché in Palestina, lo sport non è mai stato solo sport. È cultura, è politica, è resistenza quotidiana. E in questa prospettiva, la nazionale palestinese non gioca solo per raggiungere un obiettivo sportivo, ma per un popolo intero in cerca di pace e libertà.  Il risultato sportivo, proprio per questo – per quanto importantissimo – diventa quasi secondario. Perché la Palestina ha già vinto. Ha vinto dimostrando che può competere ad alti livelli nonostante l’Occupazione e un genocidio in corso. Ha vinto conquistando la solidarietà di milioni di tifosi e tifose in tutto il mondo che anche giovedì sera hanno in qualche modo seguito le imprese di calciatori assurti a simboli di un’intera nazione. Ha vinto ogni volta che il nome «Palestina» è stato pronunciato negli stadi, scritto nelle cronache sportive, trasmesso in diretta sulle tv internazionali. Ha vinto contro l’invisibilità e la complicità di una parte del mondo. Sicuramente di quella che ci governa.  Le imprese della nazionale palestinese assumono una portata immediatamente politica. Giocare una partita internazionale equivale, per la Palestina, a essere riconosciuta come soggetto tra i soggetti. Il calcio diventa una forma di rappresentanza internazionale che supera confini, barriere e veti. In assenza di uno Stato riconosciuto pienamente dalla comunità internazionale, la nazionale diventa la Palestina stessa. Una bandiera. Un inno. Un gruppo di giocatori che corre per milioni di persone. Ogni partita è lotta per affermare la propria esistenza, ogni dribbling è una sfida contro l’Occupazione. È una forma di diplomazia sportiva, di rappresentanza non ufficiale ma potentissima. Il calcio per la Palestina è memoria collettiva, identità culturale, progetto politico. È uno strumento che sposta narrazioni, apre spazi, costruisce ponti. È un modo per dire: noi ci siamo, con il nostro nome, la nostra bandiera, la nostra gente. Come ha detto Susan Shalabi, vicepresidente della Federazione Calcistica Palestinese (Pfa) «la squadra nazionale è diventata un simbolo delle nostre aspirazioni nazionali, del desiderio di vivere in pace come le altre nazioni sotto il sole». La lezione che arriva dalla partecipazione della Palestina a queste competizioni è quindi profonda. Lo sport in una prospettiva gramsciana è anche campo di egemonia politica e culturale: un luogo dove si costruisce consenso, si modellano identità, si esercita potere. E quando una squadra come quella palestinese riesce a imporsi, a farsi ascoltare, a generare entusiasmo e solidarietà, sta compiendo una vera «war of position». Sta mostrando che esiste un’altra narrazione possibile, che resiste ai tentativi di cancellazione e marginalizzazione. E in questo spazio conquistato, lo sport si trasforma in resistenza. La delusione per il risultato, quindi, deve trasformarsi immediatamente in orgoglio. In ulteriore determinazione ad andare avanti e a non mollare. Perché chi ha seguito questo cammino, chi ha guardato le partite della Palestina, chi ha visto le immagini provenienti dagli stadi, chi ha ascoltato i cori e letto i nomi dei giocatori, sa che ha assistito a qualcosa di più importante di semplici partite di competizioni sportive. La Palestina ha dato corpo e volto alla propria storia attraverso il calcio. Ha cantato, corso, lottato. E lo ha fatto con incredibile dignità e determinazione. E questo resterà, al di là di tutto, perché come ha detto il centrocampista della nazionale, Mohammed Rashid, nonostante le forze israeliane «cercano di uccidere i nostri sogni, non permetteremo loro di ostacolarci. Non smetteremo mai di sognare». Il cammino in Coppa Araba si ferma qui. Ma è un punto di partenza, non un traguardo. Come detto dal centravanti della nazionale Oday Dabbagh all’indomani dell’eliminazione dalle qualificazioni mondiali questa non è la fine. È solo un’altra pagina della loro storia, una storia scritta con il sacrificio, con la passione e con lo spirito indomabile della Palestina: «Continueremo a usare il calcio come messaggio per mostrare al mondo che in Palestina ci sono anche altre cose. Continueremo ad andare avanti. Il sogno non è finito, è solo rimandato». Perché le imprese sportive della Palestina sono la prova che si può costruire qualcosa di importante anche nelle condizioni più avverse. È il seme di una nuova generazione che sogna, crede, resiste, lotta. E che sa che un giorno, quella bandiera che oggi sventola negli stadi e nelle strade di mezzo mondo in segno di solidarietà, sventolerà su un campo del Mondiale a rappresentare una terra finalmente libera. Perché la Palestina non è solo una squadra. È un popolo. E il popolo palestinese, ogni volta che cade, si rialza. Più forte. E più unito. *Andrea Ponticelli, attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia, fa parte del progetto di Calcio&Rivoluzione di cui è tra i principali promotori. Gabriele Granato, attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica ed è tra i fondatori del progetto Calcio&Rivoluzione. L'articolo Palestina, la squadra che lotta oltre il 90° proviene da Jacobin Italia.
December 13, 2025
Jacobin Italia
MESSICO E MONDIALI DI CALCIO 2026: “NON C’E’ GIOCO PULITO IN UNA TERRA DERUBATA”
Venerdì 5 dicembre il John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington, Usa, ospita i sorteggi per i Mondiali di Calcio 2026, in calendario tra Canada, Usa e Messico. Alla cerimonia ha annunciato la propria presenza il presidente Usa, Donald Trump, nuovo sodale globale di Gianni Infantino e della multinazionale del pallone (ma, soprattutto, degli affari), cioè la Fifa. Una liason che, proprio venerdì, potrebbe vedere Infantino premiare il tycoon, con un premio inventato di sana pianta sul momento, il cosiddetto “Premio per la pace”. Si tratta del “FIFA Peace Award: Football Unites the World”, annunciato da Infantino senza alcun preavviso al Consiglio FIFA:  molti delegati avrebbero appreso dell’esistenza del premio…direttamente dal comunicato stampa. Nel frattempo, lo stesso Trump ha già ribadito che vieterà l’ingresso negli States ai tifosi di quei Paesi – in primis, Haiti – che considera “indesiderati”, nell’ambito della guerra contro i migranti in corso dentro i confini Usa. Non solo: lo stesso tycoon sta provando a convincere la Fifa – pare senza risultati, al momento – a escludere il Messico dai Mondiali stessi, con la scusa dei rischi di sicurezza per squadre e tifosi. Il tutto mentre a Città del Messico gli interventi infrastrutturali già in corso verso l’estate 2026 stanno provocando crisi idriche, impennate degli affiti e la cacciata delle classi popolari dalle zone più “appetibili” per turisti occidentali, gentrificazione e speculazione immobiliare. Su quest’aspetto, Radio Onda d’Urto ha raggiunto Andrea Cegna, curatore della newsletter sul Latino America “Il Finestrino”, oltre che nostro collaboratore. Ascolta o scarica
December 2, 2025
Radio Onda d`Urto
Spot 05.11.25 Aurora Vanchiglia – I primi movimenti Ultras Femminili – Partite fuori porta – Il soft power dell’arabia raggiunge qualsiasi sport – Ancora Barbra Banda
L`Aurora Vanchiglia Transfemminista torna alla guida di questa puntata di SPOT con una domanda importante: Chi controlla lo sport? I primi movimenti Ultras Femminili Dalle prime tifose invisibili degli anni ’30 alle “Fossa Girls” e alle “Donne Rossonere” degli anni ’70-’80: le donne conquistano le curve, trasformandole in spazi di libertà e resistenza, dove il tifo diventa azione politica e collettiva. È Milano, ma a Perth Nel 2026 Milan-Como si giocherà in Australia. La Serie A si sposta a 14.000 km da casa per motivi economici, mentre tifosi e giocatori protestano. Il calcio italiano è un prodotto da esportare, lontano da chi lo vive ogni settimana. Il soft power saudita Supercoppe europee, tornei internazionali, WrestleMania e persino Electronic Arts: l’Arabia Saudita usa lo sport e i videogiochi per riscrivere la propria immagine e aumentare la propria influenza culturale nel mondo. Ancora Barbra Banda Elizabeth Eddy (Angel City FC) firma sul New York Post un editoriale in cui chiede che nella NWSL giochino solo chi superi test genetici. La lega e l’Orlando Pride difendono Barbra Banda: “Top player, ogni attacco d’odio è inaccettabile.” mentre le compagne di Eddy si dissociano: “Parole transfobiche e razziste.” La polemica esplode per la foto di Banda accanto all’articolo: “Usarla in quel contesto è offensivo e razzista.” La domanda che ci facciamo, alla fine di tutto, è: Quanto potere stiamo cedendo per lo spettacolo? E cosa resta del gioco, quando non siamo più noi a giocare? Fonti e altre cose utili: https://www.ansa.it/sito/notizie/magazine/numeri/2025/03/07/donne-ultra-in-curva-a-tifare-e-sfatare-il-tabu_1db910b1-815c-4c1c-8880-f27a053af61e.html?utm https://lavialibera.it/it-schede-1968-donne_ultras_volevo_essere_il_guerriero?utm https://journals.openedition.org/diacronie/13538?lang=fr&utm_source=chatgpt.com#tocto1n2 https://www.rivistacontrasti.it/ragazze-ultras-donne-curva-slastorino-anni-70/?utm_source=chatgpt.com https://www.ultimouomo.com/milan-como-perth-quanto-guadagna-serie-a https://sport.sky.it/calcio/serie-a/2025/10/13/milan-como-australia-maignan > Milan-Como in Australia fa discutere, ma è un’opportunità enorme per la Serie > A e il calcio italiano
November 5, 2025
Radio Blackout - Info
CORRISPONDENZA DEL ROJAVA: GLI STADI…DELLA RIVOLUZIONE
Radio Onda d’Urto si trova in Rojava, nei territori del Nord e dell’Est della Siria controllati dall’Amministrazione autonoma democratica guidata dai principi del confederalismo democratico. La corrispondenza arrivata in Redazione il 22 ottobre 2025: “In uno stadio, il 12 marzo 2004, durante una partita di pallone, si accende una delle scintille che nei decenni hanno alimentato il fuoco della rivoluzione confederale diventata realtà nel luglio 2012 in Rojava. Allo stadio di Qamishlo, città a maggioranza curda, si disputava il match tra la squadra di casa e la squadra di Deir Ezzor, città a maggioranza araba. Durante la partita, i tifosi ospiti iniziarono a inneggiare a Saddam Hussein per i massacri che il suo regime aveva compiuto contro la popolazione curda del nord dell’Iraq. I tifosi del Qamishlo reagirono. La polizia del regime Baath siriano intervenne attaccando la tifoseria curda e uccise 9 persone. Al corteo funebre, la folla intonò slogan contro il regime di Bashar al Assad e la polizia aprì il fuoco uccidendo altre 23 persone. In seguito a questi fatti la rivolta divampò in tutte le città curde della Siria settentrionale. La rivolta di Qamishlo è considerata la prima sollevazione di massa in Rojava e uno dei semi della rivoluzione iniziata 8 anni più tardi. Oggi, sempre in uno stadio, dall’11 al 13 ottobre 2025, si sono celebrate le conquiste raggiunte dall’Amministrazione autonoma democratica della Siria del Nord e dell’Est. Il dialogo in corso tra lo stato turco e il movimento di liberazione curdo, insieme all’efficace autodifesa delle Forze Siriane Democratiche che ha permesso di raggiungere un fragile accordo di cessate il fuoco con l’autoproclamato governo di Damasco, permettono infatti al processo rivoluzionario di poter lavorare per sviluppare con maggior forza il modello del confederalismo democratico ispirato dalle idee socialiste di Abdullah Ocalan: la democrazia diretta delle comuni, il ruolo di avanguardia delle donne e della gioventù, l’ecologia sociale e l’economia comunale basata sulle cooperative. In questo contesto, la sesta edizione del Festival “Sheid Bawer Agir” ha visto l’inaugurazione del nuovo stadio di Kobane, città simbolo della rivoluzione per la sua resistenza all’assedio di Daesh più di dieci anni fa. “Gli stadi di Qamishlo, Kobane e Raqqa, in modi diversi, raccontano – spiegano inviate-i di Radio Onda d’Urto – la rivoluzione in Rojava: una rivoluzione della mentalità e della società. Una rivoluzione fiorita in 14 anni di guerra civile siriana, di bombardamenti e invasioni via terra dello stato turco, di guerra contro Daesh. Non bisogna dimenticare che tuttora, nonostante il teorico cessate il fuoco e le trattative in corso, 3 dei 7 cantoni che compongono l’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est sono occupati da esercito turco e milizie jihadiste (Afrin, Serekaniye e Gire Spi). Inoltre, le milizie jihadiste ora inquadrate nell’esercito di Damasco e le numerose cellule dormienti di Daesh attaccano regolarmente le posizioni delle Forze Siriane Democratiche o delle forze di sicurezza interna dell’amministrazione, che finora hanno sempre respinto i tentativi di destabilizzazione o di avanzata sul terreno. Nonostante tutto questo, proprio come ha dimostrato la resistenza di Tishreen nei mesi scorsi, la società non ha mai perso la propria determinazione: anche sotto i peggiori attacchi, è visibile e tangibile la consapevolezza, di gran parte della società, del valore e dell’importanza dell’alternativa socialista e realmente democratica che qui si sta costruendo”. Attraverso la storia di alcuni degli stadi del Rojava – tra i quali anche lo “Stadio nero” di Raqqa, che fu utilizzato come prigione da Daesh – in questa corrispondenza inviate-i di Radio Onda d’Urto raccontano una parte della situazione attuale della regione e della rivoluzione confederale. Il servizio contiene anche un’intervista a Hewa Bekir, co-presidente del Ministero dello sport della gioventù dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est, sull’importanza dello sport per la rivoluzione. Ascolta o scarica Di seguito, altri scatti arrivati a Radio Onda d’Urto dagli stadi del Rojava:
October 22, 2025
Radio Onda d`Urto
Ultrà in Olanda: un arresto arbitrario
Al netto della passione calcistica, proviamo ad immaginare per un attimo uno scenario distopico. Una partita di calcio, tifosi che in trasferta vengono fermati dalla polizia mentre camminano nel centro di una città straniera. Identificati, picchiati, arrestati, insultati. In fine espulsi e rimpatriati col divieto di recarsi allo stadio, nonostante […] L'articolo Ultrà in Olanda: un arresto arbitrario su Contropiano.
October 22, 2025
Contropiano