
Sudan: l’ONU mette nero su bianco chi finanzia le RSF
L'INDIPENDENTE - Saturday, September 12, 2026Individui ed entità che operano dagli Emirati Arabi Uniti, o che lì risultano registrati, hanno avuto un ruolo significativo nel reclutamento, nel finanziamento, nel trasporto e nel dispiegamento di almeno duemila ex mercenari colombiani in Sudan, a cui si aggiungono droni e armi. È la conclusione del rapporto Alimentare il conflitto in Sudan: armi, combattenti e reti di sostegno esterne, della Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite per il Sudan, secondo cui i contractor hanno operato droni da combattimento, artiglieria e armi avanzate in supporto ai ribelli delle Forze di Supporto Rapido (RSF) nel Darfur e nel Kordofan. Sul terreno sudanese sono arrivati attraverso luoghi di transito in Ciad, nella Libia sudorientale e a Bosaso, in Somalia. Due di quei tre luoghi di transito sono gli stessi lungo cui gli analisti collocano da anni le forniture emiratine alle RFS del generale Mohamed Hamdan Dagalo. Sono la Libia controllata da Khalifa Haftar e il Ciad, che tra il 2023 e il 2024 ha ricevuto due miliardi di dollari da Abu Dhabi nell’ambito di un accordo di cooperazione militare. La novità è che a metterli in fila, con rotte e responsabilità, sia oggi un organismo delle Nazioni Unite.
Perché gli Emirati abbiano interesse a tenere in piedi una milizia a migliaia di chilometri dai propri confini lo spiega la mappa delle risorse sudanesi. Il Sudan è il terzo produttore d’oro del continente, con almeno novanta tonnellate estratte ogni anno. Le miniere del Darfur sono in larga parte in mano alle RSF e Abu Dhabi ne è il principale acquirente. A questo si somma la partita per il Mar Rosso, dove gli Emirati competono con l’Arabia Saudita per l’influenza sulla sponda africana e sui suoi porti, e dove Riyad sostiene invece il generale Abdel Fattah al-Burhan insieme a Egitto, Iran e Turchia (quest’ultima fornitrice dei droni che diversi analisti considerano decisivi per le offensive dell’esercito regolare sudanese).
La Missione mette nero su bianco e inquadra a livello ufficialmente internazionale quello che Amnesty International rilevava già nel rapporto sul Darfur Settentrionale presentato lo scorso luglio, dove condannava gli Emirati Arabi Uniti come principali sostenitori militari, diplomatici e politici delle RSF. Amnesty sostiene inoltre che Abu Dhabi abbia protetto la milizia dalle sanzioni, e che a sua volta sia stata protetta dai propri alleati. Le richieste che Amnesty avanza nel rapporto toccano direttamente gli Emirati. Tra queste ci sono la sospensione delle forniture di armi ad Abu Dhabi finché non rispetta l’embargo, estensione dell’embargo dal solo Darfur a tutto il Sudan, condanna esplicita degli Emirati da parte del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio per i diritti umani.
Dal 2023, il Sudan è al centro di una guerra civile che ha provocato almeno 59.000 morti e lo sfollamento di circa 13 milioni di persone, in quella che le agenzie umanitarie considerano la peggiore emergenza del pianeta, con quasi metà della popolazione in condizione di insicurezza alimentare. E oppone due comandanti che fino a poco prima sedevano insieme nel Consiglio sovrano, il principale organo esecutivo del Paese. Da una parte le Forze armate sudanesi del generale Abdel Fattah Abdelrahman Burhan, dall’altra le Forze di Supporto Rapido, formazione paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo. All’origine dello scontro ci sono una crisi economica pesante e una transizione politica finita male. Dopo il colpo di Stato del 2019 e quello del 2021, l’accordo che doveva riportare il Sudan a un governo civile prevedeva lo scioglimento delle RSF e l’assorbimento dei loro uomini nell’esercito regolare. Sui tempi e sui modi di quell’integrazione Burhan e Dagalo non trovarono un’intesa, e il disaccordo fu tra le cause immediate della guerra.
Tre anni e mezzo dopo, quella milizia, che avrebbe dovuto sciogliersi, controlla una buona parte dei territori nel sud-ovest del Paese e opera droni da attacco pilotati da contractor stranieri. Nel frattempo le RFS hanno smesso di comportarsi come una milizia. Nel 2025 hanno costituito con altri gruppi armati l’Alleanza Fondatrice del Sudan, nota come Tasis, si è dotata di una carta fondativa e di un’amministrazione parallela e dallo scorso maggio paga funzionari e combattenti con sterline sudanesi di nuovo conio. È il punto di arrivo del sostegno esterno che la Missione documenta. Una guerra che si allunga e, insieme, un secondo Stato che si costruisce sui giacimenti d’oro del Darfur e su chi quell’oro lo compra.
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