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CARTELLA STAMPA 8-9 marzo 2026
LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO! COMUNICATO STAMPA SCARICABILE 8MARZO2026 APPELLODownload BLOG OSSERVATORIO TUTTI GLI APPUNTAMENTI DELLA GIORNATA INFORMAZIONI UTILI PER SCIOPERARE CONTATTI STAMPA E-mail: stampa.nonunadimeno@gmail.com FB: https://www.facebook.com/nonunadimeno/ IG: https://www.instagram.com/nonunadimeno/ BLOG NONUNADIMENO: https://nonunadimeno.wordpress.com/
March 5, 2026
Non Una Di Meno
8M2026: INFORMAZIONI UTILI PER SCIOPERARE
LUNEDÌ 9 MARZO 2026 – VADEMECUM DELLO SCIOPERO  Il 9 marzo sarà sciopero transfemminista (leggi l’appello). Sarà sciopero dalla produzione e dalla riproduzione, sciopero dai consumi e dai generi. Le forme saranno plurime per estendere la pratica dello sciopero a tutti quei soggetti del lavoro e del non lavoro, del lavoro autonomo, precario, informale, nero, della formazione/lavoro che ne sono normalmente esclusi, a maggior ragione in quanto sabato.  Anche quest’anno (in questo caso per il 9 marzo), Non Una di Meno ha chiesto a tutte le organizzazioni sindacali di convocare lo sciopero generale di 24 ore – dunque in tutti i settori del pubblico impiego e del privato – per garantire a tuttə  lə  lavoratricə  con contratti di lavoro dipendente la possibilità di astenersi dal lavoro produttivo.  A oggi lo sciopero per la giornata dell’9 è stato proclamato da diversi sindacati a livello nazionale e regionale. (qui puoi trovare QUI la Lettera aperta di Non Una di Meno alle sindacaliste e alle delegate e tra i materiali le proclamazioni) SCARICA QUI IL VADEMECUM SULLO SCIOPERO 8M2025Download Di seguito le proclamazioni sindacali dello sciopero (IN AGGIORNAMENTO) ADESIONE ADL CLAPDownload PROCLAMAZIONE SLAI COBASDownload PROCLAMAZIONE USB LAVORO PRIVATODownload PROCLAMAZIONE COBAS SETTORE PUBBLICODownload PROCLAMAZIONE COBAS PRIVATODownload ADESIONI CUB SANITÁDownload
March 5, 2026
Non Una Di Meno
Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo!_8-9 MARZO 2026
-------------------------------------------------------------------------------- LEGGI E SCARICA QUI LA LETTERA AI SINDACATI -------------------------------------------------------------------------------- APPELLO QUEST’ANNO SARÀ ANCORA SCIOPERO TRANSFEMMINISTA, LUNEDÌ 9 MARZO, E L’8 SARÀ UNA GIORNATA DI LOTTA E MOBILITAZIONE.  Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. Oggi, dopo dieci anni, è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!
February 10, 2026
Non Una Di Meno
APPELLO ALLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI, ALL3 SINDACALIST3, ALL3 DELEGAT3_Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo! 8-9 MARZO 2026
SCARICA QUI LA VERSIONE PDFDownload LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO! -------------------------------------------------------------------------------- 8 MARZO – MOBILITAZIONE NAZIONALE  9 MARZO – SCIOPERO GENERALE E TRANSFEMMINISTA Viviamo un tempo in cui patriarcato e capitalismo ricorrono alla guerra per risolvere la crisi in cui versano.  Le guerre, la corsa al riarmo e la deriva autoritaria attraversano il pianeta massacrando vite, impedendone la stessa riproduzione, rendendo i processi di liberazione e autodeterminazione delle esistenze minati da feroce repressione, chiudendo spazi di dissenso e pensiero critico.  La guerra è sempre più impattante anche dove non ci sono conflitti armati in corso: la respiriamo nella nostra quotidianità, nell’incertezza del futuro, nella precarietà delle nostre esistenze, nelle crisi industriali della riconversione bellica, nella scuola delle prescrizioni a docentə, studentə e contenuti.  Vogliamo ricostruire reti di solidarietà internazionale e di lotta comune. Raccogliamo la sfida dello sciopero transfemminista, politico, sociale e vertenziale, che tiene insieme lo sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo, dai e dei consumi, dai e dei generi, nel momento in cui la propaganda di governo getta la maschera e diventa guerra aperta alle donne e alle persone trans, alle persone razzializzate, alle persone disabilizzate e povere.   Deriva autoritaria, controllo dei corpi e economia di guerra non sono aspetti disgiunti ma costruiscono quotidianamente l’arruolamento morale e materiale della società nello Stato e l’irrigidimento dei ruoli di genere e di classe.  Ultima violenza istituzionale il disegno di legge sulla violenza sessuale che sostituisce il “consenso libero e attuale” con il “dissenso”, riavvolgendo il nastro della storia indietro di alcuni decenni. Il dissenso presuppone una disponibilità fino a manifestazione contraria e scredita la parola di chi ha subito per tutelare chi ha abusato. Le conseguenze dell’approvazione sarebbero aberranti non solo nei contesti familiari ma anche nei contesti lavorativi e in particolare quelli di maggiore ricattabilità e sfruttamento. Le denunce stanno facendo registrare un aumento vertiginoso dei casi mentre il governo continua a negare l’educazione psicosessuo-affettiva e al consenso nelle scuole.  La legge va bloccata con ogni mezzo: anche con lo sciopero. Il riarmo sta imponendo una pesante austerity in un momento di durissima crisi economica e di guerra commerciale mentre si programma la spesa a debito per finanziare la riconversione bellica della produzione industriale. Le donne, le persone trans e non binarie, le persone razzializzate, disabili e neurodivergenti, giovani e meno giovani vengono espulse dal mondo del lavoro e pagano la crisi con l’aumento del lavoro povero e precario, l’aumento dei prezzi e la distruzione del servizio pubblico e del welfare. Si fa sempre più significativo il gender gap salariale mentre il governo continua a incentivare il part-time imposto e a enfatizzare il ruolo delle donne in quanto madri e lavoratrici, con misure una tantum e bonus. È lo stesso sistema che produce l’espulsione e l’invisibilizzazione sistematica dal mondo della formazione e del lavoro delle persone trans. Vogliamo uscire dalla falsa alternativa tra l’utopia fallita dell’emancipazione attraverso il lavoro e il ritorno a casa per svolgere lavoro di cura gratuito per il bene della nazione. Vogliamo contratti di lavoro stabili e salari adeguati al costo della vita, reddito di autodeterminazione per uscire da situazioni di violenza e per non entrarci, diritto alla casa, una sanità pubblica universale e gratuita e un welfare efficace per tuttə. Per questo chiediamo a tutti i sindacati di proclamare e sostenere lo sciopero generale per l’intera giornata del 9 marzo nei posti di lavoro per consentire la più ampia partecipazione. Auspichiamo un sempre maggiore coinvolgimento delle organizzazioni sindacali nel sostegno attivo degli snodi organizzativi quanto nelle ipotesi politiche che da ormai 10 anni pratichiamo, fra tentativi ed errori sperimentando pratiche e strumenti, sempre in dialogo attraverso assemblee pubbliche. Lo Sciopero del 9 marzo si svolgerà durante le Paralimpiadi Milano Cortina che, come ogni Grande Evento, è una macchina moltiplicatrice del lavoro precario e volontario, di turistificazione e devastazione ambientale, ma non solo. Sappiamo del tentativo di sfruttare l’evento per imporre alle organizzazioni sindacali una sospensione degli scioperi al fine di “garantire il regolare svolgimento delle manifestazioni”. Respingiamo l’ennesimo attacco al diritto di sciopero da parte del Governo: rispondiamo che se bisogna bloccare qualcosa, allora sono Olimpiadi o guerre, non uno dei pochi strumenti di conflitto sociale ancora praticabili, ovvero lo sciopero.  Al di là di ogni rischio di ritualità, la sperimentazione aperta dallo sciopero dell’8 marzo in questi 10 anni ha risuonato negli scioperi contro il genocidio dell’autunno passato al grido di Blocchiamo tutto! e nello sciopero generale contro l’ICE a Minneapolis. Intendiamo continuare a fare dello sciopero una pratica collettiva di lotta e di organizzazione capace di superare frammentazioni e di incidere su una realtà inaccettabile. IL 9 MARZO 2026 SARÀ SCIOPERO TRANSFEMMINISTA! NON UNA DI MENO blog: https://nonunadimeno.wordpress.com/ fb: https://www.facebook.com/nonunadimeno/ ig: https://www.instagram.com/nonunadimeno/ mail to: nonunadimeno@gmail.com
February 10, 2026
Non Una Di Meno
ASSEMBLEA NAZIONALE ONLINE – verso lo sciopero del 9 marzo 2026
SABATO 24 GENNAIO DALLE 9.30 ALLE 16.30 PER POTERTI COLLEGARE ALL’ASSEMBLEA ONLINE SCRIVICI PER MESSAGGIO PRIVATO PROGRAMMA ASSEMBLEA 1.DALLE 9.30 ALLE 11.00- GUERRA, GENOCIDIO E DESTRE GLOBALI Tessere reti di resistenza transfemminista: lo sciopero e le pratiche. 2.DALLE 11.15 ALLE 13.00 POLITICHE CONTRO LA VIOLENZA – LOTTE NELLA SCUOLA Consenso, famiglia, autodeterminazione nella militarizzazione delle esistenze. 3. DALLE 13.30 ALLE 15.30 LAVORO, WELFARE. CURA, RIPRODUZIONE SOCIALE Immaginare lo sciopero: condizioni materiali e auto in un contesto di riarmo. Il nuovo anno è iniziato in continuità con il precedente: un presente costellato da violenza patriarcale e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà. Dall’Iran al Rojava, dalla Palestina al Venezuela, dal Sudan agli Stati Uniti, ai confini interni ed esterni d’Europa e in tutto il resto del mondo, stiamo assistendo ad un’escalation terribile e rapida. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in molti modi diversi ma tutti di impatto devastante. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Anche quest’anno vogliamo costruire una due giorni potente: un 8M di lotta e mobilitazioni e un 9M di sciopero transfemminista che fermi la produzione e la riproduzione sociale, che renda visibile l’invisibile, che faccia emergere il sommerso e metta al centro desiderio, rabbia e lotta. Per farlo abbiamo bisogno di confrontarci attraverso la pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura al centro della politica. Immaginiamo insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta, insieme. PER QUESTO CHIAMIAMO UNA GRANDE ASSEMBLEA PUBBLICA ONLINE IL 24 GENNAIO per costruire insieme il processo dello sciopero transfemminista, consapevoli che oggi è sempre più difficile e oneroso scioperare, sia a livello economico sia per l’esposizione a rischi e conseguenze. In questa economia di guerra si sceglie di dirottare sempre più risorse pubbliche sulla spesa militare, si muovono eserciti in nome di una “difesa nazionale” che protegge solo gli interessi economici e politici della classe dominante e, contemporaneamente, si cerca di compattare un fronte interno, fortemente identitario, pronto a sacrificarsi per valori patriottici e nazionalisti. Così si dividono le vite che valgono da quelle considerate “sacrificabili”. Chi non si adegua, chi si ribella finisce nel mirino della violenza istituzionale: dalla repressione esercitata da tribunali, polizia e dalle istituzioni carcerarie fino ad arrivare a vere e proprie esecuzioni sommarie. Non permetteremo che la violenza patriarcale che imperversa venga strumentalizzata dal governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razzista. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come paramentro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dell3 imputat3 chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e femministi. Vogliamo fermare la militarizzazione della cultura e degli spazi scolastici ed educativi, che ha come scopo repressione e controllo capillare su studenti e insegnanti. Si risponde ai bisogni aumentando il controllo sui corpi tutti, in ogni contesto, mentre si ostacola l’educazione sessuale e affettiva. Vogliamo immaginare insieme come bloccare il progetto neoliberale di smantellamento della sanità pubblica e del welfare: agende sanitarie bloccate, smantellamento della sanità pubblica territoriale e liste di attesa lunghe anni ci impediscono di accedere alle cure e ledono il diritto alla prevenzione. Vengono privatizzati i servizi pubblici, gli affitti hanno prezzi esorbitanti, la casa ha smesso di essere un diritto, il lavoro è sempre più precario e povero con condizioni di sicurezza insesistenti, mentre il diritto alla pensione appare sempre più come un miraggio. Inflazione, carovita e stipendi fermi dagli anni ’90 schiacciano le classi popolari su condizioni di mera sopravvivenza, mentre il governo cerca di immobilizzare il conflitto sociale voltoa a migliorare condizioni di esistenza e aspirazioni, e di spostarlo in guerre fra pover3, violenza razzista, trans-odiante, machista. Siamo stuf3 di mantenere esigue minoranze privilegiate che possiedono e sperperano sempre più ricchezze e risorse, aggravando le condizioni del pianeta. E’ un momento in cui l’attacco è feroce su tutti i fronti: si tenta di restringere e annullare ogni ambito di libertà, di pensiero, di movimento e di parola, di limitare e reprimere il dissenso. Il desiderio, l’immaginazione e la potenza collettiva fanno paura, ed è proprio la paura di perdere potere e privilegi a innescare tutta questa violenza. Le donne, le frocie, le lesbiche, le persone queer, trans, non binarie, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migranti, sex workers, prigionier, lavoratric, anzian e in modo crescente le persone in età infantile, sentono materialmente sulle proprie vite e sui propri corpi questa violenza. Siamo noi i soggetti sacrificabili della società, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. Eppure, ogni giorno lottiamo e resistiamo a tutto questo. I movimenti antirazzisti, decoloniali, antiabilisti, transfemministi, queer, ecologisti, antispecisti, antifascisti in tutto il mondo continuano a organizzarsi, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta collettiva. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva, un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. Negli ultimi anni ci siamo mobilitat3 con determinazione contro il genocidio e per la Palestina e per questo a ottobre e novembre scorsi siamo sces3 in piazza, insieme a milioni di persone in tutto il mondo, puntando il dito contro le responsabilità occidentali e internazionali che lo rendono possibile: con il silenzio, la complicità, le forniture di armi a Israele e le interazioni economiche. La repressione del governo Meloni ha colpito duramente: misure cautelari, sanzioni, fogli di via. E ora si discute di un nuovo decreto sicurezza che fra l’altro darebbe alle forze dell’ordine la libertà di fermare preventivamente chiunque sia considerato pericoloso, un ulteriore passo verso uno stato autoritario di polizia. Solo il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme, incontrarci e scontrarci, può far sì che la nostra lotta sia politica, radicale ed espansiva. Un’intelligenza collettiva in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo. Sentiamo l’urgenza di adeguare i nostri strumenti, le nostre pratiche, le nostre lotte e costruire relazioni, forti di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, il soggetto imprevisto che può distruggere l’ingranaggio di questo sistema. Prendiamoci spazi per incontrarci, stare insieme e condividere riflessioni, rabbia e amore. Prendiamoci il tempo che ci serve. Insieme siamo più forti Non una di meno
January 23, 2026
Non Una Di Meno
CARTELLA STAMPA 22 NOVEMBRE 2025
SABOTIAMO GUERRA E PATRIARCATO COMUNICATO STAMPA NONUNADIMENO 22N2025Download APPELLO NONUNADIMENO 22N2025Download BLOG OSSERVATORIO NUMERO TOTALE dei femminicidi lesbicidi trans*cidi nel 2025 AGGIORNATI AL 8/11/2025: 89 APPUNTAMENTO  STAMPA 22/11 H ore Conferenza Stampa luogo CONTATTI STAMPA E-mail: stampa.nonunadimeno@gmail.com Roma: Palermo: FB: https://www.facebook.com/nonunadimeno/ IG: https://www.instagram.com/nonunadimeno/ BLOG NONUNADIMENO: https://nonunadimeno.wordpress.com/
November 18, 2025
Non Una Di Meno
Sabotiamo guerre e patriarcato. Facciamo salire la marea!
IL 22 NOVEMBRE INONDIAMO LE STRADE DI ROMA. IL 25 NOVEMBRE CORTEI, AZIONI E INIZIATIVE IN TUTTE LE CITTÀ! In un paese che si prepara al riarmo approfondendo disuguaglianze e discriminazioni, la violenza patriarcale diventa programma di governo ed è normalizzata dalla produzione ossessiva di misure e leggi misogine e transfobiche.  I dati dell’Osservatorio di Non Una di Meno registrano, tra gli altri dati, 78 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 2 suicidi indotti di due ragazzi trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo ma, come sappiamo, questi numeri, di per sé eloquenti, non danno la misura di quel quotidiano sommerso e strutturale della violenza. L’approccio punitivista scelto dal Governo è pura propaganda da cui non farsi incantare: mentre mostra il pugno di ferro con l’ergastolo per i colpevoli di femminicidio, attacca i centri antiviolenza, la loro storia politica femminista, le pratiche e le metodologie per la fuoriuscita e la prevenzione della violenza di genere. Mentre i media rilanciavano la notizia dell’ennesimo femminicidio, la Commissione Cultura della Camera votava un disegno di legge che vietava l’educazione sessuale anche alle scuole medie e la subordina al consenso dei genitori negli istituti medi superiori, svuotando la scuola pubblica di un ruolo educativo insostituibile nella diffusione della cultura del consenso e delle differenze. Questa la fotografia del momento, al di là di ogni ipocrisia propagandistica o di piccoli dietrofront. Violenze, abusi e umiliazioni fanno parte dell’educazione sentimentale dei maschi italici da tempo – come testimoniano il gruppo facebook “Mia moglie” e i siti Fika.net e Social Media Girls – eppure le indicazioni nazionali di Valditara vanno proprio nella direzione di sdoganare la violenza, del disciplinamento di studenti e docenti, della militarizzazione dei saperi e della formazione, di un approccio alla cultura bigotto e autoritario. Si accompagnano alla stretta sui percorsi di affermazione di genere con la Legge Disforia nella crociata ideologica antigender che colpisce in particolare infanzia e adolescenza. Da donne, persone trans*, precarie, migranti paghiamo doppiamente il prezzo della militarizzazione delle relazioni, della vita, della società, dell’economia. Siamo noi a pagare il riarmo con i salari da fame, il part time imposto e il taglio del welfare. La manovra finanziaria propaganda il sostegno alle famiglie ma si tratta di mance una tantum come il Bonus Mamme e di incentivi a tornare a casa per curare figli e parenti senza alcun sostegno economico. Quando Meloni parla di famiglia e di natalità, in realtà scarica altro lavoro gratuito sulle donne per compensare i tagli alla sanità e ai servizi sociali.  In Italia sono più di 2 milioni le famiglie in povertà assoluta (con più di 1 milione di minori), si è povere anche se si ha un lavoro, i salari sono i più bassi d’Europa, non esistono tutele dal ricatto economico, molestie sul lavoro e stress mentale. In un Paese in cui cresce l’intensità del disagio economico, si sta configurando una legge di bilancio “austera” e piuttosto “debole” in termini di risorse, che libera soldi per il riarmo, la difesa e la produzione di armamenti all’interno della necessità di risanamento dei bilanci pubblici voluta dall’Europa.   Viviamo in un momento storico in cui la guerra è diventata la regola dei rapporti sociali. Nazionalismo e suprematismo sono le parole chiave della destra al potere che si riorganizza intorno a Trump. Si materializzano nella loro forma più brutale in Palestina, mentre la guerra globale si accende in decine di focolai nel mondo dettando le condizioni di un potere economico predatorio e senza argini.  Abbiamo abitato, a partire dal posizionamento transfemminista, con rabbia e desiderio le mobilitazioni contro il genocidio e il disegno neo-coloniale che si sta dispiegando ancora oggi in Palestina, nonostante la finta “tregua”. Nelle scorse settimane siamo state marea, esondazione di corpi che si sono riappropriati dello strumento dello sciopero generalizzato, che hanno praticato blocchi diffusi, che hanno espresso ostilità contro governi complici attraverso discorso e pratiche radicali. Dalla giornata del TDOR del 20 allo sciopero del 28 sarà di nuovo agitazione permanente. Occupiamo le piazze per bloccare tutto e unire le lotte! In uno scenario in cui paradigma genocidario e guerra stanno cambiando il volto dell’economia, del welfare e della produzione, pensiamo sia sempre più urgente ribadire che la Palestina ci riguarda, che lottare per l’autodeterminazione dei popoli significhi lottare per l’autodeterminazione dei nostri corpi e delle nostre vite, a partire dalle soggettività specifiche che ne sono maggiormente colpite, donne, giovani, migranti, precarie, persone trans*, queer, non binarie, lavoratrici.    Il 22 novembre inondiamo le strade di Roma! il 25 novembre cortei, azioni e iniziative in tutte le città. Per un’antiviolenza femminista e transfemminista, finanziata e libera dall’ideologia punitivista e confessionale. Per una scuola libera da condizionamenti e diktat, per la libertà di ricerca e di insegnamento, per l’educazione sessuo-affettiva dalla scuola dell’infanzia all’università. Contro la manovra finanziaria. Noi la guerra non la paghiamo! Né complici né vittime della conversione bellica. Per il diritto all’autodeterminazione dei corpi e dei popoli.
November 13, 2025
Non Una Di Meno
Sabotiamo guerre e patriarcato. Facciamo salire la marea!
IL 22 NOVEMBRE INONDIAMO LE STRADE DI ROMA! IL 25 NOVEMBRE CORTEI, AZIONI E INIZIATIVE IN TUTTE LE CITTÀ In un paese che si prepara al riarmo approfondendo disuguaglianze e discriminazioni, la violenza patriarcale diventa programma di governo ed è normalizzata dalla produzione ossessiva di misure e leggi misogine e transfobiche.  I dati dell’Osservatorio di Non Una di Meno registrano, tra gli altri dati, 78 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 2 suicidi indotti di due ragazzi trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo ma, come sappiamo, questi numeri, di per sé eloquenti, non danno la misura di quel quotidiano sommerso e strutturale della violenza. L’approccio punitivista scelto dal Governo è pura propaganda da cui non farsi incantare: mentre mostra il pugno di ferro con l’ergastolo per i colpevoli di femminicidio, attacca i centri antiviolenza, la loro storia politica femminista, le pratiche e le metodologie per la fuoriuscita e la prevenzione della violenza di genere.  Mentre i media rilanciavano la notizia dell’ennesimo femminicidio, la Commissione Cultura della Camera votava un disegno di legge che vietava l’educazione sessuale anche alle scuole medie e la subordina al consenso dei genitori negli istituti medi superiori, svuotando la scuola pubblica di un ruolo educativo insostituibile nella diffusione della cultura del consenso e delle differenze. Questa la fotografia del momento, al di là di ogni ipocrisia propagandistica o di piccoli dietrofront. Violenze, abusi e umiliazioni fanno parte dell’educazione sentimentale dei maschi italici da tempo – come testimoniano il gruppo facebook “Mia moglie” e i siti Fika.net e Social Media Girls – eppure le indicazioni nazionali di Valditara vanno proprio nella direzione di sdoganare la violenza, del disciplinamento di studenti e docenti, della militarizzazione dei saperi e della formazione, di un approccio alla cultura bigotto e autoritario. Si accompagnano alla stretta sui percorsi di affermazione di genere con la Legge Disforia nella crociata ideologica antigender che colpisce in particolare infanzia e adolescenza. Da donne, persone trans*, precarie, migranti paghiamo doppiamente il prezzo della militarizzazione delle relazioni, della vita, della società, dell’economia. Siamo noi a pagare il riarmo con i salari da fame, il part time imposto e il taglio del welfare. La manovra finanziaria propaganda il sostegno alle famiglie ma si tratta di mance una tantum come il Bonus Mamme e di incentivi a tornare a casa per curare figli e parenti senza alcun sostegno economico. Quando Meloni parla di famiglia e di natalità, in realtà scarica altro lavoro gratuito sulle donne per compensare i tagli alla sanità e ai servizi sociali.  In Italia sono più di 2 milioni le famiglie in povertà assoluta (con più di 1 milione di minori), si è povere anche se si ha un lavoro, i salari sono i più bassi d’Europa, non esistono tutele dal ricatto economico, molestie sul lavoro e stress mentale. In un Paese in cui cresce l’intensità del disagio economico, si sta configurando una legge di bilancio “austera” e piuttosto “debole” in termini di risorse, che libera soldi per il riarmo, la difesa e la produzione di armamenti all’interno della necessità di risanamento dei bilanci pubblici voluta dall’Europa.   Viviamo in un momento storico in cui la guerra è diventata la regola dei rapporti sociali. Nazionalismo e suprematismo sono le parole chiave della destra al potere che si riorganizza intorno a Trump. Si materializzano nella loro forma più brutale in Palestina, mentre la guerra globale si accende in decine di focolai nel mondo dettando le condizioni di un potere economico predatorio e senza argini.  Abbiamo abitato, a partire dal posizionamento transfemminista, con rabbia e desiderio le mobilitazioni contro il genocidio e il disegno neo-coloniale che si sta dispiegando ancora oggi in Palestina, nonostante la finta “tregua”. Nelle scorse settimane siamo state marea, esondazione di corpi che si sono riappropriati dello strumento dello sciopero generalizzato, che hanno praticato blocchi diffusi, che hanno espresso ostilità contro governi complici attraverso discorso e pratiche radicali. Dalla giornata del TDOR del 20 allo sciopero del 28 sarà di nuovo agitazione permanente. Occupiamo le piazze per bloccare tutto e unire le lotte! In uno scenario in cui paradigma genocidario e guerra stanno cambiando il volto dell’economia, del welfare e della produzione, pensiamo sia sempre più urgente ribadire che la Palestina ci riguarda, che lottare per l’autodeterminazione dei popoli significhi lottare per l’autodeterminazione dei nostri corpi e delle nostre vite, a partire dalle soggettività specifiche che ne sono maggiormente colpite, donne, giovani, migranti, precarie, persone trans*, queer, non binarie, lavoratrici.    Il 22 novembre inondiamo le strade di Roma! il 25 novembre cortei, azioni e iniziative in tutte le città. Per un’antiviolenza femminista e transfemminista, finanziata e libera dall’ideologia punitivista e confessionale. Per una scuola libera da condizionamenti e diktat, per la libertà di ricerca e di insegnamento, per l’educazione sessuo-affettiva dalla scuola dell’infanzia all’università. Contro la manovra finanziaria. Noi la guerra non la paghiamo! Né complici né vittime della conversione bellica. Per il diritto all’autodeterminazione dei corpi e dei popoli.
November 13, 2025
Non Una Di Meno
ASSEMBLEA NAZIONALE DI NON UNA DI MENO a Reggio emilia 1 – 2 novembre 2025
Dopo aver preso parte attivamente all’esperienza delle straripanti maree contro il genocidio e la guerra, che si sono riversate nelle piazze, nei porti, nelle stazioni, nelle tangenziali al grido di “blocchiamo tutto”, il movimento transfemminista si incontra in assemblea in preparazione degli eventi intorno al 25 novembre. Sarà un momento di riflessione, discussione e confronto per fare il punto e rilanciare le lotte contro la violenza patriarcale che dilaga e sembra non avere più argini, verso il corteo nazionale a Roma il 22 novembre e le mobilitazioni nei territori il 25 novembre. A Reggio Emilia, Chiostro della Ghiara, via Guasco 6 – sabato 1 e domenica 2 novembre A chi intende partecipare in presenza (da Reggio Emilia/da altrove) o solo online chiediamo un prezioso aiuto per migliorare l’organizzazione dei lavori: COMPILA ICOMPILA IL FORM al link https://forms.gle/cmqpjxVZaB3rReGV6 e partecipa alla costruzione di questo favoloso spazio comune! FACCIAMO SALIRE LA MAREA! PROGRAMMA DELLE DUE GIORNATE SABATO 1 NOVEMBRE 10.00 -15.30 Plenaria introduttiva/di analisi ( con pausa pranzo/ristoro dalle 13.00 alle 14.00 ) 15.30 – 18.00 Gruppi di lavoro: – violenza patriarcale – scuola, educazione e cultura – riarmo e violenza economica DOMENICA 2 NOVEMBRE 10.00 – 11.00 Restituzione gruppi di lavoro 11.00 -16.00 Plenaria conclusiva ( con pausa pranzo/ristoro dalle 13,00 alle 14.00 ) INFO ACCESSIBILITÀ: Tutti gli spazi dedicati all’assemblea e ai gruppi di lavoro sono accessibili. Il Chiostro della Ghiara è facilmente raggiungibile con navette e autobus (fermata Piazza Gioberti o Caserma Zucchi) dalle due stazioni ferroviarie (Stazione Alta Velocità e Stazione Centrale). Entrambe le stazioni sono accessibili e dotate di ascensori. Il percorso per raggiungere la sede dell’assemblea dalle fermate degli autobus è pianeggiante e senza barriere architettoniche. Nelle vicinanze della sala planaria sarà disponibile uno spazio di decompressione, silenzioso e senza stimoli visivi, per chiunque ne sentisse la necessità. Cercheremo di accogliere tutte le richieste segnalate nel modulo di iscrizione relative a problematiche di alimentazione, mobilità e cura delle persone piccole.
October 31, 2025
Non Una Di Meno
traccia tavolo CURA DEL MOVIMENTO – assemblea nazionale genova 2025
LIBERIAMO NODI, TESSIAMO TRAME. Dopo 9 anni di attività Non Una di Meno vive ancora una fase di grande vitalità.   L’8 marzo 2025 e le ultime piazze contro i femminicidi sono state molto potenti e partecipate in tutti i territori, lo scambio e l’allargamento della partecipazione sono una realtà costruita con cura ed entusiasmo in molti luoghi attraversati dalla nostra lotta. In questi 9 anni non abbiamo mai dedicato uno spazio esplicitamente pensato per prenderci cura di quanto abbiamo creato, delle relazioni da cui nasce l’impegno di lotta e trasformazione. L’assemblea nazionale che si svolgerà a Genova sarà il contesto di questa novità, un tavolo dedicato alla cura del movimento, che consideriamo un atto politico di amore.  La lunga storia di Nudm, la sua visibilità e la fase storica sociale che attraversa sono elementi di un momento in cui vediamo aumentare l’attenzione sul nostro lavoro, le aspettative, le tensioni, le critiche alla rete: tutto questo ci porta a sentire forte l’esigenza di una riflessione in assemblea per rinsaldare i legami, districare i nodi e continuare a tessere trame di trasformazione dell’esistente in modo sempre più partecipato e per liberarci dal peso della performatività che a volte percepiamo come logorante e inibente. Vorremmo costruire lo spazio di questa discussione nel seguente modo: *  Sabato pomeriggio un momento di confronto in modalità “tavolo”, in contemporanea con gli altri tavoli: in questa parte – aperta ai nodi e alle persone che hanno attraversato e animato in questi anni le assemblee dei nodi – vorremmo darci delle indicazioni di postura relative all’ascolto e al rispetto, che abbiamo immaginato come un patto che faciliti il confronto; vorremmo poi porci delle domande a cui cercheremo di rispondere in modo preliminare e provvisorio; * Domenica mattina la discussione proseguirà nella prima parte della plenaria, in cui restituiremo il metodo della discussione svolto e le risposte che ci siamo date, allargando il confronto a tutte le persone presenti in assemblea, cercando di mantenere una postura di ascolto e rispetto. Il tavolo cura del movimento vuole occuparsi dei rapporti all’interno dei nodi, di quelli tra i nodi e di quelli tra la rete Nudm e l’esterno, ovvero le altre realtà con cui possiamo condividere parti più o meno grandi della lotta. Ci siamo quindi post3 alcune domande che ci aiutino ad affrontare l’argomento in modalità tavolo di lavoro, e che possono essere approfondite nei 3 piani di discussione proposti:  Cosa ci fa sentire vulnerabili come movimento e come singol3 attivist3? Come reagiamo di fronte alle critiche più o meno costruttive?  E’ importante l’ascolto collettivo delle nostre emozioni e quanto spazio gli dedichiamo all’interno delle nostre assemblee? Se si sviluppa una situazione di conflitto, come la affrontiamo? In quali dinamiche e pratiche ci riconosciamo o non ci ritroviamo più? Come ci sentiamo nei confronti della dimensione nazionale della rete? Quali sono le risorse e le criticità che riconosciamo nella relazione tra i nodi e la cornice nazionale? Quali risorse e criticità riconosciamo nei rapporti tra i nodi? Quanto peso diamo alla relazione e comunicazione via social e come questa influisce al nostro interno e su ciascunə?  Come costruiamo intrecci con altre realtà a partire da posizioni diverse? Come ci sentiamo di fronte alla richiesta di prendere posizioni su diversi argomenti, di posizionarci in tempi stretti sulla contingenza politica? Come ci relazioniamo ai soggetti che avanzano aspettative verso le rete? Come comunicare che la rete è uno spazio aperto, in cui posizioni e pratiche si costruiscono insieme? Quanto riusciamo ad essere accoglienti e permeabili alle realtà politiche presenti sui nostri territori? Nell’evolversi del movimento e con l’aumento della sua complessità, alcune vecchie pratiche, per esempio quelle comunicative, potrebbero non essere sufficienti a rispondere a nuove e crescenti domande; ci proponiamo, quindi di metterle in discussione e iniziare un confronto sulla costruzione di nuove pratiche condivise che ci facciano sentire accolt3 e liber3 di esprimerci all’interno del movimento stesso. Nuove metodologie che ci aiutino a tenere insieme le diversità, integrarle, e al presentarsi di situazioni conflittuali, ci diano gli strumenti per rispondere e in maniera collettiva, con lo scopo di non creare divisioni ma rinsaldare le relazioni. Non vogliamo in questo tavolo focalizzarci su una ri-organizzazione della rete, ma nominare le questioni importanti, a volte problematiche a volte stimolanti, e costruire strumenti per gestire i conflitti con l’obiettivo di portare avanti il movimento e favorire la partecipazione. Vediamo il tavolo cura del movimento come una bussola per immaginarci dove andare nella prosecuzione della lotta, promuovendo una partecipazione sempre più ampia. Per affrontare questi argomenti proponiamo un metodo basato sull’ascolto attivo, sull’accoglienza e l’autocritica, evitando la provocazione e prevaricazione dell’altrə; un approccio che lasci spazio per riflettere, senza l’esigenza né la pressione di dover risolvere una domanda  nel tempo dedicato al tavolo, ma con la voglia di lasciare aperta la discussione. Pensiamo infatti che il tavolo cura del movimento, in quanto novità, sia solo l’inizio, il primo momento di confronto che non esaurirà i temi di discussione e non pretende di risolverli tutti.   
April 6, 2025
Non Una Di Meno
traccia tavolo VIOLENZA DI GENERE – assemblea nazionale genova 2025
Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin e di troppe altre*, siamo ancora qui a ripetere le stesse parole, a scendere in strada arrabbiate*, a trovare con noi a manifestare migliaia di giovani che anche autonomamente occupano le scuole, scioperano perché la violenza attraversa i loro spazi, le scuole, le famiglie e ora hanno le parole per protestare: femminismo/transfemminismo, patriarcato, maschilità tossica. Se pensavamo che qualcosa cambiasse, è cambiata in peggio sul piano legislativo e della politica istituzionale: la legge sul femminicidio altro non è che un dispositivo inutile per aggravare le pene e il sistema di repressione; di nuovo abbiamo sentito discorsi razzisti sulla “sensibilità diversa sulle donne” riferita ad alcune etnie (certo non quella italica) e sulla lettura manipolata dei dati riferiti alle violenze sessuali volta a criminalizzare i migranti; dopo la reazione pubblica di sgomento a seguito di femminicidi perpetrati da giovanissimi è intervenuta la garante per l’infanzia, a colpevolizzare le donne e a svalutare il ruolo dell’educazione sessuo affettiva nelle scuole; una insegnante è stata sospesa per avere messo foto su onlyfans ed è subito partito il codice etico per disciplinare i comportamenti di chi lavora nella scuola e nel pubblico impiego. Questo piano di ragionamenti punitivi, repressivi e di controllo, che da decenni accompagna il dibattito politico sui media e nei palazzi, non solo serve a evitare di affrontare il tema della violenza di genere alla sua radice sistemica e culturale, ma ha anche preparato il clima per introdurre tramite decreto legge una serie di misure repressive che hanno lo scopo di criminalizzare il dissenso, la protesta, lo sciopero, i picchetti e le azioni non violente della contestazione e del boicottaggio. Come reagiamo alla strumentalizzazione in chiave razzista, securitaria e repressiva della violenza patriarcale? Come ci opponiamo al tentativo di portare avanti politiche razziste e nazionalista in nostro nome e sui nostri corpi? Decidere per sé, per il proprio corpo è considerato un fattore di rischio. E ancora si continua a colpevolizzare le* supersititi e le vittime e il femminismo e le donne che hanno ridotto gli spazi di potere maschile, minato le sicurezze degli uomini, creato le condizioni della crisi della virilità e del conseguente disagio psicologico che poi dà sfogo alla violenza.  Come costruiamo narrazioni che riconoscano la natura strutturale della violenza patriarcale? Come costruiamo pratiche collettive per rispondere alla violenza? Cosa ci insegnano le mobilitazioni partecipate e spontanee in risposta agli ultimi femminicidi? Abbiamo detto che una caratteristica del governo Meloni è la rivalsa, la voglia di fare tabula rasa della cultura cosiddetta di sinistra, a partire dall’azzeramento delle conquiste del movimento LGBTQIA+ e del movimento delle donne*. In questo quadro si collocano gli attacchi al diritto di aborto e i milioni di euro dati a pioggia a Provita e famiglia, gli attacchi a* giovani gender non conforming e alle famiglie arcobaleno, spazi e finanziamenti dati a realtà neocattoliche e/o espressamente legate alla destra per ricoprire ruoli un tempo considerati estranei a quei soggetti, in particolare consultori, centri antiviolenza, formazione sull’educazione affettiva e sessuale. Non basta chiedere l’apertura di sportelli di ascolto a scuola, se poi vengono appaltati ad associazioni ed esperti alla Vannacci o alla Amadori.  Gli sportelli rientrano tra le nostre istanze?  Quante volte abbiamo scaricato sui cav funzioni e responsabilità anche al di fuori dei loro limiti di intervento? A scuola si chiedo lo/la psicologa, che spazio c’è per la peer education? A che ordine di idee appartengono queste diverse soluzioni? Oltre alle domande precedenti, proponiamo alla discussione due temi: uno ‘potenzialmente emergenziale’ sui cui occorre valutare pericolosità e possibili risposte; l’altro che interessa i nostri spazi e gli approcci con cui proviamo ad arginare le dinamiche patriarcali violente. 1. L’associazione Padri Separati sta raccogliendo le firme per una proposta di legge che è peggiorativa del DDL Pillon che siamo riuscite a non far passare. Vengono riproposti alcuni aspetti già presenti nel DDL Pillon ma a questi si aggiungono gli articoli 9/11 che rappresentano la fine dei percorsi di uscita dalla violenza familiare per le donne con figlie*. Oltre al danno la beffa: i Padri Separati nel sostenere il diritto paterno di essere pari all’altro genitore sottolineano la co-responsabilità parentale quale “essenziale contributo al fine di liberarsi dagli stereotipi di genere che riguardano i ruoli socialmente assegnati alla donna e all’uomo che riverberano la ripartizione di compiti in seno alla famiglia, ancorati a logiche patriarcali” (sic). I primi articoli riguardano: Ø Il piano genitoriale. Ø La possibilità di assegnare la casa, ma solo alle* figlie* stesse*, determinandovi così l’alternanza dei genitori nei periodi di accudimento delle* figlie* secondo il piano genitoriale. Ø Il limite del mantenimento ai 19 anni a meno di frequenza proficua di studi universitari o simili, ma non oltre i 26 anni. Ø I limiti entro cui ha validità una Consulenza tecnica d’ufficio (CTU) L’Articolo 9 e l’Articolo 10 fronteggiano le cosiddette false accuse, definite “pratica diffusissima e comunemente usata per pressioni sull’altra componente genitoriale, per vantaggi prettamente economici e di godimento di beni”. Gli articoli recitano: Art 9. Il giudice dichiara la decadenza dalla responsabilità genitoriale del genitore che abbia allegato in giudizio fatti costituenti abusi familiari o condotte di violenza domestica o di genere ovvero altri reati ai danni dell’altro genitore o del figlio che, anche all’esito di una sommaria istruttoria, siano risultati insussistenti. Art 11. 1. Chiunque, abusando dell’affidamento di un minorenne, indebitamente limita, impedisce o nega al genitore non affidatario il suo diritto di frequentarlo, istruirlo ed educarlo è punito con la reclusione fino ad un anno. La pena è della reclusione da 2 a 4 anni nel caso in cui l’autore interrompa senza giustificato motivo per un periodo superiore ai tre mesi la continuità della relazione del genitore non affidatario col figlio minore. In caso di gravi e ripetute violazioni delle disposizioni di cui ai commi precedenti, il giudice può applicare la pena accessoria della decadenza dalla responsabilità genitoriale. Si tratta di mera rivalsa e gravissima minaccia che limiterà la libertà delle donne di denunciare le violenze: un freno alla fuga e un ostacolo enorme per le attività dei CAV. Focus: attacco alla libertà delle donne; attacco all’attuabilità delle azioni dei CAV; impunità per la violenza maschile. Output: serve un’azione di massa e in anticipo, prima che sia in discussione in parlamento, come fu per il DDL Pillon. Criticità: quali tempi scegliere per sollevare questa lotta. Paura di arrivare tardi e paura di iniziare presto. 2. La nostra critica al carcere, alle politiche punitive e repressive è critica radicale. Come si applica per la violenza di genere? Iniziano a emergere metodologie ed esperienze di giustizia trasformativa, applicata in particolare nelle comunità che abitiamo. Ne abbiamo esperienza o conoscenza? Come si pone questa metodologia rispetto agli sportelli che spesso vengono richiesti in particolare nelle scuole e università? È un argomento che può fare da argine alle politiche mainstream che individuano nell’aumento delle pene le sole soluzioni per la violenza di genere e maschile? Focus: andare oltre le soluzioni di allontanamento dei responsabili delle violenze nei nostri spazi, avere uno sguardo che supera il binarismo vittima/colpevole. Output: avere nuovi approcci per la cura, per la gestione dei conflitti e per la presa di coscienza in caso di violenza di genere. Criticità: ci sono resistenze anche nella rete DiRe, da approfondire. Richiede tempi e risorse che poche realtà hanno.
April 6, 2025
Non Una Di Meno