
Una generazione sotto sorveglianza
Comune-info - Thursday, October 29, 2026
A settembre studenti e studentesse francesi hanno cominciato a riempire le piazze contro classi sovraffollate, tagli e austerità. Il 6 ottobre erano più di 260 mila in tutto il Paese. Da lì l’onda si è allargata. In Spagna contro un’emergenza abitativa che i manifestanti chiamano «un furto legalizzato», in Belgio e in Portogallo contro il costo della vita. In Albania la rivolta è nata contro la svendita della costa protetta di Zvërnec a un progetto di resort di lusso legato a investitori vicini alla Casa Bianca, in un Paese che ha già affittato il proprio territorio all’Italia per rinchiudere persone migranti nei CPR. Lingue diverse e parole d’ordine che fino a poche settimane fa sembravano indecifrabili per il mondo adulto ci consegnano ora la chiave d’accesso a una generazione cresciuta dentro crisi permanenti, a cui si chiede di essere flessibile e produttiva senza offrirle un futuro. E a cui, mentre si tagliano scuola e welfare, si prospetta come orizzonte il riarmo e la guerra: in Germania è tornata la leva, e migliaia di ragazze e ragazzi sono scesi in piazza per dire che non vogliono diventare «carne da cannone». Sono le nuove generazioni a guidare le piazze, contro una violenza economica di guerra.
Ad ottobre l’onda è arrivata in Italia. Già venerdì 16 ottobre migliaia di studenti e studentesse avevano scioperato in tutta Italia contro guerra, razzismo e «scuola-caserma». La mobilitazione è proseguita sabato e domenica alzando il livello del conflitto e la risposta è stata ovunque la stessa: misure di prevenzione contro minorenni disposte prima ancora che i cortei partissero, centinaia di ragazzi identificati, fermi e denunce di un uso sproporzionato della forza. A Milano, nel cuore della città del lusso e della finanza, ci sono stati scontri con la polizia, vetrine rotte, negozi svuotati. Sono le immagini che hanno fatto il giro dei telegiornali e su cui il governo ha costruito il nuovo decreto, come se fossero l’unica cosa da vedere. Ma quei gesti non nascono nel vuoto. Avvengono dentro una violenza quotidiana, che non finisce mai in prima pagina: quella di chi cresce senza casa e senza reddito, viene fermato per il proprio aspetto, vede la propria scuola cadere a pezzi mentre si finanzia il riarmo, e sa che il futuro promesso ai propri genitori non arriverà. Chi chiede di guardare solo i vetri infranti delle vetrine chiede di non guardare tutto il resto.
Tre giorni dopo il Consiglio dei ministri ha approvato l’ottavo decreto sicurezza di questo governo: un nuovo reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche», da due a cinque anni di carcere; il fermo preventivo esteso ai minorenni; multe ai genitori, anche di ragazzi non imputabili; 500 militari in più a Milano fino a fine anno. Non è una risposta all’emergenza. È un metodo. Secondo un conteggio approssimativo, dall’inizio della legislatura il governo ha introdotto circa sessanta nuovi reati o inasprimenti di pena. Il copione è già scritto. Nel settembre 2023, dopo i fatti di Caivano, un altro decreto abbassava le soglie per la custodia cautelare dei minorenni, estendeva il Daspo urbano ai quattordicenni e l’ammonimento del questore ai dodicenni, e puniva i genitori per l’abbandono scolastico dei figli.
Il risultato più misurabile? Gli istituti penali per minorenni sono passati da 381 ragazzi a fine 2022 a 572 a fine 2025: più 50 per cento e, per la prima volta, sovraffollamento negli istituti minorili. Ogni volta che una contraddizione sociale esplode, la dose aumenta. Come scrive l’Osservatorio Repressione, l’ordine pubblico è diventato «la droga preferita di un potere che non sa più cosa inventarsi».
E così ogni crepa sociale diventa un capitolo del codice penale: chi resta indietro trova una divisa, chi resta solo trova una cella, chi protesta trova un nuovo reato.
A chi parla, davvero, questo decreto? Noi lo sappiamo, perché quelle ragazze e quei ragazzi li incontriamo ogni giorno: sono figli e figlie delle nostre comunità, figli e figlie di famiglie arrivate da altrove, le seconde generazioni che crescono nelle periferie, i minori soli che hanno già attraversato confini e centri d’accoglienza. Sono quelli che vengono fermati e identificati più spesso degli altri, per il colore della pelle o per il quartiere in cui vivono.
Un fermo preventivo applicato ai minorenni, in luoghi «affollati», sulla base di una presunta pericolosità, rischia di trasformare un gruppo di adolescenti in piazza in un fatto sospetto. E una multa ai genitori colpisce soprattutto chi già fa fatica ad arrivare a fine mese: per molte famiglie migranti è una punizione che pesa su tutto il nucleo, sul permesso, sulla casa.
Lo vediamo anche nelle nostre città, dove affitti brevi e turistificazione espellono chi le abita e i quartieri vengono presidiati dai militari: la militarizzazione non risolve i problemi, li sposta in un vicolo più buio o in una periferia più lontana, fuori dalla vista di turisti ed elettori.
Noi sappiamo da che parte stare. Stiamo dalla parte delle famiglie raggiunte nel cuore della notte da una telefonata della questura: vostro figlio è qui da noi. Madri e padri che hanno attraversato la città senza sapere cosa li aspettava, spesso dovendo capire in una lingua che non è la loro cosa stesse succedendo. Famiglie a cui nessuno ha mai chiesto come vivono, quanto guadagnano, che futuro vedono per i propri figli, ma a cui adesso, in condizioni già precarie quando non di vero e proprio sfruttamento, si chiede anche di pagare. Stiamo dalla parte di chi ogni giorno, nei quartieri, costruisce legami che nessun decreto può sostituire.
Per noi la sicurezza è avere qualcuno che ti conosca per nome, una casa, un reddito dignitoso, una scuola che funziona. È sapere che, se arrivi in un luogo e sei solo, c’è una comunità che ti vede. È quello che proviamo a costruire ogni giorno, aprendo le nostre case e condividendo tavolate, lingua, tempo: non assistenza, ma reciprocità. L’esatto contrario di un decreto che guarda a un’intera generazione, come abbiamo scritto raccontando Ceuta, «come un problema di ordine pubblico invece che come una questione di dignità umana». La sicurezza che ci serve passa di mano in mano. E anche qui, come ovunque, oltremanizzare vuol dire riconoscersi nell’altro e agire insieme.
Oltremani è una rete nazionale (con sede a Napoli) di associazioni, gruppi e persone. “Superiamo le etichette, per costruire comunità vive, reciproche e solidali…”, per trasformare i territori
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