Marwo e Saeed

Pressenza - Thursday, October 29, 2026

Ci sono parole che abbiamo imparato ad associare al passato. Fame è una di queste. Evoca carestie lontane, fotografie in bianco e nero, un mondo nel quale non esistevano ancora le conoscenze, le risorse e gli strumenti che abbiamo oggi.

E invece la fame è profondamente contemporanea.

Circa 43 milioni di bambini sono colpiti da malnutrizione acuta. Tra questi, 12 milioni sono gravemente malnutriti. La malnutrizione continua ad avere un ruolo in quasi la metà delle morti dei bambini sotto i cinque anni. Numeri enormi, dietro i quali rischia di scomparire proprio ciò che dovrebbero mostrarci: la vita di ogni singolo bambino.

Perché avere fame durante l’infanzia non significa soltanto non avere abbastanza da mangiare. Significa che un corpo e un cervello, nel momento decisivo della loro crescita, non ricevono ciò di cui hanno bisogno. Significa essere più vulnerabili alle malattie, avere meno possibilità di imparare, crescere, costruire il proprio futuro. Nei casi più gravi, significa non sopravvivere. Ma c’è un altro dato che dovrebbe interrogarci. Oggi sappiamo come prevenire e curare la malnutrizione. Sappiamo quali interventi funzionano. Abbiamo conoscenze e risorse che le generazioni prima di noi non avevano. Eppure milioni di bambini continuano a non avere abbastanza cibo.

È qui che la fame smette di essere soltanto un’emergenza umanitaria e diventa una questione politica e morale.

Le guerre distruggono raccolti e mercati, costringono le famiglie a lasciare le proprie case e impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno. La crisi climatica rende sempre più fragili comunità che vivono di agricoltura. L’aumento dei prezzi trasforma un pasto in qualcosa a cui rinunciare. Le disuguaglianze decidono chi può attraversare una crisi e chi invece ne viene travolto. Lo vediamo in Sudan, in Afghanistan, a Gaza. Ma anche nelle tante crisi che raramente arrivano sulle prime pagine dei giornali e che continuano a consumarsi lontano dallo sguardo del mondo.

Primo Levi ha scritto che «se comprendere è impossibile, conoscere è necessario». Conoscere, però, porta con sé una responsabilità. Perché una volta che sappiamo che la fame può essere prevenuta e la malnutrizione può essere curata, non possiamo più considerarle inevitabili.

Ogni volta che un bambino viene identificato e curato prima che la malnutrizione diventi grave, ogni volta che una madre può nutrire il proprio figlio, che una comunità dispone di acqua pulita, servizi sanitari e strumenti per affrontare una siccità, vediamo quanto sia concreta la possibilità di cambiare le cose. Ma curare le conseguenze non sarà mai sufficiente se non saremo disposti ad affrontarne le cause. Significa proteggere l’accesso umanitario durante i conflitti. Investire nella prevenzione. Contrastare gli effetti della crisi climatica sulle comunità più vulnerabili. E significa non accettare che gli aiuti internazionali diminuiscano proprio mentre aumentano i bambini che ne hanno bisogno.

Più di cento anni fa Save the Children è nata da un’idea allora rivoluzionaria: che un bambino non possa essere considerato responsabile della guerra, della povertà o delle scelte degli adulti in mezzo alle quali è nato.

Quell’idea oggi ci riguarda forse ancora di più. Perché la fame dei bambini non racconta ciò che il mondo non può fare. Racconta ciò che, pur potendo fare, ancora non fa. Ed è questa la parte più difficile da accettare. Ma anche quella che ci obbliga a continuare ad agire.

Daniela Fatarella
Direttrice Generale per l’Italia
Save the Children

LA STORIA DI MARWO

Quando Marwo ha lasciato la sua casa nella regione del Basso Giuba, in Somalia, insieme alla sua famiglia, sperava di trovare un luogo sicuro dove ricominciare. Da quattro anni vive in un campo con i suoi quattro figli, affrontando ogni giorno le difficoltà di chi ha perso quasi tutto. La prova più dura è arrivata quando il più piccolo dei suoi figli, Saeed, di appena 18 mesi, si è gravemente ammalato a causa della malnutrizione. La struttura sanitaria più vicina era lontana e raggiungerla non era semplice. Anche l’acqua pulita, indispensabile per la salute di tutta la famiglia, era difficile da reperire.

Quando finalmente Saeed è stato visitato, è stato immediatamente trasferito in un Centro di Stabilizzazione. Qui ha potuto iniziare un percorso di recupero seguito da personale sanitario qualificato, con alimenti terapeutici e un attento monitoraggio medico. Giorno dopo giorno, le sue condizioni hanno iniziato a migliorare.

Ma prendersi cura di un bambino significa anche proteggere l’ambiente che lo circonda. Per questo il sostegno ricevuto dalla famiglia non si è fermato alle cure mediche. Marwo ha ricevuto contenitori per conservare l’acqua in modo sicuro, compresse per la potabilizzazione e prodotti per l’igiene domestica, strumenti semplici ma fondamentali per ridurre i rischi di malattie e garantire condizioni di vita più dignitose.

La storia di Marwo e Saeed racconta quanto possa essere prezioso un intervento tempestivo e completo: non solo salvare una vita in un momento di emergenza, ma aiutare una famiglia a ritrovare speranza, sicurezza e la possibilità di guardare al futuro con maggiore serenità.

Redazione Italia