Marwo e Saeed
Ci sono parole che abbiamo imparato ad associare al passato. Fame è una di
queste. Evoca carestie lontane, fotografie in bianco e nero, un mondo nel quale
non esistevano ancora le conoscenze, le risorse e gli strumenti che abbiamo
oggi.
E invece la fame è profondamente contemporanea.
Circa 43 milioni di bambini sono colpiti da malnutrizione acuta. Tra questi, 12
milioni sono gravemente malnutriti. La malnutrizione continua ad avere un ruolo
in quasi la metà delle morti dei bambini sotto i cinque anni. Numeri enormi,
dietro i quali rischia di scomparire proprio ciò che dovrebbero mostrarci: la
vita di ogni singolo bambino.
Perché avere fame durante l’infanzia non significa soltanto non avere abbastanza
da mangiare. Significa che un corpo e un cervello, nel momento decisivo della
loro crescita, non ricevono ciò di cui hanno bisogno. Significa essere più
vulnerabili alle malattie, avere meno possibilità di imparare, crescere,
costruire il proprio futuro. Nei casi più gravi, significa non sopravvivere. Ma
c’è un altro dato che dovrebbe interrogarci. Oggi sappiamo come prevenire e
curare la malnutrizione. Sappiamo quali interventi funzionano. Abbiamo
conoscenze e risorse che le generazioni prima di noi non avevano. Eppure milioni
di bambini continuano a non avere abbastanza cibo.
È qui che la fame smette di essere soltanto un’emergenza umanitaria e diventa
una questione politica e morale.
Le guerre distruggono raccolti e mercati, costringono le famiglie a lasciare le
proprie case e impediscono agli aiuti di raggiungere chi ne ha bisogno. La crisi
climatica rende sempre più fragili comunità che vivono di agricoltura. L’aumento
dei prezzi trasforma un pasto in qualcosa a cui rinunciare. Le disuguaglianze
decidono chi può attraversare una crisi e chi invece ne viene travolto. Lo
vediamo in Sudan, in Afghanistan, a Gaza. Ma anche nelle tante crisi che
raramente arrivano sulle prime pagine dei giornali e che continuano a consumarsi
lontano dallo sguardo del mondo.
Primo Levi ha scritto che «se comprendere è impossibile, conoscere è
necessario». Conoscere, però, porta con sé una responsabilità. Perché una volta
che sappiamo che la fame può essere prevenuta e la malnutrizione può essere
curata, non possiamo più considerarle inevitabili.
Ogni volta che un bambino viene identificato e curato prima che la malnutrizione
diventi grave, ogni volta che una madre può nutrire il proprio figlio, che una
comunità dispone di acqua pulita, servizi sanitari e strumenti per affrontare
una siccità, vediamo quanto sia concreta la possibilità di cambiare le cose. Ma
curare le conseguenze non sarà mai sufficiente se non saremo disposti ad
affrontarne le cause. Significa proteggere l’accesso umanitario durante i
conflitti. Investire nella prevenzione. Contrastare gli effetti della crisi
climatica sulle comunità più vulnerabili. E significa non accettare che gli
aiuti internazionali diminuiscano proprio mentre aumentano i bambini che ne
hanno bisogno.
Più di cento anni fa Save the Children è nata da un’idea allora rivoluzionaria:
che un bambino non possa essere considerato responsabile della guerra, della
povertà o delle scelte degli adulti in mezzo alle quali è nato.
Quell’idea oggi ci riguarda forse ancora di più. Perché la fame dei bambini non
racconta ciò che il mondo non può fare. Racconta ciò che, pur potendo fare,
ancora non fa. Ed è questa la parte più difficile da accettare. Ma anche quella
che ci obbliga a continuare ad agire.
Daniela Fatarella
Direttrice Generale per l’Italia
Save the Children
LA STORIA DI MARWO
Quando Marwo ha lasciato la sua casa nella regione del Basso Giuba, in Somalia,
insieme alla sua famiglia, sperava di trovare un luogo sicuro dove ricominciare.
Da quattro anni vive in un campo con i suoi quattro figli, affrontando ogni
giorno le difficoltà di chi ha perso quasi tutto. La prova più dura è arrivata
quando il più piccolo dei suoi figli, Saeed, di appena 18 mesi, si è gravemente
ammalato a causa della malnutrizione. La struttura sanitaria più vicina era
lontana e raggiungerla non era semplice. Anche l’acqua pulita, indispensabile
per la salute di tutta la famiglia, era difficile da reperire.
Quando finalmente Saeed è stato visitato, è stato immediatamente trasferito in
un Centro di Stabilizzazione. Qui ha potuto iniziare un percorso di recupero
seguito da personale sanitario qualificato, con alimenti terapeutici e un
attento monitoraggio medico. Giorno dopo giorno, le sue condizioni hanno
iniziato a migliorare.
Ma prendersi cura di un bambino significa anche proteggere l’ambiente che lo
circonda. Per questo il sostegno ricevuto dalla famiglia non si è fermato alle
cure mediche. Marwo ha ricevuto contenitori per conservare l’acqua in modo
sicuro, compresse per la potabilizzazione e prodotti per l’igiene domestica,
strumenti semplici ma fondamentali per ridurre i rischi di malattie e garantire
condizioni di vita più dignitose.
La storia di Marwo e Saeed racconta quanto possa essere prezioso un intervento
tempestivo e completo: non solo salvare una vita in un momento di emergenza, ma
aiutare una famiglia a ritrovare speranza, sicurezza e la possibilità di
guardare al futuro con maggiore serenità.
Redazione Italia