C’è qualcosa che attraversa le piazze di questi giorni

Comune-info - Tuesday, October 27, 2026

Dobbiamo imparare a guardare più da vicino. Guardare il mondo che ci circonda al di là dei giornali, dei partiti, dei sindacati per vedere un mondo di esperienze di autodeterminazione e di lotte. Non solo: dobbiamo mettere il mondo alla rovescia, pensarlo nella prospettiva di quelle esperienze, di quelle lotte. In realtà la sfida è anche guardare a tutte le persone che ci sono accanto così da scorgere, per dirla con Holloway, il vulcano silenzioso che hanno dentro. “C’è qualcosa che attraversa le piazze di questi giorni, dall’Italia al resto d’Europa. Qualcosa che tiene insieme le proteste degli studenti, la rabbia delle nuove generazioni, il fermo degli autotrasportatori nel Mezzogiorno, gli scaffali vuoti dei supermercati, il carovita, la precarietà delle famiglie e la mobilitazione del 24 ottobre contro la costruzione di un nuovo CPR a Castel Volturno…”, comincia così un testo molto ricco scritto da “Come chi rom e…chi no” di Napoli, straordinaria realtà sociale ed educativa: “Sentiamo che questo momento ci chiama direttamente in causa… Le nostre pratiche non sono mai state neutrali… Dobbiamo riconoscere bambini e ragazzi non soltanto come destinatari di interventi educativi, ma come soggetti capaci di pensiero, parola, desiderio, conflitto e trasformazione. Significa non aver paura della loro rabbia… Significa costruire alleanze tra generazioni e tra territori, tra chi lavora nella scuola e chi vive nelle periferie…”. La ribellione è dentro tutti noi

Sabato 24 ottobre, manifestazione nazionale contro i Cpr a Castel Volturno

C’è qualcosa che attraversa le piazze di questi giorni, dall’Italia al resto d’Europa. Qualcosa che tiene insieme le proteste degli studenti, la rabbia delle nuove generazioni, il fermo degli autotrasportatori nel Mezzogiorno, gli scaffali vuoti dei supermercati, il carovita, la precarietà delle famiglie e la mobilitazione del 24 ottobre contro la costruzione di un nuovo CPR a Castel Volturno.

Non sono proteste uguali, non hanno gli stessi protagonisti, gli stessi linguaggi o le stesse rivendicazioni. Eppure raccontano una crisi comune: un modello economico, politico e sociale che produce disuguaglianze sempre più profonde, restringe gli spazi di futuro e continua a chiedere sacrifici soprattutto a chi ha già meno. I giovani non sono il problema. Sono lo specchio della crisi: dalla rivolta dei giovani al fermo dei trasporti, dalla crisi sociale alle mobilitazioni contro i CPR, è tempo di cambiare collettivamente direzione. Mentre cresce la distanza tra ricchezza e povertà, mentre il lavoro non garantisce più una vita dignitosa, mentre abitare, studiare, curarsi e perfino spostarsi diventano sempre più difficili in territori sempre più svuotati e desertificati, la risposta prevalente della politica sembra essere ancora una volta quella del controllo, della repressione, della criminalizzazione del dissenso. Si parla di ordine pubblico quando bisognerebbe parlare di giustizia sociale. Si parla di sicurezza quando bisognerebbe parlare di diritti. Si parla di violenza giovanile senza interrogarsi sulla violenza quotidiana di un sistema che sottrae ai giovani la possibilità di immaginare il proprio futuro. Le manifestazioni studentesche che attraversano l’Europa ci consegnano una domanda politica fondamentale: che cosa stiamo offrendo alle nuove generazioni? Scuole e università sottofinanziate, affitti insostenibili, lavoro precario, salari insufficienti, crisi climatica, guerre, confini sempre più militarizzati. Per molti ragazzi e ragazze, soprattutto per chi cresce nelle periferie, nelle famiglie impoverite, nei territori marginalizzati o porta con sé una storia migratoria, la promessa di emancipazione attraverso lo studio e il lavoro appare sempre meno credibile. E quando questi giovani occupano le piazze, interrompono la normalità, esprimono rabbia, vengono descritti e raccontati solo come pericolosi, incivili, violenti, incapaci di comprendere il mondo, quando è esattamente il contrario: lo comprendono fin troppo bene e non accettano più che questa sia l’unica realtà possibile.

È significativo – e non ci sorprende troppo – che, di fronte alle proteste e ai disordini, il governo italiano abbia scelto ancora una volta la strada dell’inasprimento delle misure di sicurezza, intervenendo anche sui minorenni. Noi ci rifiutiamo di aderire a questa narrazione in cui questi episodi diventano l’unica chiave di lettura di un’intera generazione e delle sue rivendicazioni, senza che si racconti – con la complicità dei media mainstream che producono solo disinformazione – che oltre e accanto a quegli episodi ci sono persone giovani che insieme riflettono collettivamente sul proprio futuro e ci pongono continuamente domande, a cui pochi evidentemente possono dare una risposta chiara e univoca. La repressione autoritaria è la strada più semplice che i governi, di vecchi, a tutte le latitudini, riescono ad esprimere, dalla Palestina all’Europa. La violenza non comincia quando viene infranta una vetrina. Esiste anche una violenza che non fa rumore, che non produce immagini spettacolari, che non apre i telegiornali: è quella di chi viene escluso dalla scuola, respinto ai margini della città, discriminato per la propria origine, costretto a lavorare senza diritti e sotto ricatto e sfruttamento, o a rinunciare ai propri diritti di cittadinanza e alla propria autonomia. Una società che si indigna per la distruzione delle cose, ma tollera la distruzione delle possibilità di vita, dovrebbe interrogarsi profondamente sulle proprie priorità.

La mobilitazione degli autotrasportatori nel Sud Italia rende visibile un’altra contraddizione fondamentale: bastano pochi giorni di blocco delle merci per mostrare quanto sia fragile il sistema su cui si regge la nostra quotidianità. Scaffali vuoti, carburanti che scarseggiano, merci che non arrivano, attività economiche che rallentano. Dietro questa crisi non ci sono soltanto i rincari energetici. Ci sono rapporti di forza profondamente diseguali all’interno della filiera produttiva, il potere della grande distribuzione, la fragilità delle piccole imprese, lo sfruttamento del lavoro agricolo e della logistica, la dipendenza dai combustibili fossili. Il piccolo autotrasportatore che non riesce più a sostenere il costo del carburante, il bracciante migrante sottopagato, la famiglia che non arriva alla fine del mese, il giovane costretto a lasciare il proprio territorio non occupano la stessa posizione sociale. A volte hanno interessi differenti e persino contrapposti. Ma sono tutti attraversati, in forme diverse, da un sistema economico che concentra ricchezza e potere e distribuisce verso il basso costi, rischi e precarietà. La sfida politica è riconoscere queste differenze senza rinunciare a costruire alleanze, perché la crisi non produce automaticamente solidarietà: può generare conflitto tra poveri, risentimento, razzismo, chiusura identitaria oppure può diventare il terreno su cui costruire nuove forme di riconoscimento reciproco e di organizzazione collettiva. Sta anche a noi scegliere quale direzione prendere e come concentrarci e agire collettivamente.

La manifestazione nazionale del 24 ottobre contro il nuovo CPR di Castel Volturno si inserisce pienamente in questo scenario. La prospettiva di destinare 43 milioni di euro alla realizzazione di un centro di detenzione amministrativa in un territorio attraversato da profonde fragilità sociali rappresenta una scelta politica che dobbiamo mettere radicalmente in discussione. Castel Volturno è un territorio segnato da disuguaglianze, sfruttamento, abbandono istituzionale, ma anche da straordinarie esperienze di solidarietà, mutualismo, convivenza interculturale e organizzazione dal basso.  Perché investire nella detenzione di persone – giovani per lo più, che non hanno commesso alcun reato – anziché nel diritto alla casa, nella salute, nelle scuole, nella mobilità, nella tutela ambientale, nei servizi sociali, nella regolarizzazione e nella dignità del lavoro? Perché continuare a rappresentare le persone migranti come un problema di sicurezza, invece di riconoscerle come parte integrante delle nostre comunità? Non possiamo accettare che la povertà diventi una colpa, che la migrazione diventi una minaccia, che la marginalità diventi una condizione da sorvegliare e punire. La lotta contro i CPR non riguarda soltanto le persone migranti: riguarda l’idea stessa di società che vogliamo costruire, il confine tra diritti universali e diritti concessi selettivamente, tra sicurezza sociale e controllo dei corpi, tra accoglienza ed esclusione.

Esiste un filo politico e morale che collega la criminalizzazione delle nuove generazioni nelle città europee alla disumanizzazione dei popoli che subiscono guerre, genocidi, occupazioni e politiche di espulsione. Le dimensioni e le responsabilità delle diverse forme di violenza non sono equivalenti. Ma dobbiamo riconoscere una contraddizione profonda: governi e classi dirigenti che chiedono ai giovani disciplina, moderazione e rispetto delle regole sono spesso gli stessi che giustificano, finanziano o non contrastano adeguatamente politiche di guerra e distruzione.

La Palestina rappresenta una delle espressioni più drammatiche di questa contraddizione: il piano genocidiario ormai confermato dagli stessi autori, la morte di tantissimi bambini e giovani che rappresentano la maggioranza della popolazione, la distruzione di scuole, università, ospedali, uliveti, terreni, case e luoghi di socialità.

Non possiamo chiedere alle nuove generazioni di avere fiducia nel futuro mentre assistono all’annientamento del futuro di altre generazioni. Non è soltanto una questione anagrafica, di vecchi contro giovani: bisogna riconoscere che ormai siamo sovrastati a livello globale da un potere arrogante e mortifero e di una necropolitica che annienta il futuro, dove negli spazi della politica governativa non esistono più coerenza, responsabilità, visione politica e capacità di riconoscere il valore di ogni vita. Nessuno vuole più un mondo in cui la sicurezza di alcuni si costruisce sulla paura, sull’esclusione o sulla distruzione della vita di altri, ma è evidente che questa consapevolezza va tradotta in azioni pratiche e collettive, così come i giovani, gli studenti, e tutte le categorie oggi sotto attacco, ci stanno insegnando.

Come chi rom e…chi no, insieme a tante altre realtà sociali, educative e culturali, sentiamo che questo momento ci chiama direttamente in causa, e non solo per le dirette conseguenze che subiamo come lavoratrici e lavoratori. Le nostre pratiche non sono mai state neutrali: da anni lavoriamo nelle periferie, nei territori attraversati da disuguaglianze, insieme a bambini, bambine, adolescenti, famiglie, comunità rom e non rom, persone con storie e provenienze differenti. Attraverso interventi di advocacy, di lotta per i diritti di cittadinanza, di dispositivi pedagogici come il teatro, le pratiche artistiche e culturali, la costruzione di spazi condivisi, proviamo a rovesciare narrazioni stigmatizzanti, a rompere i confini sociali, a costruire relazioni dove altri costruiscono separazioni. Ma oggi dobbiamo interrogarci ancora più profondamente sul significato politico del nostro lavoro. Non basta creare spazi di inclusione se intorno a quegli spazi continuano a crescere le disuguaglianze. Non basta promuovere la partecipazione se le decisioni fondamentali sul futuro dei territori vengono prese senza coinvolgere chi li abita. Non basta educare alla cittadinanza se la cittadinanza stessa diventa un privilegio negato a molti. Le nostre pratiche pedagogiche, culturali e sociali non possono limitarsi a rendere più sopportabile un mondo ingiusto: devono contribuire a cambiarlo. Questo significa riconoscere bambini e ragazzi non soltanto come destinatari di interventi educativi, ma come soggetti capaci di pensiero, parola, desiderio, conflitto e trasformazione. Significa non aver paura della loro rabbia, ma provare ad ascoltarla, comprenderla, attraversarla e trasformarla in possibilità di azione collettiva. Significa costruire alleanze tra generazioni e tra territori, tra chi lavora nella scuola e chi vive nelle periferie, tra lavoratori precari, famiglie, persone migranti, comunità marginalizzate, associazioni e movimenti sociali. Significa anche interrogare criticamente le nostre stesse pratiche: quanto siamo capaci di ascoltare davvero? Quanto spazio lasciamo all’autonomia dei giovani? Quanto riusciamo a uscire dalla frammentazione dei nostri progetti, delle nostre organizzazioni, delle nostre singole battaglie per una trasformazione collettiva? Forse è proprio questa la questione più urgente. Siamo circondati da esperienze straordinarie di resistenza, solidarietà, mutualismo, educazione popolare, cultura indipendente, autorganizzazione. Eppure troppo spesso queste esperienze restano separate, isolate, costrette a difendere quotidianamente la propria sopravvivenza. La frammentazione indebolisce la capacità di immaginare e costruire un’alternativa complessiva. Non possiamo continuare a inseguire ogni emergenza senza interrogarci sulle cause che le producono. Non possiamo rispondere separatamente al razzismo, alla povertà, alla crisi educativa, alla precarietà lavorativa, alla crisi ecologica e alla militarizzazione, come se fossero problemi indipendenti. Abbiamo bisogno di ricostruire un orizzonte comune, capace di tenere insieme la fine del mese e la fine del mondo, il diritto alla casa e quello alla mobilità, la giustizia climatica e quella sociale, l’antirazzismo e i diritti del lavoro, la libertà di movimento e il diritto a restare nei propri territori. Abbiamo bisogno di pratiche che non separino la cultura dalla politica, l’educazione dalla giustizia sociale, la solidarietà dalla trasformazione materiale delle condizioni di vita. Abbiamo bisogno di più confronto, anche tra posizioni differenti, di meno autoreferenzialità, di più capacità di costruire percorsi duraturi. E soprattutto abbiamo bisogno di restituire centralità alle nuove generazioni, non soltanto nel racconto del futuro, ma nelle decisioni del presente.

Noi vogliamo stare dalla parte giusta.

Dalla parte delle ragazze e dei ragazzi che riempiono le piazze e chiedono un futuro diverso.
Dalla parte di chi lavora e non riesce più a vivere del proprio lavoro.
Dalla parte delle persone migranti che attraversano confini e affrontano ogni giorno discriminazioni e sfruttamento.
Dalla parte delle comunità che resistono all’abbandono, alla speculazione, alla devastazione dei propri territori.
Dalla parte dei bambini e delle bambine della Palestina e di ogni luogo in cui guerre, occupazioni e violenze negano il diritto alla vita.
Dalla parte di chi, ogni giorno, costruisce scuole aperte, spazi culturali, luoghi di incontro, pratiche di solidarietà e nuove forme di convivenza.

Vogliamo una società che investa nell’educazione anziché nella repressione, nei servizi pubblici anziché nella detenzione, nella cura anziché nella guerra, nella solidarietà anziché nella paura. Dobbiamo sovvertire un ordine sociale che garantisca la tranquillità di pochi attraverso la precarietà e il silenzio di molti.

Ci interessa costruire un mondo in cui la sicurezza significhi avere una casa, un reddito dignitoso, una scuola, un ospedale, una comunità, la libertà di muoversi e la possibilità concreta di scegliere il proprio futuro.

Contro questo eterno presente in cui ci hanno relegato togliendoci la capacità di sognare e immaginare un nuovo futuro, da Scampia a Castel Volturno, dalle periferie italiane alle piazze europee, fino alla Palestina, dobbiamo continuare a costruire relazioni, mutualismo, alleanze e collettivamente invertire la rotta.

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