
Spulsé: la parola del ritorno forzato
Progetto Melting Pot Europa - Monday, October 26, 2026
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu.
È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Racconta l’esperienza di chi viene rimandato indietro dopo aver tentato di costruire una vita altrove. Riguarda persone allontanate non per ciò che hanno fatto, ma per la loro condizione amministrativa, per il semplice fatto di non avere i documenti giusti. Questa è una parola che conserva il peso umano della deportazione.
Al suo interno, convivono costrizione, perdita, sensazione di essere respinti da un luogo che si sperava di poter abitare. Racconta una traiettoria interrotta, e, allo stesso tempo, la possibilità che quella stessa interruzione diventi l’inizio di un nuovo tentativo.
Proprio perché il ritorno non chiude il viaggio. Lo trasforma. Essere spulsé significa spesso comprendere con maggiore lucidità il funzionamento delle frontiere e delle politiche che le governano.
Una conoscenza amara che, a volte, rende più forte il desiderio di ripartire e più importanti le competenze per affrontare l’avventura.
Spulsé
a cura di Nadia Chaouch, Università di Genova
Nel dialetto tunisino, la parola francese expulsé (espulso) è stata integrata e trasformata foneticamente in spulsé. Questo prestito illustra come i termini stranieri, una volta adottati nel linguaggio locale, si adattino sia nel suono che nel significato per integrarsi nel tessuto sociale e culturale del dialetto tunisino.
Alcuni lo pronunciano esattamente come in francese (expulsé), mentre altri lo adattano in spulsé. Il termine è comunemente usato per descrivere coloro che sono stati espulsi e deportati in Tunisia dall’Europa. Storicamente la Francia era ed è tuttora la principale destinazione dei migranti tunisini.
Le espulsioni dalla Francia nei decenni precedenti riguardavano principalmente persone coinvolte in attività criminali o accusate di aver violato la legge. Pertanto, spulsé aveva una connotazione di coercizione e violenza, strettamente legata alla punizione.
Oggi è utilizzato per descrivere le pratiche di espulsione dalla Francia, dall’Italia, dalla Germania e da altri paesi europei con cui la Tunisia ha firmato accordi di riammissione.
Più recentemente un altro termine, tarhil, è emerso e si è diffuso nel linguaggio quotidiano. A differenza di spulsé, che è un termine preso in prestito dal francese e radicato nel linguaggio popolare, tarhil è un termine derivato dall’arabo dal tono amministrativo e burocratico che si riferisce in senso ampio alla decisione di uno stato di allontanare le persone che vivono irregolarmente nel proprio territorio.
Questo cambiamento semantico riflette una più ampia trasformazione politica, in cui la deportazione non è più percepita come una misura eccezionale riservata ai criminali ma piuttosto come una pratica governativa generalizzata e normalizzata che prende di mira i migranti in generale che risiedono o arrivano irregolarmente in un paese.
Nonostante ciò, molte persone continuano a utilizzare spulsé data la sua risonanza storica e la sua associazione con il carattere duro e violento della deportazione.
Dopo essere state deportate, queste persone sembrano sviluppare una maggiore consapevolezza di come la condizione di irregolari sia frutto di precise scelte e politiche migratorie, dotando i successivi tentativi di harga di una maggiore carica contestativa e di un più ostentato atteggiamento di sfida nei confronti dell’ordine sociale stabilito dal regime di frontiera.
ESEMPI DEL CAMPO
Mi hanno fatto tornare come spulsé cinque volte, non mi arrendo e tornerò a ogni costo. intervista con bill, uomo tunisino Dietro ogni tarhil c’è un paese che ha venduto i propri cittadini a poco prezzo.
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