
Il razzismo è uno dei meccanismi più antichi ed efficaci per dividere le persone e distogliere l’attenzione dai problemi sociali.
Pressenza - Tuesday, October 20, 2026Intervista a Miriyam Aouragh
Antropologia digitale, teoria critica, media globali e antirazzismo intorno al Lago ex Snia

Il contesto dell’incontro
Anna Lodeserto: Che cosa ti ha portata qui e qual è il significato di questo incontro?
Miriyam Aouragh:
Sono stata invitata a parlare di razzismo e antirazzismo nell’ambito di questo incontro organizzato presso il lago dell’ex Snia. Tra pochi minuti si svolgerà una manifestazione legata alla lotta contro il razzismo e alla costruzione di un mondo alternativo, diverso da quello in cui viviamo.
Qui possiamo già vedere, su piccola scala, un esempio di quel mondo: persone che si ritrovano, tavoli con messaggi politici, attività collettive, cibo e bevande condivisi, musica. Sono tutte pratiche che contribuiscono a costruire comunità e a creare spazi di solidarietà.
È una splendida giornata e questo incontro esprime qualcosa di importante sul significato dell’azione politica collettiva.
Razzismo, disuguaglianze sociali e trasformazioni contemporanee
Anna Lodeserto: Nel tuo lavoro analizzi il rapporto tra razzismo, strutture politiche e innovazione tecnologica. Quali sono oggi le principali tendenze e i rischi del razzismo contemporaneo? In che modo le forme tradizionali di razzismo si intrecciano con i nuovi sistemi di controllo tecnologico e di sorveglianza digitale?
Miriyam Aouragh: Il razzismo è un fenomeno estremamente complesso e, al tempo stesso, per certi aspetti molto semplice. Fa parte della vita quotidiana e le società in cui viviamo sono strutturate intorno allo sfruttamento. Gli Stati nazionali che si sono formati nel corso degli ultimi secoli si fondano sull’idea di confine e generano, attraverso queste strutture, profonde contraddizioni sociali.
Il razzismo è uno dei meccanismi più antichi ed efficaci per dividere le persone e distogliere l’attenzione dai problemi sociali. È presente ogni giorno, anche se in alcuni momenti risulta più visibile che in altri.
Le sue modalità e i suoi bersagli cambiano nel tempo, perché cambia il mondo in cui viviamo. Per questo è fondamentale comprendere il rapporto tra il razzismo e le trasformazioni storiche.
Nel mio intervento di questa mattina ho analizzato, per esempio, i cambiamenti avvenuti a partire dagli anni Novanta, dopo la fine della Guerra fredda, il crollo dell’Unione Sovietica e l’affermazione della cosiddetta «fine della storia».
Questi processi hanno trasformato anche il razzismo. Quando le società attraversano cambiamenti profondi, cambia tutto: ciò che mangiamo e beviamo, il modo in cui comunichiamo e le tecnologie che utilizziamo. Anche fenomeni sociali come il razzismo e il sessismo si trasformano in risposta a questi mutamenti.
Negli anni Novanta e Duemila abbiamo assistito a una contraddizione particolarmente evidente: da un lato, un enorme aumento della ricchezza, con i più ricchi diventati ancora più ricchi; dall’altro, il peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce della popolazione, sempre più impoverite.
La concentrazione della ricchezza è strettamente legata al complesso militare-industriale e all’espansione dei conflitti armati. È una delle grandi contraddizioni di quel periodo.
Avremmo dovuto entrare in una nuova epoca, caratterizzata dalla cosiddetta «fine della storia», dal consumismo liberale e dalla libertà individuale. In realtà, queste libertà e questi privilegi sono rimasti in larga misura circoscritti a gruppi sociali e Paesi relativamente ristretti e privilegiati. Gran parte del mondo non ha mai conosciuto livelli comparabili di ricchezza e libertà.
Nel frattempo, abbiamo assistito a conflitti devastanti in Somalia, nell’ex Jugoslavia, in Medio Oriente, in Sudan e in altre regioni. Queste guerre hanno provocato enormi sofferenze, distruzione e povertà, contribuendo anche all’aumento del numero di persone sfollate e rifugiate.
Parallelamente, la concentrazione della ricchezza nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone ha ulteriormente peggiorato le condizioni di vita della popolazione.
Un altro fattore determinante è stato il ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali, tra cui la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale, insieme a raggruppamenti politici come il G8. Questi attori hanno promosso la privatizzazione e la liberalizzazione economica in numerosi Paesi, imponendo spesso condizioni a Stati già alle prese con il debito postcoloniale e con gravi crisi finanziarie.
In diversi Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, per esempio, i prestiti sono stati utilizzati come strumento di pressione per imporre programmi di aggiustamento strutturale.
Che cosa significava tutto questo nella pratica? Beni essenziali e servizi pubblici da cui dipendeva la popolazione, come la farina e l’olio da cucina sovvenzionati, l’acqua e l’elettricità, sono stati progressivamente sottoposti a privatizzazione e a riforme orientate al mercato.
Questi processi hanno contribuito ad aggravare le disuguaglianze e le crisi sociali, anche in alcune aree del Nord globale e nei Paesi situati alla sua periferia. Il collasso economico dell’Argentina nel 2001 rappresenta un esempio significativo. La crisi ha mostrato le conseguenze devastanti dell’instabilità economica, dell’inflazione e del crollo del potere d’acquisto. Pressioni analoghe, seppure in forme differenti, si sono manifestate anche in altre parti del mondo.
Quando le persone non riescono più a sostenersi nel luogo in cui vivono, sono costrette a spostarsi. Migrano perché hanno bisogno di cibo, sicurezza e condizioni che consentano loro di sopravvivere.
La tragica ironia è che molte persone sono costrette a migrare o a cercare rifugio a causa di condizioni prodotte, almeno in parte, dai Paesi più ricchi e dall’ordine economico internazionale. Non si tratta semplicemente di scelte individuali o di circostanze interne ai Paesi di origine.
Eppure, le narrazioni mediatiche e i discorsi che attraversano il sistema educativo si concentrano spesso sulla presunta arretratezza di queste società o sulla corruzione. L’Africa, per esempio, viene frequentemente rappresentata attraverso generalizzazioni sulla corruzione, sugli Stati falliti e sulle cosiddette «repubbliche delle banane».
Queste narrazioni contribuiscono a sottrarre l’Unione europea, gli Stati Uniti e altri attori potenti alle proprie responsabilità, oscurando il ruolo delle loro decisioni economiche e politiche nella produzione di queste crisi.
Le persone comuni, tuttavia, continuano a spostarsi alla ricerca di condizioni di vita migliori. Negli ultimi dieci-quindici anni, le migrazioni sono proseguite in un contesto sempre più difficile.
Frontiere europee, migrazioni e sorveglianza digitale
Le disuguaglianze economiche, i conflitti e gli equilibri di potere internazionali contribuiscono a determinare i fenomeni migratori. Come sono cambiate le politiche migratorie europee e quale ruolo svolgono l’esternalizzazione delle frontiere, le tecnologie di sorveglianza e le imprese private nel controllo dei flussi migratori?
Miriyam Aouragh: L’Unione europea ha adottato politiche migratorie sempre più restrittive, rafforzando il modello della cosiddetta «Fortezza Europa». Parallelamente, ha esternalizzato le proprie frontiere, trasferendo parte del controllo migratorio al di fuori del territorio europeo.
Paesi governati da regimi autoritari o repressivi sono stati coinvolti in accordi che prevedono finanziamenti in cambio di interventi volti a impedire ai migranti di raggiungere l’Europa. La Libia, la Tunisia, l’Algeria e il Marocco sono diventati attori importanti di questo sistema di esternalizzazione delle frontiere.
Si tratta di accordi profondamente calcolati e disumani. I finanziamenti sono collegati, in varie forme, all’intercettazione dei migranti e al tentativo di impedirne l’arrivo in Europa. Il controllo delle migrazioni diventa così parte di un meccanismo politico ed economico.
Durante le mie ricerche in Marocco, in particolare tra le comunità migranti di Tangeri, nel nord del Paese, ho osservato una trasformazione significativa.
Storicamente, il Marocco è stato soprattutto un Paese di emigrazione, da cui partivano cittadini diretti verso l’Europa, compresa l’Italia. Nel tempo è diventato anche un Paese di transito e di arrivo per persone provenienti da altre regioni dell’Africa e del mondo, che sperano di attraversare il Mediterraneo per raggiungere la Spagna.
Una situazione analoga si osserva in Tunisia, da dove i migranti cercano di raggiungere l’Italia, e in altri Paesi di transito da cui le persone tentano di entrare in Europa.
Questi movimenti sono contrastati attraverso un’intensa repressione. Tuttavia, poiché il controllo delle frontiere è legato anche ad accordi finanziari, il sistema può generare incentivi perversi.
Per esempio, la gendarmeria e la polizia di frontiera marocchine possono arrestare i migranti, registrare le operazioni e ricevere finanziamenti connessi alle attività di controllo. I migranti possono poi essere rilasciati e arrestati nuovamente. Si crea così un sistema nel quale le stesse persone possono essere sottoposte ripetutamente ai controlli, mentre il processo migratorio continua.
Il risultato è il prolungamento dei percorsi migratori, una maggiore insicurezza e un’intensificazione della repressione al di fuori dei confini europei.
Anche le grandi imprese tecnologiche sono entrate a far parte di questo sistema. Le Big Tech, le agenzie europee di controllo delle frontiere come Frontex e gli appaltatori privati contribuiscono sempre più allo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche utilizzate per il controllo dei confini e la sorveglianza delle migrazioni.
Attraversare le frontiere europee è diventato così molto più difficile. Rotte un tempo più accessibili, comprese quelle dirette verso la Spagna e le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, in Nord Africa, sono oggi sempre più pericolose e sottoposte a controlli stringenti.
Le persone vengono quindi spinte verso percorsi più rischiosi, spesso affidandosi ai trafficanti o tentando pericolose traversate via mare.
Il punto fondamentale è che le migrazioni non sono scomparse. Le crisi economiche, le guerre e le ristrutturazioni neoliberiste continuano a spingere le persone ad abbandonare le proprie case, mentre le politiche migratorie sempre più restrittive rendono il viaggio più pericoloso.
La mia conclusione è che le migrazioni non sono diminuite: sono aumentati i morti. Le persone continuano a partire e spesso sono ancora più numerose quelle che tentano il viaggio, ma un numero crescente di loro perde la vita lungo il percorso. Il Mar Mediterraneo è diventato un immenso cimitero.
Nel frattempo, attivisti e organizzazioni umanitarie continuano a contrastare questa situazione attraverso operazioni di ricerca e soccorso. Eppure, chi cerca di salvare vite umane viene sempre più spesso criminalizzato e trattato come se stesse violando la legge. Anche chi partecipa alle operazioni di soccorso può essere arrestato e sottoposto a procedimenti giudiziari.
Esistono inoltre iniziative importanti che riuniscono antropologi forensi e sviluppatori tecnologici con l’obiettivo di identificare i corpi delle persone morte durante questi viaggi.
Le dimensioni della tragedia sono enormi. Durante l’estate, per esempio, sono state riportate notizie di un numero molto elevato di persone che hanno tentato di raggiungere Ceuta, l’enclave spagnola in territorio marocchino. Molte sono state respinte, mentre altre sono morte, tra cui bambini e persone che non sapevano nuotare.
Le circostanze di alcune di queste traversate sono particolarmente drammatiche. Gli ostacoli e le misure adottate per il controllo delle frontiere possono rendere ancora più letale un attraversamento già estremamente pericoloso.
Antropologi forensi e tecnologi stanno sviluppando metodi per identificare le persone decedute. Il loro lavoro è essenziale: migliaia di persone muoiono senza che sia possibile risalire alla loro identità.
Morire senza essere identificati rappresenta un’ulteriore ingiustizia. Le famiglie possono non sapere mai che cosa sia accaduto ai propri cari, non ricevere conferma della loro morte e non avere la possibilità di salutarli un’ultima volta.
L’identificazione dei corpi non è dunque soltanto una questione tecnica: riguarda la dignità, la giustizia e l’umanità.
Nel loro insieme, questi fenomeni delineano una dinamica più ampia, caratterizzata dall’aumento della militarizzazione, della privatizzazione, delle disuguaglianze economiche, della sorveglianza e della violenza, in un contesto segnato dalla persistenza delle migrazioni e dall’inasprimento delle politiche di frontiera.
Nessuna di queste misure ha eliminato le migrazioni. Le persone continuano a partire perché cercano di sottrarsi a condizioni insostenibili e di costruire una vita migliore. La mobilità è una risposta profondamente umana, che accompagna le società da millenni.
Il risultato principale delle politiche migratorie sempre più restrittive non è stato, dunque, la fine delle migrazioni, bensì l’aumento delle morti.
Colonialismo digitale, antirazzismo e solidarietà politica
Quali connessioni individui tra le tue ricerche sul colonialismo digitale e sull’imperialismo digitale, il tuo impegno antirazzista e le lotte politiche dei gruppi che hai incontrato a Roma?
Miriyam Aouragh: Inizialmente sono stata invitata a parlare delle mie ricerche sul colonialismo digitale e sull’imperialismo digitale. L’obiettivo era quello di approfondire le connessioni tra questi concetti, le teorie dell’imperialismo e le critiche politiche della tecnologia.
Poi, come spesso accade, una cosa ha portato all’altra. Le persone mi hanno raccontato le iniziative a cui partecipavano e mi sono resa conto che anch’io lavoravo su alcune delle stesse questioni. Mi hanno parlato di campagne antirazziste e di altre attività politiche, e ho riconosciuto che questi temi facevano già parte del mio lavoro e ho avuto l’opportunità di incontrare diversi collettivi attivi a Roma.
Per certi aspetti, questa esperienza mi ha fatto sentire come se stessi tornando a casa. Non ero mai stata qui prima e non conosco particolarmente bene la cultura locale, ma sono rimasta colpita dalla familiarità della cultura politica, delle sue dinamiche e persino del linguaggio utilizzato dalle persone. Ho ritrovato qualcosa di familiare nel modo in cui le persone entrano in relazione tra loro e organizzano la propria vita.
Ho la sensazione che questa visita sia soltanto l’inizio di molti altri incontri. Ho conosciuto persone straordinarie e ascoltato le storie di chi è impegnato in programmi educativi, nell’organizzazione antifascista e in iniziative che mettono in relazione la storia e l’eredità dell’antifascismo in Italia con le lotte politiche contemporanee.
Oggi ho incontrato anche persone che collaborano con gruppi palestinesi e altre che lavorano con organizzazioni argentine. Mi ha colpita soprattutto la quantità di connessioni possibili tra questi gruppi, le loro storie e le loro lotte. Non ci sono abbastanza ore in una giornata per incontrare tutte le persone e approfondire ogni possibile relazione.
Per questo ho la sensazione che siamo soltanto all’inizio. È stata un’esperienza davvero bella e spero che possa aprire la strada a nuove conversazioni, collaborazioni e ad altre occasioni di incontro e di ricerca.
*Miriyam Aouragh ( Amsterdam , 18 novembre 1972) è un’attivista e accademica olandese-marocchina residente a Oxford (Regno Unito). Scrive e insegna di infrastrutture, rivolte politiche e implicazioni sociali dei media digitali. È professoressa di Antropologia Digitale presso l’ Università di Westminster.
