CGIL, oltre centomila a Roma: la piazza corre, la politica insegue

Pressenza - Sunday, October 18, 2026

Oltre centomila partecipanti, secondo gli organizzatori, alla manifestazione nazionale della CGIL del 17 ottobre a Roma. Il corteo, partito da piazza della Repubblica, ha raggiunto piazza del Popolo con delegazioni arrivate da tutta Italia. Lavoratori, pensionati, studenti, associazioni e organizzazioni politiche hanno sfilato tra bandiere, striscioni, musica e slogan. La piazza era gremita, con la folla che si estendeva oltre i suoi confini. A concludere la giornata è stato il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, che ha annunciato lo sciopero generale del 20 novembre.

La CGIL ha confermato una capacità di mobilitazione che non nasce certo oggi. Sarebbe quindi riduttivo fermarsi ai numeri, per quanto importanti. Il dato politico più interessante è la distanza tra la forza delle mobilitazioni sindacali e la difficoltà di tradurre le rivendicazioni che esprimono in un progetto capace di incidere sulle scelte del Paese.

Al centro della protesta ci sono problemi che riguardano milioni di persone: salari insufficienti, pensioni, precarietà, sanità pubblica e servizi sempre più in difficoltà. Non si tratta soltanto di percezioni. Secondo i dati Istat diffusi nei giorni scorsi, tra il primo trimestre del 2021 e il secondo del 2026 le retribuzioni reali di fatto hanno perso il 9,4% del loro potere d’acquisto. Un dato che aiuta a comprendere perché, anche quando l’occupazione cresce, tante famiglie continuino a incontrare difficoltà economiche.

La questione riguarda anche il modo in cui vengono utilizzate le risorse pubbliche. Il governo si è impegnato ad aumentare le spese militari, mentre i Comuni e gli altri enti locali incontrano crescenti difficoltà nel garantire servizi essenziali ai cittadini. È una contraddizione che solleva una domanda precisa: quali devono essere le priorità del Paese? Si tratta di decidere dove investire le risorse disponibili, quali bisogni soddisfare e come finanziare gli interventi necessari, chiedendo anche un contributo maggiore a chi dispone di redditi e patrimoni più elevati.

Lo sciopero generale del 20 novembre, in coincidenza con la mobilitazione studentesca, può rappresentare un passaggio importante. Salari bassi, precarietà, difficoltà di accesso alla casa e riduzione dei servizi pubblici attraversano le generazioni e condizionano la possibilità di costruirsi una vita autonoma. Collegare le rivendicazioni del mondo del lavoro con quelle degli studenti può rafforzare le mobilitazioni e ricostruire legami collettivi che negli ultimi decenni si sono indeboliti.

Ma sarebbe sbagliato chiedere al sindacato di risolvere problemi che appartengono alla politica.

La presenza delle opposizioni alla manifestazione è significativa, ma non autorizza a considerare le persone scese in piazza come un consenso elettorale già acquisito. Una manifestazione sindacale raccoglie sensibilità e orientamenti diversi. Partecipare a una protesta contro le politiche del governo non significa necessariamente riconoscersi in una delle proposte politiche oggi disponibili.

Nel Paese esistono insoddisfazione, disagio sociale e disponibilità alla mobilitazione. Eppure, una parte consistente della popolazione continua a non riconoscersi nei partiti. Anche l’astensionismo, pur avendo cause diverse, segnala la difficoltà della politica a mantenere un rapporto stabile con ampi settori della società. Non basta dunque sommare le sigle dell’opposizione per pensare di recuperare automaticamente quel rapporto di fiducia.

Le alleanze elettorali sono importanti, soprattutto quando permettono alle diverse forze di opposizione di confrontarsi su obiettivi comuni. La costruzione di una coalizione ampia può rappresentare un’occasione per mettere in relazione culture politiche differenti e affrontare insieme questioni che riguardano milioni di persone. Perché questo percorso abbia basi solide, però, occorre chiarire quale politica salariale si intende sostenere, come rafforzare la sanità pubblica, dove trovare le risorse per gli investimenti e quali scelte economiche si vogliono cambiare.

C’è anche una questione di credibilità. La critica alle decisioni dell’attuale governo può accompagnarsi a una riflessione sulle politiche del passato che hanno contribuito a indebolire le tutele del lavoro e il ruolo dell’intervento pubblico. Affrontare apertamente queste contraddizioni può aiutare le forze di opposizione a costruire un rapporto di fiducia più solido con la società.

Le differenze tra le forze di opposizione esistono e non vanno nascoste. Su questioni importanti, come la guerra in Ucraina, le distanze sono ancora significative. Proprio per questo, la costruzione di una coalizione ampia dovrebbe accompagnarsi a uno sforzo più deciso per avvicinare le posizioni, assumendo come riferimento comune i principi della Costituzione, a partire dall’articolo 11 e dal ripudio della guerra. La piattaforma della CGIL, che mette al centro lavoro, salari, giustizia fiscale, servizi pubblici e pace, può rappresentare un valido punto di partenza per individuare convergenze programmatiche concrete. Non si tratta di cancellare le diverse identità politiche, ma di costruire su queste basi un progetto comune che vada oltre le intese elettorali e possa tradursi in scelte di governo coerenti.

Un progetto politico capace di raccogliere consenso deve tenere insieme due esigenze: costruire le condizioni per cambiare il governo e indicare con chiarezza che cosa si intende cambiare nelle politiche del Paese. Senza la prima si rischia di restare nella testimonianza; senza la seconda, anche un’eventuale vittoria elettorale potrebbe lasciare irrisolte le ragioni del malcontento.

C’è infine una questione che riguarda il rapporto quotidiano tra politica e società. La fiducia non si ricostruisce soltanto attraverso i programmi o le dichiarazioni dei dirigenti. Si conquista tornando nei luoghi di lavoro, nei quartieri popolari, nelle scuole e nelle università. Sostenendo le vertenze, difendendo i servizi pubblici e costruendo relazioni con chi oggi si sente escluso dalla possibilità di incidere sulle decisioni.

Le mobilitazioni sindacali hanno un valore che non può essere misurato soltanto attraverso i risultati immediati. Contribuiscono a organizzare interessi collettivi, rafforzare la consapevolezza dei lavoratori e modificare i rapporti di forza nella società. La manifestazione del 17 ottobre lo ha confermato, mentre lo sciopero del 20 novembre offrirà una nuova occasione per dare continuità alle rivendicazioni sociali.

Alle opposizioni spetta un compito che non può essere delegato al sindacato: costruire una proposta politica capace di riconquistare la fiducia anche di chi oggi non si riconosce più nei partiti. Le ragioni per protestare sono sotto gli occhi di tutti, ma per molti manca ancora la convinzione che un cambiamento di governo possa tradursi in un miglioramento concreto delle proprie condizioni di vita.

La manifestazione del 17 ottobre, però, ci consegna anche un messaggio di speranza. In un Paese attraversato dalla sfiducia e dalla rassegnazione, ci sono ancora tante persone disposte a impegnarsi, a organizzarsi e a lottare per i propri diritti. È da questa disponibilità collettiva che bisogna ripartire. Perché il cambiamento non è garantito, ma neppure impossibile. E le energie per costruirlo, come abbiamo visto a Roma, ci sono.

 

 

Giovanni Barbera