Organizzare sciopero e contropotere oltre l’Occidente
La congiuntura attuale — segnata da guerra permanente, autoritarismo diffuso,
militarizzazione delle economie e governo algoritmico della vita — non può
essere interpretata come una semplice deviazione patologica dell’ordine
occidentale. Essa rappresenta piuttosto la verità storica di una forma di
universalismo che ha sempre prodotto unità attraverso la violenza, l’esclusione
e la gerarchia.
In questo senso, la “crisi dell’Occidente” non è una perdita da rimpiangere, ma
un punto di non ritorno teorico e politico. Come mostra con precisione Sandro
Mezzadra, l’Occidente non va inteso come entità geografica, bensì come macchina
storica di universalizzazione: un dispositivo che ha prodotto l’universale come
norma armata, inseparabile dal colonialismo, dallo Stato-nazione e dal
capitalismo globale.
Separare l’idea di universale dalla sua forma occidentale diventa allora il
compito centrale della teoria politica contemporanea. Un compito che non è solo
teorico, ma eminentemente organizzativo. La domanda decisiva non è più “quale
soggetto?” o “quale identità?”, ma: come organizzare la convergenza di
soggettività eterogenee senza ricadere nella sintesi sovrana o nella
frammentazione impotente?
Una risposta decisiva si trova, sorprendentemente attuale, nella teoria dello
sciopero di massa di Rosa Luxemburg. Nel suo scritto del 1906, Luxemburg rompe
con ogni concezione strumentale dello sciopero, che per lei non è un atto
delimitato deciso dall’alto, ma un processo storico vivo che emerge dalle
contraddizioni materiali. La sua celebre metafora del fiume è centrale: lo
sciopero raccoglie acque diverse — economiche, politiche, spontanee, organizzate
— senza ridurle a un’origine unica. La sua forza sta nella composizione
instabile. L’organizzazione non ne è la causa, ma un effetto secondario e sempre
provvisorio. Questa intuizione consente di ripensare radicalmente
l’organizzazione oggi: non come sorgente del conflitto, ma come pratica di
manutenzione della sua continuità, contro i tentativi di arginamento messi in
atto dal potere.
Nella fase contemporanea, segnata da regimi di guerra e autoritarismo,
l’organizzazione politica non nasce più da identità pre-costituite — classe,
popolo, nazione — ma da eventi di rottura che rendono intollerabile la normalità
dominante. Questi eventi producono fratture nel senso comune, aprendo uno spazio
di politicizzazione. Lo sciopero politico in Italia per la Palestina è esemplare
in questo senso. Non è nato da una piattaforma ideologica condivisa, ma dalla
visibilità insopportabile della violenza coloniale e genocidaria.
L’organizzazione è emersa dopo, come tentativo di dare durata a una rottura che
precedeva ogni identità collettiva. La lezione di Luxemburg si intreccia con
quella di Gramsci: la crisi è il momento in cui il vecchio non regge più, ma il
nuovo non ha ancora forma stabile. L’organizzazione non serve a chiudere la
crisi, ma a impedirne la normalizzazione.
In questo caso, la Palestina non ha funzionato come “causa esterna”, ma come
punto di condensazione: un nodo in cui contraddizioni diverse — guerra globale,
sfruttamento del lavoro, razzializzazione dei confini, repressione del dissenso
— si sono rese simultaneamente leggibili. Questa funzione evita due errori
speculari: la gerarchizzazione delle lotte e la loro dispersione. Una lotta
diventa centrale non per decreto, ma perché altre lotte vi riconoscono qualcosa
di proprio. L’universale emerge qui non come principio astratto, ma come
esperienza condivisa di intollerabilità. È precisamente questo il punto in cui
la critica di Mezzadra all’Occidente diventa organizzativamente decisiva:
l’universale non cancella i confini, ma li rende politicamente attraversabili.
Non unifica, ma mette in relazione.
Lo sciopero per la Palestina ha prodotto una convergenza reale tra sindacalismo
conflittuale, movimenti studenteschi, femminismi, reti migranti e attivismo
anticoloniale. Tuttavia, questa convergenza non ha generato una fusione delle
soggettività, né un programma unitario. Ciò che ha reso possibile l’azione
comune è stato un processo continuo di traduzione: le differenze non sono state
eliminate, ma rese operabili l’una per l’altra. La nozione di traduzione
sostituisce definitivamente quella di rappresentanza. L’organizzazione non è il
luogo della sintesi, ma lo spazio in cui le differenze vengono continuamente
ritradotte, in un equilibrio instabile tra conflitto e cooperazione. Questa
instabilità non è un limite: è la condizione stessa della potenza politica.
Per dare fondamento teorico a questa pratica, utilizziamo il lavoro
dell’antropologia di Marilyn Strathern. In Strathern, le relazioni non
connettono entità già date: le costituiscono. Il sociale è un pieno relazionale
fatto di connessioni parziali. Applicata alla teoria politica, questa ontologia
implica che l’universalismo non possa essere fondativo. L’universale non precede
le differenze, ma emerge dalle loro relazioni. È un effetto, non un principio.
Questo consente di pensare un altro universalismo: pratico, conflittuale, non
occidentale. Un universalismo che non unisce cancellando, ma rende condivisibile
senza equivalere.
La tradizione post-operaista ha mostrato come il capitalismo contemporaneo
catturi direttamente cooperazione, linguaggio e affetti. Il comune è una
produzione sociale. Tuttavia, senza una critica dell’Occidente, il comune
rischia di essere reificato come sfondo ontologico neutro. L’approccio qui
sviluppato, intrecciando post-operaismo e critica postcoloniale, restituisce al
comune il suo carattere conflittuale e situato. Il comune non precede il
conflitto: si produce dentro di esso.
Il sostegno alla Sumud Flotilla rappresenta un momento ulteriore di questo
processo. Non si tratta di solidarietà umanitaria, ma di pratica politica
universale non occidentale. La sumud — la perseveranza palestinese — diventa
universalizzabile solo attraverso la relazione, non come valore astratto. Qui
l’universale non parla per la Palestina, ma si produce con essa. È un
universalismo che nasce dalla condivisione del rischio, dalla diserzione della
neutralità occidentale, dalla messa in crisi del doppio standard imperiale.
Da queste pratiche emerge un elemento decisivo riguardo alla decisione. Non vi è
stata rappresentanza permanente, né centro sovrano. Le decisioni sono state
situate, parziali, reversibili. La legittimità non è derivata dalla delega, ma
dalla responsabilità condivisa. Tuttavia, l’esperienza mostra anche un limite
chiaro: senza infrastrutture autonome, la convergenza rischia di restare
episodica. Organizzare significa dunque costruire le condizioni materiali della
durata: strumenti di comunicazione non estrattivi, reti di mutuo soccorso,
continuità tra eventi e processi.
La crisi dell’Occidente apre, dunque, una possibilità politica radicale:
liberare l’universale dalla sua forma armata. Lo sciopero politico per la
Palestina e il sostegno alla Sumud Flotilla mostrano che questo è possibile non
come progetto astratto, ma come pratica concreta di convergenza. Organizzare
oggi non significa produrre unità, ma sostenere processi-fiume; non significa
rappresentare, ma tradurre; non significa fondare l’universale, ma produrlo
relazionalmente. In tempi di guerra e autoritarismo, questa non è una posizione
teorica neutra. È una presa di parte: per un contropotere capace di abitare il
pieno delle differenze senza ricadere nell’Uno occidentale.
Roberta Pompili
Bibliografia
Sandro Mezzadra, Brett Neilson The rest and the west. Per la critica al
multipolarismo, Meltemi, 2025.
Rosa Luxemburg, Sciopero di massa, partito e sindacati, Editori Riuniti, 1970.
Marilyn Strathern,Partial Connections, Rowman & Littlefield, 1991.
Verónica Gago, La potenza femminista,O il desiderio di cambiare tutto, Meltemi,
2022.
Redazione Italia