Il mondo: “un posto pulito, illuminato bene”

L'INDIPENDENTE - Saturday, October 17, 2026

Sono passati giusto cent’anni dalla ideazione di un piccolo capolavoro A Clean Well-Lighted Place, un breve racconto di Ernest Hemingway, pubblicato poi nel 1933.

Un vero e proprio sketch filosofico, anticipatore della letteratura oggettiva e di quella neorealista, che probabilmente ispirò a Cesare Pavese il racconto Nel caffè della stazione.

Ieri leggevo quelle cinque pagine di Hemingway: «Era tardi e tutti se n’erano andati dal caffè, tranne un vecchio seduto nella zona d’ombra che le foglie dell’albero formavano sotto la luce elettrica».

Pagine di fatto autobiografiche, o che hanno comunque quello speciale respiro di una visione diretta e che poi, se seguiamo la biografia dello scrittore americano scritta da Fernanda Pivano, vediamo sempre intrecciarsi con vicende personali: l’alcool, la depressione, l’ossessione del suicidio…

Mi incanta sempre la magia che crea Hemingway di espandere la percezione di ogni cosa banale in un orizzonte di vita a sé stante, di visibile creazione artistica, rendendo leggendari anche i piccoli fatti o le persone qualsiasi, come il vecchio ubriaco che aveva tentato di uccidersi, «disperato di niente» perché aveva «un sacco di soldi», e i due camerieri che nel racconto parlavano di lui.

Costruire sequenze cinematografiche sull’andirivieni dei bar, ad esempio, location pullulanti di ritratti e storie dove Hemingway amava scrivere.

Forse per la sua dipendenza dall’alcool, egli aveva allucinazioni prima di addormentarsi, del tipo di quelle esposte dallo psichiatra Oliver Sacks nei suoi libri: quello spingersi oltre noi stessi che può generare alterazioni degli stati di coscienza (Allucinazioni, trad.it [1]. Adelphi, capp. 6 e 11).

Hemingway vedeva che la sua anima lasciava il proprio corpo: forse non aveva soltanto paura di non svegliarsi più ma anche di trasformarsi senza poter controllare più nulla. E voleva sempre la luce come in una eterna alba.

Quel paradosso dello scrittore che in quelli stessi anni colpiva Pirandello, quando ad esempio incontrava i suoi personaggi che prendevano vita e lo venivano a trovare in giardino.

Hemingway aveva bisogno insieme di scorci e di paesaggi, rendeva metaforico ogni sguardo, sapeva cogliere le minuzie dei gesti e poi cavalcare spazi infiniti. Insegnava a chi volesse scrivere di non creare personaggi ma intercettare persone e per questo gli piaceva scrivere nei caffè per immaginare nei volti di chi andava e veniva dei possibili narrativi. Dei destini architettati dal nulla, un nulla, un “nada” alla spagnola, illuminato, pulito: «O nada nostro che sei nel nada…dacci oggi il nostro nada quotidiano…».

Un paio di settimane fa ho condotto un workshop sulla scrittura, partendo dal mio libro Scrivere come sognare (Cartman edizioni), intrecciando il camminare e il sognare, la cronaca e la poesia, l’osservazione e l’immaginazione, l’addormentarsi e il risveglio.

E mi sono chiesto: Chi non vorrebbe scrivere? Chi non vorrebbe diventare autore della propria realtà?

Chi non immagina un mondo alternativo, un mondo tutto suo, dove con la capacità pazzesca dell’ invenzione, di una fantasia praticamente onnipotente, possa dare vita a qualcosa di straordinario?

Chi ama davvero la scrittura non ha in fondo idee speciali, desidera semplicemente uscire dall’ovvio quotidiano, dalle regole automatiche di una vita ripetitiva, lontano da quell’ autoritarismo martellante, da quella obbedienza automatica che rende sterile qualsiasi aspirazione, banale qualsiasi situazione.

Chi scrive sa che in ogni caso la sua scrittura aggiungerà qualcosa al mondo, lo caricherà di nuovi orizzonti, di inedite alternative.

Ogni donna, ogni uomo sa che scrivere vuol dire immaginare, tracciare contorni, popolare gli spazi, decidere il possibile e l’impossibile.

Di questi tempi battersi ad esempio senza tregua contro le imbecillità, cioè battersi ad esempio contro l’idea di una guerra inevitabile che viene declamata come un futuro possibile.

Disarmiamoli allora con la forza delle idee questi profeti dell’orrore, priviamoli di qualsiasi consenso, smascheriamo i loro sporchi interessi, denunciamo il loro analfabetismo umano, sabotiamo gli organi di stampa che fanno da grancassa a questi criminali, pronti a dare del terrorista a chiunque non sia loro complice, arruoliamo le intelligenze non le paure.

Rendiamo inoffensive quelle facce ingrugnite, alimentate da un odio fazioso, con i loro sporchi capitali arrischiati in spettacoli di morte, incatenati nella prigionia delle minacce e delle ritorsioni.

Scriviamo allora per fare vincere, con la scrittura e le belle idee, una pace fantasiosa, facciamo scendere in piazza anche le parole, per dare forza alle nostre visioni, amiche contagiose, magari poetiche e velleitarie, ma affrancate da qualsiasi prigionia.

Voglio insomma un mondo, un’Europa illuminata bene dove abbiano ascolto e spazio le storie di ognuno, dei giovani e degli anziani, di chi lavora e di chi sogna, di chi corre e di chi è malato, voglio che si sentano strumenti della stessa orchestra un po’ rock con un batterista che non perdoni e una cantante che illumini il cielo.

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