Quando le piazze si svuotano. Sul movimento spagnolo dopo le acampadas di Madrid
(disegno di manincuore)
Il parallelismo tra l’acampada per la casa a Madrid e il movimento del 2011,
nato nella stessa piazza, non ci permette di comprendere l’enorme lavoro
preparatorio realizzato dal Sindicato de Inquilinas di Madrid, né le analisi
politiche maturate in questi quindici anni all’interno del movimento. A breve
uscirà in italiano il libro Generazione inquilina. Farla finita con la
disuguaglianza abitativa, scritto da uno dei fondatori del Sindacato Inquiline
di Madrid, Javier Gil, che espone proprio la teoria e le prospettive del “nuovo
sindacalismo inquilino”. Questo articolo pubblicato il 10 ottobre su El Salto, e
di cui presentiamo a seguire alcuni estratti, ci aiuta a capire l’evoluzione
delle riflessioni interne al movimento spagnolo. La traduzione è di Stefano
Portelli.
* * *
È strano paragonare la recente acampada a Puerta del Sol con il movimento del
15M. L’immagine ce lo suggerisce: le tende, la piazza occupata, le commissioni,
le cucine improvvisate, le assemblee, e una sensazione difficile da spiegare,
come se il tempo accelerasse e tutto sembrasse possibile. E poi c’è la memoria.
Le tende del 2011 sono probabilmente lo spazio politico più carico di
significato della storia della sinistra contemporanea a Madrid: basta piantare
qualche tenda, e subito appaiono i fantasmi del 2011. Ma la parte più
interessante di quello che sta succedendo ora è proprio quello che non somiglia
al 15M. Forse abbiamo davanti qualcosa di molto più interessante che una
ripetizione del ciclo delle piazze. È possibile che stiamo entrando in un nuovo
ciclo politico, in cui la parola “organizzazione” non ci fa più venire
l’allergia.
IL LUNGO CICLO DELL’AUTONOMIA
Per decenni, buona parte della sinistra extraparlamentare ha mantenuto una
profonda diffidenza verso le organizzazioni forti. C’erano buone ragioni: il
ventesimo secolo ci aveva lasciato partiti comunisti burocratizzati, sindacati
trasformati troppo spesso in apparati di concertazione, organizzazioni in cui la
disciplina aveva sostituito il dibattito, avanguardie che avevano finito per
confondere i propri interessi con quelli delle persone che pretendevano di
rappresentare. La crisi del comunismo e la caduta dell’Urss completarono lo
screditamento dell’immaginario organizzativo. In risposta a tutto questo si
consolidò un altro senso comune militante, che non nasce nel 1991, ma che parte
invece dalla nuova sinistra degli anni Sessanta, dal femminismo autonomo,
l’autonomia italiana, lo zapatismo, il movimento no-global, le esperienze
argentine dopo il 2001, Occupy, le piazze arabe, infine il 15M. Queste
tradizioni, nonostante le loro differenze, condivisero alcune intuizioni: il
sospetto verso la rappresentanza, il rifiuto delle gerarchie formali, la
preferenza per strutture decentrate, la rivendicazione di orizzontalità e una
grande fiducia nel potenziale politico degli eventi spontanei. […] Per molto
tempo, questa è sembrata una rottura necessaria con il ventesimo secolo; e forse
lo era. I problemi sono iniziati quando la critica delle organizzazioni
burocratiche è diventata una critica dell’organizzazione in quanto tale; quando
non avere leader iniziò a sembrare più democratico che averne; quando l’assenza
di strutture formali si confuse con l’assenza di rapporti di potere; quando
crescere iniziò a considerarsi sospetto, e quando preservare la purezza di
piccoli gruppi di militanti apparve più importante che costruire organizzazioni
capaci di includere chi non condivideva i nostri codici politici.
Quel mondo ha prodotto risultati importanti, proteggendo la sinistra da molte
patologie del ventesimo secolo; ha insegnato la diffidenza verso gli apparati,
la cura dei processi, l’attenzione verso chi prende la parola e chi rimane
escluso, la necessità di sperimentare nuove forme di democrazia. Sarebbe assurdo
liquidarlo come trenta anni persi; di certo, però, una domanda è rimasta senza
risposta: come si costruisce potere su una scala più ampia? […] Oggi che la
precarietà si è generalizzata, e che la proprietà si concentra sempre di più,
diventando una frontiera tra chi ha un patrimonio e chi non ne ha, oggi che la
promessa di inclusione delle classi medie perde la capacità materiale di
ordinare la società, si riapre lo spazio per organizzazioni costruite
direttamente sul conflitto tra interessi contrapposti. Se l’autonomia aveva
trovato il suo terreno tra chi si posizionava fuori da una società ancora capace
di integrare grandi maggioranze, il nuovo sindacalismo potrebbe trovarlo
precisamente in una società che ha sempre più difficoltà a integrarle. Ci sono
indizi del fatto che questo slittamento non appartiene solo al movimento per la
casa. Come scriveva di recente il militante della Cnt Rafa Cuesta su El Salto,
il ritorno della forma sindacale coincide con un recupero più ampio del
conflitto sul lavoro e con l’arrivo di esperienze in cui sindacati combattivi di
base, piattaforme unitarie e grandi assemblee di lavoratori stanno ritrovando
capacità di iniziativa. Forse allora il sindacalismo inquilino non è
un’anomalia, ma una delle espressioni più visibili di una ricomposizione ancora
ai suoi inizi.
Se la rottura della società delle classi medie torna a rendere nitidi degli
interessi che per decenni erano stati ammortizzati dall’accesso a un impiego
stabile, al consumo, ai servizi pubblici o alla proprietà, non sarebbe strano
che stiano riapparendo organizzazioni costruite precisamente per trasformare
questi interessi condivisi in un conflitto collettivo. Il ritorno del sindacato
potrebbe non essere una moda militante, ma il sintomo organizzativo di una
trasformazione sociale più profonda.
FARSI TROVARE PRONTI
Il libro If We Burn si chiede come organizzare potere su ampia scala, guardando
indietro dopo l’entusiasmo. Il giornalista Vincent Bevins ha intervistato i
partecipanti a movimenti di massa in una dozzina di paesi, trovando enormi
differenze tra Brasile, Egitto, Cile, Turchia, Hong Kong o Ucraina, ma anche un
punto ricorrente: i movimenti capaci di riunire centinaia di migliaia di
persone, di abbattere governi o di paralizzare città, erano sorprendentemente
poco preparati per decidere cosa sarebbe dovuto succedere il giorno dopo. La
mobilitazione poteva produrre un vuoto di potere, ma qualcuno doveva riempirlo.
Se il movimento ha rinunciato a farlo, però, quegli spazi non sono rimasti
vuoti: altri attori – partiti, eserciti, élite economiche, organizzazioni
religiose, nuove destre – erano molto più preparati per approfittarne. Questa è
una delle tesi centrali di Bevins: aprire una crisi politica e disporre di
un’organizzazione in grado di intervenire su di essa sono due capacità distinte.
La Spagna ha seguito naturalmente il suo percorso. Il 15M non ha “fallito” e
basta, poiché ha trasformato il linguaggio politico, ha prodotto delle nuove
organizzazioni (e ne ha alimentate altre, come la Plataforma de Afectados por la
Hipoteca), ha modificato il dibattito pubblico; in seguito ha aperto un ciclo
istituzionale completamente nuovo, in grado di superare il bipartitismo e di
durare fino a ora. Ridurlo a una sconfitta sarebbe una semplificazione pari a
idealizzarlo; ma ha lasciato aperta la stessa domanda: cosa succede quando la
piazza si svuota?
Per alcuni anni, la risposta spagnola è stata, in qualche misura, elettorale.
Parte dell’energia del 15M è stata incanalata in nuovi partiti e nuove
candidature. Un’altra parte è tornata nei movimenti sociali, nei centri sociali,
nelle reti di solidarietà e nell’attivismo settoriale. Un’ultima parte è rimasta
troppo stanca e ferita per poter continuare a partecipare attivamente. Oggi
sembra che stia affiorando una terza risposta: il ritorno del sindacalismo di
base.
Questa è la cosa davvero interessante del sindacalismo inquilino contemporaneo.
Un sindacato non è un partito politico, non pretende necessariamente di
conquistare lo Stato né ha bisogno di presentarsi alle elezioni. Ma non è
neanche semplicemente uno spazio di incontro tra attivisti, perché aspira a
organizzare una parte specifica della società a partire da una relazione
materiale condivisa.
È una differenza gigantesca. Un’inquilina può non considerarsi di sinistra, non
sapere cosa vuol dire “autonomia”, non aver partecipato mai a una manifestazione
e non avere nessuna opinione sulla Comune di Parigi. Eppure, sa perfettamente
quanto paga di affitto, quando finisce il suo contratto, chi è il suo padrone di
casa, sa che nell’appartamento accanto cinque famiglie hanno ricevuto la sua
stessa raccomandata. È lì che comincia l’ipotesi sindacale: non in una
convergenza ideologica preesistente, ma nella possibilità di costruire interessi
comuni a partire da una relazione sociale esistente. Per questo il Sindicato de
Inquilinas di Madrid si organizza per territori, per palazzi e per proprietari.
Il suo metodo per organizzare una palazzo consiste nel localizzare il resto
degli abitanti, concordare delle richieste comuni ampie e condivise, aprire una
negoziazione collettiva, e allargare il conflitto se il proprietario rifiuta di
negoziare. Non è una strategia molto spettacolare, ma forse questa è la sua
virtù. Perché uno dei paradossi della politica contemporanea è che abbiamo
imparato a produrre degli eventi straordinari mentre perdevamo la capacità di
costruire istituzioni ordinarie.
In questo senso, non è stato irrilevante scegliere di chiamarsi “sindacato”. C’è
qualcosa di politicamente significativo nel fatto che, dopo decenni in cui buona
parte dei movimenti sociali hanno preferito chiamarsi piattaforme, collettivi,
reti o assemblee, una nuova generazione di organizzazioni abbia recuperato
coscientemente una parola così carica di storia. Chiamarsi sindacato esprime
un’ambizione specifica: non ci si limita a denunciare un’ingiustizia, ad
accompagnare le persone che la subiscono o a intervenire episodicamente; si
punta invece a costruire un’istituzione permanente del conflitto –
un’organizzazione capace di aggregare interessi materiali, creare appartenenza,
formare i suoi membri, negoziare collettivamente, imporre costi all’avversario e
accumulare potere tra un conflitto e quello successivo. Il ritorno della parola
è importante, perché segnala anche il ritorno di questa ambizione.
MOBILITARE E ORGANIZZARE
Qui appare una distinzione che per troppo tempo abbiamo trattato come se fosse
una differenza semantica. Mobilitare vuol dire riuscire a far sì che molta gente
faccia qualcosa; organizzare significa far sì che quelle stesse persone siano in
grado di fare cose che prima non potevano fare. Una combinazione di
indignazione, reti sociali, copertura mediatica e congiuntura politica può fare
in modo che cinquantamila persone arrivino a Puerta del Sol: questo dimostra una
grande capacità di mobilitazione. Ma se dopo una settimana ci sono dieci nuovi
palazzi organizzati, centinaia di persone capaci di convocare riunioni nei loro
edifici, nuovi affiliati, nuove brigate e strutture in grado di sostenere
conflitti per mesi, allora è successo qualcosa di diverso. Si è creata
organizzazione. […] Le strutture più capaci sono quelle che combinano
mobilitazione e organizzazione: creano opportunità di partecipazione accessibile
per migliaia di persone, e allo stesso tempo sviluppano meccanismi con cui una
parte di queste persone acquisisce responsabilità, formazione, capacità politica
e leadership. Senza mobilitazione, l’organizzazione rischia di chiudersi su se
stessa; ma senza organizzazione, la mobilitazione può raggiungere grandi
dimensioni e lasciare dietro di sé ben poca capacità accumulata.
Questo ci permette di affrontare in un altro modo il dibattito sulla acampada.
Pablo Carmona in questi giorni proponeva di interpretare Puerta del Sol come una
nuova “Comune di Madrid”: un movimento capace di liberarsi progressivamente
dalle organizzazioni da cui è nata la protesta, per convertirsi in un soggetto
autonomo, destituente ed espansivo. L’immagine è suggestiva, ma appartiene
chiaramente al ciclo politico precedente. La piazza appare di nuovo come il
luogo dove le identità precedenti si diluiscono per produrre un nuovo soggetto.
Le organizzazioni esistenti sarebbero necessarie per accendere la miccia, ma
dopo dovrebbero farsi da parte, per permettere che l’evento dispieghi tutta la
sua potenzialità.
Un approccio sindacale permette di porre il problema in un altro modo, senza
arrivare alla conclusione superficiale che le organizzazioni semplicemente
assorbiranno l’evento. Questo riprodurrebbe, in senso contrario, uno dei
problemi storici di una certa sinistra organizzata, che tende a immaginare che
tutta l’energia popolare debba finire contenuta nelle sue strutture. I grandi
processi politici non funzionano mai così; ci sono sempre persone che arrivano
per la prima volta, reti informali, gruppi di abitanti, militanti di diverse
organizzazioni, persone che non vogliono affiliarsi a niente, spazi di
autorganizzazione nati durante il conflitto stesso, iniziative impossibili da
prevedere settimane prima. E tutto questo non è un’anomalia da correggere, ma
una fonte di potenza di qualunque movimento di massa.
La sfida consiste nel costruire un rapporto produttivo tra organizzazione e
spontaneità. Le organizzazioni forti apportano infrastruttura, esperienza
accumulata, formazione, risorse, memoria, capacità di sostenere i conflitti e
una lettura strategica. Il movimento popolare apporta la capacità di espandersi,
una creatività e un’iniziativa che nessuna organizzazione può fabbricare con una
strategia coordinata.
Uno sciopero generale, se un giorno riuscirà ad avere una vera dimensione di
massa, probabilmente dovrà creare proprio questo tipo di rapporto. Non dovrà
essere solo “lo sciopero del sindacato”; dovrà diventare uno sciopero di
migliaia e poi decine di migliaia di persone, molte delle quali già organizzate,
ma per la maggior parte – se siamo fortunati – composto da gente che non
apparteneva a nessuna organizzazione.
Questo ci obbliga a pensare a forme organizzative più ampie: comitati di
sciopero di quartiere, assemblee aperte, coordinamento tra palazzi, strutture a
cui partecipano sindacati, collettivi già esistenti e persone che arrivano per
la prima volta. Le organizzazioni forti non devono sparire, ma neanche
pretendere di sostituire il movimento. Il loro ruolo sarebbe quello di fare da
colonna vertebrale per una forza sociale necessariamente molto più grande di
loro. Forse questo è il miglior modo per descrivere il nostro compito ora: non
contenere lo straripamento, né adorarlo, ma organizzarlo.
IL RITORNO DELLA LEADERSHIP
Per questo forse si può formulare un’ipotesi, intenzionalmente eccessiva:
l’autonomia è morta. Ma spieghiamo subito cosa significhi, altrimenti
l’affermazione risulta immediatamente falsa. Non sta morendo l’autonomia verso
lo Stato o verso i partiti. Non sta morendo neanche la necessità che i movimenti
sociali mantengano la propria capacità di decidere le loro strategie. Quello che
potrebbe star morendo è l’autonomia come teoria sufficiente per
l’organizzazione: l’idea che connettere le lotte orizzontalmente, rispettare la
loro indipendenza e lasciare che l’intelligenza collettiva si sviluppi dal
basso, produrrà spontaneamente una strategia comune.
Per decenni, buona parte della politica radicale ha diffidato di una parola in
particolare, rappresentanza. La dicotomia vera, però, non è mai tra
rappresentanza o assenza di rappresentanza. L’alternativa era tra rappresentanza
controllata o rappresentanza informale; leaderismi visibili o invisibili;
strutture sottoposte a regole o strutture costruite con relazioni personali che
nessuno aveva votato.
Jo Freeman lo aveva segnalato già nel 1970, nella sua ben nota critica alla
“tirannia della mancanza di strutture”; e Bevins, mezzo secolo dopo, trova
un’intuizione simile in molti dei partecipanti ai movimenti che studia,
scoprendo che buona parte di coloro che hanno rivisto le loro posizioni dopo
quelle esperienze hanno iniziato a dare più importanza all’organizzazione, alla
presenza di leader e a qualche forma di rappresentanza esplicita. […] Non c’è
forse parola più malvista del termine “leader” in alcuni ambienti militanti. Per
anni sembrava che essa nascondesse sempre una minaccia. L’alternativa consisteva
nell’affermare che siamo tutte uguali, che non ci sono dirigenti e che le
decisioni sorgono spontaneamente dall’assemblea. Ma chiunque abbia passato
abbastanza tempo in un’“assemblea orizzontale” sa che questo raramente
corrisponde alla realtà. Ci sono persone che hanno più informazioni, persone che
sono lì da dieci anni, persone che conoscono tutti, persone i cui interventi
immediatamente modificano l’assemblea, persone che possono dedicare quaranta ore
a settimana alla militanza, e altre che ne hanno solo tre.
La leadership esiste anche quando decidiamo di non nominarla. Proprio per questo
la questione sindacale non si ossessiona con limitare la leadership, ma in come
moltiplicarla. Non si costruiscono dirigenti imprescindibili, ma centinaia di
dirigenti. La persona che arriva perché il suo padrone di casa vuole sfrattarla,
magari entro un anno starà organizzando il suo palazzo; in seguito può sostenere
un altro conflitto, poi formare dieci persone nuove. Per questo, un pilastro
dev’essere la formazione politica della pedagogia di Freire: partire
dall’esperienza vissuta per sviluppare un pensiero politico di classe e
anticapitalista. Questo processo è molto meno romantico di una piazza occupata,
e molto più pericoloso per chi ha il potere. La rendita immobiliare può
sopportare manifestazioni, ma ha molta difficoltà nel gestire migliaia di
persone che imparino collettivamente a negoziare, a disobbedire, e a sostenersi
durante lunghi conflitti. […] Visto così, anche il dibattito su quando bisogna
lasciare una acampada cambia completamente senso. Ridurre la presenza in piazza
non vuol dire smobilitare; potrebbe voler dire proprio il contrario. Il
Sindicato de Inquilinas questa settimana ha annunciato che ridurrà
progressivamente la sua presenza ufficiale nell’accampamento, per poter
orientare i suoi sforzi verso i quartieri, i palazzi organizzati, e la
preparazione di conflitti futuri, anche se altre persone decideranno di
mantenere l’acampada.
È una decisione strategicamente interessante, proprio perché rompe con
l’intuizione ben radicata che una mobilitazione può crescere solo rimanendo
fisicamente dove ha raggiunto la sua massima visibilità. Forse ora crescere
potrebbe diventare qualcos’altro. Il momento eccezionale si può usare non solo
per rimanervi indefinitamente, ma per modificare le condizioni della vita
quotidiana alla fine dell’evento. In questo senso, Puerta del Sol non sarebbe
tanto una Comune, come una gigantesca scuola sindacale accelerata; e il suo
successo non si può misurare contando il numero di tende. Bisognerà aspettare
dei mesi, e vedere in concreto come si materializza questo successo nello
sciopero generale che si sta preparando.
Perché preparare uno sciopero generale non vuol dire solo fissare una data sul
calendario. La costruzione dello sciopero può essere in sé un processo di
organizzazione di massa. Ogni comitato di sciopero che si costituisce, ogni
palazzo che si unisce, ogni conversazione con chi non si è già organizzato, ogni
nuova responsabile che impara a convocare una riunione, ogni cassa di resistenza
e ogni struttura di coordinamento, costruiscono già prima dello sciopero una
capacità che rimarrà anche dopo di essa. In questo senso, lo sciopero non è solo
il momento culminante in cui una forza già esistente si mette alla prova. Può
essere anche il processo con cui questa forza si costruisce. Prepararla
significa produrre il soggetto capace di sostenerla. […] Il 15M aveva prodotto
un’enorme indignazione sociale, ma a rappresentarla a medio termine non furono
le strutture popolari nate nei quartieri, bensì, soprattutto, le loro traduzioni
elettorali. Prima le candidature municipaliste, poi Podemos, e poi tutto il
ciclo politico che ha provato a trasportare nelle istituzioni una parte delle
richieste, del linguaggio e dell’energia che avevano fatto irruzione nelle
piazze. Non è stato né un tradimento né uno sviluppo inevitabile; ma di certo il
risultato di una debolezza organizzativa. Si era creata una grande capacità per
aprire una crisi, ma molta meno per darle una direzione propria, a una scala
sufficiente. […]
DOPO L’AUTONOMIA
C’è un’altra differenza importante con il ciclo politico precedente. Costruire
organizzazioni sindacali forti significa costruire un potere che non dipenda
interamente dai ritmi elettorali. […] Un sindacato può negoziare una legge,
contestare un decreto, fare pressioni su un governo o intervenire apertamente in
un dibattito politico. La differenza è che la sua capacità di agire non emerge
principalmente dall’aver occupato tali istituzioni. Emerge dalla gente che
organizza e dalla possibilità di alterare materialmente un rapporto economico.
Questa autonomia materiale dai cicli elettorali risulta specialmente importante
dopo l’esperienza posteriore al 15M. Una candidatura può perdere le elezioni, un
governo può cadere, una maggioranza parlamentare può sparire. Ma una palazzina
organizzata esisterà anche il giorno dopo; e anche una sezione sindacale, un
comitato di sciopero, una rete territoriale capace di smuovere migliaia di
persone. Puntare ad avere organizzazioni forti e non partitiche non consiste
nell’abbandono della politica istituzionale, ma nella costruzione di fonti
proprie di potere che permettano, tra l’altro, di intervenire su di essa senza
dipendere completamente dai suoi rovesci di fortuna. Un contropotere che possa
strappare conquiste a qualunque governo, scontrandosi quando necessario e
continuando a organizzarsi quando cambi la maggioranza in Parlamento.
Forse la lezione del ciclo precedente non è che le piazze non servono, ma che
tipo di organizzazioni rimangono quando le piazze si svuotano; lì forse si può
trovare la differenza tra le due epoche. L’immaginario politico del 2011
potrebbe riassumersi in una piazza che grida “nessuno ci rappresenta”.
L’immaginario che sta emergendo ora formula un problema differente: come
costruiamo organizzazioni di massa che possiamo realmente controllare, e che
siano abbastanza forti da rappresentarci quando decidiamo di agire insieme.
(assiatu diallo, elisa molina, pablo pérez ruiz)