Resistere fino alla fine. La comunità di Prosfygika in lotta contro lo sgombero nel cuore di Atene(disegno di irene servillo)
E se non siamo pronti a morire l’uno per l’altro,
allora siamo già morti.
Ma le serate come sono belle
quando la terra esala di profumi
Tasos Livaditis
L’8 febbraio 2026, presso il chiosco dello storico complesso residenziale di
Prosfygika, che si affaccia su uno dei viali più trafficati della città, è stata
convocata un’assemblea aperta in difesa della comunità di occupazione, che
affronta l’imminente minaccia di sgombero. Sotto al gazebo, seduti dietro un
tavolo, alcuni abitanti pronti a prendere la parola, dall’altro lato una folla
radunatasi per capire che cosa sta succedendo. Già da qualche giorno si era
sparsa la voce che Aristotelis Chantzis, uno dei residenti, aveva scelto di
intraprendere il più estremo atto di lotta, lo sciopero della fame fino alla
morte. Mai come oggi, infatti, la sensazione è quella della battaglia finale,
dopo che la regione Attica ha firmato nel giugno 2025 un contratto da quindici
milioni di euro con il ministero della cultura e l’azienda per il pubblico
impiego, che prevede la restaurazione di quattro degli otto blocchi da destinare
al “social housing”. Si vocifera che lo sgombero dovrebbe arrivare entro giugno
o luglio 2026. La comunità – composta da oltre quattrocento persone, tra cui
bambini, anziani, malati, che finirebbero per strada – ha fatto la sua scelta,
come si legge nelle parole di Aristotelis: “Abbiamo deciso di difendere fino in
fondo la nostra proposta sociale, le persone che ne fanno parte, le strutture
che abbiamo costruito e la memoria storica di Prosfygika. È una nostra scelta
consapevole e una nostra responsabilità dare anche la vita per la continuazione
della vita”.
L’assemblea dell’8 febbraio ha inaugurato così una stagione decisiva di lotta.
Ogni domenica pomeriggio un’assemblea aperta di centinaia di persone affolla uno
dei cortili, mentre sabato 14 marzo un corteo di migliaia di persone ha marciato
dal Politecnico, luogo simbolo della resistenza antifascista ateniese, fino al
quartiere. La strada intrapresa è quella dell’apertura della comunità alla città
e al mondo, attraverso una vera e propria chiamata alla solidarietà
internazionalista, in difesa di un’esperienza politica unica in Europa. Una
strada che non prevede compromessi o marce indietro.
È difficile comprendere il valore non solo materiale ma anche simbolico di
questa occupazione senza conoscerne la storia. Il blocco di edifici che prende
il nome di Prosfygika, costruito tra il 1933 e il 1935, rappresenta uno dei
tanti complessi di edilizia popolare sorti in quegli anni per dare un tetto ai
profughi greco-ortodossi in fuga dall’Anatolia, dopo la sconfitta ellenica nella
guerra greco-turca. La cosiddetta Catastrofe dell’Asia Minore si concluse con il
trattato di Losanna del 1923, che sancì lo scambio di popolazioni e portò in
Grecia oltre un milione di esuli, da cui ancora oggi prendono il nome alcuni
quartieri della capitale. La stessa parola “prosfygika”, significa letteralmente
“dei profughi”. Il complesso è composto da otto fabbricati divisi in 228
appartamenti di cinquanta metri quadrati, dette “case minime”, con ampi spazi
comuni all’esterno, lavanderie e terrazze condivise. Anche l’architettura, che
riprende l’approccio modernista dell’edilizia popolare di inizio Novecento,
ispirato allo stile Bauhaus, è stata pensata per una vita comunitaria. Come
testimoniano ancora oggi i fori dei proiettili sulle pareti degli edifici,
durante la seconda guerra mondiale proprio questi edifici furono una base
logistica della resistenza antifascista e comunista. Durante la cosiddetta
Battaglia di Atene del dicembre 1944 le truppe dell’esercito popolare greco di
liberazione, principale movimento di resistenza all’occupazione nazifascista,
difese insieme ai residenti il quartiere contro l’offensiva dell’esercito
inglese e delle forze monarchiche.
UN MUSEO VIVENTE
La lotta sembra inscritta nelle pietre di questi edifici, che nel 2003 e nel
2009 sono stati dichiarati monumento storico dal Consiglio di Stato; ancora una
volta, non grazie a una concessione dall’alto ma alla resistenza di cinquantuno
residenti, che rifiutarono le promesse di ingenti ricompense e non cedettero
all’esproprio. Questo riconoscimento, ottenuto con la collaborazione della
Scuola di Architettura di Atene, non può difendere gli abitanti dallo sfratto ma
ha finalmente bloccato i piani di demolizione, che si sono susseguiti fin dai
tempi della dittatura dei Colonnelli. È da fine anni Sessanta, infatti, che
Prosfygika è sotto assedio: la Corte Suprema da un lato, l’ospedale e la
stazione centrale di polizia dall’altro e, esattamente dall’altra parte di
Leoforos Alexandras, lo stadio del Panathinaikos. L’intonaco scrostato che da
cui si intravedono i massicci muri in sasso e gli ampi spazi verdi tra gli
edifici, luoghi di incontro per la comunità, stonano con lo scenario
circostante. L’architettura imponente del tribunale e della stazione di polizia,
con lo stile monumentale caratteristico del periodo della Junta, incarna anche
visivamente il potere dello Stato. D’altro canto, la pressione dettata dagli
interessi economici generati dallo stadio, costruito nel 1922, ha da sempre
minacciato il quartiere, soprattutto negli anni Novanta, quando fu approvato un
progetto di smantellamento degli edifici di Prosfygika per costruire un centro
commerciale.
Oggi, fermata la demolizione, gli speculatori e i loro alleati istituzionali
puntano alla “riqualificazione” degli edifici, facendo leva sulla retorica
dell’abbandono e del degrado, che sono stati in realtà una precisa strategia
adottata dai governi negli ultimi trent’anni per motivare e preparare l’assalto.
I discorsi intorno al “salvataggio” di Prosfygika e a un suo presunto utilizzo
sociale – come quello del governo di Syriza, che nel 2018 proponeva la
museificazione del quartiere in memoria dei rifugiati e della resistenza, o
quello attuale, che punta a costruire alloggi sociali e un ostello per i parenti
dei pazienti del vicino ospedale oncologico – celano dietro un discorso
“umanitario” gli interessi di appaltatori e aziende, legati alle autorità
regionali e governative da fitte reti clientelari. Il paradosso di queste
retoriche è che la comunità è già un luogo di accoglienza e cura per le persone
senza casa, è già un luogo di ospitalità per i parenti dei pazienti
dell’ospedale, è già un’esperienza unica di “social housing” e, come dicono i
residenti, un “living museum” delle migrazioni e della resistenza di ieri e di
oggi. Non a caso, il nuovo progetto di sgombero dell’occupazione di Leoforos
Alexandras è stato approvato mentre è in costruzione un futuristico stadio per
il Panathinaikos a Votanikos, in un’altra zona della città, per il quale è stato
sgomberato nel 2022 l’ultimo campo per rifugiati inserito nel tessuto urbano
della capitale, nonostante la determinata lotta dei residenti.
Lo spostamento dello stadio aprirà per la zona antistante il vecchio impianto,
compresa Prosfygika, nuove “opportunità di sviluppo”. Più in generale,
quest’operazione si inserisce nel piano di un’Atene ripulita, moderna e
finalmente “europea”, imposto dal governo Mitsotakis fin dai giorni della sua
ascesa, nel 2019. Possiamo enumerare gli sgomberi di decine di occupazioni di
migranti e antagonisti, la militarizzazione del quartiere di Exarchia e la
chiusura della sua piazza per il cantiere della nuova linea di metropolitana, la
gentrificazione e turistificazione di molte zone del centro grazie al
moltiplicarsi dei bnb e degli appartamenti di lusso, stimolata in particolare
dagli ingenti investimenti israeliani. I prezzi degli affitti si sono alzati
vertiginosamente negli ultimi cinque anni, costringendo i residenti a spostarsi
verso zone più periferiche della città.
Ma questo piano di “riqualificazione” non può essere letto solo come la messa a
profitto dello spazio urbano e la ricerca di una vittoria simbolica da parte del
governo Mitsotakis. Prosfygika è più di un’occupazione abitativa, è una vera e
propria organizzazione politica rilevante all’interno del movimento radicale
greco. Residenti e solidali della comunità sono in prima fila durante i cortei,
sono coloro che animano le assemblee per il diritto alla casa, l’antirazzismo,
l’antifascismo. Prosfyigika è allo stesso tempo una “living utopia” e un
epicentro organizzativo dei movimenti più conflittuali del paese. Per questo,
l’attacco a quest’esperienza rappresenta, per il governo, quello contro un
nemico politico a tutti gli effetti, figlio del ciclo di rivolte nato nel 2008,
dall’uccisione di Alexis Grigoropoulos e dalla crisi economica. È in quel
contesto, con la progressiva precarizzazione della vita e l’indebolimento dello
Stato, che gli spazi urbani sono diventati lo scenario non solo di grandi cortei
e scontri con la polizia, ma anche di decine di sperimentazioni sociali e
politiche di vita in comune. In questo humus sociale, si è costituita nel 2010
l’assemblea di Squatted Prosfygika (Sy.Ka.Pro), composta dalle persone che, già
occupanti degli appartamenti, hanno deciso di mobilitarsi per creare, nelle
parole di Aristotelis Chantzis, una proposta sociale “in opposizione alla
solitudine, l’individualizzazione e all’insicurezza sociale che attualmente gli
stati e il capitalismo impongono”. Così l’assemblea ha iniziato a organizzare
cucine sociali, ambulatori popolari, corsi di lingua greca, sportelli legali per
persone migranti, sport popolare e spazi abitativi. Fin da subito, è stata
rilevante la presenza di membri di organizzazioni rivoluzionarie turche e curde,
il cui apporto politico è ancora oggi fondamentale e percepibile nel modo di
stare insieme.
Le oltre quattrocento persone che vivono nel quartiere provengono da ventisette
aree geografiche diverse e parlano più di venti lingue. La comunità è l’insieme
organizzato delle persone residenti e solidali, che si riuniscono nell’assemblea
generale ogni lunedì. Esistono poi ventidue “strutture”, tra cui la casa di
bambini e bambine, la struttura di autoeducazione, l’asilo nido, la struttura
sanitaria e farmaceutica, quella di accoglienza per pazienti e accompagnatori
dell’ospedale (in collaborazione con il sindacato dei dipendenti dell’ospedale),
il forno, che produce anche un’entrata minima per la comunità, la struttura per
la manutenzione degli edifici, il chiosco, il cinema e la biblioteca. Questi
sottogruppi sono autonomi ma non indipendenti, nel senso che ognuno ha la
propria assemblea e la propria cassa, ma tutti sono collegati tra loro
attraverso l’assemblea plenaria. Quest’ultima rappresenta lo spazio decisionale
fondamentale, dove vengono discusse le proposte delle strutture e vengono prese
le decisioni. L’unica altra assemblea con potere decisionale è quella delle
donne, che può prendere decisioni in modo indipendente informando l’assemblea
generale.
VINCERE O VINCERE
La vita quotidiana a Prosfygika è fatta di lunghe ore di discussione, sveglie
all’alba per preparare il pane, lavori di restaurazione, turni di guardia,
pranzi collettivi. Ogni membro, secondo le proprie possibilità, contribuisce
alla vita collettiva: nel mantenimento degli edifici, nella cura delle persone
più fragili, nell’organizzazione dei numerosi eventi. Ma non si può dire che le
giornate scorrano tranquillamente, soprattutto nelle ultime settimane.
Recentemente, sono stati avvistati dei droni volare sopra gli edifici, e la
presenza di polizia intorno al quartiere è visibilmente aumentata, anche in
borghese. Nell’ultimo decennio, lo Stato ha attaccato già quattro volte,
l’ultima nel 2024, quello che di fatto è uno degli ultimi squat abitativi della
città. Nel 2016, durante un processo ad Alba Dorata nel vicino tribunale,
fascisti e polizia invasero insieme gli spazi del quartiere. Nel 2019 la polizia
anti-terrorismo entrò in uno degli edifici arrestando sette membri. Nel 2022 le
forze dell’ordine fecero irruzione in un intero blocco di appartamenti
arrestando settantanove persone.
Tuttavia, questa volta le minacce sembrano più concrete che in precedenza, anche
perché il progetto beneficia dei fondi europei provenienti dal programma
regionale ESPA 2021-2027. Come abbiamo visto nei casi del Pilastro a Bologna e
del parco del Meisino a Torino, ancora una volta sono proprio i fondi europei ad
accelerare, nel nome dell’inclusione sociale, processi di esproprio e
privatizzazione di spazi prima liberi e autogestiti. Attraverso iniziative
presentate come utili per la comunità, si mira in realtà a uniformare il
paesaggio sociale e urbano, reprimendo le forme di autorganizzazione. Eppure,
come abbiamo visto anche con gli sgomberi dei centri sociali occupati
Leoncavallo e Askatasuna, la difesa degli spazi autogestiti può diventare anche
la lotta per la legittimità e la memoria del conflitto sociale, e può creare
convergenze inedite.
Dall’inizio dello sciopero della fame, Prosfygika è in uno stato di agitazione
permanente. Per difendersi la comunità sta cercando di allargare la rete e
stringere legami sempre più forti con il resto del movimento cittadino e
internazionale. Durante il giorno, di fronte al primo blocco di edifici, si
distribuiscono volantini ai passanti, e il calendario di eventi serali non è mai
stato così fitto. Come può, Aristotelis prova a rispondere alle quotidiane
richieste dei giornalisti, mentre sempre più solidali arrivano da tutta Europa
per supportare con le proprie competenze il restauro degli edifici. Una delle
strategie per opporsi al restauro statale, infatti, è l’auto-sistemazione degli
esterni e degli interni dei blocchi, grazie al supporto di un gruppo di
architetti, per cui è stata lanciata la campagna di raccolta
fondi #saveprosfygika. Difendersi fino alla fine, però, significa anche
prepararsi concretamente a un possibile imminente attacco della polizia,
monitorare le vie di accesso, anche la notte, preparare le barricate,
organizzare una tattica collettiva di resistenza e contrattacco che tenga conto
della presenza di bambini, anziani, malati. Più che con il governo regionale, è
chiaro che la partita si gioca direttamente con l’esecutivo Mitsotakis, che
negli ultimi anni ha spinto il suo partito sempre più a destra, tanto nelle
scelte economiche quanto nella repressione interna e nelle alleanze
internazionali. Dopo aver appoggiato lo stato genocida di Israele, ora sta
portando la Grecia a passi svelti verso la guerra. A giudicare dai plotoni di
polizia in antisommossa agli angoli delle strade della città, l’impressione è
che questa guerra sia iniziata già da un po’ di anni. Eppure, sembra che il
governo non si sia mai sentito così forte nel reprimere il dissenso e pacificare
ciò che resta dei movimenti conflittuali che hanno animato le strade di Atene
negli ultimi quindici anni. Sgomberare Prosfygika, sarebbe per lo Stato una
vittoria storica: significherebbe colpire il più grande squat abitativo in
Europa, uno dei pochi esempi di comunità autonoma in grado di resistere nel
cuore di una capitale europea. Mentre scriviamo, Aristotelis sta per superare i
cinquanta giorni di sciopero della fame, il suo corpo è sempre più debole. Ha
scelto di alimentarsi con acqua, tè, zucchero, vitamine e sali minerali per
poter resistere senza mangiare il più a lungo possibile, perché questa battaglia
non sarà uno sprint ma una maratona. Anche altri membri della comunità, a
staffetta, stanno scioperando in solidarietà. Le richieste sono chiare:
“L’annullamento immediato del contratto da parte della regione dell’Attica;
tutti i residenti di Prosfygika devono poter rimanere nelle proprie abitazioni,
nel luogo e nel contesto in cui vivono e hanno costruito legami sociali,
culturali e vitali; garanzie concrete per il restauro di Prosfygika da parte
della società di diritto civile senza scopo di lucro ‘Katoikoi kai filoi
prosfygikon L. Alexandras’ con il proprio autofinanziamento”.
“Vincere o vincere”, dicono in quartiere, non c’è nessun piano B. Di sicuro, non
sarà facile per la polizia sgomberare centinaia di persone asserragliate in otto
blocchi di edifici angusti e barricati, difendibili anche dai tetti. In fisica,
la resistenza di un corpo non è un atto passivo, è una forza attiva, che
reagisce a una forza esterna opponendo altrettanta forza. Ce lo insegna questa
storia lunga quasi un secolo. Come si dice in Val di Susa, A sarà düra! Per
loro. (vittorio zampinetti, giovanni marenda)