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La Israeli Apartheid Week in Germania. Contro la complicità accademica nei crimini israeliani
(archivio disegni monitor)   Dal 20 al 24 aprile 2026 diverse organizzazioni per la Palestina in Germania hanno organizzato una settimana di azioni contro la complicità accademica nell’apartheid e genocidio in Palestina, con il nome di Israeli Apartheid Week. Pubblichiamo questa intervista inedita a due studenti dell’organizzazione “Students for Palestine Germany” che hanno organizzato il boicottaggio accademico. L’intervista, realizzata da Sabine Broeck, professoressa dell’Università di Brema, è stata tradotta e editata per chiarezza. *   *   *  Qual è l’obiettivo della Israeli Apartheid Week? La Settimana dell’Apartheid israeliano è la prima settimana di azioni coordinate per il boicottaggio accademico in Germania, per esporre le complicità dell’accademia tedesca nei crimini israeliani e lanciare la rete ABC-DE come infrastruttura di boicottaggio sul lungo termine. I suoi obiettivi sono tre: esporre i legami strutturali tra le università tedesche e le università israeliane impegnate nell’occupazione e nell’apartheid; costruire un contropotere organizzato studentesco e docente per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele) nelle diverse università; e ribadire che la solidarietà con la Palestina e il BDS sono forme di espressione politica che le università non possono censurare. Prevede un programma denso di eventi in ventitré città, tra cui Berlino e Monaco: lezioni, dibattiti, teach-in, proiezioni e azioni nei campus per esporre le collaborazioni istituzionali al dibattito pubblico. Della rete formano parte ben quarantatré organizzazioni studentesche e accademiche.  Avete già subito qualche forma di repressione? Già da prima che iniziasse la settimana, alcune università hanno proibito le iniziative: la Ruhr-Universität di Bochum ha cancellato un’intera serie di eventi a partire dalla diffamazione ufficiale del BDS come antisemita e sostenendo che il programma non avesse “basi scientifiche”. Tutti gli eventi sulla Palestina in Germania sono proibiti preventivamente, le aule vengono negate all’ultimo momento e gli organizzatori sono criminalizzati con vaghe accuse di “estremismo”. Ma tanto i tribunali tedeschi come gli esperti Onu hanno ribadito che le restrizioni sul BDS e sulla solidarietà alla Palestina violano diritti di base: diversi relatori speciali riconoscono che l’accusa di “estremismo” al BDS contraddice la libertà di opinione, di espressione, di associazione e di assemblea. Alcuni tribunali amministrativi tedeschi, per esempio quello di Colonia, hanno annullato le proibizioni a eventi BDS, considerandole incostituzionali. Ci puoi spiegare il contesto in generale? Al di là del movimento studentesco, sempre più radicale, sembra che le istituzioni accademiche abbiano dimostrato una adesione senza precedenti alle posizioni del governo. In Germania siamo testimoni di una chiusura sempre più stretta della “ragion di stato” sionista: la lealtà allo stato di Israele viene elevata a un principio semi-costituzionale, contrario al diritto nazionale e internazionale, specialmente quando prendono la parola i palestinesi e i loro alleati. Le autorità tedesche continuano a evocare la Costituzione, ma scavalcano continuamente le sue garanzie per implementare questa politica. Diversi ricercatori e centri di supporto legale hanno documentato come dal 2023 la Germania abbia costruito un’infrastruttura repressiva che criminalizza ogni forma di solidarietà reale con la Palestina, con le proibizioni, la violenza della polizia, i tagli ai fondi e le sanzioni professionali. Le università sono laboratori chiave di questa politica: strumentalizzano l’antisemitismo utilizzando le sue definizioni più espansive, usano una risoluzione non vincolante del Bundestag contro il BDS come se fosse una legge, e marginalizzano le ricerche critiche verso la politica estera tedesca – ironicamente, in nome della libertà accademica. L’unico contropotere esistente finora è quello del crescente movimento studentesco che insiste sui principi di base: che la libertà accademica deve includere la Palestina e la nostra abilità di rifiutare la complicità nell’apartheid, e che la “ragion di stato” non può essere usata come strumento per il genocidio e per l’occupazione Sono impressionata dal livello di ricerca e attivismo che avete costruito negli ultimi anni. Potreste descrivermi come funziona questa struttura organizzativa e politica? La campagna non è nata dal nulla: è il risultato di due anni di lavoro cumulativo svolto da dozzine di gruppi che rifiutavano la censura sulla Palestina. Un pilastro è stata la ricerca: studenti e docenti hanno compilato rapporti dettagliati sui legami con Israele delle loro università, dei programmi europei come Horizon, e anche con l’industria della difesa – rendendo empiricamente innegabile la complicità accademica. Un secondo pilastro è stata la creazione di coalizioni. I gruppi locali per la Palestina si sono collegati a sindacati, iniziative antirazziste e antimilitariste, a reti internazionali come il PACBI. Infine, abbiamo lavorato molto sull’educazione politica e la diffusione mediatica, organizzando convegni come “Academic Boycott Now!”, elaborando rapporti pubblici, formando dei portavoce, e ora con la IAW, in modo che, nonostante l’intensa repressione, il movimento possa esprimere un discorso chiaro e articolato a favore del boicottaggio. Gli attacchi alla solidarietà con la Palestina sono sempre più vili, a volte rasentano la follia. Che ruolo può avere la solidarietà internazionale? È il nostro salvavita. Anche osservatori istituzionali come il Commissario europeo sui diritti umani ormai hanno riconosciuto che la Germania è diventata uno degli ambienti più repressivi per le organizzazioni palestinesi. Per questo abbiamo urgente bisogno di testimoni, partner, e di pressione transnazionale. Quando dei ricercatori, dei sindacati e delle organizzazioni studentesche dall’estero sostengono il boicottaggio accademico in Germania, non solo rafforzano la chiamata al BDS guidata dai palestinesi, ma proteggono anche gli attivisti locali. Il boicottaggio accademico, inoltre, è intrinsecamente internazionale: si concentra sulle collaborazioni nella ricerca, i programmi di scambio, i circuiti di finanziamento transnazionali che sostengono apartheid, occupazione e genocidio. Creare campagne coordinate tra campus tedeschi e università estere ci permette di passare dai comunicati simbolici all’azione reale – per esempio quando delle istituzioni partner questionano o sospendono la loro collaborazione con le università tedesche che censurano la solidarietà alla Palestina. Avete un messaggio finale per i lettori in altri paesi, o qualche richiesta di contatto? Il nostro messaggio è semplice: se siete parte di un’università o di un’istituzione di ricerca ovunque nel mondo, siete già legati al sistema che stiamo sfidando – e per questo siete in grado di evocare un cambiamento di cui c’è urgente bisogno. Vi invitiamo a mettervi in contatto con ABC-DE, a scambiare informazioni sui loro legami alle università israeliane e coordinare campagne di boicottaggio accademico che fanno pressione su entrambi i lati di queste partnership. Siamo particolarmente interessate al contatto con le organizzazioni studentesche, con le associazioni di docenti, con i collettivi di ricerca e con le associazioni professionali che stanno ragionando o adottando risoluzioni sul BDS, o che stanno facendo campagne contro la complicità delle loro università. La nostra richiesta è: non trattate la Germania come un caso speciale che non può essere criticato. La Germania è un campo di battaglia centrale nella lotta per difendere dei diritti universali, e per terminare la complicità accademica con l’apartheid. 
April 23, 2026
Napoli MONiTOR
In Svezia il capitale sposa l’estrema destra con le elezioni alle porte
(disegno di guerrilla spam) Il primo aprile Ulf Kristersson, primo ministro svedese e leader del Partito moderato, ha annunciato che, in caso di vittoria del centrodestra (ormai poco di centro e molto di destra) alle elezioni politiche previste per il 13 settembre, i Democratici di Svezia, partito nato nel 1988 da ambienti razzisti e neonazisti, non solo entreranno nel governo ma otterranno ministeri chiave: quelli dell’immigrazione e dell’integrazione. Due settimane prima erano stati i Liberali a comunicare il loro via libera all’alleanza di governo con i suprematisti, rifiutata categoricamente ancora l’ottobre scorso; la svolta ha provocato una ribellione interna, ma alla fine è stata approvata. Gli ultimi, e ipocriti, residui di “cordone sanitario” – l’esclusione dal salotto buono della politica di una formazione a lungo considerata, da tutti i partiti, incompatibile con i princìpi svedesi – si sono così sbriciolati. Gli antidoti al dilagare della xenofobia che il paese credeva di possedere, dall’alto della sua presunta superiorità non solo sull’Europa meridionale, ma anche sugli altri paesi nordici, si sono rivelati castelli di sabbia. Del resto, anche se i Democratici di Svezia sono entrati in parlamento nel 2010 l’ostilità verso le persone immigrate serpeggiava nel paese fin dall’inizio degli anni Novanta (non a caso il loro ingresso nelle amministrazioni locali data al 1994). La crisi dei rifugiati del 2015 ha poi rotto ogni argine. Jimmie Åkesson, che del partito suprematista è il leader incontrastato dal 2005, ha seguito la stessa traiettoria bifronte di Giorgia Meloni: accreditarsi come conservatore pragmatico nelle istituzioni, disposto ad accantonare (solo temporaneamente, beninteso) alcune delle proposte più controverse, e insieme dare libero sfogo al sessismo e razzismo della sua truppa nella società civile. Gli SD sono così passati dal 5,7% del 2010 al 17,5% del 2018, per poi diventare, nel 2022, il partito più votato dopo quello socialdemocratico (che da oltre un secolo è quello che raccoglie più consensi), nonché primo del centrodestra, superando, con il 20,5% dei voti, i Moderati (19,1%), che detenevano il primato nella coalizione dal 1979.  Al successo di Åkesson ha certo contribuito l’ascesa globale dell’estrema destra, ma la “normalizzazione” della Svezia – evidente anche nell’isteria bellicista e atlantista scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina – fa rumore, perché si tratta di un paese governato per lo più dal Partito socialdemocratico. Per permanenza al potere (dal 1932 al 2022), percentuale media di voti (fino ai tardi anni Novanta sopra il 40%) e risultati ottenuti (un welfare universalistico e politiche del lavoro ammirate in tutto il mondo), la traiettoria storica della socialdemocrazia svedese non ha eguali. L’altra faccia della medaglia del patto tra capitale e lavoro alla base del “modello svedese” è stata la neutralizzazione del conflitto sociale, con una marcata istituzionalizzazione dei movimenti, innanzitutto quello operaio; un dato, questo, che aiuta a spiegare la scarsa resistenza prima all’avvento del neoliberalismo e ora alla sua torsione autoritaria. Lo sdoganamento dei suprematisti comincia nel gennaio 2017, quando l’allora leader del Partito moderato, Anna Kinberg Batra, apre a una collaborazione in parlamento (ma non in un futuro governo). La sua uscita provoca un tale scandalo (con conseguente calo del partito nelle intenzioni di voto) da costringerla alle dimissioni. Il suo successore, Kristersson, inizialmente ribadisce la fedeltà al cordone sanitario, escludendo categoricamente qualsiasi accordo; tuttavia, dopo le elezioni del 2018 (perse anch’esse, dopo quelle del 2014) lo sfaldamento dell’alleanza di centrodestra, a causa della decisione dei Liberali e del Partito di centro di sostenere un governo socialdemocratico di minoranza, lo induce a intavolare un “dialogo costruttivo” con il partito-paria, diventato ormai il convitato di pietra della strategia per il ritorno al potere.    Un mese dopo le elezioni del 2022, la coalizione di centrodestra – che ha recuperato i Liberali, ma non i Centristi – annuncia di aver sottoscritto l’Accordo di Tidö (dal nome del luogo dove è stato siglato) con i suprematisti. Il patto prevede che il governo sia formato da Moderati, Liberali e Cristianodemocratici e guidato da Kristersson, mentre i Democratici di Svezia ne rimangono fuori, pur essendo stati i più votati. Åkesson e i suoi la fanno passare come una discriminazione che accettano per realismo (“il paese non è ancora pronto”), ma in verità si tratta di una posizione molto vantaggiosa: non si sporcano direttamente le mani e ottengono, in cambio dell’appoggio esterno (essenziale alla sopravvivenza dell’esecutivo), posti chiave nelle istituzioni e soprattutto il potere di dettare l’agenda del governo sulle materie concordate nel documento; a cominciare, naturalmente, da immigrazione e criminalità, di fatto ormai equiparate, sfruttando l’allarme per il fenomeno delle gang giovanili, la cui manovalanza è costituita da immigrati di seconda generazione. Anziché intervenire sulle cause del loro disagio, il nuovo governo sceglie la stretta repressiva (che peraltro colpisce anche l’attivismo, in particolare quello a sostegno della Palestina), integrata dall’introduzione di criteri più restrittivi sia per il diritto d’asilo che per l’immigrazione economica.  E gli avversari del centrodestra? Da anni i socialdemocratici, al governo come all’opposizione, fanno di tutto per dimostrare di essere più realisti del re – dove il realismo è quello del tecno-capitalismo xenofobo. In parlamento il partito guidato da Magdalena Andersson appoggia quasi sempre le proposte della maggioranza in materia di politica penale, migratoria ed estera; l’adesione alla Nato, impresa mai riuscita al centrodestra, è stata promossa proprio dai socialdemocratici, che sostengono incondizionatamente l’invio di armi all’Ucraina fino a una vittoria dai contorni indefiniti. Quanto al genocidio del popolo palestinese, è stato riconosciuto tardivamente e con molta cautela. Il Partito della sinistra ha sposato totalmente il regime di guerra, nella speranza di ottenere un ministero in un eventuale prossimo governo di centrosinistra (richiesta che sia i Socialdemocratici sia il Centro hanno rispedito al mittente); la sua leader, Nooshi Dadgostar, ha dichiarato che è giusto dare la vita per il proprio paese (nell’imminenza di una guerra contro la Russia…). Il suo patriottismo non trova riscontro in una recente ricerca condotta su oltre 100 mila giovanissimi che a breve cominceranno la trafila (obbligatoria) per la selezione di alcune migliaia di effettivi dell’esercito. Sette ragazze su dieci hanno risposto di essere indisponibili a combattere, in caso di guerra, con argomenti che vanno dalla nonviolenza al rifiuto di sacrificare la propria vita per un’entità astratta come lo Stato. Non bastasse il bellicismo russofobo, l’incapacità di Dadgostar di farsi portavoce del disagio giovanile (e non solo) è palese nella posizione ambigua sul genocidio in Palestina: la condanna di Israele non le ha impedito l’espulsione di esponenti del partito schierati al fianco della resistenza palestinese. L’esito delle elezioni di settembre è al momento molto incerto. Il definitivo sdoganamento dei suprematisti da parte dei tradizionali partiti di centrodestra può essere la carta vincente per mantenere il potere, a fronte di una coalizione rossoverde (Socialdemocratici, Partito della sinistra, Verdi e Partito di centro) molto divisa al suo interno, soprattutto su clima, immigrazione e politica economica. Dall’altro lato, in una parte dell’elettorato di centrodestra l’alleanza con i Democratici di Svezia continua a suscitare un malumore che potrebbe riflettersi in un calo dei Liberali, e forse degli stessi Moderati. Per niente scandalizzata è la Confindustria svedese. La riprova del fatto che la classe dominante ha deciso di fare del partito di Åkesson il suo referente politico, senza più alcun infingimento, è una pubblicazione uscita nel settembre dello scorso anno, Tidö 2.0. Un nuovo inizio per la Svezia. A firmarla sono due think tank, Timbro e Oikos, rispettivamente della Confindustria e dei Democratici di Svezia; il matrimonio ufficiale tra capitale e suprematismo si è consumato lì. Dopo aver precisato che le due organizzazioni hanno “premesse ideologiche diverse”, liberali per Timbro e conservatrici per Oikos, viene enfatizzato il comune, grande amore di entrambe le tradizioni di pensiero per la libertà. È proprio questo principio a ispirare l’ambizioso programma di riforme che viene presentato. Al governo in carica viene riconosciuto il merito di aver invertito “un processo che per molto tempo era andato nel verso sbagliato”, anche se non si capisce in che cosa consistano i successi di Kristersson, dal momento che il suo esecutivo non è riuscito, con l’approccio law and order, a debellare la criminalità giovanile – cavallo di battaglia della campagna elettorale del 2022 – né a ridurre la spesa pubblica, che anzi è aumentata per finanziare il riarmo; per tacere del clima, su cui la Svezia ha registrato uno sconcertante arretramento. Ora si tratta di osare ancora di più, scrivono gli autori del documento, incentrando il nuovo corso sull’iniziativa e la responsabilità individuale, ovvero ridimensionamento di tutto ciò che è pubblico (welfare, cultura, aiuti internazionali), privatizzazioni e deregulation (anche degli affitti), ulteriore precarizzazione del lavoro, enfasi sulla natalità e la famiglia, equiparazione a potenziali criminali delle persone migranti. Qualche segnale di rifiuto delle misure xenofobe più indecenti del governo si è visto, negli ultimi mesi, per esempio in occasione dell’espulsione di giovani di famiglia immigrata che, compiuti i diciotto anni, non sono più coperti dal permesso di soggiorno dei genitori e, se privi dei requisiti di reddito per la residenza, possono essere deportati nel paese di origine dei genitori, dove spesso non hanno mai messo piede; una norma aberrante, introdotta peraltro nel 2016 dai Socialdemocratici. Dopo le polemiche, Åkesson ha battuto in ritirata, contando sulla sua prossima partecipazione al governo per applicarla senza freni, così come tutto il repertorio della remigrazione (trasformazione dei permessi di soggiorno permanenti in temporanei, incentivi al rimpatrio “volontario”, revoca della cittadinanza [sic], e via dicendo). Nonostante le proteste di diverse amministrazioni locali (anche di centrodestra), dipendenti pubblici e giovani contro il razzismo istituzionalizzato, a ora mancano movimenti di massa che possano sfidare l’appiattimento di quasi tutto l’arco politico su programmi e (dis)valori che hanno raso al suolo l’egualitarismo, il femminismo e la solidarietà di cui il paese andava fiero (non senza ipocrisie). Il tempo del conflitto sociale è ora; se vincerà la “nuova” Svezia auspicata da padroni e suprematisti, esso non sarà nient’altro che un’eccedenza di cui sbarazzarsi. (monica quirico)
April 14, 2026
Napoli MONiTOR
Insegnare la storia in Israele e Palestina. Le Proiezioni di This is my land a Ivrea e Torino
(copertina di nadiia zhelieznova) Sarà proiettato alla biblioteca di Cascinette di Ivrea (il 10 aprile) e presso l’Unione Culturale Franco Antonicelli a Torino (il 14 aprile) il film di Tamara Erde This is my land. Il film, realizzato nel 2014, esplora i modi di insegnare la storia in diverse scuole israeliane e palestinesi. Le proiezioni sono parte di un piccolo ciclo che ha l’ambizione di riunire comunità di docenti, studenti (e non solo) disposte a guardare film, ragionare sulla scuola, e discuterne. Pubblichiamo a seguire un’analisi del film scritta da Antonio Del Castello e pubblicata sul numero 12 de Lo stato delle città.  *     *     * Tamara Erde, ex alunna di un liceo di Tel Aviv, ha concluso il suo percorso liceale all’inizio del Duemila senza sapere nulla della Palestina e dell’occupazione israeliana, senza mai porsi domande sulla storia che le veniva insegnata. Studentessa patriottica, è cresciuta con l’intenzione di servire nell’esercito e così ha fatto. Solo durante il servizio militare le sono sorti i primi dubbi sulla parzialità dell’istruzione ricevuta. In questo la sua esperienza ricorda quella di numerosi veterani delle forze di difesa israeliane che negli ultimi vent’anni hanno fondato l’organizzazione Breaking the silence con l’intento di rendere nota la realtà delle pratiche militari di abuso quotidiano sui civili nei territori palestinesi occupati da Israele. Dopo alcuni anni in Francia, dove lavora come regista, sceneggiatrice e fotografa, Erde torna nel suo paese nel 2014 per girare This is my land, un documentario su come viene insegnata la storia del conflitto in Israele e in Palestina, con l’intento di capire se la situazione abbia conosciuto evoluzioni rispetto ai suoi anni da studentessa. A sette dei docenti da lei contattati per partecipare al suo documentario il ministero dell’istruzione israeliano nega l’autorizzazione. Nonostante ciò, Erde riesce a raccogliere una casistica ampia e diversificata. Tre le scuole secondarie coinvolte nel progetto: ad Haifa (ebraica, laica), a I’billin in Galilea (palestinese, laica) e a Itamar, scuola statale di Talmud e Torah in uno degli insediamenti colonici israeliani nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. Tre le scuole primarie, tutte laiche: a Ramallah (Cisgiordania), a Neve Shalom/Whahat al Salam, villaggio israelo-palestinese fondato nel 1972 con intenti progressisti (il nome vuol dire “oasi della pace”), e l’ultima, gestita dall’Unrwa (l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati palestinesi) nel campo profughi di Balata, presso Nablus, in Cisgiordania. Restano fuori le scuole della striscia di Gaza, gestite da Hamas. Tutti sono istituti statali tranne quello di Neve Shalom/Whahat al Salam, che è anche l’unica scuola etnicamente mista, con bambini e insegnanti ebrei e palestinesi. Solo nelle scuole laiche ebree e in quella mista ebreo-palestinese le classi si compongono di alunni di entrambi i sessi. L’intenzione del documentario di Tamara Erde è filmare, nel corso dell’intero anno scolastico, le attività didattiche che si svolgono nell’aula o fuori dall’aula e intervistare in momenti diversi insegnanti e alunni. Non solo. In alcuni momenti prendono la parola due studiosi esperti di pedagogia: Mohammed S. Dajani Daoudi, palestinese, e Nurit Peled-Elhanan, israeliana, studiosa di scienze dell’educazione linguistica all’Università ebraica di Gerusalemme, che ha dedicato gli ultimi anni allo studio dei libri di testo israeliani (in italiano è disponibile il suo saggio del 2012 su La Palestina nei testi scolastici di Israele, tradotto nel 2015). Si pone subito in evidenza il problema della libertà di insegnamento per i palestinesi che vivono in Israele. Johnny Mansour, insegnante di storia nella scuola superiore di I’billin, in Galilea, racconta di aver realizzato un libro di testo che non ha ricevuto l’autorizzazione dal ministero. Per utilizzarlo avrebbe dovuto espungere interi capitoli e apportare modifiche sostanziali, specie alla parte dedicata alla Palestina: avrebbe dovuto essere chiamata Eretz Israel (Terra d’Israele). Se si vuole insegnare la storia delle rivolte palestinesi contro il mandato britannico o quella della Nakba tocca insomma autoprodurre, come docenti, i propri materiali d’insegnamento. La neutralità dello sguardo, la varietà delle situazioni mostrate, l’intreccio dei casi intendono evitare l’impressione di un film a tesi contro il governo del proprio paese. Tuttavia la selezione dei materiali e il confronto tra sistemi avanzano un’ipotesi: in classe, nei princìpi che ispirano la didattica così come nelle attività svolte all’aperto, sono gli insegnanti palestinesi più che gli israeliani a praticare una pedagogia della libertà, dell’immaginazione, del diritto, parlando di diritto al ritorno, di resistenza come pratica quotidiana di gioia e dignità contro l’oppressione (citando il poeta Mahmoud Darwish), ribadendo, in questa rivendicazione, la critica dell’antigiudaismo. Un giorno nella scuola elementare di Ramallah c’è un’adunata di tutti gli alunni per ricordare il “martire immolato nelle prigioni degli occupanti israeliani”. L’insegnante, Ziad Khaddash, propone come compito in classe di scrivere una lettera a un proprio coetaneo figlio di coloni israeliani in un insediamento vicino, e legge alcuni dei testi elaborati. In uno di questi un bambino rivendica gli scioperi della fame dei detenuti palestinesi come arma contro la violenza dei coloni. Durante la lezione va via la corrente, e tutto suggerisce che la pratica di scrittura alla luce delle candele sia abituale. Emergono le storie di alcuni ragazzini: c’è chi ha avuto il padre prigioniero per quattordici anni degli israeliani, chi ha avuto la madre uccisa dagli occupanti. Ma intervistati alla fine dell’anno scolastico comunicano i loro sogni per il futuro: uno vuole occuparsi di salvaguardia dell’ambiente, un altro vuole fare il medico. Diversa la situazione nelle scuole ebraiche, dove emerge invece di frequente la paura dei vicini. Il primo giorno di scuola, ad Haifa, l’insegnante chiede agli alunni della sua classe di secondaria superiore come immaginano Israele tra venti o trent’anni: “I palestinesi continuano a prenderci la terra”. “Non ci sarà mai pace – aggiunge un altro – se non a prezzo del nostro sacrificio”. Nel corso dell’anno emerge il tema dei villaggi abbandonati a forza dai palestinesi nel ’48, e ci sono studenti che si chiedono come poté Ben Gurion non porsi questo problema dopo la persecuzione che gli ebrei avevano subito in Europa. Il punto, ieri come oggi, è il diritto alla sicurezza rispetto ai nemici potenziali: questa la risposta, non priva di senso tragico, dell’insegnante. È una pedagogia da regime di guerra, con parate militari a cui prendono parte gli alunni. Nella scuola religiosa dell’insediamento di Itamar, uno degli alunni parla degli arabi come di una minaccia costante e afferma che “bisogna buttarli fuori, con il governo, con l’esercito”. Il caso più interessante per la ricerca di Tamara Erde è fornito dalla pratica didattica nella scuola non statale di Neve Shalom/Whahat al Salam, dove i due insegnanti in compresenza, un uomo ebreo e una donna palestinese, ciascuno parlando la propria lingua, compiono il tentativo di porre entrambe le prospettive su un piano di parità, senza negarne i tratti irriducibili (per cui, per esempio, il giorno dell’indipendenza di Israele coincide con quello della Nakba, la “catastrofe” palestinese) o le contraddizioni, come il fatto che, pur essendo ebrei e arabi nati sulla stessa terra, il simbolo nazionale presente sulla bandiera si riferisce ai soli ebrei. Gli alunni giungono a essere consapevoli della contraddizione, ma, come osserva Raida Aiashe-Katib, l’insegnante palestinese, se “è così facile per gli alunni ebrei identificarsi con tutte le popolazioni del mondo che vivono sotto occupazione”, è incredibilmente difficile per loro provare la medesima empatia per i loro vicini, i palestinesi, sulla terra dei quali vivono. Quando, nel corso di un’altra lezione, gli alunni sono invitati a commentare la proiezione del breve cartone animato di Nina Paley, This land is mine, del 2012, che illustra la millenaria catena di sangue per il possesso di questa terra, Aiashe-Katib chiede agli alunni: “Perché questa terra è mia?” – “Perché me l’ha concessa Dio”, risponde un alunno ebreo. “Noi non lo diciamo. Diciamo è la terra dei nostri avi”, risponde lei. Emerge infine, nel documentario, la questione delicata del perno ideologico della didattica della storia in Israele, e cioè l’uso della memoria dell’Olocausto. Per la Giornata della Memoria, gli alunni della scuola elementare di Neve Shalom/Whahat al Salam vengono portati in palestra ed esposti per due minuti al suono opprimente di una sirena. Gli alunni di Haifa sono accompagnati dalla regista nel loro viaggio di istruzione in Polonia, ai campi di sterminio di Belzec e Auschwitz, scortati dal loro insegnante e da Haim Megira, guida specializzata negli “Holocaust travels”. Guida professionale ma non priva di consapevolezza intorno al significato di questo tipo di viaggi: “Una cerimonia – racconta nell’intervista – non richiede domande. La nostra società non ha la maturità per affrontarle, ma siamo abbastanza sofisticati da usare questi monumenti come giustificazione morale”. Nel suo libro del 2023, Holocaust education, Nurit Peled-Elhanan mostra come nella didattica della storia israeliana le vittime dell’Olocausto siano intenzionalmente rappresentate – in modo traumatizzante – come i paria che gli israeliani potrebbero in qualsiasi momento tornare a essere qualora perdessero il controllo sugli arabi palestinesi, che per questo sono demonizzati e presentati come i futuri potenziali sterminatori. La retorica vittimaria diventa retorica del potere e il “mai più” diventa la giustificazione per l’occupazione militare e l’oppressione dei palestinesi. Qui nel documentario, intervistata diversi anni prima della pubblicazione di questo libro, Nurit Peled-Elhanan insiste sul fatto che nelle scuole israeliane la memoria del trauma non sia utilizzata in senso trasformativo: “Dopo la Giornata della Memoria, i bambini hanno degli incubi, bagnano il letto, e non fanno alcun passo avanti pensando a come una cosa del genere non possa più accadere in nessun posto”. E non sarebbero infrequenti, secondo i suoi studi, i casi in cui i bambini israeliani sono convinti che siano “gli arabi ad aver ucciso sei milioni di ebrei in Germania”. La conclusione, che resta implicita, è che no, la situazione non sembra essersi evoluta in meglio rispetto agli inizi del Duemila. Si può osservare, a margine di tutto questo, quanto la pedagogia della memoria sia divenuta un tema centrale anche per le nostre scuole europee, in un contesto allargato ai paesi dell’ex patto di Varsavia, quegli stessi che hanno spinto nel 2019 per la risoluzione del parlamento europeo Sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, che ha equiparato fascismo e comunismo. Il rischio è che, nella ricerca di un comune denominatore identitario di un’Europa altrimenti divisa per secoli, la condanna unanime (e naturalmente legittima) dei totalitarismi avvalori la liquidazione del Novecento unicamente come secolo dei genocidi e della violenza politica; che l’estensione del dispositivo vittimario come fattore costitutivo della nuova identità europea porti alla dispersione dell’intero giacimento di vittorie del movimento operaio e di emancipazione sociale e civile che il Novecento stesso ha portato. C’è il rischio che tutto ciò contribuisca a creare acquiescenza allo stato di cose che il neoliberismo ha determinato, indebolendo, peraltro, la critica al colonialismo israeliano in Palestina. Se un antidoto c’è all’uso strumentale e militarizzato della memoria e del dispositivo vittimario, questo è l’insegnamento critico e libero della storia nelle scuole di ogni ordine e grado.
April 6, 2026
Napoli MONiTOR
Resistere fino alla fine. La comunità di Prosfygika in lotta contro lo sgombero nel cuore di Atene
(disegno di irene servillo) E se non siamo pronti a morire l’uno per l’altro,  allora siamo già morti. Ma le serate come sono belle quando la terra esala di profumi Tasos Livaditis L’8 febbraio 2026, presso il chiosco dello storico complesso residenziale di Prosfygika, che si affaccia su uno dei viali più trafficati della città, è stata convocata un’assemblea aperta in difesa della comunità di occupazione, che affronta l’imminente minaccia di sgombero. Sotto al gazebo, seduti dietro un tavolo, alcuni abitanti pronti a prendere la parola, dall’altro lato una folla radunatasi per capire che cosa sta succedendo. Già da qualche giorno si era sparsa la voce che Aristotelis Chantzis, uno dei residenti, aveva scelto di intraprendere il più estremo atto di lotta, lo sciopero della fame fino alla morte. Mai come oggi, infatti, la sensazione è quella della battaglia finale, dopo che la regione Attica ha firmato nel giugno 2025 un contratto da quindici milioni di euro con il ministero della cultura e l’azienda per il pubblico impiego, che prevede la restaurazione di quattro degli otto blocchi da destinare al “social housing”. Si vocifera che lo sgombero dovrebbe arrivare entro giugno o luglio 2026. La comunità – composta da oltre quattrocento persone, tra cui bambini, anziani, malati, che finirebbero per strada – ha fatto la sua scelta, come si legge nelle parole di Aristotelis: “Abbiamo deciso di difendere fino in fondo la nostra proposta sociale, le persone che ne fanno parte, le strutture che abbiamo costruito e la memoria storica di Prosfygika. È una nostra scelta consapevole e una nostra responsabilità dare anche la vita per la continuazione della vita”. L’assemblea dell’8 febbraio ha inaugurato così una stagione decisiva di lotta. Ogni domenica pomeriggio un’assemblea aperta di centinaia di persone affolla uno dei cortili, mentre sabato 14 marzo un corteo di migliaia di persone ha marciato dal Politecnico, luogo simbolo della resistenza antifascista ateniese, fino al quartiere. La strada intrapresa è quella dell’apertura della comunità alla città e al mondo, attraverso una vera e propria chiamata alla solidarietà internazionalista, in difesa di un’esperienza politica unica in Europa. Una strada che non prevede compromessi o marce indietro.  È difficile comprendere il valore non solo materiale ma anche simbolico di questa occupazione senza conoscerne la storia. Il blocco di edifici che prende il nome di Prosfygika, costruito tra il 1933 e il 1935, rappresenta uno dei tanti complessi di edilizia popolare sorti in quegli anni per dare un tetto ai profughi greco-ortodossi in fuga dall’Anatolia, dopo la sconfitta ellenica nella guerra greco-turca. La cosiddetta Catastrofe dell’Asia Minore si concluse con il trattato di Losanna del 1923, che sancì lo scambio di popolazioni e portò in Grecia oltre un milione di esuli, da cui ancora oggi prendono il nome alcuni quartieri della capitale. La stessa parola “prosfygika”, significa letteralmente “dei profughi”. Il complesso è composto da otto fabbricati divisi in 228 appartamenti di cinquanta metri quadrati, dette “case minime”, con ampi spazi comuni all’esterno, lavanderie e terrazze condivise. Anche l’architettura, che riprende l’approccio modernista dell’edilizia popolare di inizio Novecento, ispirato allo stile Bauhaus, è stata pensata per una vita comunitaria. Come testimoniano ancora oggi i fori dei proiettili sulle pareti degli edifici, durante la seconda guerra mondiale proprio questi edifici furono una base logistica della resistenza antifascista e comunista. Durante la cosiddetta Battaglia di Atene del dicembre 1944 le truppe dell’esercito popolare greco di liberazione, principale movimento di resistenza all’occupazione nazifascista, difese insieme ai residenti il quartiere contro l’offensiva dell’esercito inglese e delle forze monarchiche. UN MUSEO VIVENTE La lotta sembra inscritta nelle pietre di questi edifici, che nel 2003 e nel 2009 sono stati dichiarati monumento storico dal Consiglio di Stato; ancora una volta, non grazie a una concessione dall’alto ma alla resistenza di cinquantuno residenti, che rifiutarono le promesse di ingenti ricompense e non cedettero all’esproprio. Questo riconoscimento, ottenuto con la collaborazione della Scuola di Architettura di Atene, non può difendere gli abitanti dallo sfratto ma ha finalmente bloccato i piani di demolizione, che si sono susseguiti fin dai tempi della dittatura dei Colonnelli. È da fine anni Sessanta, infatti, che Prosfygika è sotto assedio: la Corte Suprema da un lato, l’ospedale e la stazione centrale di polizia dall’altro e, esattamente dall’altra parte di Leoforos Alexandras, lo stadio del Panathinaikos. L’intonaco scrostato che da cui si intravedono i massicci muri in sasso e gli ampi spazi verdi tra gli edifici, luoghi di incontro per la comunità, stonano con lo scenario circostante. L’architettura imponente del tribunale e della stazione di polizia, con lo stile monumentale caratteristico del periodo della Junta, incarna anche visivamente il potere dello Stato. D’altro canto, la pressione dettata dagli interessi economici generati dallo stadio, costruito nel 1922, ha da sempre minacciato il quartiere, soprattutto negli anni Novanta, quando fu approvato un progetto di smantellamento degli edifici di Prosfygika per costruire un centro commerciale.  Oggi, fermata la demolizione, gli speculatori e i loro alleati istituzionali puntano alla “riqualificazione” degli edifici, facendo leva sulla retorica dell’abbandono e del degrado, che sono stati in realtà una precisa strategia adottata dai governi negli ultimi trent’anni per motivare e preparare l’assalto. I discorsi intorno al “salvataggio” di Prosfygika e a un suo presunto utilizzo sociale – come quello del governo di Syriza, che nel 2018 proponeva la museificazione del quartiere in memoria dei rifugiati e della resistenza, o quello attuale, che punta a costruire alloggi sociali e un ostello per i parenti dei pazienti del vicino ospedale oncologico – celano dietro un discorso “umanitario” gli interessi di appaltatori e aziende, legati alle autorità regionali e governative da fitte reti clientelari. Il paradosso di queste retoriche è che la comunità è già un luogo di accoglienza e cura per le persone senza casa, è già un luogo di ospitalità per i parenti dei pazienti dell’ospedale, è già un’esperienza unica di “social housing” e, come dicono i residenti, un “living museum” delle migrazioni e della resistenza di ieri e di oggi. Non a caso, il nuovo progetto di sgombero dell’occupazione di Leoforos Alexandras è stato approvato mentre è in costruzione un futuristico stadio per il Panathinaikos a Votanikos, in un’altra zona della città, per il quale è stato sgomberato nel 2022 l’ultimo campo per rifugiati inserito nel tessuto urbano della capitale, nonostante la determinata lotta dei residenti. Lo spostamento dello stadio aprirà per la zona antistante il vecchio impianto, compresa Prosfygika, nuove “opportunità di sviluppo”. Più in generale, quest’operazione si inserisce nel piano di un’Atene ripulita, moderna e finalmente “europea”, imposto dal governo Mitsotakis fin dai giorni della sua ascesa, nel 2019. Possiamo enumerare gli sgomberi di decine di occupazioni di migranti e antagonisti, la militarizzazione del quartiere di Exarchia e la chiusura della sua piazza per il cantiere della nuova linea di metropolitana, la gentrificazione e turistificazione di molte zone del centro grazie al moltiplicarsi dei bnb e degli appartamenti di lusso, stimolata in particolare dagli ingenti investimenti israeliani. I prezzi degli affitti si sono alzati vertiginosamente negli ultimi cinque anni, costringendo i residenti a spostarsi verso zone più periferiche della città.  Ma questo piano di “riqualificazione” non può essere letto solo come la messa a profitto dello spazio urbano e la ricerca di una vittoria simbolica da parte del governo Mitsotakis. Prosfygika è più di un’occupazione abitativa, è una vera e propria organizzazione politica rilevante all’interno del movimento radicale greco. Residenti e solidali della comunità sono in prima fila durante i cortei, sono coloro che animano le assemblee per il diritto alla casa, l’antirazzismo, l’antifascismo. Prosfyigika è allo stesso tempo una “living utopia” e un epicentro organizzativo dei movimenti più conflittuali del paese. Per questo, l’attacco a quest’esperienza rappresenta, per il governo, quello contro un nemico politico a tutti gli effetti, figlio del ciclo di rivolte nato nel 2008, dall’uccisione di Alexis Grigoropoulos e dalla crisi economica. È in quel contesto, con la progressiva precarizzazione della vita e l’indebolimento dello Stato, che gli spazi urbani sono diventati lo scenario non solo di grandi cortei e scontri con la polizia, ma anche di decine di sperimentazioni sociali e politiche di vita in comune. In questo humus sociale, si è costituita nel 2010 l’assemblea di Squatted Prosfygika (Sy.Ka.Pro), composta dalle persone che, già occupanti degli appartamenti, hanno deciso di mobilitarsi per creare, nelle parole di Aristotelis Chantzis, una proposta sociale “in opposizione alla solitudine, l’individualizzazione e all’insicurezza sociale che attualmente gli stati e il capitalismo impongono”. Così l’assemblea ha iniziato a organizzare cucine sociali, ambulatori popolari, corsi di lingua greca, sportelli legali per persone migranti, sport popolare e spazi abitativi. Fin da subito, è stata rilevante la presenza di membri di organizzazioni rivoluzionarie turche e curde, il cui apporto politico è ancora oggi fondamentale e percepibile nel modo di stare insieme.  Le oltre quattrocento persone che vivono nel quartiere provengono da ventisette aree geografiche diverse e parlano più di venti lingue. La comunità è l’insieme organizzato delle persone residenti e solidali, che si riuniscono nell’assemblea generale ogni lunedì. Esistono poi ventidue “strutture”, tra cui la casa di bambini e bambine, la struttura di autoeducazione, l’asilo nido, la struttura sanitaria e farmaceutica, quella di accoglienza per pazienti e accompagnatori dell’ospedale (in collaborazione con il sindacato dei dipendenti dell’ospedale), il forno, che produce anche un’entrata minima per la comunità, la struttura per la manutenzione degli edifici, il chiosco, il cinema e la biblioteca. Questi sottogruppi sono autonomi ma non indipendenti, nel senso che ognuno ha la propria assemblea e la propria cassa, ma tutti sono collegati tra loro attraverso l’assemblea plenaria. Quest’ultima rappresenta lo spazio decisionale fondamentale, dove vengono discusse le proposte delle strutture e vengono prese le decisioni. L’unica altra assemblea con potere decisionale è quella delle donne, che può prendere decisioni in modo indipendente informando l’assemblea generale. VINCERE O VINCERE La vita quotidiana a Prosfygika è fatta di lunghe ore di discussione, sveglie all’alba per preparare il pane, lavori di restaurazione, turni di guardia, pranzi collettivi. Ogni membro, secondo le proprie possibilità, contribuisce alla vita collettiva: nel mantenimento degli edifici, nella cura delle persone più fragili, nell’organizzazione dei numerosi eventi. Ma non si può dire che le giornate scorrano tranquillamente, soprattutto nelle ultime settimane. Recentemente, sono stati avvistati dei droni volare sopra gli edifici, e la presenza di polizia intorno al quartiere è visibilmente aumentata, anche in borghese. Nell’ultimo decennio, lo Stato ha attaccato già quattro volte, l’ultima nel 2024, quello che di fatto è uno degli ultimi squat abitativi della città. Nel 2016, durante un processo ad Alba Dorata nel vicino tribunale, fascisti e polizia invasero insieme gli spazi del quartiere. Nel 2019 la polizia anti-terrorismo entrò in uno degli edifici arrestando sette membri. Nel 2022 le forze dell’ordine fecero irruzione in un intero blocco di appartamenti arrestando settantanove persone.  Tuttavia, questa volta le minacce sembrano più concrete che in precedenza, anche perché il progetto beneficia dei fondi europei provenienti dal programma regionale ESPA 2021-2027. Come abbiamo visto nei casi del Pilastro a Bologna e del parco del Meisino a Torino, ancora una volta sono proprio i fondi europei ad accelerare, nel nome dell’inclusione sociale, processi di esproprio e privatizzazione di spazi prima liberi e autogestiti. Attraverso iniziative presentate come utili per la comunità, si mira in realtà a uniformare il paesaggio sociale e urbano, reprimendo le forme di autorganizzazione. Eppure, come abbiamo visto anche con gli sgomberi dei centri sociali occupati Leoncavallo e Askatasuna, la difesa degli spazi autogestiti può diventare anche la lotta per la legittimità e la memoria del conflitto sociale, e può creare convergenze inedite.  Dall’inizio dello sciopero della fame, Prosfygika è in uno stato di agitazione permanente. Per difendersi la comunità sta cercando di allargare la rete e stringere legami sempre più forti con il resto del movimento cittadino e internazionale. Durante il giorno, di fronte al primo blocco di edifici, si distribuiscono volantini ai passanti, e il calendario di eventi serali non è mai stato così fitto. Come può, Aristotelis prova a rispondere alle quotidiane richieste dei giornalisti, mentre sempre più solidali arrivano da tutta Europa per supportare con le proprie competenze il restauro degli edifici. Una delle strategie per opporsi al restauro statale, infatti, è l’auto-sistemazione degli esterni e degli interni dei blocchi, grazie al supporto di un gruppo di architetti, per cui è stata lanciata la campagna di raccolta fondi #saveprosfygika. Difendersi fino alla fine, però, significa anche prepararsi concretamente a un possibile imminente attacco della polizia, monitorare le vie di accesso, anche la notte, preparare le barricate, organizzare una tattica collettiva di resistenza e contrattacco che tenga conto della presenza di bambini, anziani, malati. Più che con il governo regionale, è chiaro che la partita si gioca direttamente con l’esecutivo Mitsotakis, che negli ultimi anni ha spinto il suo partito sempre più a destra, tanto nelle scelte economiche quanto nella repressione interna e nelle alleanze internazionali. Dopo aver appoggiato lo stato genocida di Israele, ora sta portando la Grecia a passi svelti verso la guerra. A giudicare dai plotoni di polizia in antisommossa agli angoli delle strade della città, l’impressione è che questa guerra sia iniziata già da un po’ di anni. Eppure, sembra che il governo non si sia mai sentito così forte nel reprimere il dissenso e pacificare ciò che resta dei movimenti conflittuali che hanno animato le strade di Atene negli ultimi quindici anni. Sgomberare Prosfygika, sarebbe per lo Stato una vittoria storica: significherebbe colpire il più grande squat abitativo in Europa, uno dei pochi esempi di comunità autonoma in grado di resistere nel cuore di una capitale europea. Mentre scriviamo, Aristotelis sta per superare i cinquanta giorni di sciopero della fame, il suo corpo è sempre più debole. Ha scelto di alimentarsi con acqua, tè, zucchero, vitamine e sali minerali per poter resistere senza mangiare il più a lungo possibile, perché questa battaglia non sarà uno sprint ma una maratona. Anche altri membri della comunità, a staffetta, stanno scioperando in solidarietà. Le richieste sono chiare: “L’annullamento immediato del contratto da parte della regione dell’Attica; tutti i residenti di Prosfygika devono poter rimanere nelle proprie abitazioni, nel luogo e nel contesto in cui vivono e hanno costruito legami sociali, culturali e vitali; garanzie concrete per il restauro di Prosfygika da parte della società di diritto civile senza scopo di lucro ‘Katoikoi kai filoi prosfygikon L. Alexandras’ con il proprio autofinanziamento”. “Vincere o vincere”, dicono in quartiere, non c’è nessun piano B. Di sicuro, non sarà facile per la polizia sgomberare centinaia di persone asserragliate in otto blocchi di edifici angusti e barricati, difendibili anche dai tetti. In fisica, la resistenza di un corpo non è un atto passivo, è una forza attiva, che reagisce a una forza esterna opponendo altrettanta forza. Ce lo insegna questa storia lunga quasi un secolo. Come si dice in Val di Susa, A sarà düra! Per loro. (vittorio zampinetti, giovanni marenda)
April 3, 2026
Napoli MONiTOR
La tormenta e le nostre alternative
Raúl Zibechi Tempo fa, la volontà di lottare era sufficiente per ottenere risultati, sia per sottomettere chi deteneva il potere sia per impedirne la distruzione. Oggi, la sola volontà non basta; serve “qualcosa di più” per non essere inghiottiti dalla tormenta capitalista. Per quanto ne so, solo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) si prepara […]
Dalla base di Aviano il rifornimento per i raid sull’Iran
“La base aerea di Aviano in Italia, è una delle principali installazioni dell’US Air Force che ospita gli aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia a lungo raggio impiegati per bombardare in Iran”. Altro che – come ripetono Meloni, Crosetto e Tajani – non siamo in guerra e che non cooperiamo con le operazioni delle forze armate statunitensi ed israeliane contro Teheran. A rilevare l’importanza strategica della grande base aerea friulana per la campagna di guerra contro l’Iran è l’autorevole The Wall Street Journal che il 23 marzo ha pubblicato un lungo e dettagliato articolo su come l’Europa stia giocando “silenziosamente” un ruolo chiave nella Guerra in Iran. Non sono però solo gli aerei tanker dell’aeronautica militare statunitense ad operare con sempre maggiore intensità dallo scalo di Aviano. Nei giorni scorsi è stato registrato infatti l’arrivo di alcuni aerei radar di pronto allarme e controllo (airborne early warning) Grumman “E-2D Advanced Hawkeyes” in dotazione a US Navy. I velivoli sono giunti in Italia dalla Naval Air Station di Norfolk, Virginia, via Lajes (Azzorre) e appartengono al VAW-121 “Bluetails”, squadrone di comando e controllo aereo della Marina di guerra statunitense. I Grumman “E-2D Hawkeye” hanno un’autonomia di oltre 2.800 km e volano a 550 Km all’ora; vengono destinati principalmente a scopi di sorveglianza per la difesa delle unità di superficie. Sono dotati di sofisticate suite elettroniche, sistemi satellitari e del nuovo radar APY-9 che sarebbe in grado di individuare anche velivoli stealth e aerei di piccole dimensioni. I velivoli possono essere impiegati anche come piattaforme di controllo per guidare attacchi con sistemi missilistici di precisione come gli AIM-120 AMRAAM e gli SM-6. “L’arrivo alla base di Aviano degli E-2D Hawkeye ha rafforzato temporaneamente la copertura radar e di pronto allarme di tutto il sud Europa, ma tutte le indicazioni strategiche suggeriscono che Aviano è principalmente un punto di passaggio logistico per i velivoli che si posizionano principalmente in tutto il Golfo Persico”, commentano gli analisti di ItaMilRadar. “L’arrivo coordinato di non meno di cinque E-2Ds conferma un flusso di dislocamento strutturato”, aggiunge ItaMilRadar. “I velivoli osservati a Lajes il 16 marzo scorso sono gli stessi che sono stati tracciati ad Aviano, enfatizzando il ruolo delle Azzorre quale trampolino di lancio transatlantico. Tuttavia, più che da servire come destinazione finale, Aviano opera come centro strategico di sosta per gli assetti destinati allo scacchiere mediorientale, un modello frequentemente osservato durante precedenti dispiegamenti di US Navy”. Gli analisti militari ritengono che il trasferimento di questi aerei nella regione del Golfo Persico punti a rafforzare le operazioni USA di contrasto ai velivoli senza pilota e ai missili da crociera che l’Iran sa impiegando per colpire le installazioni e i sistemi radar ospitati dai paesi arabi alleati di Washington. “È evidente lo scopo di conseguire un assetto nettamente superiore per proteggere le linee marittime e le basi militari nel Mar Rosso e nel Golfo dagli stormi di droni”, riporta ItaMilRadar. “Mentre la presenza temporanea ad Aviano degli Advanced Hawkeyes ha fornito un immediato impulso all’architettura di sorveglianza europea lungo tutti gli assetti NATO, il focus strategico resta comunque rivolto principalmente al Medio oriente. L’accresciuto supporto dei velivoli cisterna e il maggiore impiego temporale osservato recentemente supporta la teoria che essi serviranno per ultimare lo scudo anti-droni in questa regione”. In verità i cinque E-2D di US Navy insieme ad un grande aereo tanker KC-46A di US Air Force hanno lasciato Aviano nella mattinata di lunedì 23 marzo per dirigersi verso il Golfo Persico. Dalla base aerea friulana, il 17 febbraio sono decollati dodici cacciabombardieri Lockheed Martin F-16 “Fighting Falcon” (a doppia capacità, convenzionale e nucleare) in dotazione al 31st Fighter Wing della US Air Force di stanza proprio ad Aviano. I velivoli da guerra hanno attraversato tutto il Mediterraneo per poi dirigersi in uno degli scali aerei che gli Stati Uniti controllano in Medio oriente, forse in Giordania o negli Emirati Arabi Uniti. Dal 28 febbraio questi cacciabombardieri partecipano agli strike contro l’Iran. Nei giorni successivi sono stati tracciati numerosi atterraggi ad Aviano di aerei cisterna statunitensi. Mercoledì 11 marzo un grande Boeing KC-135 ha sorvolato lo spazio aereo friulano per rifornire in volo una decina di caccia F-16 del 31st Fighter Wing, decollati presumibilmente per raggiungere ancora l’area di conflitto. Sempre giorno 11 ad Aviano è atterrato un aereo cargo Lockheed C-5 “Galaxy” del 436 Airlift Wing di US Air Force proveniente dalla base di Dover, Delaware. Il velivolo viene impiegato di norma per il trasferimento ai teatri operativi di personale militare, armi, munizioni e perfino di aerei d’attacco. articolo originale: https://pagineesteri.it/2026/03/25/mondo/dalla-base-di-aviano-il-rifornimento-per-i-raid-sulliran/ Antonio Mazzeo
March 25, 2026
Pressenza
Milano, 7 marzo: Conflitti e mondo: quali sentieri possibili? Incontro di arteterapia sociale
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università promuove un laboratorio di arteterapia sociale che si svolgerà sabato 7 marzo 2026 dalle 15.00 alle 17.00 presso la sede di Casapace in via D’Agrate, 11 a Milano (M3) e sarà condotto da Elena Abate, attivista dell’Osservatorio. L’obbiettivo del laboratorio creativo  è quello di sensibilizzare cittadinanza, docenti, lavoratori e famiglie su quanto sta avvenendo nel nostro paese riguardo la militarizzazione e i venti di guerra utilizzando il linguaggio proprio dell’arte del disegno e del collage di diversi materiali. I prodotti artistici di ognuno/a alla fine del laboratorio saranno la base collettiva del lavoro svolto. Per prenotazioni scrivere a osservatorionomili@gmail.com con oggetto LABORATORIO ARTETERAPIA SOCIALE. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Carrara, 28 febbraio: Incontro pubblico “Che fare quando il mondo brucia?”
SABATO, 28 FEBBRAIO 2026, DALLE 17 ALLE 20 CARRARA, EX OSPEDALE S. GIACOMO IN VIA GRAZZANO, 1.  CHE FARE QUANDO IL MONDO BRUCIA? Ci siamo fatti questa domanda perché piangersi addosso non spegnerà le fiamme. Ci siamo risposti che dobbiamo organizzarci contro la guerra, il riarmo, la leva militare e il genocidio. Ci siamo accorte che ci sono gesti materiali che non possono aspettare e che occorre compiere e diffondere e ci siamo accorti che la raccolta fondi dal basso per la fabbrica socialmente integrata dell’ex GKN è uno di quei gesti, uno dei più belli. Ci siamo chiesti cosa rimane delle imponenti mobilitazioni dello scorso autunno, del risveglio civile e morale che le hanno fatte esplodere, dello sforzo prodotto per dare sostanza politica a quelle mobilitazioni e come riuscire a trasformare anche le vicende giudiziarie di 37 indagate e indagati per le manifestazioni di Massa del 3 ottobre in una spinta che ci unisca tutte e tutti. Ne parliamo a Carrara, sabato 28 febbraio, dalle 17 alle 20, presso l’ex Ospedale S. Giacomo in Via Grazzano, 1 con: Franco Turigliatto, direzione nazionale di Sinistra Anticapitalista Paolo Zammori, attivista nelle attività di sostegno al popolo curdo Cristina Ronchieri, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Collettivo di fabbrica GKN Durante la serata, gratuita e aperta a tutte e tutti, si raccoglieranno fondi o sostegno del Collettivo GKN. La cittadinanza è invitata. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’omicidio Deranque e la legittimazione dell’estrema destra in Francia
(disegno di lorenzo la rocca) In francese si dice “la bascule”: indica qualcosa – un pezzo meccanico, un giocattolo, una leva – associato al dondolio, un oggetto che produce un movimento improvviso, il cambiamento da uno stato di moto a un altro o, in senso figurato, cioè nel senso di questo articolo che sto scrivendo, il passaggio da un paradigma a un altro. Si potrebbe tradurre con “svolta”, ma il termine italiano non conserva quel senso di inquietudine infausta che trasmette invece la parola francese. La bascule è infatti intrinsecamente negativa: si bascule nel peggio, mai nel meglio.  La bascule in questione è l’uccisione del militante neofascista Quentin Deranque a Lione, ferito al termine di una rissa con degli antifascisti giovedì 13 febbraio e poi morto sabato 15 in ospedale. C’è un prima e c’è un dopo; e tra i due momenti c’è un morto ammazzato. Ovviamente ciò che rende esiziale la bascule non è la morte di Deranque in sé. Ma è sul suo corpo che, nell’immediato degli avvenimenti, col cadavere ancora caldo, una serie di rappresentazioni, di strumentalizzazioni e posizionamenti, assunti o profferiti da aree, politici, partiti e media, hanno profondamente modificato un contesto politico, sociale e culturale.  L’obiettivo perseguito – in maniera perfettamente cosciente e spregiudicata da alcuni, in maniera ingenua (cosa ancora peggiore) da tanti altri – è triplice: (1) mettere fine definitivamente alla pratica del “fronte repubblicano” in Francia; (2) sdoganare l’estrema destra e i suoi satelliti violenti come attori rispettabili della polis; (3) mettere al bando La France Insoumise, la quale malgrado il suo programma “di rottura” è la principale forza della gauche, cosa evidentemente insopportabile per buona parte della borghesia francese. Il fatto che questo avvenga sul corpo di un neofascista di ventitré anni la dice lunga tanto sul livello di violenza che caratterizza questo momento storico della lotta di classe in Francia, quanto sul grado di compiacenza che le classi dirigenti francesi mostrano verso il fascismo del quale, evidentemente, auspicano il successo. Poiché di mestiere sono giornalista, in maniera del tutto soggettiva il primo aspetto che mi ha colpito è il comportamento dei media. Il primo “lancio” dell’Afp (l’agenzia di stampa francese, una delle più importanti al mondo) è arrivato poco prima delle 18 di giovedì, appena due ore dopo un comunicato dell’organizzazione femonazionalista e razzista Némésis. L’Afp riportava allora la notizia che un “un giovane uomo di ventitré anni”, venuto ad assistere Némésis durante una protesta a Lione, era in prognosi riservata dopo essere “stato aggredito da militanti antifascisti”. La principale fonte citata dall’Afp era… Némésis.  Credo sia la prima volta dal dopoguerra che un’agenzia prestigiosa come l’Afp cita, per un fatto così importante, come unica fonte un collettivo neofascista. Se le parole sono importanti, nel giornalismo gli aggettivi sono rivelatori: così, il fatto che Deranque (il cognome lo si sarebbe appreso più tardi) fosse un militante neofascista, certo giovane ma comunque adulto e responsabile delle proprie scelte, è stato completamente occultato dall’aggettivo “giovane” che per giorni è stato associato al suo nome, per cui per almeno settantadue ore, sulla quasi totalità dei media francesi, un militante neofascista è stato designato semplicemente come “il giovane Quentin”. (Niente del genere, per dire, era successo quando era morto Nahel Merzouk, diciassette anni, ucciso a sangue freddo da un poliziotto a Nanterre nel 2023. Nessuno l’ha mai definito su alcun giornale “il giovane Nahel”). L’iniziale inquadratura degli eventi come un’aggressione subita dal “giovane Quentin” da parte di un gruppo di “antifascisti” è anch’essa il risultato di una campagna dei gruppi neofascisti. A una settimana di distanza dagli eventi, non si può che constatare il successo della destra neofascista nell’aver imposto la propria caratterizzazione degli eventi e dei personaggi. È così che è passata l’idea che “il giovane Quentin”, “appassionato di filosofia e matematica”, “dedito alle distribuzioni di cibo per i poveri”, è morto in seguito a un “linciaggio” barbaro e violento, a un “agguato” teso da vigliacchi antifascisti. E questo malgrado il fatto che gli elementi materiali, i video e le testimonianze, raccontano tutt’altro: che cioè Deranque fosse un convinto militante neofascista, che abbia bazzicato tra i gruppi più violenti del neofascismo francese, e che abbia partecipato insieme ai suoi sodali a un’aggressione contro degli antifascisti o quantomeno a una rissa ad armi uguali, avendo la peggio nello scontro e finendo poi per essere ferito mortalmente. Questo è un fatto indubbiamente tragico, ma qualitativamente differente da quanto è stato raccontato per giorni e giorni. Soprattutto, ed è per me la cosa più inquietante, è passata la prassi per la quale degli esponenti delle correnti più violente del neofascismo possono essere ospitati negli studi televisivi come se nulla fosse, le parole dei loro comunicati possono essere considerate come fonti primarie da una delle più grandi agenzie giornalistiche del mondo, le elucubrazioni della loro galassia su internet possono essere considerate legittime dai media. Questo salto qualitativo costituisce il cuore dell’assalto al “fronte repubblicano”.  Il “fronte repubblicano”, in Francia, non è una mera pratica elettorale. Certo, si concretizza principalmente nella solitudine della cabina elettorale, quando al secondo turno del maggioritario delle varie elezioni francesi si tende a votare qualunque altro candidato – magari di un partito opposto alla propria preferenza personale – piuttosto che far eleggere un membro dell’estrema destra.  Ma malgrado gli innumerevoli scricchiolii e tentativi di farlo saltare definitivamente, questo imperativo politico-morale ancora resisteva – almeno fino a poco fa – nella società francese, strutturando in profondità la vita politica del paese. Era un qualcosa che, organicamente diffuso nella società, influiva sul modo in cui si comprende e si racconta la politica istituzionale, sul modo in cui i media trattano l’estrema destra, sul peso che danno alle ossessioni di Le Pen e soci, sul trattamento che riservano alla galassia mediatica finanziata dal miliardario fascista Vincent Bolloré, sorta di Rupert Murdoch francese.  La morte di un neofascista a Lione ha tuttavia dimostrato, per la prima volta, che i media dell’estrema destra e le organizzazioni neofasciste sono invece capaci d’influenzare il racconto di un evento d’importanza nazionale e rovesciare in maniera grottesca il contenuto simbolico del fronte repubblicano, che in altri tempi, in Italia, si sarebbe chiamato “la pregiudiziale antifascista”.  Col cadavere di Deranque ancora caldo, facendo buon gioco del quadro interpretativo imposto dall’estrema destra, responsabili politici di primissimo piano della sinistra, del centro e della destra, quali il segretario del Partito socialista Olivier Faure, il candidato alle presidenziali Raphaël Glucksmann, il primo ministro Sébastien Lecornu, il ministro della giustizia Gérald Darmanin, il ministro degli interni Laurent Nuñez, la presidentessa della Camera Yael Braun-Pivet, la portavoce del governo Maud Bregeon, l’ex ministro degli interni Bruno Retailleau, Marine Le Pen, Jordan Bardella, ecc., si sono impegnati ad addossare la responsabilità di quanto successo alla France Insoumise.  Secondo questi “irresponsabili”, per citare il titolo di un libro dello storico del nazismo Johann Chapoutot, è la formazione guidata da Jean-Luc Mélénchon ad aver permesso il dramma di Lione, perché troppo casinista, troppo radicale, troppo di sinistra, ma soprattutto troppo capace di vincere le elezioni; senza contare, ovviamente, che ha fatto eleggere in parlamento tra le sue fila Raphaël Arnault nel 2024, il fondatore della Jeune Garde, un collettivo antifascista di Lione, i cui membri sono accusati di aver partecipato alla rissa finita in tragedia.  Visto il quadro mediatico e interpretativo appena discusso, la cautela è d’obbligo quanto all’effettivo ruolo di militanti vicini alla Jeune Garde in quanto successo a Lione. Per ora, quello che è certo è che vi sono sette persone indagate per la morte del militante neofascista, tra le quali un assistente parlamentare di Arnault (il quale si è autosospeso nel fine settimana ed è stato licenziato). Secondo la procura di Lione, tra queste, sei sono indagate per “omicidio volontario”, mentre l’assistente parlamentare è indagato per “complicità” (o “concorso”) in omicidio. Tre hanno dichiarato ai magistrati di “essere” o “essere stati” vicini alla galassia della ultragauche. Tutti hanno “contestato l’intenzione” omicida di quanto accaduto.  Prima di procedere è necessario un ulteriore elemento di contesto: sin dall’inizio degli anni Duemila, Lione è divenuta una delle capitali europee del neofascismo. Il media locale Rue89 ha contabilizzato 102 azioni violente dell’estrema destra tra il 2010 e il 2025, il “settanta per cento delle quali sono rimaste impunite, senza alcuna risposta penale o della polizia”, scrive Rue89. Oltre a essere particolarmente violento, il neofascismo francese è anche culturalmente vivace, nel senso che ha saputo rinnovarsi negli ultimi anni legandosi alla galassia mediatica finanziata da Bolloré e, politicamente, al Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella (su questo, rimando a un’inchiesta di Al Jazeera del 2018 ma di grande attualità). (filippo ortona)
February 23, 2026
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