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Quando le piazze si svuotano. Sul movimento spagnolo dopo le acampadas di Madrid
(disegno di manincuore) Il parallelismo tra l’acampada per la casa a Madrid e il movimento del 2011, nato nella stessa piazza, non ci permette di comprendere l’enorme lavoro preparatorio realizzato dal Sindicato de Inquilinas di Madrid, né le analisi politiche maturate in questi quindici anni all’interno del movimento. A breve uscirà in italiano il libro Generazione inquilina. Farla finita con la disuguaglianza abitativa, scritto da uno dei fondatori del Sindacato Inquiline di Madrid, Javier Gil, che espone proprio la teoria e le prospettive del “nuovo sindacalismo inquilino”. Questo articolo pubblicato il 10 ottobre su El Salto, e di cui presentiamo a seguire alcuni estratti, ci aiuta a capire l’evoluzione delle riflessioni interne al movimento spagnolo. La traduzione è di Stefano Portelli. *   *   * È strano paragonare la recente acampada a Puerta del Sol con il movimento del 15M. L’immagine ce lo suggerisce: le tende, la piazza occupata, le commissioni, le cucine improvvisate, le assemblee, e una sensazione difficile da spiegare, come se il tempo accelerasse e tutto sembrasse possibile. E poi c’è la memoria. Le tende del 2011 sono probabilmente lo spazio politico più carico di significato della storia della sinistra contemporanea a Madrid: basta piantare qualche tenda, e subito appaiono i fantasmi del 2011. Ma la parte più interessante di quello che sta succedendo ora è proprio quello che non somiglia al 15M. Forse abbiamo davanti qualcosa di molto più interessante che una ripetizione del ciclo delle piazze. È possibile che stiamo entrando in un nuovo ciclo politico, in cui la parola “organizzazione” non ci fa più venire l’allergia. IL LUNGO CICLO DELL’AUTONOMIA Per decenni, buona parte della sinistra extraparlamentare ha mantenuto una profonda diffidenza verso le organizzazioni forti. C’erano buone ragioni: il ventesimo secolo ci aveva lasciato partiti comunisti burocratizzati, sindacati trasformati troppo spesso in apparati di concertazione, organizzazioni in cui la disciplina aveva sostituito il dibattito, avanguardie che avevano finito per confondere i propri interessi con quelli delle persone che pretendevano di rappresentare. La crisi del comunismo e la caduta dell’Urss completarono lo screditamento dell’immaginario organizzativo. In risposta a tutto questo si consolidò un altro senso comune militante, che non nasce nel 1991, ma che parte invece dalla nuova sinistra degli anni Sessanta, dal femminismo autonomo, l’autonomia italiana, lo zapatismo, il movimento no-global, le esperienze argentine dopo il 2001, Occupy, le piazze arabe, infine il 15M. Queste tradizioni, nonostante le loro differenze, condivisero alcune intuizioni: il sospetto verso la rappresentanza, il rifiuto delle gerarchie formali, la preferenza per strutture decentrate, la rivendicazione di orizzontalità e una grande fiducia nel potenziale politico degli eventi spontanei. […] Per molto tempo, questa è sembrata una rottura necessaria con il ventesimo secolo; e forse lo era. I problemi sono iniziati quando la critica delle organizzazioni burocratiche è diventata una critica dell’organizzazione in quanto tale; quando non avere leader iniziò a sembrare più democratico che averne; quando l’assenza di strutture formali si confuse con l’assenza di rapporti di potere; quando crescere iniziò a considerarsi sospetto, e quando preservare la purezza di piccoli gruppi di militanti apparve più importante che costruire organizzazioni capaci di includere chi non condivideva i nostri codici politici. Quel mondo ha prodotto risultati importanti, proteggendo la sinistra da molte patologie del ventesimo secolo; ha insegnato la diffidenza verso gli apparati, la cura dei processi, l’attenzione verso chi prende la parola e chi rimane escluso, la necessità di sperimentare nuove forme di democrazia. Sarebbe assurdo liquidarlo come trenta anni persi; di certo, però, una domanda è rimasta senza risposta: come si costruisce potere su una scala più ampia? […] Oggi che la precarietà si è generalizzata, e che la proprietà si concentra sempre di più, diventando una frontiera tra chi ha un patrimonio e chi non ne ha, oggi che la promessa di inclusione delle classi medie perde la capacità materiale di ordinare la società, si riapre lo spazio per organizzazioni costruite direttamente sul conflitto tra interessi contrapposti. Se l’autonomia aveva trovato il suo terreno tra chi si posizionava fuori da una società ancora capace di integrare grandi maggioranze, il nuovo sindacalismo potrebbe trovarlo precisamente in una società che ha sempre più difficoltà a integrarle. Ci sono indizi del fatto che questo slittamento non appartiene solo al movimento per la casa. Come scriveva di recente il militante della Cnt Rafa Cuesta su El Salto, il ritorno della forma sindacale coincide con un recupero più ampio del conflitto sul lavoro e con l’arrivo di esperienze in cui sindacati combattivi di base, piattaforme unitarie e grandi assemblee di lavoratori stanno ritrovando capacità di iniziativa. Forse allora il sindacalismo inquilino non è un’anomalia, ma una delle espressioni più visibili di una ricomposizione ancora ai suoi inizi. Se la rottura della società delle classi medie torna a rendere nitidi degli interessi che per decenni erano stati ammortizzati dall’accesso a un impiego stabile, al consumo, ai servizi pubblici o alla proprietà, non sarebbe strano che stiano riapparendo organizzazioni costruite precisamente per trasformare questi interessi condivisi in un conflitto collettivo. Il ritorno del sindacato potrebbe non essere una moda militante, ma il sintomo organizzativo di una trasformazione sociale più profonda. FARSI TROVARE PRONTI Il libro If We Burn si chiede come organizzare potere su ampia scala, guardando indietro dopo l’entusiasmo. Il giornalista Vincent Bevins ha intervistato i partecipanti a movimenti di massa in una dozzina di paesi, trovando enormi differenze tra Brasile, Egitto, Cile, Turchia, Hong Kong o Ucraina, ma anche un punto ricorrente: i movimenti capaci di riunire centinaia di migliaia di persone, di abbattere governi o di paralizzare città, erano sorprendentemente poco preparati per decidere cosa sarebbe dovuto succedere il giorno dopo. La mobilitazione poteva produrre un vuoto di potere, ma qualcuno doveva riempirlo. Se il movimento ha rinunciato a farlo, però, quegli spazi non sono rimasti vuoti: altri attori –  partiti, eserciti, élite economiche, organizzazioni religiose, nuove destre –  erano molto più preparati per approfittarne. Questa è una delle tesi centrali di Bevins: aprire una crisi politica e disporre di un’organizzazione in grado di intervenire su di essa sono due capacità distinte. La Spagna ha seguito naturalmente il suo percorso. Il 15M non ha “fallito” e basta, poiché ha trasformato il linguaggio politico, ha prodotto delle nuove organizzazioni (e ne ha alimentate altre, come la Plataforma de Afectados por la Hipoteca), ha modificato il dibattito pubblico; in seguito ha aperto un ciclo istituzionale completamente nuovo, in grado di superare il bipartitismo e di durare fino a ora. Ridurlo a una sconfitta sarebbe una semplificazione pari a idealizzarlo; ma ha lasciato aperta la stessa domanda: cosa succede quando la piazza si svuota? Per alcuni anni, la risposta spagnola è stata, in qualche misura, elettorale. Parte dell’energia del 15M è stata incanalata in nuovi partiti e nuove candidature. Un’altra parte è tornata nei movimenti sociali, nei centri sociali, nelle reti di solidarietà e nell’attivismo settoriale. Un’ultima parte è rimasta troppo stanca e ferita per poter continuare a partecipare attivamente. Oggi sembra che stia affiorando una terza risposta: il ritorno del sindacalismo di base. Questa è la cosa davvero interessante del sindacalismo inquilino contemporaneo. Un sindacato non è un partito politico, non pretende necessariamente di conquistare lo Stato né ha bisogno di presentarsi alle elezioni. Ma non è neanche semplicemente uno spazio di incontro tra attivisti, perché aspira a organizzare una parte specifica della società a partire da una relazione materiale condivisa. È una differenza gigantesca. Un’inquilina può non considerarsi di sinistra, non sapere cosa vuol dire “autonomia”, non aver partecipato mai a una manifestazione e non avere nessuna opinione sulla Comune di Parigi. Eppure, sa perfettamente quanto paga di affitto, quando finisce il suo contratto, chi è il suo padrone di casa, sa che nell’appartamento accanto cinque famiglie hanno ricevuto la sua stessa raccomandata. È lì che comincia l’ipotesi sindacale: non in una convergenza ideologica preesistente, ma nella possibilità di costruire interessi comuni a partire da una relazione sociale esistente. Per questo il Sindicato de Inquilinas di Madrid si organizza per territori, per palazzi e per proprietari. Il suo metodo per organizzare una palazzo consiste nel localizzare il resto degli abitanti, concordare delle richieste comuni ampie e condivise, aprire una negoziazione collettiva, e allargare il conflitto se il proprietario rifiuta di negoziare. Non è una strategia molto spettacolare, ma forse questa è la sua virtù. Perché uno dei paradossi della politica contemporanea è che abbiamo imparato a produrre degli eventi straordinari mentre perdevamo la capacità di costruire istituzioni ordinarie. In questo senso, non è stato irrilevante scegliere di chiamarsi “sindacato”. C’è qualcosa di politicamente significativo nel fatto che, dopo decenni in cui buona parte dei movimenti sociali hanno preferito chiamarsi piattaforme, collettivi, reti o assemblee, una nuova generazione di organizzazioni abbia recuperato coscientemente una parola così carica di storia. Chiamarsi sindacato esprime un’ambizione specifica: non ci si limita a denunciare un’ingiustizia, ad accompagnare le persone che la subiscono o a intervenire episodicamente; si punta invece a costruire un’istituzione permanente del conflitto – un’organizzazione capace di aggregare interessi materiali, creare appartenenza, formare i suoi membri, negoziare collettivamente, imporre costi all’avversario e accumulare potere tra un conflitto e quello successivo. Il ritorno della parola è importante, perché segnala anche il ritorno di questa ambizione. MOBILITARE E ORGANIZZARE Qui appare una distinzione che per troppo tempo abbiamo trattato come se fosse una differenza semantica. Mobilitare vuol dire riuscire a far sì che molta gente faccia qualcosa; organizzare significa far sì che quelle stesse persone siano in grado di fare cose che prima non potevano fare. Una combinazione di indignazione, reti sociali, copertura mediatica e congiuntura politica può fare in modo che cinquantamila persone arrivino a Puerta del Sol: questo dimostra una grande capacità di mobilitazione. Ma se dopo una settimana ci sono dieci nuovi palazzi organizzati, centinaia di persone capaci di convocare riunioni nei loro edifici, nuovi affiliati, nuove brigate e strutture in grado di sostenere conflitti per mesi, allora è successo qualcosa di diverso. Si è creata organizzazione. […] Le strutture più capaci sono quelle che combinano mobilitazione e organizzazione: creano opportunità di partecipazione accessibile per migliaia di persone, e allo stesso tempo sviluppano meccanismi con cui una parte di queste persone acquisisce responsabilità, formazione, capacità politica e leadership. Senza mobilitazione, l’organizzazione rischia di chiudersi su se stessa; ma senza organizzazione, la mobilitazione può raggiungere grandi dimensioni e lasciare dietro di sé ben poca capacità accumulata. Questo ci permette di affrontare in un altro modo il dibattito sulla acampada. Pablo Carmona in questi giorni proponeva di interpretare Puerta del Sol come una nuova “Comune di Madrid”: un movimento capace di liberarsi progressivamente dalle organizzazioni da cui è nata la protesta, per convertirsi in un soggetto autonomo, destituente ed espansivo. L’immagine è suggestiva, ma appartiene chiaramente al ciclo politico precedente. La piazza appare di nuovo come il luogo dove le identità precedenti si diluiscono per produrre un nuovo soggetto. Le organizzazioni esistenti sarebbero necessarie per accendere la miccia, ma dopo dovrebbero farsi da parte, per permettere che l’evento dispieghi tutta la sua potenzialità. Un approccio sindacale  permette di porre il problema in un altro modo, senza arrivare alla conclusione superficiale che le organizzazioni semplicemente assorbiranno l’evento. Questo riprodurrebbe, in senso contrario, uno dei problemi storici di una certa sinistra organizzata, che tende a immaginare che tutta l’energia popolare debba finire contenuta nelle sue strutture. I grandi processi politici non funzionano mai così; ci sono sempre persone che arrivano per la prima volta, reti informali, gruppi di abitanti, militanti di diverse organizzazioni, persone che non vogliono affiliarsi a niente, spazi di autorganizzazione nati durante il conflitto stesso, iniziative impossibili da prevedere settimane prima. E tutto questo non è un’anomalia da correggere, ma una fonte di potenza di qualunque movimento di massa. La sfida consiste nel costruire un rapporto produttivo tra organizzazione e spontaneità. Le organizzazioni forti apportano infrastruttura, esperienza accumulata, formazione, risorse, memoria, capacità di sostenere i conflitti e una lettura strategica. Il movimento popolare apporta la capacità di espandersi, una creatività e un’iniziativa che nessuna organizzazione può fabbricare con una strategia coordinata. Uno sciopero generale, se un giorno riuscirà ad avere una vera dimensione di massa, probabilmente dovrà creare proprio questo tipo di rapporto. Non dovrà essere solo “lo sciopero del sindacato”; dovrà diventare uno sciopero di migliaia e poi decine di migliaia di persone, molte delle quali già organizzate, ma per la maggior parte – se siamo fortunati – composto da gente che non apparteneva a nessuna organizzazione. Questo ci obbliga a pensare a forme organizzative più ampie: comitati di sciopero di quartiere, assemblee aperte, coordinamento tra palazzi, strutture a cui partecipano sindacati, collettivi già esistenti e persone che arrivano per la prima volta. Le organizzazioni forti non devono sparire, ma neanche pretendere di sostituire il movimento. Il loro ruolo sarebbe quello di fare da colonna vertebrale per una forza sociale necessariamente molto più grande di loro. Forse questo è il miglior modo per descrivere il nostro compito ora: non contenere lo straripamento, né adorarlo, ma organizzarlo. IL RITORNO DELLA LEADERSHIP Per questo forse si può formulare un’ipotesi, intenzionalmente eccessiva: l’autonomia è morta. Ma spieghiamo subito cosa significhi, altrimenti l’affermazione risulta immediatamente falsa. Non sta morendo l’autonomia verso lo Stato o verso i partiti. Non sta morendo neanche la necessità che i movimenti sociali mantengano la propria capacità di decidere le loro strategie. Quello che potrebbe star morendo è l’autonomia come teoria sufficiente per l’organizzazione: l’idea che connettere le lotte orizzontalmente, rispettare la loro indipendenza e lasciare che l’intelligenza collettiva si sviluppi dal basso, produrrà spontaneamente una strategia comune. Per decenni, buona parte della politica radicale ha diffidato di una parola in particolare, rappresentanza. La dicotomia vera, però, non è mai tra rappresentanza o assenza di rappresentanza. L’alternativa era tra rappresentanza controllata o rappresentanza informale; leaderismi visibili o invisibili; strutture sottoposte a regole o strutture costruite con relazioni personali che nessuno aveva votato. Jo Freeman lo aveva segnalato già nel 1970, nella sua ben nota critica alla “tirannia della mancanza di strutture”; e Bevins, mezzo secolo dopo, trova un’intuizione simile in molti dei partecipanti ai movimenti che studia, scoprendo che buona parte di coloro che hanno rivisto le loro posizioni dopo quelle esperienze hanno iniziato a dare più importanza all’organizzazione, alla presenza di leader e a qualche forma di rappresentanza esplicita. […] Non c’è forse parola più malvista del termine “leader” in alcuni ambienti militanti. Per anni sembrava che essa nascondesse sempre una minaccia. L’alternativa consisteva nell’affermare che siamo tutte uguali, che non ci sono dirigenti e che le decisioni sorgono spontaneamente dall’assemblea. Ma chiunque abbia passato abbastanza tempo in un’“assemblea orizzontale” sa che questo raramente corrisponde alla realtà. Ci sono persone che hanno più informazioni, persone che sono lì da dieci anni, persone che conoscono tutti, persone i cui interventi immediatamente modificano l’assemblea, persone che possono dedicare quaranta ore a settimana alla militanza, e altre che ne hanno solo tre. La leadership esiste anche quando decidiamo di non nominarla. Proprio per questo la questione sindacale non si ossessiona con limitare la leadership, ma in come moltiplicarla. Non si costruiscono dirigenti imprescindibili, ma centinaia di dirigenti. La persona che arriva perché il suo padrone di casa vuole sfrattarla, magari entro un anno starà organizzando il suo palazzo; in seguito può sostenere un altro conflitto, poi formare dieci persone nuove. Per questo, un pilastro dev’essere la formazione politica della pedagogia di Freire: partire dall’esperienza vissuta per sviluppare un pensiero politico di classe e anticapitalista. Questo processo è molto meno romantico di una piazza occupata, e molto più pericoloso per chi ha il potere. La rendita immobiliare può sopportare manifestazioni, ma ha molta difficoltà nel gestire migliaia di persone che imparino collettivamente a negoziare, a disobbedire, e a sostenersi durante lunghi conflitti. […] Visto così, anche il dibattito su quando bisogna lasciare una acampada cambia completamente senso. Ridurre la presenza in piazza non vuol dire smobilitare; potrebbe voler dire proprio il contrario. Il Sindicato de Inquilinas questa settimana ha annunciato che ridurrà progressivamente la sua presenza ufficiale nell’accampamento, per poter orientare i suoi sforzi verso i quartieri, i palazzi organizzati, e la preparazione di conflitti futuri, anche se altre persone decideranno di mantenere l’acampada. È una decisione strategicamente interessante, proprio perché rompe con l’intuizione ben radicata che una mobilitazione può crescere solo rimanendo fisicamente dove ha raggiunto la sua massima visibilità. Forse ora crescere potrebbe diventare qualcos’altro. Il momento eccezionale si può usare non solo per rimanervi indefinitamente, ma per modificare le condizioni della vita quotidiana alla fine dell’evento. In questo senso, Puerta del Sol non sarebbe tanto una Comune, come una gigantesca scuola sindacale accelerata; e il suo successo non si può misurare contando il numero di tende. Bisognerà aspettare dei mesi, e vedere in concreto come si materializza questo successo nello sciopero generale che si sta preparando. Perché preparare uno sciopero generale non vuol dire solo fissare una data sul calendario. La costruzione dello sciopero può essere in sé un processo di organizzazione di massa. Ogni comitato di sciopero che si costituisce, ogni palazzo che si unisce, ogni conversazione con chi non si è già organizzato, ogni nuova responsabile che impara a convocare una riunione, ogni cassa di resistenza e ogni struttura di coordinamento, costruiscono già prima dello sciopero una capacità che rimarrà anche dopo di essa. In questo senso, lo sciopero non è solo il momento culminante in cui una forza già esistente si mette alla prova. Può essere anche il processo con cui questa forza si costruisce. Prepararla significa produrre il soggetto capace di sostenerla. […] Il 15M aveva prodotto un’enorme indignazione sociale, ma a rappresentarla a medio termine non furono le strutture popolari nate nei quartieri, bensì, soprattutto, le loro traduzioni elettorali. Prima le candidature municipaliste, poi Podemos, e poi tutto il ciclo politico che ha provato a trasportare nelle istituzioni una parte delle richieste, del linguaggio e dell’energia che avevano fatto irruzione nelle piazze. Non è stato né un tradimento né uno sviluppo inevitabile; ma di certo il risultato di una debolezza organizzativa. Si era creata una grande capacità per aprire una crisi, ma molta meno per darle una direzione propria, a una scala sufficiente. […] DOPO L’AUTONOMIA C’è un’altra differenza importante con il ciclo politico precedente. Costruire organizzazioni sindacali forti significa costruire un potere che non dipenda interamente dai ritmi elettorali. […] Un sindacato può negoziare una legge, contestare un decreto, fare pressioni su un governo o intervenire apertamente in un dibattito politico. La differenza è che la sua capacità di agire non emerge principalmente dall’aver occupato tali istituzioni. Emerge dalla gente che organizza e dalla possibilità di alterare materialmente un rapporto economico. Questa autonomia materiale dai cicli elettorali risulta specialmente importante dopo l’esperienza posteriore al 15M. Una candidatura può perdere le elezioni, un governo può cadere, una maggioranza parlamentare può sparire. Ma una palazzina organizzata esisterà anche il giorno dopo; e anche una sezione sindacale, un comitato di sciopero, una rete territoriale capace di smuovere migliaia di persone. Puntare ad avere organizzazioni forti e non partitiche non consiste nell’abbandono della politica istituzionale, ma nella costruzione di fonti proprie di potere che permettano, tra l’altro, di intervenire su di essa senza dipendere completamente dai suoi rovesci di fortuna. Un contropotere che possa strappare conquiste a qualunque governo, scontrandosi quando necessario e continuando a organizzarsi quando cambi la maggioranza in Parlamento. Forse la lezione del ciclo precedente non è che le piazze non servono, ma che tipo di organizzazioni rimangono quando le piazze si svuotano; lì forse si può trovare la differenza tra le due epoche. L’immaginario politico del 2011 potrebbe riassumersi in una piazza che grida “nessuno ci rappresenta”. L’immaginario che sta emergendo ora formula un problema differente: come costruiamo organizzazioni di massa che possiamo realmente controllare, e che siano abbastanza forti da rappresentarci quando decidiamo di agire insieme. (assiatu diallo, elisa molina, pablo pérez ruiz)
October 21, 2026
Napoli MONiTOR
Il mondo: “un posto pulito, illuminato bene”
Sono passati giusto cent’anni dalla ideazione di un piccolo capolavoro A Clean Well-Lighted Place, un breve racconto di Ernest Hemingway, pubblicato poi nel 1933. Un vero e proprio sketch filosofico, anticipatore della letteratura oggettiva e di quella neorealista, che probabilmente ispirò a Cesare Pavese il racconto Nel caffè della stazione. Ieri leggevo quelle cinque pagine di Hemingway: «Era tardi e tutti se n’erano andati dal caffè, tranne un vecchio seduto nella zona d’ombra che le foglie dell’albero formavano sotto la luce elettrica». Pagine di fatto autobiografiche, o che hanno comunque quello speciale respiro di una visione diretta e che poi, se seguiamo la biografia dello scrittore americano scritta da Fernanda Pivano, vediamo sempre intrecciarsi con vicende personali: l’alcool, la depressione, l’ossessione del suicidio… Mi incanta sempre la magia che crea Hemingway di espandere la percezione di ogni cosa banale in un orizzonte di vita a sé stante, di visibile creazione artistica, rendendo leggendari anche i piccoli fatti o le persone qualsiasi, come il vecchio ubriaco che aveva tentato di uccidersi, «disperato di niente» perché aveva «un sacco di soldi», e i due camerieri che nel racconto parlavano di lui. Costruire sequenze cinematografiche sull’andirivieni dei bar, ad esempio, location pullulanti di ritratti e storie dove Hemingway amava scrivere. Forse per la sua dipendenza dall’alcool, egli aveva allucinazioni prima di addormentarsi, del tipo di quelle esposte dallo psichiatra Oliver Sacks nei suoi libri: quello spingersi oltre noi stessi che può generare alterazioni degli stati di coscienza (Allucinazioni, trad.it [1]. Adelphi, capp. 6 e 11). Hemingway vedeva che la sua anima lasciava il proprio corpo: forse non aveva soltanto paura di non svegliarsi più ma anche di trasformarsi senza poter controllare più nulla. E voleva sempre la luce come in una eterna alba. Quel paradosso dello scrittore che in quelli stessi anni colpiva Pirandello, quando ad esempio incontrava i suoi personaggi che prendevano vita e lo venivano a trovare in giardino. Hemingway aveva bisogno insieme di scorci e di paesaggi, rendeva metaforico ogni sguardo, sapeva cogliere le minuzie dei gesti e poi cavalcare spazi infiniti. Insegnava a chi volesse scrivere di non creare personaggi ma intercettare persone e per questo gli piaceva scrivere nei caffè per immaginare nei volti di chi andava e veniva dei possibili narrativi. Dei destini architettati dal nulla, un nulla, un “nada” alla spagnola, illuminato, pulito: «O nada nostro che sei nel nada…dacci oggi il nostro nada quotidiano…». Un paio di settimane fa ho condotto un workshop sulla scrittura, partendo dal mio libro Scrivere come sognare (Cartman edizioni), intrecciando il camminare e il sognare, la cronaca e la poesia, l’osservazione e l’immaginazione, l’addormentarsi e il risveglio. E mi sono chiesto: Chi non vorrebbe scrivere? Chi non vorrebbe diventare autore della propria realtà? Chi non immagina un mondo alternativo, un mondo tutto suo, dove con la capacità pazzesca dell’ invenzione, di una fantasia praticamente onnipotente, possa dare vita a qualcosa di straordinario? Chi ama davvero la scrittura non ha in fondo idee speciali, desidera semplicemente uscire dall’ovvio quotidiano, dalle regole automatiche di una vita ripetitiva, lontano da quell’ autoritarismo martellante, da quella obbedienza automatica che rende sterile qualsiasi aspirazione, banale qualsiasi situazione. Chi scrive sa che in ogni caso la sua scrittura aggiungerà qualcosa al mondo, lo caricherà di nuovi orizzonti, di inedite alternative. Ogni donna, ogni uomo sa che scrivere vuol dire immaginare, tracciare contorni, popolare gli spazi, decidere il possibile e l’impossibile. Di questi tempi battersi ad esempio senza tregua contro le imbecillità, cioè battersi ad esempio contro l’idea di una guerra inevitabile che viene declamata come un futuro possibile. Disarmiamoli allora con la forza delle idee questi profeti dell’orrore, priviamoli di qualsiasi consenso, smascheriamo i loro sporchi interessi, denunciamo il loro analfabetismo umano, sabotiamo gli organi di stampa che fanno da grancassa a questi criminali, pronti a dare del terrorista a chiunque non sia loro complice, arruoliamo le intelligenze non le paure. Rendiamo inoffensive quelle facce ingrugnite, alimentate da un odio fazioso, con i loro sporchi capitali arrischiati in spettacoli di morte, incatenati nella prigionia delle minacce e delle ritorsioni. Scriviamo allora per fare vincere, con la scrittura e le belle idee, una pace fantasiosa, facciamo scendere in piazza anche le parole, per dare forza alle nostre visioni, amiche contagiose, magari poetiche e velleitarie, ma affrancate da qualsiasi prigionia. Voglio insomma un mondo, un’Europa illuminata bene dove abbiano ascolto e spazio le storie di ognuno, dei giovani e degli anziani, di chi lavora e di chi sogna, di chi corre e di chi è malato, voglio che si sentano strumenti della stessa orchestra un po’ rock con un batterista che non perdoni e una cantante che illumini il cielo. The post Il mondo: “un posto pulito, illuminato bene” appeared first on L'Indipendente.
October 17, 2026
L'INDIPENDENTE
La guerra ai giovani (poveri) in Francia
(disegno di renaud eymony) Durerà quel che durerà, come da più di dieci anni a questa parte, ma quanto ci saremo divertiti nel frattempo: a vedere il panico del governo, lo scandalo dei razzisti, il terrore della borghesia.  Beviamo le loro lacrime, ma non dimentichiamo niente: un ragazzino di sedici anni ha perso un occhio dopo aver ricevuto una flash-ball in faccia, uno di quattordici ha la mascella ridotta in poltiglia dopo che dei poliziotti gli hanno sparato un lacrimogeno addosso a bruciapelo. In un video si vede un poliziotto in borghese mentre cerca di mettere la testa di un ragazzo nell’acqua di un ruscello, per fargli paura (poi è risalito, e se le è prese di santa ragione, suscitando lo scandalo dei media); un altro ancora mostra un ragazzo minuto, accovacciato a terra tra quattro energumeni (poliziotti, pardon), col braccio gonfio, piange, dice che gliel’hanno rotto, e quelli ridono, gli storcono il braccio ancora di più, uno di loro dice che ne ha già mutilati agli occhi almeno quattro.  ‘Sti ragazzini sono forti, non c’è che dire. Ultra-politicizzati, ben coscienti del razzismo che subiscono, delle violenze della polizia, delle discriminazioni che li dannano ancor prima che raggiungano la maggiore età. Hanno una padronanza dei media avanzatissima, un discorso ben costruito da servire ai giornalisti come me che accorrono davanti al loro liceo quando brucia la spazzatura. Io sono, d’altronde, un bersaglio facile. Passati i trentacinque anni non posso che sembrargli vecchio e loro mi stordiscono con le storie di aule fatiscenti e insegnanti che mancano, ma lo senti subito che la realtà è un’altra: sono incazzati neri col mondo, e a ben donde.  Loro hanno un lemma ormai generazionale per definire tutto ciò che alimenta la loro giusta collera: «la France à Macron», la Francia di Macron, o meglio, più esattamente: “la Francia a immagine e somiglianza di Macron”, ovvero la Francia-Macron. Una Francia ultra-liberista, in crisi di bilancio nera, pronta a farla pagare a tutti meno che ai ricchi e ai padroni, desiderosa di vendere lo stato (sociale ma non solo) al primo offerente, tranne per quanto riguarda gli apparati della repressione. La Francia-Macron infatti si regge su due gambe, entrambe purulente: i desideri dei padroni e la violenza della polizia.  In dieci anni la polizia di Macron ha mutilato e ucciso decine e decine di persone, ne ha arrestate decine di migliaia di altre, dai gilet gialli ai movimenti contro le pensioni. Ma soprattutto, ha fatto un decennio di guerra ai giovani, in particolar modo quelli delle classi popolari. È come parte di questa guerra che va inteso l’omicidio di Nahel Merzouk, diciassette anni, nel giugno 2023. Le rivolte seguite alla sua morte sono state affrontate sul piano militare dalla macronie, letteralmente: carri armati, teste di cuoio, armi non convenzionali, coprifuoco, assedi. E prigionieri: migliaia di arresti, condanne, fedine penali sporcate per punire e intimidire, ben sapendo che, se vieni dal basso, una fedina penale sporca significa non poter più lavorare.  È in questa guerra contro i giovani che Macron ha istituito la terrificante piattaforma Parcoursup, che decide lei dove potrai andare a studiare, se hai la fortuna di passare la selezione, amplificando com’è ovvio che sia le diseguaglianze. È in questa guerra che ha ridotto i sussidi giovanili, tagliato i servizi, i fondi di scuola e università, precarizzato gli insegnanti, aumentato le rette universitarie.  Anche in questo caso, la macronie ha reagito come ha sempre fatto quando si è trovata davanti alla ribellione dei giovani: militarizzando il conflitto. Davanti a quella che sembrava inizialmente una normale maretta studentesca, il governo ha spedito migliaia di energumeni armati di tutto punto con la consegna precisa di usare la mano pesante, costi quel che costi.  Un’evidente recipe for a disaster: la maretta si è fatta tempesta e presto tsunami. Ora, persino i sindacati hanno deciso di unirsi agli studenti, un fatto senza precedenti nella storia sociale francese. La Cgt, Solidaires e tutti gli altri, persino la Cfdt (tipo la Cisl) hanno annunciato che sciopereranno e saranno in piazza il 6 ottobre, a fianco agli studenti e nella data scelta da questi ultimi, per proteggerli e denunciare all’unisono la violenza della polizia.  C’è la finanziaria da approvare, poi le elezioni ad aprile. Non hanno una maggioranza in parlamento e come faranno? Chissà, forse ancora una volta si appoggeranno ai voti del Rassemblement National, loro – i macronisti – che avevano promesso dieci anni fa che, ora che erano giunti al potere, la gente avrebbe smesso di «votare per gli estremi».  Sarebbe coerente: a parte La France Insoumise e qualche altro pezzo di gauche, nessun partito ha espresso solidarietà con i giovani ribelli. Mi ha detto un amico, prof in un liceo di banlieue: siccome questi ragazzi sono prevalentemente razzializzati e/o dei quartieri popolari, gli si nega persino il “diritto” di essere bambini. Per definizione sono animali, pericolosi, classes dangereuses. E quindi è legittimo mazzuolarli, mutilarli, sbatterli in galera: a poco vale la loro età anagrafica, cioè il fatto che l’85% degli arrestati siano minori, come comunicato dalla prefettura di Parigi per quanto riguarda gli arrestati nella regione della capitale.  È qui che si opera la vera, reale, concreta fusione tra macronismo e lepenismo, che poi appare sempre più come un passaggio di testimone. In questo razzismo e classismo senza imbarazzi, anzi fiero della propria crudeltà, che fa dell’uso della nuda violenza una strategia di governo. Questo rapprochement non a caso è dapprima emerso durante le rivolte per Nahel, quando tutti (a parte La France Insoumise) invocavano “l’ordine repubblicano”, che poi assomigliava parecchio a un ordine mortifero. Anche oggi s’invoca il ritorno alla calma, ma quello che vogliono, in realtà, sono la morte e il silenzio. Hanno spaccato teste e occhi, gambe e braccia, hanno fatto la frittata. Che se la mangino. Con l’augurio che gli vada di traverso una volta per tutte. (filippo ortona)
October 5, 2026
Napoli MONiTOR
L’estrema destra ma non solo. Appunti sulla Germania di oggi
(disegno di guerrilla spam) Da: officinaprimomaggio.eu In questi giorni sono stati tanti gli amici e conoscenti che mi chiedevano un parere sulla schiacciante vittoria del partito AfD (Alternative für Deutschland) nelle elezioni in Sassonia-Anhalt. ”Sono dei neonazi” dicevano, “dei nostalgici del Führer!” E io rispondevo,”Mah, il loro leader a Magdeburgo, quello che si chiama Ulrich Siegmund, è innanzitutto un tiktoker, uno che vanta 600 mila follower, il suo programma lo ha scritto uno certo Hans-Thomas Tillschneider, laureato in islamistica che parla arabo, la figura più rappresentativa del partito e in parlamento è Alice Weidel, una lesbica sposata a una ragazza di origine del Sri Lanka… chiamarli neonazi – e con questo si pensa di aver detto tutto – magari è un po’ sbrigativo, non vi pare?” Poi arrivano i risultati delle elezioni in Pomerania Anteriore-Meclemburgo e a Berlino-Brandenburgo. E tutto cambia, dal panico per l’arrivo dell’orda di estrema destra si passa all’euforia per la vittoria dell’estrema sinistra a Berlino. In Pomerania, dove l’AfD ha vinto con un rispettabile 38,2%, non riesce lo stesso a fare un governo perché l’unico partito disposto ad allearsi con loro, quello di Sara Wagenknecht, non ha superato la soglia del 5%, come la CDU. Inoltre in Pomerania, la SPD, che governava dal 2017, ha tenuto piuttosto bene, grazie a una figura di un certo rilievo, Manuela Schwesig, già due volte ministra con Angela Merkel, che segue ben poco la linea del suo partito. Non posso dirlo con certezza, ma il suo partito, la SPD, (e in parte anche i Grünen) si è lasciato convincere sulla natura dell’estrema destra tedesca da un gruppo di sociologi di Lipsia che dal 2002 sono stati finanziati dalla Friedrich Ebert Stiftung per condurre ogni due anni delle analisi psicosociali sulla propensione all’autoritarismo nella popolazione, note come Autoritarismus-Studien. Credo che abbiano contribuito non poco alla teoria del “cordone sanitario” nei confronti dell’AfD. Io li ho incontrati a un seminario internazionale a Madrid qualche anno fa e debbo dire che ne ricordo più l’arroganza che l’acume. Dopo le elezioni in Sassonia anch’io, malgrado frequenti la Germania da quasi 70 anni (dal 1958 per la precisione), volevo chiarirmi le idee. Quindi ho fatto una piccola indagine tra amici vecchi e nuovi e ho riscontrato che ci sono posizioni con giudizi diametralmente opposti. C’è chi dice: sono nazisti, vanno messi fuori legge. Punto. Il problema è essenzialmente delle regioni dell’ex DDR, nella parte orientale della Germania, quella che confina con la Polonia e la Repubblica Ceca. A ovest è un’altra storia. Queste posizioni vengono considerate semplicistiche da chi ragiona in maniera diversa e si chiede per prima cosa chi sono gli elettori di AfD, perché la votano e perché la votano soprattutto a est. Ricordiamo innanzitutto che le regioni (Länder) chiamate Sassonia (Sachsen) sono tre: Niedersachsen con capitale Hannover, Freistaat Sachsen con capitale Dresda e Sachsen-Anhalt con capitale Magdeburgo. Le condizioni economiche di quest’ultima sono particolarmente critiche a seguito di un processo che ha portato alla scomparsa d’industrie di grandi dimensioni e alla diffusione di un tessuto d’imprese fortemente frammentato, che ha prodotto un cambiamento nella composizione della forza lavoro – fenomeno che in Italia conosciamo molto bene. “I giovani se ne vanno, le donne se ne vanno, le persone con titoli di studio elevati e buone prospettive professionali se ne vanno, assieme a quelli ai quali la globalizzazione può offrire opportunità” mi scrive un insegnante che vive e lavora a Dresda. E continua: “la CDU ha amministrato il Land con persone incompetenti, inaffidabili, poco impegnate. Nel settore della scuola i miei colleghi della Sassonia Anhalt mi parlano di una politica non solo ingiusta verso il personale scolastico, ma condotta da persone incapaci. Quelli della AfD che fanno politica a livello comunale si sono dimostrati molto più impegnati, più vicini alla gente, di quelli della CDU e della SPD. Se le persone sono andate a votare in massa, è perché volevano impedire alla CDU di tornare al governo. Per questo il partito del Cancelliere ha visto dimezzare i suoi voti in Sassonia Anhalt”. Ora, dopo i risultati in Pomerania e la tenuta della SPD in quel Land i ragionamenti dell’insegnante trovano un riscontro sul terreno opposto. Mentre in Sassonia si assiste a un vero e proprio declino, la Pomerania ha un PIL superiore alla media tedesca, le donne che lavorano a tempo indeterminato sono in misura maggiore che in qualunque altra regione. Se ciò malgrado la AfD ha raggiunto il 38,2% allora ha ragione chi dice che l’AfD non conquista solo i voti di chi sta male. Ci sono motivi che trovano la loro ragion d’essere molto indietro nel tempo. Uno in particolare: le differenze salariali tra regioni dell’est e regioni dell’ovest – all’interno della stessa azienda! – persistono dal tempo della riunificazione tedesca. Si sono attenuate ma persistono. Nessuno può negare però che l’affermazione della AfD ha subito un’accelerazione impressionante negli ultimi tempi, ci sono alcuni fattori emersi negli ultimi anni che hanno inciso profondamente sul sentimento degli abitanti: un forte flusso migratorio proveniente dall’Ucraina o riconducibile alla guerra in Ucraina a cui è stato riservato un trattamento di particolare favore nel godimento di prestazioni previdenziali e un orientamento del governo Merz verso una politica di peggioramento dei trattamenti pensionistici – fenomeno anche questo che ci ricorda in parte le riforme del governo Monti. Tutti questi fattori concentrati nel tempo hanno colpito il nucleo centrale della forza-lavoro, già provato negli ultimi anni dall’inflazione. In Sassonia il dato impressionante che ha colpito tutti è stata quello dell‘affluenza alle urne: 80% (Meloni nel 2022 ha vinto con il 16% dei voti degli aventi diritto, aveva vinto grazie all’astensione). Alcuni sociologi da tempo osservano la penetrazione dell’AfD nelle fabbriche sindacalizzate, una penetrazione cauta, senza alzare la voce, con un discorso vecchio come il cucco, contro i “bonzi” sindacali, come si diceva una volta. Però anche questa penetrazione discreta ha contribuito a rimpolpare l’adesione alla AfD da parte di quello che abbiamo chiamato “il nucleo centrale della classe”, ma che è formato anche da una middle class impoverita e da una gioventù iperprecarizzata. Quelli della posizione opposta, che vedono una via d’uscita solo nel “cordone sanitario” dicono che l’AfD non viene votata perché le persone stanno male economicamente. Al contrario, l’AfD “opera una culturalizzazione dell’economico, come fanno Trump e altri”. Le persone votano l’AfD non perché si trovino in difficoltà economiche, ma per la questione dell’immigrazione, per il sostegno a Putin, per l’odio nei confronti delle politiche di genere, delle persone queer e del femminismo, la wokeness, perché sono favorevoli all’energia nucleare e all’uso del carbone, perché ce l’hanno con l’UE. Non esisterebbe “una causalità diretta tra precarietà economica e razzismo, antifemminismo, voto all’AfD, ecc. L’AfD è inoltre ostile ai sindacati, favorevole agli interessi imprenditoriali, fortemente neoliberale e contraria ai trasferimenti e alle prestazioni sociali dello Stato. Per le persone povere e precarie l’AfD non rappresenta alcun aiuto, così come Trump e la sua amministrazione non lo rappresentano”. Per un altro dei miei interlocutori la dinamica è diversa: “la maggioranza dei giovani in Sassonia Anhalt se ne va; rimangono i genitori, rimangono i nonni. E non apprezzano i vantaggi che la storia di quei territori comunque ha portato, avere casa di proprietà, gestire una piccola attività imprenditoriale, godere di sussidi statali che non trovi in certi altri paesi. Perché? Perché non associano queste cose a un’idea di progresso, perché nel futuro non vedono prospettive positive”. Interessante quanto testimoniano degli amici che sono funzionari sindacali. Dicono che è molto difficile che sul posto di lavoro ci siano dei colleghi con posizioni apertamente neonaziste, alla fine il risentimento per come vanno le cose è ancora quello del mugugno del bravo lavoratore socialdemocratico. Infatti sono tutti d’accordo che il successo della AfD non è dovuto all’attrattività delle espressioni che ricordano il vecchio regime, anzi tutti sottolineano come l’AfD sappia anche sfruttare la nostalgia per il vecchio regime comunista (non c’è da meravigliarsi, perché ci sono degli esponenti dell’AfD che erano prima membri della SED, il partito comunista, e qualcuno pure ex funzionario della Stasi). L’attrattiva del partito di estrema destra è anche dovuta – per alcuni soprattutto – alla capacità che ha avuto di dirottare verso gli immigrati tutto il risentimento e l’impotenza della gente di fronte all’avanzare della crisi; colpa degli immigrati se c’è insicurezza, se c’è precarietà, se i salari sono bassi, se le strade non sono pulite, se a scuola i ragazzi che parlano tedesco sono una minoranza. Tutti, senza eccezione, riconoscono all’AfD l’abilità nel ricorrere al linguaggio dei social. Quindi in definitiva sarebbe una potenza comunicativa. Esattamente, dico io, com’è stato Hitler coi suoi Goebbels, le sue Leni Riefenstahl, ha saputo usare la radio e il cinema come oggi l’AfD sa usare i social. Per questo dire che Siegmund è un tiktoker è meno vago che dire che è un neonazi, secondo me. Continuare a chiedersi se quelli di AfD siano neonazisti o meno non ha senso. Il discorso, a mio avviso, dovrebbe essere spostato sulla natura della nuova destra europea o occidentale, che è qualcosa di molto diverso dalla natura del nazifascismo perché allora quello interpretava il modello fordista, era la trasposizione del modello fordista su territorio europeo, mentre oggi la nuova destra interpreta un modello che nasce dalla dissoluzione del postfordismo e al quale ancora non abbiamo dato un nome condiviso. E poi, parliamoci chiaro, se noi guardiamo l’insieme delle forze che sta creando la crisi attuale e ci chiediamo che ruolo svolge un soggetto come AfD là dentro, ci fa la figura di un granellino di sabbia. Drammatizzare i successi elettorali di AfD in Germania o di FdI in Italia, dimenticando in che razza di condizioni generali dei rispettivi paesi si stanno verificando, significa essere davvero miopi. Se in Italia i salari sono inferiori alla media europea, se i giovani laureati debbono andarsene all’estero, se l’evasione fiscale tocca percentuali del 50% o anche più, se le banche e le imprese accumulano utili ma non reinvestono, se i grandi contratti di lavoro non vengono rinnovati alla scadenza, se quello che viene chiamato eufemisticamente “caporalato” caratterizza interi settori (agricoltura, logistica, edilizia, cantieristica navale, sanità e professioni della cura in genere) se, malgrado questa enorme sproporzione di forze tra capitale e lavoro, le grandi imprese continuano a delocalizzare o a chiudere, da Electrolux a Natuzzi – tutto questo non lo possiamo attribuire alla Meloni. Questo è il modello perseguito dal capitalismo italiano dalle privatizzazioni del 92/93 in poi, mai seriamente contrastato dai governi di centro-sinistra, che anzi, sono stati capaci soltanto di “flessibilizzare” il lavoro, dal “pacchetto Treu” del primo governo Prodi (1996) al Jobs Act di Renzi (2015). Su questa torta di macerie la Meloni ci ha messo “solo” la ciliegina repressivo-securitaria. Analogamente in Germania, da quando la tenuta della CDU ha iniziato a vacillare con il dopo-Merkel, è stato un disastro dopo l’altro. Già la Merkel – mi ha fatto notare uno dei miei interlocutori – “non ha rinnovato né consolidato l’infrastruttura materiale e sociale”, è arrivato Scholz e si è trovato in mezzo a scandali finanziari che hanno scoperchiato le porcherie di un sistema bancario al servizio degli evasori, un sistema al quale una parte della magistratura tedesca ha cercato di mettere argine ma poi ha dovuto gettare la spugna perché la politica non le veniva dietro (ricostruitevi su Internet la vicenda della procuratrice generale del tribunale di Colonia Anne Brorhilker che aveva incriminato 1500 persone per lo scandalo “cum-ex”, una rete internazionale che aveva come punti di riferimento le grandi banche, tedesche e svizzere soprattutto). L’industria automobilistica tedesca, colonna vertebrale del sistema manifatturiero, ha commesso vari errori di strategia, per subire poi il colpo di grazia del North Stream, quando da un giorno all’altro si è trovata a dover pagare il doppio l’energia con cui far girare gli impianti. In questa congerie arriva un Merz, uomo di Blackrock, che non trova di meglio che puntare sul riarmo della Nato e sacrifica le pensioni per la spesa militare, un Merz che, dopo essere uscito e rientrato nella CDU, ha portato dentro al partito una nuova generazione di gente senza principi, per la quale la politica è un settore di business, è un modo come un altro di far carriera. Merz è stato riportato sugli altari di partito proprio da una nuova generazione il cui idolo è il mercato, che poi si diffonde a livello locale come amministratori incapaci, inaffidabili ma soprattutto, come si è visto, privi di senso della responsabilità (unengagiert). Un Merz che anche dopo la batosta in Pomerania e a Berlino ha detto di voler andare avanti, di voler continuare “con le riforme”. Ma di che riforme sta parlando? “Una parte di elettori dell’AfD è fatta di persone di buona formazione culturale che non hanno nessuna impronta nazionalistica e capiscono benissimo dove stanno i difetti della politica. A molti di loro non importa nulla se una politica è di destra o di sinistra. Vogliono semplicemente che nella loro regione la politica abbia un minimo di coerenza e di pulizia”. La persona che mi scrive queste cose vive in Sassonia, penso abbia sempre militato in un’area che sta tra i Grünen e la Linke, ma non è affatto convinta che mettere l’AfD fuori legge sia la soluzione. La sua insistenza, essendo anche un militante sindacale, è sul rarefarsi di pratiche di comunità, di fare le cose insieme, fosse anche per formare un coro; è sulla tendenza all’isolamento, degli anziani piegati dalle loro paranoie e dei giovani immersi nei loro telefonini. Ma se così è, dico io, non è mica roba che si trova solo nei territori dell’ex DDR. Come si va avanti allora? Cosa succede oggi in Germania? In cosa consiste “il rischio AfD”? Il bello è che nessuno me lo sa dire, il che implica che tutti sono consapevoli che non esiste “un rischio AfD” ma un rischio generale, che da qualunque parte uno si gira, vede soltanto incertezza, insicurezza. Il 18 settembre, due settimane dopo il voto in Sassonia, una pubblicazione online, che io ritengo molto interessante, Overton-Magazin scriveva: “Oggi l’uomo politico più pericoloso per la democrazia in Germania non è Biörn Höcke (quello con le posizioni più estreme dentro AfD) ma Friedrich Merz. Sotto il suo governo la Germania si è indebitata come mai nella sua storia, per finanziare il riarmo a favore dell’Ucraina e contro la Russia. Nel suo odio per la Russia Merz rispolvera argomenti del revanscismo nazista”. E cosa pensa Overton dell’AfD? “È un’opposizione di estrema destra che tenta di sfondare il muro (Brandmauer) costruito dal cartello dei partiti per isolarla”. Ma l’AfD non propone nulla che possa risolvere i problemi veri del paese, quelli che preoccupano la gente comune. Quindi il gran clamore che si fa attorno alle sue vittorie elettorali è uno spauracchio, anzi è “una rimozione della realtà nella coscienza collettiva”. Ben altri e più gravi sono i rischi della democrazia. Sono i disastri che combinano Merz e il suo Ministro delle finanze Lars Klingbeil. Dovremmo allora cominciare da capo queste riflessioni. Da dove? Per restare vicini alla Germania io comincerei dalla frana della UE. Cosa rappresenta oggi questo blocco sul piano geopolitico? È in grado di agire come un’entità indipendente? Non sembra. Sul piano economico quanto può reggere all’urto di competitor come la Cina? Senza la UE alle spalle cosa può fare il povero Merz? La Germania contava quando era al volante del trattore Europa, ma oggi che quel trattore è in panne? Chiudo con un pensierino rivolto alla nostra Meloni, paragonata a certi suoi predecessori. Mussolini e Hitler hanno deciso loro dove andava la storia. Li ha portati alla rovina, certo, ma non possiamo negare che il mondo ha seguito la loro agenda. La Meloni oggi come sta a galla? Si barcamena. Se Marina Le Pen prendesse il posto di Macron e Alice Weidel quello di Merz, cosa potrebbero fare? La stessa cosa: barcamenarsi. Con questo non voglio dire che l’ascesa al potere della nuova destra non sia un rischio, voglio dire che continuiamo a maledirla ma in realtà il problema di fondo è un altro. Che non c’è una forza di opposizione adeguata, non riesco a vederla in Italia e temo che non ci sia nemmeno in Germania. Ci siamo noi, le nostre reti di sopravvivenza, e la volontà di vender cara la pelle. Anche a Berlino, dove la leader della Linke sembra aver seguito la strategia di Mamdani a New York e quindi un’opposizione adeguata alla destra sembra esserci, sembra essere vincente, basta mettere sul tappeto la questione di Gaza e il rapporto con lo stato ebraico che l’ossessione tedesca per l’antisemitismo può creare problemi all’interno di quella che dovrebbe essere la coalizione del prossimo governo della capitale. Fragili vittorie ambedue, della Linke a Berlino e dell’AfD a est. Ma quello che può sembrare un paradosso è che i due partiti sono ambedue cresciuti nei territori dell’ex DDR, sono figli di quella riunificazione che ha creato una divisione più forte di prima, tra i tedeschi che vivono nella parte occidentale della Germania e quelli che vivono nella parte orientale… E qui non posso non ricordare di averla in parte vissuta quella fase, non posso non ricordare come sono state profetiche le cose che la rivista della Fondazione diretta da K.H. Roth e dalla sua compagna Angelika Ebbinghaus aveva scritto allora, 1990, 1991, 1992. Unici in tutto il panorama della cultura tedesca. Seguendo le loro piste, un paio d’anni dopo la caduta del Muro ho viaggiato per quei territori (Lipsia, Wismar, Rostock, Dresda, Stralsund, Wittenberg, Weimar…) con gente stordita dalla riunificazione, che non capiva cosa stava succedendo e si chiedeva perché i “fratelli dell’Ovest” li trattavano con un misto di paternalismo e disprezzo, “per rieducarli alla democrazia” diceva Helmut Kohl. Le cose più infami le ho viste fare nelle Università, dove hanno cacciato un sacco di docenti perché nelle loro ricerche avevano avuto un’impostazione marxista. E alcuni li hanno cacciati anche dalle case dove abitavano, quelle riservate ai funzionari di partito e alle personalità scientifiche. Ne ho conosciuto uno, direttore di un Istituto con prestigio internazionale, cacciato di casa lui e la moglie, direttrice di uno scuola per infermiere di Lipsia, lui diabetico bisognoso di dialisi, che è morto poco dopo. Nella commissione d’inchiesta che lo aveva espulso c’era anche un ex funzionario della SED, che aveva cambiato casacca all’ultimo momento ed era passato alla CDU. Uno dei maggiori storici tedeschi, Hans-Ulrich Wehler, arrivò a definire la DDR – l’esperienza della Germania comunista – “una nota a pie’ di pagina della storia” (eine Fussnote der Geschichte). Una storia irrilevante. Appunto. (sergio bologna)
October 1, 2026
Napoli MONiTOR
Siamo tutte Maricarmen! La lotta per la casa in Spagna e la acampada della Puerta del Sol
(disegno di martina di gennaro) Sono le quattro di mattina quando lascio l’accampamento di Puerta del Sol a Madrid. La mobilitazione è iniziata nove ore prima nella stessa piazza, ma la gente non accenna a diminuire. Al contrario, decine e decine di persone accorrono a portare viveri, tende, materassini e sacchi a pelo, e verso l’una di notte appare un secondo gazebo, accanto a quello arancione del Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Si prepara da mangiare con il cibo ricevuto in donazione; ce n’è in abbondanza, e gratis. Ci saranno almeno mille persone in piazza, forse duemila, più di cento tende, e l’organizzazione è impressionante. Verso l’una si monta un impianto, e un’organizzatrice del sindacato parla al microfono: «Siamo tutte molto più vicine a essere Maricarmen, sfrattata con la forza dalla polizia, che a poterci comprare una casa! – dice – Quando abbiamo permesso che succedesse tutto questo?». Parte l’ennesimo coro: Hace falta ya / una huelga de alquileres / hace falta ya / una huelga general (c’è bisogno di uno sciopero degli affitti, c’è bisogno di uno sciopero generale). Poi arriva un gruppo a cappella, che fa i canti della guerra di Spagna, riadattati alla battaglia contro la grande proprietà immobiliare, e alla solidarietà con Maricarmen. Questo continuo riferimento alla difesa dal fascismo – una costante nelle proteste dello stato spagnolo – conferisce profondità storica a tutte le mobilitazioni, dalle acampadas contro la guerra del 2003, a quelle del 15-M, i cosiddetti Indignados, fino ai tre anni di lotte per l’indipendenza in Catalogna. Il nemico è sempre quello. Oggi, che la grande acampada è sulla questione della casa e degli affitti, molti forse ricordano che una delle campagne che negli anni Trenta del Novecento aiutò a consolidare il movimento antifascista fu proprio un grande sciopero degli affitti. Proprio come quello di cui si sta parlando qui: una grande azione collettiva contro la classe che estrae la sua rendita dallo sfruttamento. Qué viva / la lucha / de la clase obrera! si scandisce. Sono a Madrid per l’incontro della Coalizione europea per il diritto alla casa e alla città – la European Action Coalition o EAC – che riunisce i sindacati per l’abitare da tutta Europa e oltre. Alla due giorni di incontri, conferenze e tavole rotonde partecipano gli organizzatori del referendum per l’esproprio di Berlino; ci sono i sindacati degli inquilini e delle inquiline dalla Scozia e dall’Irlanda, che hanno lottato e in parte ottenuto il controllo degli affitti; ci sono Droit au Logement e Locataires Ensemble dalla Francia; c’è la Greater Manchester Tenant Union, c’è la London Renters Union, c’è Căși Sociale ACUM dalla Romania, e così la Grecia, il Portogallo, l’Albania, la Polonia, e anche alcuni argentini e statunitensi. Si parla inglese, ma il Sindicato de Inquilinas di Madrid fa un grande lavoro di traduzione simultanea. Intervengono molti militanti di base di Madrid e Barcellona, anche diverse donne diventate attiviste dopo aver subito uno sfratto. Molte sono di origine migrante. L’incontro dell’EAC era programmato per questi giorni in corrispondenza con The District, una fiera degli investitori immobiliari che si è tenuta qui a Madrid tra il 22 e il 24 settembre, mentre intorno si moltiplicano sfratti, sgomberi e le tragedie connesse. Il nome di questo contro-vertice era El Barrio, il quartiere, che si oppone al District gentrificato: una rivendicazione di autonomia anche culturale, oltre che economica, rispetto all’invasione dei grandi speculatori, dei fondi avvoltoio e della grande finanza internazionale. Già da martedì scorso c’erano state azioni di disturbo alla quiete neoliberale degli affaristi che divorano le città e ne sputano fuori gli abitanti. Appena poche settimane prima a Barcellona c’era stato il suicidio di Olga, un’inquilina e militante del sindacato catalano, sfrattata poche settimane prima dal Banc Sabadell. Le azioni contro il District hanno avuto una certa eco mediatica, in una sfera pubblica in cui comunque la questione degli sfratti è molto presente – grazie al lavoro continuo dei sindacati inquilini di tutto lo stato. A quel punto è arrivato lo sfratto di Maricarmen Abascal – ottantasettenne disabile –  che ha fatto esplodere la situazione. Non era ancora finito il District quando giornali e televisioni hanno trasmesso le immagini di Maricarmen trascinata fuori casa in barella, con la polizia che manganellava le persone accorse a difenderla. Maricarmen è una sindacalista che ha deciso di portare la situazione alle estreme conseguenze, arrivando a farsi sfrattare con la forza perché il suo caso avesse la massima risonanza possibile. Nelle interviste che ha concesso prima e dopo lo sfratto, Maricarmen insisteva sul fatto che la sua resistenza non sarebbe servita per salvare casa propria, ma perché altra gente imparasse a lottare. La sua battaglia non era solo per lei, ma parte del percorso del sindacato per acabar con el rentismo, farla finita con la rendita. E quindi il problema non era solo il “fondo avvoltoio” che era riuscito a far annullare il suo contratto d’affitto, per raddoppiarle e quasi triplicarle i canoni, ma tutti gli sciami di rentistas atterrati sulle città della Spagna per cacciarne gli abitanti. La lucidità del suo discorso, il coraggio tanto suo come di chi l’ha difesa, la brutalità della polizia, hanno “bucato”: a differenza di tutte le sfrattate e gli sfrattati di questi anni, la storia di Maricarmen è entrata nella sfera pubblica. Neanche la destra xenofoba – che da mesi martella il suo odio ipocrita ai migranti, con l’idea della “priorità nazionale” – è riuscita a reagire all’enorme ondata di indignazione contro questo sfratto. Il campo mediatico è stato occupato dall’abuso della rendita immobiliare. La presidentessa della comunità autonoma di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, poche ore dopo lo sfratto ha dichiarato: “Ho avuto una giornata meravigliosa, sono molto fortunata”. La destra al potere nella città e nella comunità autonoma continua a minimizzare la questione immobiliare, anche perché Ayuso è stata al centro di una serie di scandali legati agli acquisti e affitti di appartamenti di lusso, tra cui un attico da cinquecento metri quadrati acquistato per lei dall’amministrazione che dirige. Nei talk show televisivi i commentatori dicevano: “Quando abbiamo permesso che tutto questo fosse normale? Che poche Ayuso vivano nel lusso, mentre migliaia di Maricarmen vengono sfrattate?”. Alcuni giornalisti sono andati all’uscita del District a chiedere agli speculatori cosa pensano dello sfratto di Maricarmen, incalzandoli in diretta. Altri sindacati in altre parti dello stato hanno manifestato in solidarietà. A Barcellona migliaia di persone si sono radunate vicino alla Sagrada Familia al grido di todas somos Maricarmen. L’obiettivo è che non ci sia nessuna altra Maricarmen. Che questo sfratto sia l’ultimo. Così, quando è partito il corteo di sabato 26 a Puerta del Sol, nel resto dello stato spagnolo si stavano svolgendo almeno altre sedici manifestazioni. Le reti di contatto tra i diversi sindacati, nonostante le affiliazioni politiche divergenti – anarchici, comunisti, socialisti – avevano creato un fronte di protesta comune. Nel frattempo, il primo ministro socialista Sánchez si dichiarava rattristato dalla situazione, incolpando l’amministrazione comunale e regionale di Madrid, entrambe di destra. Eppure il suo governo avrebbe potuto approvare un decreto per evitarlo, e non lo ha fatto. Sarà difficile per il Psoe di Sánchez strumentalizzare questa situazione, di cui il fondo immobiliare non è certo l’unico responsabile. Lo sfratto di Maricarmen è avvenuto perché il fondo che ha acquistato l’appartamento ha trovato il modo di annullare il suo contratto indefinito – rinnovato automaticamente – di cui la sua famiglia godeva fin dagli anni Sessanta. Ma è stato proprio il Psoe a eliminare questi contratti indefiniti, quando negli anni Novanta ha liberalizzato gli affitti e il mercato della casa. Come al tempo degli Indignados, mentre destra e sinistra si rimpallano le colpe, il popolo sa bene che la responsabilità è di entrambi. Alla manifestazione di sabato si calcolano almeno duecentomila persone. In una città da tre milioni di abitanti, questo vuol dire una persona su dieci, e con appena due giorni di preparazione. Il corteo dura tre ore e arriva alla sede del Parlamento. La polizia si tiene ai margini, sovrastata dalla marea umana. La città è in strada, tira fuori le chiavi di casa, le agita gridando: Tenemos las llaves / de toda Madrid! Si gridano slogan antichi, come Ser policía / vergüenza me daría! (mi vergognerei a essere poliziotto), e il grande classico: Qué pasa, qué pasa / que no tenemos casa! Ma ci sono anche slogan nuovi, che emergono dall’elaborazione politica di questi ultimi anni, quando si è capito che il nuovo fascismo oggi non è solo l’estrema destra di Vox (che la stessa mattina aveva manifestato per Ceuta, in un migliaio, per le vie del centro di Madrid), ma soprattutto l’accumulazione sfrenata di rendita estratta dalle vite, dai territori e dalle case della popolazione: il rentismo. Così, se durante la guerra civile si gridava Madrid será la tumba del fascismo, oggi si dice anche Madrid será la tumba del rentismo. Percorriamo il corteo cantando gli slogan con gli altri militanti dell’EAC. Una compagna romena mi spiega le grandi rimozioni di gitani intorno a Cluj Napoca, con lo stato che promette mutui a famiglie incapaci di pagarli, per disgregare le comunità, espellerle dal centro e indebitare le famiglie per decenni. Con un militante del sindacato irlandese parliamo di un possibile incontro sul rent control a Roma, ora che la proposta è stata avanzata anche in Italia; la mobilitazione storica per il controllo degli affitti è nata proprio in Irlanda, oltre un secolo fa. Una sindacalista di Atene ci aggiorna su Prosfygika ad Atene, e sullo stato di salute di Aristotelis Chantzis dopo tre mesi di sciopero della fame. E con le mie compagne dell’Assemblea di autodifesa abitativa di Roma ragioniamo sulle differenze tra i movimenti romani e quelli di Madrid, sul rapporto tra lotta per la casa e partiti politici, ma anche sulla difficoltà di far crescere la battaglia sugli affitti, in mancanza quasi assoluta di dati sul rentismo in Italia. Proprio in questo periodo a Roma Nord c’è una donna sotto sfratto, della stessa età di Maricarmen; un fondo immobiliare ha comprato la casa che le era stata assegnata dal Comune, alzandole l’affitto arbitrariamente. All’ultimo picchetto per difenderla eravamo in tre. L’accampamento a Puerta del Sol richiama direttamente il 15-M, il mese di acampada che era iniziato nel 2011 proprio nella stessa piazza, e che da lì si estese a tutte le città dello stato. Ma se il primo giorno del movimento degli Indignados c’erano solo una quarantina di tende, ora ce ne sono centinaia fin dalla prima sera; la notte la parte centrale della piazza è già quasi piena. La nuova mobilitazione sembra aver imparato molte lezioni da quella di quindici anni fa: il sindacato ha organizzato gli spazi e i tempi, e anche se c’è un enorme margine per la spontaneità – ognuno mette la tenda dove vuole, monta un gazebo, organizza le attività che vuole – il Sindi mantiene una zona centrale con il cibo, i materassini, l’acqua, le informazioni, l’infermeria. C’è un po’ di musica, continuano i cori, e soprattutto c’è pochissimo alcool. I membri del sindacato, con le magliette arancioni, non hanno dormito quasi per niente nell’ultima settimana, tra la preparazione del picchetto e quella della manifestazione. Anche loro sono stupiti della risposta. Sapevano che l’attenzione cresceva, ma non si aspettavano migliaia di persone, centinaia di migliaia in manifestazione. Il giorno dopo, domenica, il numero di persone e di tende è incalcolabile; solo il drone che volteggia sopra i palazzi di Puerta del Sol sa quanti siamo – ma non ce lo dirà. Una sindacalista mi spiega che la capienza della piazza è di ottantamila persone; la zona coinvolta dalla mobilitazione è poco più piccola dell’intera superficie. A mezzogiorno, poi, c’è la manifestazione per la scuola pubblica, che di nuovo vede sfilare decine di migliaia di persone, forse centomila. Le magliette verdi dei docenti e delle docenti si spargono per il centro città, alcune raggiungono l’accampamento, che continua a crescere. Cinque furgoni di polizia antisommossa entrano nella piazza, si schierano davanti al Comune, poi se ne vanno come sono arrivati. Forse temono che la pressione della polizia potrebbe portare ancora più gente in piazza. Ma ormai il tappo è saltato, e alla sera l’accampamento è una città autogestita, completamente illegale, in cui si aprono strade e piazze, sotto i gazebo e i teli di plastica, percorse da migliaia di curiosi, militanti, inquiline, turisti. C’è cibo per tutti, gratis; sono arrivate così tante donazioni che hanno dovuto chiedere di non portare più niente. Un paio di ragazze, con le magliette verdi dello sciopero per la scuola, si aprono un quadrato di spazio e montano una nuova tenda. Mi vedono scrivere questo articolo al computer su una sedia lì accanto, e mi preparano la loro tenda, con i cuscini e il tappetino, per farmi scrivere più comodo. Passa una volontaria offrendo acqua. Una bandiera palestinese sventola sopra la distesa di tende. Intorno, migliaia di persone continuano a gridare, al megafono, in coro, in continuazione: Hace falta ya / una huelga una huelga / hace falta ya, una huelga general! O ser rentista / no es un trabajo! Oppure ¿Dónde está / el gobierno progresista? Dal canto suo, il governo progressista è in seria difficoltà. Martedì dovrà votare sul decreto che avrebbe potuto fermare lo sfratto di Maricarmen. Il consiglio dei ministri potrebbe accettare o rifiutare la proposta del sindacato, che prevede di restaurare i contratti indefiniti, aboliti nel 1998; di rendere obbligatoria un’alternativa dignitosa prima di autorizzare uno sfratto; e, naturalmente, di congelare il prezzo degli affitti. L’accampamento rimarrà sicuramente fino a martedì, e anche a Barcellona – e sicuramente anche altrove – si sta organizzando una protesta per martedì mattina, per aumentare la pressione sull’esecutivo di Sánchez. Se si votasse, questo “decreto Maricarmen” rappresenterebbe la prima svolta davvero radicale nelle politiche abitative in Europa, dopo quarant’anni di liberalizzazione selvaggia degli affitti e della casa. Sarebbe un precedente colossale, che toglierebbe ogni appoggio della classe rentista al governo Sánchez, e possiamo solo immaginare la quantità di voti e finanziamenti che garantisce questa lobby. Il governo voterà sicuramente un provvedimento-truffa per salvare la faccia; ma si continuerà a lottare, e se si arrivasse a uno sciopero generale ci potrebbe essere davvero una conseguenza, soprattutto se al movimento per la casa si sommasse quello per la scuola, che ha organizzato uno sciopero poco tempo fa, o le tante altre rivendicazioni connesse, come quelle ambientali o climatiche. Anche a Madrid il caldo quest’estate è stato apocalittico, e decine di migliaia di persone hanno visto le loro case trasformarsi in forni, in serre, mentre continuavano a pagare affitti insostenibili. Qualunque cosa succeda, le conseguenze saranno importanti. Ma anche le ripercussioni nel resto d’Europa potrebbero essere grandi, a seconda di come ogni paese, ogni città, saprà reinterpretare questo momento di mobilitazione, verso la fin del rentismo. Come dice la European Action Coalition, la sfida adesso è internazionalizzare la lotta inquilina. Siccome il capitale finanziario, i fondi immobiliari, le agenzie immobiliari, sono internazionali, deve diventare internazionale anche il lavoro che dobbiamo fare per liberarci del loro parassitismo. Saremo all’altezza di questa sfida? (stefano portelli)
September 28, 2026
Napoli MONiTOR
Due biciclette in giro per il mondo, prima e dopo le Torri gemelle
Ho visto nei giorni scorsi in TV il documentario “Due biciclette in giro per il mondo” sulla straordinaria storia di due torinesi, Valentino Rolando e Adriano Sada, che tra il 1956 e il 1958 avevano fatto il giro del mondo in bici. Da Torino a Torino, 28.000 Km macinati verso est con ritorno ovviamente da ovest visto che di vero giro del mondo si è trattato. Dato che la visione è stata alla vigilia del 25° anniversario delle Torri gemelle è sorto il paragone tra quel fine anni 50 e il mondo di 70 anni dopo. Quanto e come si poteva girare il mondo allora e quanto e come al giorno d’oggi. Nel libro “Due biciclette in giro per il modo” i due torinesi raccontano come, con la tipica sana incoscienza giovanile, avessero deciso a settembre ’56 di prendersi una settimana di ferie per pi avvisare a casa, una volta giunti a Trieste , che la “vacanza” sarebbe stata piuttosto lunga perché avevano deciso di fare il giorno del mondo con le loro due bici con annesso carretto portabagagli. Naturalmente immaginiamo le bici di fine anni 50 in confronto a quelle superleggere e tecnologiche di oggi e alle strade in gran parte di terra battuta a 10 anni dalla fine della guerra mondiale. Ma erano anni di eccezionale speranza e slancio in cui tutto sembrava possibile, in cui fioriva una nuova vita dopo 20 anni di dittatura e l’orrore della guerra. Attraversata la Yugoslavia di Tito i due attraverso la Turchia erano approdati in Medio oriente, fino in Iraq dove avevano trascorso l’inverno lavorando in un cantiere stradale e poi, in primavera, via verso i monti fino in Iran e poi ancora Afghanistan, India (dove avevano posato con Nerhu) e quindi Indonesia e su fino in Giappone dove avevano trascorso un nuovo inverno nevoso. Il 1958 li aveva visti attraversare gli USA coast to coast da Los Angeles a New York incontrano un Paese profondamente segnato dall’apartheid verso i neri. E quindi la traversata dell’Atlantico in nave che due anni dopo la loro partenza li aveva riportati in patria. Ciò che mi preme qui sottolineare è che i due avventurosi giovani avevano attraversato senza problemi Paesi come Siria, Iraq, Iran, Afghanistan, Pakistan, che ci oggi parlano di guerre, conflitti etnici e religiosi, confini invalicabili, territori minati. Anzi squattrinati come erano l’accoglienza delle popolazioni locali e in particolare da parte dei più poveri era stata sempre commovente. Persino coi predoni del Kyber Pass avevano socializzato tanto da essere ritratti in una foto con loro. Del resto, anche se la loro per il mezzo di trasporto usato risulta un’impresa assolutamente epica, anche persone che conosco ancora a inizio anni 70 potevano tranquillamente permettersi di intraprendere su auto scassate avventurosi ma possibilissimi viaggi fino in India attraversando esattamente i Paesi percorsi dai nostri due eroi su due ruote. Certo, anche Valentino a Adriano, quale disavventura l’avevano avuta. Qualche giorno in galera in Siria nei giorni della guerra di Suez perché scambiati per spie inglesi (su due ruote e con carretto a rimorchio!), poi in Indonesia erano sfuggiti a un linciaggio perché scambiati per degli odiati olandesi, ma poca cosa rispetto a quel luogo infernale che è diventato ora il Mondo. Cosa ci è successo da allora? Cosa ha fatto cambiare il mondo fino a farlo regredire e diventare un posto inospitale e pericoloso? A quando possiamo collocare la data che ha fatto cambiare radicalmente la situazione? Oggi ad intraprendere lo stesso viaggio ci troveremmo ad attraversare una Siria distrutta da decenni di guerra civile, un Iraq dilaniato da numerosi conflitti, un Iran sotto bombardamenti USA, un Afghanistan regredito al medioevo, per non dire degli USA in cui si rischierebbe di divenire preda di ICE. Mettiamoci pure, anche se non attraversati dai nostri due ciclisti, Stati come Russia e Ucraina, diventati oramai off limits e dilaniati da una guerra che sembra non poter avere mai fine. Sicuramente alcune date base le abbiamo presenti. Dalla prima guerra del Golfo del 1991 alle Torri Gemelle di 10 anni dopo, dalle guerre ad Iraq e Afghanistan scatenate dagli USA alla micidiale affermazione del califfato dell’ISIS nel 2014. Mettiamoci pure la data cruciale della guerra dei sei giorni del 1967 che ha dato il via alla irrisolta questione dell’occupazione della Cisgiordania da parte di Israele. Ci sono state anche occasioni non colte a partire dalla opportunità di disfare la NATO e non affrettarsi a inglobare nella UE gli Stati dell’Europa dell’Est, dopo la caduta dell’URSS e del muro di Berlino. Abbiamo fatto proprio di tutto per arrivare alla situazione attuale, e si sono davvero impegnati al massimo in questa operazione l’imperialismo USA e l’ignavia europea. Alla fine la domanda è: siamo più liberi ora che abbiamo a disposizione una realtà virtuale sconfinata e viaggi aerei a basso costo o lo erano di più i coraggiosi torinesi in bici con la sconfinata libertà di muoversi in un mondo ancora aperto e accogliente con le loro lettere scritte a mano inviate da Paesi ora a noi preclusi e le loro carte geografiche sgualcite? Giuseppe Paschetto
September 15, 2026
Pressenza
La strada per Karkinagri. Cartolina da un’isola greca
(disegno di roberto-c) Se allora, desolato, ti fermassi, Abbandono ovunque Pietra e neve, aria e silenzio Ricorda i grandi trapassati, E onora il destino che sei, In viaggio e tormentato, Dialettico e bizzarro.   W. H. Auden, 1944   Da qualsiasi villaggio provenissero, gli abitanti dell’isola hanno sempre diffidato del loro mare. Lo guardano dalle alture dei villaggi nascosti nell’entroterra senza mancargli di rispetto, come un nemico giusto. Quelli di Oxé, di Panaghià e Monokambi tirano avanti lavorando sodo ma secondo i loro tempi, vivendo dei frutti della terra alla stessa maniera dei loro avi. Pastori e contadini prima che marinai, producono un vino che pure Omero deve aver assaggiato, un vino che d’estate va allungato con l’acqua tanto è forte. Preferiscono la carne delle capre di cui dispongono, al pesce pescato. Di tanto in tanto, dall’alto di quei villaggi, in cui vivono come nascosti, gli uomini e le donne escono dalle case basse con le finestre rivolte verso l’interno, si asciugano la fronte e si siedono a guardare il pelago, stringendo tra le mani pane e kathoura, e un bicchiere di quel vino. E tra loro pensano di temere più la profondità del mare che l’altezza da cui lo guardano. Lo straniero che arriva per la prima volta in quelle terre ha l’impressione di approdare su un’isola quasi disabitata. Con una superficie di circa duecentocinquanta chilometri quadrati, ha una forma stretta che ricorda l’ala di un uccello. L’attraversa una dorsale di granito emersa dalle viscere del mare da cui cadde l’uomo alato. La vetta più alta della montagna che taglia l’isola arriva a mille metri, dividendola in due versanti distinti. Verso nord la schiena è ricoperta di foreste di pini, querce, lecci e corsi d’acqua. Verso sud, invece, la montagna crolla a picco nell’Egeo con pareti verticali alte diverse centinaia di metri, scogliere inaccessibili, gole e burroni. Da un lato il vento soffia calmo; dall’altro soffia forte, soprattutto d’estate, sferzando il pelo d’acqua color cobalto. Si sente arrivare sotto forma di ululato che attraversa le rocce, e poi come raffica che piega gli alberi, sprigionando nell’aria il profumo del timo e della salvia pomifera, da cui si ricava il faskòmilo, un infuso dalle proprietà benefiche. Gli abitanti dell’isola lo chiamano semplicemente xenos. Ospitali dalla notte dei tempi, lo guardano negli occhi e capiscono subito la differenza tra chi approda per ritrovare se stesso o per perdersi. Non si vedono i flussi di migranti provenienti dalla rotta balcanica come a Lesbo, ma stranieri rimasti talmente folgorati da decidere di restare lì a vita. A poco a poco la comunità li accoglie, a patto che lavorino e che a parlare siano i fatti. È probabile che lo straniero sia attratto dalla fama della longevità per cui è nota l’isola, ma con il tempo capirà che non esiste alcun elisir, e che il segreto dei suoi abitanti sta tutto nella consapevolezza della fine e nella predisposizione a resistere contro le avversità di una terra impervia. Basta guardare – perché ci sono cose che si possono non conoscere, ma che si conoscono meglio se le si vedono. E così una notte d’estate, verso i primi di luglio, ci si può ritrovare a una festa comandata in un villaggio come Therma o Karavostamo, sul versante est. E là si possono osservare gli abitanti esorcizzare la fatica e i lutti dell’inverno attraverso una danza cadenzata e ipnotica, da soli e tutti insieme, in una spirale che avvolge le anime irredente, in cui ognuno è legato a ciascuno come in una catena, senza gerarchie, e sembra in procinto di cadere, ma poi si rialza, e poi ricade all’unisono, e poi ancora, i passi che calpestano la terra, senza fermarsi. Gli abitanti si conoscono tra loro e, sebbene i villaggi siano sparsi, le notizie corrono veloci. I rapporti sono fondati sulla forza dei legami reali, sul principio della reciprocità, del mutuo sostegno. La ricchezza è figlia del sacrificio e dell’emigrazione, e la vita è organizzata in comunità coese. Di tanto in tanto scoppiano faide, ma a prevalere è uno spontaneo collettivismo basato sulla cooperazione e sul senso di appartenenza a una terra che per qualche mese si liberò dagli ottomani. Lo straniero avrà l’impressione che il tempo, sull’isola, sia come un orologio senza lancette. Le strade in certi tratti sono a strapiombo sul mare, qualche capra pascola libera, e al bivio che sale verso Akamatra il mare è un vortice di onde perpetue. Tra gli abitanti dell’isola c’è Jorgos, il fornaio, che nei pomeriggi d’agosto siede all’uscio del suo forno, assaporando quel momento di pausa con religiosa solennità. Fuma senza fretta, beve il caffè tenendo sott’occhio il mare, l’isola di sale e il profilo lontano di Samo e Furnoi. Dalle onde e dagli uccelli sa dire se è tempo di saraghi o di sarde, se il vento soffierà forte, se i pescatori di Agios Kirikos quella notte usciranno per mare. Ha i pantaloni sporchi di farina e una maglietta lacerata dal calore dei macchinari per lavorare il pane. Il mestiere l’ha ereditato dal padre. I baffi gli disegnano sul volto un ghigno che tradisce il suo temperamento. Sono ben delineati e bianchi, così come i capelli corti. Quel candore contrasta con il colore della pelle scura. Gli occhi pure sono scuri, piccoli e attenti, a indagare un mondo fatto di poche ma incrollabili certezze: il ciclo di produzione del pane quotidiano, l’appartenenza alla comunità, sua nipote di tre anni che sorride di fronte al suo sorriso imbronciato, il ritmo ricorrente delle stagioni sull’isola, dove l’unica cosa che conta è vivere. Uomo di poche parole, Jorgos ha il dono di trasmettere quiete a chi gli sta accanto. Si può stare con lui in silenzio, seduti alla penombra di un pomeriggio estivo, o si può ascoltare ciò che ha da dire quando decide di parlare con quel suo leggero senso dell’umorismo. A ogni domanda risponde, ma sa anche il valore esatto delle parole date. Conosce i segreti dell’isola, e chiunque, da Perdiki a Proespera, vede in quel vecchio fornaio le virtù del màstoras, l’uomo lavoratore, onesto e di buon cuore. La gente con cui è cresciuto porta la salopette anche ad agosto, per lavorare la terra e dare da mangiare agli animali. È gente abituata a sopportare la nostalgia e a sublimare la sofferenza. Gli uomini e le donne del villaggio lo ricordavano quando, il giorno del grande incendio nel luglio del ’93, andava incontro alle fiamme partite da Mavrato che quasi arrivarono fino a Xilosirtis, bruciando interi villaggi lungo le alture e uccidendo tredici persone. Con quella gente Jorgos aveva sbarrato la strada al fuoco che avanzava. Aveva condiviso quasi tutto con loro: la solitudine invernale, quando il mare grosso taglia i collegamenti; le storie d’amore travagliate, quando la bellezza è una condanna piuttosto che un dono divino, come una gabbia di specchi in cui si è per sempre prigionieri; e poi la vita in terra straniera e le danze arcaiche spalla a spalla, nelle feste comandate, mentre una voce canta di emigranti che hanno trascorso anni lontano, sentendosi come uccelli erranti, e decidono di ritornare sull’isola per amore, lasciandosi alle spalle ogni sofferenza e facendo festa al suono dei violini. Osservandolo, in quei pomeriggi fatti di calma e di parole misurate, avvertivi che la libertà è forse proprio questo: una questione di riconciliazione con se stessi e con il proprio passato. Jorgos sapeva, per averlo imparato sulla propria pelle di isolano dell’Egeo settentrionale, che in ogni uomo, per il solo fatto di esistere e nella misura in cui egli dipende da tutti quelli che l’hanno preceduto, c’è qualcosa che lo supera e lo sovrasta. Un filo invisibile e antico. Lo straniero può concedersi un lungo momento insieme a lui, fuori all’uscio di quel forno, ma se vuole conoscere l’anima profonda dell’isola deve mettersi in cammino verso ovest, lungo la strada per Karkinagri, un villaggio di metanàstis, immigrati tornati dall’America che passano il tempo a bere. Laggiù, verso le correnti all’estremità occidentale di Capo Papas, finisce l’isola, e un faro isolato guarda l’orizzonte aperto, tormentato dal vento da sud. Prima, però, dovrà informare Jorgos dei suoi spostamenti. E Jorgos, sentendo il nome di quel villaggio, aggrotterà le sopracciglia. Poi si alzerà con tutta la calma del mondo, sentendo i suoi settantacinque anni scricchiolare nelle giunture delle ginocchia. Senza fretta, prenderà la tazzina dal tavolino, ne rovescerà il fondo, e prima di varcare la soglia del forno dirà quasi tra sé, sovrappensiero: «Karkinagri…». Poi aggiungerà, senza voltarsi, rivolgendosi allo straniero: «Che ci vai a fare laggiù? C’è una strada sterrata e interrotta da una frana. Dovrai penare per arrivarci». (andrea bottalico)
September 11, 2026
Napoli MONiTOR
Patria e ambiente. Una manifestazione contri i rifiuti tossici a Zagabria
(archivio disegni napolimonitor) A Zagabria, piazza Josip Jelačić è un passaggio difficile da evitare: si trova in pieno centro, vicino alla cattedrale, e da lì transitano diverse linee della rete di tram che attraversa la capitale croata, mentre a pochi passi si tiene il grande mercato Dolac, sia all’aperto sia al chiuso. Sabato 5 settembre però in piazza non passa nessun tram perché i binari sono occupati da un’enorme manifestazione i cui contorni sono difficili da delineare per chi arrivava in città ignaro della situazione e senza parlare bene la lingua. Il primo elemento che colpisce è la presenza massiccia delle bandiere a scacchi rossi e bianchi dello stato croato. Basta fare qualche giro in Croazia e ci si rende conto che questo motivo è molto diffuso sul territorio: sulle macchine, nelle case, sui cartelloni pubblicitari, sugli abiti delle persone, nelle vetrine dei negozi oltre che sulle sedi istituzionali. Le bandiere nazionali sono molto frequenti in Croazia e non bastano per connotare una manifestazione. Molte persone indossano una maglietta bianca con scritto Dosta je bilo! (Ne abbiamo abbastanza!), ma neanche questo ci aiuta a capire meglio. Ci sono però dei nomi che ricorrono: Lika e Gospić. La prima è una regione che si trova tra la costa dalmata e la Bosnia, mentre la seconda è una città di circa 12 mila abitanti della stessa zona. «Hanno portato dei rifiuti tossici da altri paesi alla Lika, va bene che ci sia questa manifestazione», ci dice un venditore del mercato. Le cose iniziano ad avere un senso e capiamo anche altri cartelli: “Marcia per la Lika, marcia per la Croazia”, “La Lika non è la discarica d’Europa”. Dallo spiazzo che sovrasta l’area in cui si svolge la manifestazione il colpo d’occhio è notevole: i partecipanti hanno occupato quasi tutto lo spazio disponibile e a stento si passa a piedi da una parte all’altra della piazza. Sul palco si susseguono gli interventi organizzati dal gruppo Gospić je naš dom (Gospić è casa nostra) accompagnati dal suono assordante di tantissimi fischietti. La polizia è poca, quasi non si nota. Vediamo un ragazzo che regge il cartello “La natura non può essere un danno collaterale” e gli chiediamo qualche informazione: «Io vengo dalla Slavonia, una regione dell’est della Croazia quasi al confine con la Serbia, e mi è sembrato giusto venire qui per protestare. In questa piazza ci sono un po’ tutti, sia persone di destra che di sinistra». Ci fa notare che buona parte della responsabilità dell’arrivo dei rifiuti tossici è imputabile alle politiche dell’Unione democratica croata, il partito al potere che dal 2016 esprime il primo ministro Andrej Plenković e che con il suo fondatore Franjo Tudjman ha avuto un ruolo determinante nella nascita dello stato croato all’inizio degli anni Novanta. Notiamo anche un cartello portato da persone che vengono dalle isole di Cherso e Lussino, collocate nel Quarnero, proprio tra la costa orientale della penisola istriana e la parte settentrionale della costa dalmata. Vediamo un cartello che reclama acqua pulita senza compromessi e poi un altro con una sigla che può capire anche chi non parla croato: Pfas. Si tratta dei composti poli e perfluoroalchilici caratterizzati da un legame forte e stabile tra carbonio e fluoro che li rende praticamente indistruttibili in natura e che sono usati ancora per diversi scopi, tra cui l’impermeabilizzazione dei tessuti. In Italia ci sono almeno due aree interessate dalla loro presenza massiccia (l’area di Trissino nella provincia di Vicenza, dove ha operato per anni un’azienda che li produceva e l’area di Spinetta Marengo in Piemonte). Come insegnano i casi italiani, una volta immesse nel ciclo dell’acqua le sostanze si diffondono e la bonifica diventa difficilissima. Nella Lika ora la paura, già espressa in una prima manifestazione tenutasi proprio a Gospić qualche settimana fa, è che i rifiuti stiano rilasciando nell’acqua queste sostanze, anche se per il momento le autorità hanno cercato di rassicurare la popolazione. Cerchiamo qualche informazione in più: un lancio dell’agenzia Reuters dello stesso 5 settembre parla di rifiuti medici e industriali (si parla di almeno 30 mila tonnellate) provenienti soprattutto dall’Italia e dalla Slovenia, oltre che in parte dalla stessa Croazia, e capiamo che il movimento chiede anche che la bonifica dell’area sia avviata in tempi molto più rapidi rispetto a quelli previsti dal governo di Plenković. Lo stesso primo ministro, forse per cercare di indebolire il movimento, mercoledì scorso ha visitato Gospić cercando di offrire delle rassicurazioni. Il tentativo non sembra però aver funzionato e la manifestazione di sabato è diventata una delle più partecipate della storia croata recente. «Sei mai stato nella Lika? – ci chiede un amico che incontriamo qualche ora dopo la manifestazione – È un posto bello, verde e con molta acqua. Prima della guerra in quella zona c’erano molti serbi che poi sono andati via. Da allora la zona non è più stata ripopolata». In effetti, tra gli anni Settanta e Ottanta a Gospić abitavano almeno 30 mila persone, di cui circa un terzo si definiva serbo; dopo la guerra il numero di serbi presenti è crollato a poche centinaia di persone. Facile immaginare che il sito sia stato scelto per portare i rifiuti anche perché si pensava di non trovare particolare resistenza. Invece il calcolo si è rivelato sbagliato. Verso l’una la manifestazione sta per finire. Continuano a sventolare tantissime bandiere croate e adesso capiamo meglio il perché. Chi ha permesso il trasporto dei rifiuti nella Lika in piazza viene definito un traditore della Croazia, un termine che non è così abituale sentire nell’ambito di una lotta legata all’ambiente. La scommessa del movimento è far vedere che una questione locale in realtà è importante per tutta la Croazia e che l’impatto dell’inquinamento non riguarda solo la comunità coinvolta in prima battuta. Sembra di scorgere un connubio tra patriottismo e ambientalismo che, almeno per chi viene dall’Italia, non è scontato. Per quanto la presenza di tutte queste bandiere desti una certa preoccupazione, per il momento questa impostazione sembra portare dei frutti: il tema è ripreso in prima pagina dai giornali, il presidente della repubblica Zoran Milanović ha dato il suo appoggio e la questione sembra mettere d’accordo gran parte dell’arco politico. Non è però tutto così lineare: un’altra persona ci parla di tensioni tra esponenti dell’estrema destra locale e un gruppo di anarchici presenti in piazza, mentre rimane da vedere quale sarà il risultato concreto della mobilitazione, l’entità dei danni già causati all’ambiente e quale sarà l’estensione della difficile bonifica dell’area di Gospić, per il momento promessa ma non realizzata. (alessandro stoppoloni)
September 9, 2026
Napoli MONiTOR
A/I chiude, viva A/I!
Il collettivo italiano che dal 2001 ha offerto infrastrutture digitali a movimenti e attiviste/i deve fermarsi a causa delle sanzioni Usa: vicenda che dovrebbe far riflettere chiunque aspiri alla giustizia sociale. Alle/ compagne/i di Autistici/Inventati la nostra solidarietà e gratitudine.
September 7, 2026
Zic.it | Zeroincondott★
Lancia in resta contro il drago. Diario di viaggio in Georgia e Armenia
(disegno di enrico pantani) Dal numero 13 / novembre 2024 de Lo stato delle città Le relazioni intorno alla casa di Dzulukhi avevano una grana sonora: era un mondo di richiami. Oltre il cancello, lungo la strada sterrata, c’erano altre due case e gli abitanti si parlavano dalle balconate o dai cortili, si chiamavano a gran voce, discutevano della giornata o lanciavano inviti per un bicchiere di vino e del pollo arrosto la sera. All’alba invece erano i galli nel pollaio a modulare i loro appelli ed era superfluo puntare la sveglia per i lavori nei campi. Un pomeriggio, il macchinario che separa dagli involucri le nocciole raccolte sembrava adoperarsi in gargarismi nel caldo umido. Una sera Mariam mi ha raccontato della guerra del 2008, quando l’esercito russo aveva invaso la Georgia per rispondere alle tensioni in Abkhazia e Ossezia meridionale: l’urlo di una vicina aveva interrotto la quiete della sera – era il lamento di una donna che aveva perso il figlio in guerra. Ogni famiglia, ad agosto, è impegnata nella raccolta delle nocciole. Sulle colline crescono noccioleti disposti in filari lungo dolci versanti, ripidi a tratti. Gli alberi m’appaiono come tronchi esili che crescono da ceppi annosi. Da quanto si coltivano i noccioli a Dzulukhi? Ghia dice che quando era bambino, sessant’anni fa, i filari esistevano, ma la memoria non supera i ricordi individuali. Al limitare dei noccioleti ci sono gli orti delle famiglie con piante di pomodoro, zucche, granoturco e intricati, cupi agglomerati di cetrioli. Ho notato, accanto a un filare di noccioli, antiche giare infilate nella terra: sono testimonianze d’una remota tradizione di vinificazione in Georgia. Le giare sotterranee accoglievano il succo d’uva pigiata, le bucce e i raspi. Questi residui erano separati per realizzare la chacha, la grappa georgiana; nelle giare restava il vino a maturare. Nel museo archeologico di Vani ho visto contenitori di forma analoga, forse gli abitanti della Colchide, il nome antico della regione, conoscevano le medesime tecniche del vino. A Dzulukhi solo strade sterrate sfiorano le case dei contadini. Un cancello di metallo segna il limite della proprietà, oltre s’apre il cortile che circonda ogni abitazione. L’architettura ha caratteri costanti: al piano terra la struttura portante è in cemento, una scalinata porta al primo piano dove s’apre un balcone in legno protetto dal tetto spiovente in lamiera. La cucina è al piano terra, sopra ci sono le stanze da letto e la vita in comune si svolge nella veranda sotto alla balconata. Oltre i cancelli vanno a zonzo cavalli, mucche e maiali; gli animali portano al collo un triangolo in legno affinché sia loro impedito di penetrare le recinzioni. Una corriera collega Dzulukhi a Vani, distante solo mezz’ora, e arriva fino al più lontano centro urbano di Kutaisi. Parte la mattina alle sette e torna al villaggio alla sera. La corriera è un Mercedes Benz 609D, bianco, con su scritto “Georgia” e bandiere nazionali a corredo. L’autista si chiama Otar, vive accanto al fiume e ogni giorno parte per Kutaisi, anche durante le feste. Se non ci fossero Otar e la sua corriera, gli abitanti del villaggio senza mezzi di trasporto sarebbero esclusi dal resto del mondo. Lungo il tragitto Otar accoglie lavoratori, studenti, pensionati, maiali, sporte di pane; Otar carica sacchi di nocciole, cassette di frutta e granoturco e dalle case lo chiamano a gran voce: lui si ferma e i contadini scaricano i beni ammassati nel retro del veicolo. Ho immaginato un racconto scritto da un autore georgiano su Otar, la sua vita e i suoi viaggi quotidiani. A Dzulukhi la corriera oscilla così tanto sulla via sterrata che una sera una bambina ha vomitato fuori dal finestrino. Sono ospite di due anziani contadini, Nana e Ghia, e della loro figlia Mariam. I vecchi vivono qui tutto l’anno, hanno una pensione minima (i nostri cento euro al mese) e campano grazie ai prodotti dell’orto, al pollaio e alla vendita delle nocciole raccolte ad agosto. Mariam invece ha studiato European Studies, vive a Tbilisi e lavora nell’area marketing di un’azienda statunitense di cosmetici, ma il suo sogno è diventare arredatrice d’interni. Nana e Ghia parlano georgiano e russo, per me la mediazione linguistica in inglese di Mariam è fondamentale. L’anziana mi dice sempre «mangia, mangia, mangia» in georgiano, e sbatte la mano a ritmo sul tavolo di legno in veranda. Ogni giorno cucina una pietanza differente: involtini di melanzane con crema di noci, uno stufato di verdure, minestra di fagioli speziata, pollo arrosto, stufato di maiale con il coriandolo, una polenta con una farina di mais pallida. Un mattino, per colazione, ha preparato un adjaruli khachapuri, una pizza ovale carica di burro e formaggio, con un uovo al centro. «Mangia, mangia, mangia», dice Nana. Ghia invece resta in silenzio con il broncio e una camicia aperta sulla pancia prominente. SOGNO GEORGIANO All’alba partiamo con Ghia e portiamo con noi un largo telo blu e dei sacchi vuoti. Il telo va disposto sotto le piante cariche di nocciole, osservando la pendenza del terreno e la direzione dei rami. Il vecchio scuote i rami, discende su di noi una pioggia di netti tonfi mentre teniamo teso il telo. Poi si raccolgono i frutti, si eliminano i ramoscelli e si riempiono i sacchi. Esaurito un filare, dobbiamo raccogliere una a una le nocciole rimaste a terra. Le nocciole poi devono essere ripulite dall’involucro che circonda il guscio e lasciate asciugare sul balcone al primo piano. Il caldo umido è così insopportabile che lavoriamo solo all’alba e alla sera, prima del crepuscolo. Un mediatore compra le nocciole a tutti i contadini di Dzulukhi, offrendo lo stesso prezzo. Ne esistono diversi tipi, noi raccogliamo quelle più pregiate che hanno una forma acuminata verso il fondo. Il prezzo si aggira intorno ai tre lari per ogni chilo, circa un euro. Tutte le famiglie sono impegnate negli stessi lavori: nei cortili vedo i teli e i sacchi, i cumuli di involucri scartati, ammassi bruni di nocciole lasciate su balconate toccate dal sole meridiano. L’orario dei pasti varia assieme al cielo. Nei giorni di caldo afoso Nana prepara la colazione all’alba, dopo le undici invece quando cade la pioggia. Altri pasti, inattesi, possono capitare durante la giornata: «Vieni, si mangia», mi dicono in georgiano. Banchetti spontanei s’organizzano se arrivavano i vicini, a qualsiasi ora, e sulle tavolate compaiono bottiglie di plastica piene di vino prodotto da Ghia. Qui gli uomini organizzano a turno i brindisi: s’alza in alto il bicchiere e si pronunciano articolate frasi in georgiano. Stringo il calice e un cugino di Nana traduce per me. Il cugino ha lavorato anni in Italia, a Bari, e parla un italiano bello e stentato, mi guarda sorridente e dice frasi come: «Il vino mi piace assai». Aspetto la fine delle lunghe dichiarazioni del brindisi e poi mi volto verso il cugino che ha il dono della sintesi in italiano: «Alla mamma e al papà»; oppure: «A tutte le sorelle». Una volta mi ha guardato e prima di scolare il bicchiere mi ha detto: «Tutti i morti». Durante un pranzo pomeridiano il cugino ha tradotto: «Agli eroi». È mia abitudine, prima di un brindisi, poggiare la base del bicchiere sul tavolo e Mariam era attenta a ogni mio gesto: «E tu non brindi? Perché poggi il bicchiere?». Ho spiegato l’usanza, ma Mariam non era convinta: «Sembrava non volessi brindare agli eroi!». Mariam racconta della sua infanzia negli anni successivi alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e descrive una Georgia grigia, inquieta, insicura e disperata. Visse per un periodo a San Pietroburgo con i genitori in cerca di condizioni economiche migliori, ma tornarono poi in Georgia. Lei ha studiato russo a scuola, ma ora afferma di averlo del tutto dimenticato: «Non saprei ricordare nemmeno una parola di russo!». Ha studiato polacco all’università: «Amo la Polonia, è la nostra più cara alleata». Forse la conoscenza profonda delle strutture linguistiche del russo ti ha aiutata? «Nemmeno per sogno! Non so più nulla di russo». Mariam detesta tutti i russi, non fa distinzioni tra popolo e governo, sono per lei dei nemici: «I russi qui in Georgia dovrebbero tutti tornarsene a casa». Molti russi qui sono ragazzi benestanti che hanno l’occasione di evitare il fronte ucraino. Mariam, questi russi forse sono ostili al governo di Mosca? «No! Hanno tutti subito il lavaggio del cervello! I russi qui hanno subito il lavaggio del cervello e in più sono dei vigliacchi che non combattono!». Lei spera in un ingresso della Georgia in Unione europea e nella Nato e detesta l’attuale partito di maggioranza, Sogno georgiano. Un giorno un’amica accenna appena una frase, indicandomi: «Loro, in Europa…». «Siamo anche noi Europa!», corregge impaziente Mariam. Camminavo per i vecchi quartieri di Tbilisi, tra case con balconi sporgenti in legno, ricordi forse dello stile persiano. Alcune abitazioni erano state restaurate da poco e apparivano in colori lucidi o accesi, altre erano diroccate, infine poche sporgevano pericolose sulla strada o erano crollate. Verso il fiume, nel viavai del consumo turistico, i muri erano coperti di simboli e scritte. Molte erano in inglese e solo quelle potevo leggere: “Vaffanculo Russia”, “La Georgia è Europa”, “Vaffanculo Putin”. C’erano le bandiere ucraine disegnate sui muri, o strisce di colore giallo e blu; spesso vedevo la bandiera georgiana affiancata alla bandiera dell’Unione europea e al simbolo della brigata Azov, la formazione militare neo-nazista ucraina. Bastava salire una rampa di scale oscura in un vecchio edificio e raggiungere un balcone o un terrazzo per ammirare un paesaggio urbano con la chiesa armena e la cattedrale oltre il fiume; in alto, la città era dominata dall’antica fortezza dal nome mongolo. Non distante dalla fortezza Narikala, sul medesimo crinale, vedevo la villa immensa, dal metallo sgargiante, di Bidzina Ivanishvili, uno dei più ricchi e potenti uomini georgiani, fondatore del partito al potere: Sogno georgiano. Nella metropolitana di Tbilisi ho fotografato due manifesti del ministero della difesa georgiano. Nel primo ci sono due soldati armati, con il volto coperto. Uno è in ginocchio e l’altro, in piedi, sembra guardare l’obiettivo; tra loro un pastore tedesco; due elicotteri fuori fuoco sullo sfondo. Nel secondo manifesto ci sono due soldati in primo piano, un uomo e una donna, con il volto scoperto, guardano dritti in camera, seri, reggono i fucili automatici e spicca sull’avambraccio la bandiera della Georgia. Una scritta invita: “Diventa soldato della Georgia”. Ho visto immagini identiche anche sui bus in giro per la capitale. Ad Alaverdi, in Armenia settentrionale e non distante dal confine georgiano, ho visto un cartellone simile appeso in alto sopra la strada. Il ministero armeno invita all’arruolamento e ci sono due soldati accucciati in posizione di combattimento, sembrano mirare un obiettivo con il fucile e dietro di loro un’esplosione di fuoco con fumo nero che sale. UN MUSEO ARMENO Nel settembre 2023 l’esercito azero ha preso il controllo del Nagorno Karabakh, una regione entro i confini dell’Azerbaigian a maggioranza armena che si era proclamata indipendente quando collassò l’Unione Sovietica. Il conflitto prosegue, con picchi di tensioni e violenze, da allora: la presenza dell’esercito armeno in territorio azero e l’appoggio di Mosca garantivano di fatto l’autonomia del Nagorno Karabakh, Artsakh in armeno. Lo scorso autunno, però, gli equilibri sono cambiati e la Russia non è intervenuta quando l’esercito azero è avanzato. Oltre centomila profughi armeni hanno lasciato il Nagorno Karabakh, la maggior parte si è spostata in Armenia. Sono giunto a Erevan in una mattina all’alba, in centro notavo alcune auto abitate da persone dormienti – mi chiedo ora se fossero profughi. Erevan, un tempo una fortezza difensiva controllata dalla Persia, ha conservato nella sua topografia l’anello che accoglieva la cinta muraria. Entro questo circolo urbano s’aprono viali con negozi e ristoranti dai dehors ben tenuti con getti d’acqua vaporizzata a rinfrescare la canicola estiva. A una prima occhiata il viaggiatore crede di trovarsi nel centro urbano di una città europea, i prezzi sono alti. Eppure le pensioni ammontano a cento euro al mese, uno stipendio pubblico sale a trecento euro. Chi compra e consuma nel centro di Erevan? In Tamanyan Street, ai piedi delle scalinate della Cascade, ci sono alcuni dei locali più esclusivi di Erevan. Ho visto parcheggiate, in fila, auto di lusso con le targhe ucraine e russe, oppure Suv rombanti per le vie del centro con le targhe russe. Nel parco inglese, vicino all’ambasciata italiana, ricordo una famiglia russa discutere e giocare con i bambini. Ho bevuto brandy armeno in un locale del centro, c’era un piano addossato al muro e prontuari per anarchici sullo scaffale. Il ragazzo che mi ha servito al bar era ucraino e parlava in russo con avventori russi. La tenutaria mi ha sorriso e mi ha salutato, parlava in russo con i clienti, eppure a me ha accennato alcune parole in ebraico. Da dove vieni? «Vengo dalla Crimea, ma ho vissuto per anni in Israele». Nonostante la colonizzazione consumistica del centro, permane un’atmosfera ambigua, misteriosa e cosmopolita a Erevan. Anahit vive all’ultimo piano di un palazzo antistante il Teatro dell’Opera di Erevan. In casa vedo scaffalature in vetro con bicchierini, alcolici pregiati, libri in armeno, russo e inglese. Tappeti ricoprono il soggiorno e le camere da letto. Anahit lavorò in Iraq per un progetto sovietico di sostegno e implementazione delle tecnologie di estrazione petrolifera, poi fu dirigente nella agenzia sovietica del turismo. Dopo il disfacimento dell’Urss lavorò in un’agenzia turistica privata, ma alla morte del marito i soci la estromisero. Rimasta sola e senza lavoro, era l’inizio del nostro secolo, incontrò una redattrice della Lonely Planet impegnata a scrivere la prima guida di Armenia, Georgia e Azerbaigian. La redattrice cercava luoghi da recensire per il pernottamento di turisti stranieri e non trovava soluzioni, così chiese ad Anahit di trasformare la sua casa in una guesthouse: la donna armena aveva la qualità, allora rara, di parlare un fluente inglese. Così l’appartamento di Anahit fu accolto tra le pagine della guida e da allora ospita viaggiatori internazionali. Sono entrato nel salotto, stanco per il viaggio, e la donna mi ha portato un caffè in una tazza decorata, c’era un dolce nel piattino. Per me questa storia è straordinaria perché spiega come Lonely Planet – come altri strumenti analoghi – non descrive la realtà esistente, ma la produce. Negli anni Anahit è rimasta un’ospite accogliente, non ha aumentato l’offerta e non ha espanso la sua attività; di recente Lonely Planet l’ha esclusa dalla guida. Forse Anahit non si è evoluta secondo i nuovi dettami dell’industria turistica: obsoleto retaggio del passato, non fa più parte della descrizione del mondo. Dalle scalinate della Cascade lo sguardo può spaziare sui tetti dell’intera capitale armena. In lontananza, coperta dallo smog e dalla foschia, appaiono le due cime del piccolo e grande Ararat, emblema dell’Armenia sebbene si trovi in territorio turco. Vivevano un tempo, alle falde del monte, e ancora più lontano a occidente, popolazioni armene mescolate a turchi, curdi, ebrei. Dopo il genocidio degli armeni e la fuga dei superstiti durante il primo conflitto mondiale, la linea dell’Ararat abbraccia un paesaggio di nostalgia, risentimento e ricordo della distruzione. Oggi il confine con la Turchia è chiuso e il ricordo dei massacri e delle deportazioni forzate organizzate dai turchi è uno dei fondamenti simbolici dell’unità nazionale armena fino a nutrire inquietanti discorsi nazionalistici. Nel museo del genocidio di Erevan ho consultato foto d’archivio preziose che ritraevano la vita, la cultura, l’architettura degli armeni nell’impero ottomano prima del disastro. I pannelli del percorso museale, tuttavia, esplorano poco le cause profonde del genocidio e l’orrore è ridotto a una singola spiegazione: la barbarie turca, connaturata a un popolo meno civilizzato, e musulmano. «E quali sarebbero le cause profonde?», mi ha chiesto una sera Anahit. Non lo so, che diritto ho di parlarne. «Voglio proprio sapere che ne pensi. Loro, i turchi, ci odiano e sai perché? Siamo sempre stati superiori a loro in cultura e intelligenza». Mi chiedo se il genocidio non sia uno scatenamento delle forze oscure, coloniali e razziste, elaborate in seno alla modernità occidentale: l’impero ottomano, accerchiato dalle mire coloniali europee, ha assorbito il veleno del nostro nazionalismo e lo ha elaborato in un’efferata variante turca. Come se il nazionalismo europeo avesse penetrato la coscienza ottomana, stimolando il processo di fondazione della contemporanea Turchia. A sua volta il nazionalismo turco ha trasformato il secolare cosmopolitismo armeno in una nuova forma di aspirazione nazionale. Intravedo una catena di nazionalismi violenti che a vicenda s’influenzano, senza un punto d’arresto. «Basta! Erano i sovietici a dirci che eravamo nazionalisti!». Ora apro il passaporto e osservo i miei timbri. Il timbro armeno mostra il profilo del monte Ararat; quello georgiano espone i confini di uno stato che contiene anche Abkhazia e Ossezia meridionale. Sono dettagli di un Caucaso instabile mentre avanza la nostra contemporanea guerra globale. BAZAR DEI DISERTORI A sud della catena montuosa del Caucaso noto interferenze, confluenze e retaggi di tre antichi imperi che qui hanno mescolato le acque. A Gyumri, in Armenia settentrionale, c’è ancora una base russa, soldati russi passeggiano tra antichi edifici che mostrano le linee e lo stile della architettura zarista di inizio Novecento. Anahit ha cucinato per me i dolma, involtini di carne in foglia di vite, uno dei tanti ricordi del mondo ottomano. Nel centro di Erevan si prega ancora nell’ultima delle moschee persiane; ho camminato nel cortile che conduce alla sala di preghiera, c’era al centro un giardino di alberi da frutta. Per chi sa leggere i segni che s’incidono nelle case e nelle tradizioni culinarie, è possibile ancora, e nonostante tutto, disfare l’ossessione per le bandiere, sfatare il delirio razionale della ragione geopolitica. Il sole d’estate arroventa l’altopiano di Erevan, ma al crepuscolo s’alza sempre un vento che soffia folate sul paesaggio fino a notte. La disponibilità di acqua, la forza del sole e la costanza del vento permettono la maturazione della frutta e la sua essiccazione. Urlano i colori nel mercato coperto accanto alla stazione dei treni di Erevan: i mercanti vendono vassoi di frutta secca con albicocche arancioni, pere gialle e ocra, prugne viola e nere, fichi. Ogni frammento di colore è disposto in armonia accanto agli altri, un movimento di frutti essiccati in cerchi concentrici o linee geometriche. La mente trova riposo nei colori come nelle miniature antiche negli archivi del Matenadaran dove sono conservati migliaia di manoscritti della tradizione armena; interrompono i testi santi e cavalieri dalle vesti rosse o azzurre e s’aggirano tra boschetti di foglie verdi e di fiori. I colori poi migrano nelle immagini de Il colore del melograno di Parajanov, o nelle nature morte con i peperoncini di un rosso abbacinante della pittrice sovietica Mariam Aslamazyan. E Mandelstam durante il suo viaggio in Armenia: “Argilla e azzurrità, azzurro e argilla – / che vuoi di più? Socchiudi gli occhi per vedere / meglio, come un miope scià la pietra turchese, / il libro delle sonore argille, la libresca terra, / il libro putrefatto, la diletta argilla / che ci tormenta come musica e parola”. Nella casa di Mariam a Dzulukhi, al primo piano, c’è uno scaffale di legno con libri, candele e immagini sacre. Tra le immagini del messia e di Maria noto una raffigurazione ricorrente: è San Giorgio a cavallo con la lancia in mano. Il cavallo è rampante, il santo guarda in basso, a terra, dove è steso il drago in attesa di ricevere l’arma dritto in gola. In una di queste immagini il drago è raffigurato come lungo serpente squamato e ogni scaglia presenta una cromia sgargiante: oro, blu, rosso, bianco. Ho visto l’opera originale nel museo archeologico di Tbilisi: l’immagine ha seicento anni ed è realizzata con la tecnica del cloisonné, o lustro di Bisanzio. Si tratta di una tecnica dove lo smalto colorato viene colato in alveoli disegnati da sottili filigrane in metallo. Ho scoperto che le più antiche raffigurazioni del santo risalgono al sesto secolo e sono state ritrovate in Georgia; anche il testo più antico dove si descrive il drago è scritto in georgiano, nell’undicesimo secolo, ed era conservato nella biblioteca del patriarcato greco di Gerusalemme. San Giorgio per me è figura di violenza militare che sottomette la natura informe e contorta, o bestiale, in nome del dominio razionale della tecnica bellica volta alla conquista. A Dzulukhi ero nella antica Colchide, la terra della maga Medea che aiutò Giasone e gli Argonauti a recuperare il vello d’oro. Proprio a Vani gli archeologi hanno ritrovato ricche sepolture con animali, monili e orecchini in oro; un diadema porta l’effige di un serpente, o drago. E il vello d’oro era custodito da un drago, ma il mito non prevede l’uccisione della bestia: è Medea ad addormentarlo con un incantesimo. Sulla piazza principale di Tbilisi si affacciano la sede del consiglio comunale, l’hotel Marriot e una filiale della banca di Georgia. Un tempo intitolata a Lenin, oggi si chiama Liberty Square e il nome in inglese abita anche i dialoghi tra georgiani. Dal 2006 nel centro del piazza c’è una colonna alta sormontata da una statua dorata a cavallo: è San Giorgio che infilza il drago. Ogni sera, agli angoli della piazza, stazionano agenti di polizia che scrutano il viavai e rassicurano i turisti. Vicino c’è un edificio posto all’angolo tra due vie principali: là si trova il “Centro di informazioni sulla Nato e sulla Unione Europea”. Si tratta di un ente governativo che ha il compito di sensibilizzare la popolazione sui “valori occidentali” tramite convegni, eventi culturali, celebrazioni pubbliche. In alto sono tesi lunghi drappi con i simboli della Georgia, dell’Unione europea e della Nato. Gli uffici oltre i vetri appaiono oscuri e polverosi come se da tempo fossero vuoti. Davanti all’ingresso chiuso, di giorno, c’è una venditrice di fiori: girasoli circondano la donna seduta sui gradini sotto i drappi. Dimitri abita in un antico palazzo nella città vecchia di Tbilisi, quando esce dalla porta di casa si affaccia sul cortile interno, spazio di dialoghi e gesti comuni. Secondo Dimitri i problemi della Georgia s’originano con l’invasione ottomana, perché le popolazioni turche secoli fa avrebbero interrotto la continuità cristiana assicurata dall’impero bizantino. «E così da allora i georgiani sono circondati da popolazioni musulmane e sorgono i conflitti. Hai visto gli azeri con gli armeni? Hai visto il Kosovo? Il problema è sempre lo stesso». Secondo Dimitri l’impero zarista nella prima modernità avrebbe potuto prendere il controllo della islamica Costantinopoli, ma Francia e Inghilterra lo hanno impedito. Osservo Dimitri che affitta camere nel vecchio palazzo, è cresciuto sotto l’Unione Sovietica, parla russo – forse detesta Mosca meno delle nuove generazioni? «Io ho partecipato alla guerra del 1992 [quando Abkhazia e Ossezia meridionale dichiararono la loro indipendenza dalla Georgia]. Ero in Abkhazia. E sai contro chi ho combattuto? No, non contro la popolazione dell’Abkhazia, ma contro i soldati russi. Erano russi! E mio figlio ha combattuto contro di loro nel 2008, quando ci hanno invaso. Erano sempre russi, era l’esercito regolare della Russia!». Prosegue Dimitri: «E hai visto i ragazzi ucraini e russi nelle strade qui fuori? Tu cosa ne pensi? Ma io dico, perché non resti nel tuo paese e difendi la tua casa, la tua famiglia? Perché vieni qui senza combattere? Tu cosa faresti? Saresti tu così codardo?». Chiedo a Dimitri dove si può fare la spesa in un ampio mercato, lontano dai bazar per turisti dal sapore orientalistico. «Vai al Dezerter Bazaar. Sai perché si chiama così?». Racconta Dimitri che durante la prima guerra mondiale, quando lo zarismo cadde sotto le spinte della rivoluzione, i soldati russi di stanza a Tbilisi disertarono. Era finita la guerra per loro! Via! Si disfecero delle munizioni, delle divise e dei fucili, degli stivali e degli esplosivi; andarono a venderli al bazar. E da allora si chiama così, Dezerter Bazaar, il bazar dei disertori. È un labirinto vicino alla stazione dei treni, i banchi di frutta e verdura si espandono tra piazzali, parcheggi coperti e oscuri meandri. Anche all’ombra esplode il colore dei melograni esposti sui lenzuoli, dei fichi dalla buccia verde. Poi ci sono le venditrici di formaggio, i banchi con i cetrioli e i fiori di campo sotto aceto; la signora che vende il pesce tiene vasconi dove nuotano trote e pesci gatto, il macellaio mostra la testa dei porcellini per testimoniare la freschezza della carne, il venditore di spezie indica il sale aromatizzato con aglio e in fondo, in un budello di tendoni, s’apre il bazar delle scarpe e dei vestiti usati. Nel mercato ritrovo ancora i colori del Caucaso e la speranza, per quanto flebile ormai possa apparire, che la guerra avanzante, la marcia di morte siano più deboli delle folate gioiose: la diserzione. (francesco migliaccio)
August 24, 2026
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