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Milano, 7 marzo: Conflitti e mondo: quali sentieri possibili? Incontro di arteterapia sociale
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università promuove un laboratorio di arteterapia sociale che si svolgerà sabato 7 marzo 2026 dalle 15.00 alle 17.00 presso la sede di Casapace in via D’Agrate, 11 a Milano (M3) e sarà condotto da Elena Abate, attivista dell’Osservatorio. L’obbiettivo del laboratorio creativo  è quello di sensibilizzare cittadinanza, docenti, lavoratori e famiglie su quanto sta avvenendo nel nostro paese riguardo la militarizzazione e i venti di guerra utilizzando il linguaggio proprio dell’arte del disegno e del collage di diversi materiali. I prodotti artistici di ognuno/a alla fine del laboratorio saranno la base collettiva del lavoro svolto. Per prenotazioni scrivere a osservatorionomili@gmail.com con oggetto LABORATORIO ARTETERAPIA SOCIALE. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Carrara, 28 febbraio: Incontro pubblico “Che fare quando il mondo brucia?”
SABATO, 28 FEBBRAIO 2026, DALLE 17 ALLE 20 CARRARA, EX OSPEDALE S. GIACOMO IN VIA GRAZZANO, 1.  CHE FARE QUANDO IL MONDO BRUCIA? Ci siamo fatti questa domanda perché piangersi addosso non spegnerà le fiamme. Ci siamo risposti che dobbiamo organizzarci contro la guerra, il riarmo, la leva militare e il genocidio. Ci siamo accorte che ci sono gesti materiali che non possono aspettare e che occorre compiere e diffondere e ci siamo accorti che la raccolta fondi dal basso per la fabbrica socialmente integrata dell’ex GKN è uno di quei gesti, uno dei più belli. Ci siamo chiesti cosa rimane delle imponenti mobilitazioni dello scorso autunno, del risveglio civile e morale che le hanno fatte esplodere, dello sforzo prodotto per dare sostanza politica a quelle mobilitazioni e come riuscire a trasformare anche le vicende giudiziarie di 37 indagate e indagati per le manifestazioni di Massa del 3 ottobre in una spinta che ci unisca tutte e tutti. Ne parliamo a Carrara, sabato 28 febbraio, dalle 17 alle 20, presso l’ex Ospedale S. Giacomo in Via Grazzano, 1 con: Franco Turigliatto, direzione nazionale di Sinistra Anticapitalista Paolo Zammori, attivista nelle attività di sostegno al popolo curdo Cristina Ronchieri, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Collettivo di fabbrica GKN Durante la serata, gratuita e aperta a tutte e tutti, si raccoglieranno fondi o sostegno del Collettivo GKN. La cittadinanza è invitata. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’omicidio Deranque e la legittimazione dell’estrema destra in Francia
(disegno di lorenzo la rocca) In francese si dice “la bascule”: indica qualcosa – un pezzo meccanico, un giocattolo, una leva – associato al dondolio, un oggetto che produce un movimento improvviso, il cambiamento da uno stato di moto a un altro o, in senso figurato, cioè nel senso di questo articolo che sto scrivendo, il passaggio da un paradigma a un altro. Si potrebbe tradurre con “svolta”, ma il termine italiano non conserva quel senso di inquietudine infausta che trasmette invece la parola francese. La bascule è infatti intrinsecamente negativa: si bascule nel peggio, mai nel meglio.  La bascule in questione è l’uccisione del militante neofascista Quentin Deranque a Lione, ferito al termine di una rissa con degli antifascisti giovedì 13 febbraio e poi morto sabato 15 in ospedale. C’è un prima e c’è un dopo; e tra i due momenti c’è un morto ammazzato. Ovviamente ciò che rende esiziale la bascule non è la morte di Deranque in sé. Ma è sul suo corpo che, nell’immediato degli avvenimenti, col cadavere ancora caldo, una serie di rappresentazioni, di strumentalizzazioni e posizionamenti, assunti o profferiti da aree, politici, partiti e media, hanno profondamente modificato un contesto politico, sociale e culturale.  L’obiettivo perseguito – in maniera perfettamente cosciente e spregiudicata da alcuni, in maniera ingenua (cosa ancora peggiore) da tanti altri – è triplice: (1) mettere fine definitivamente alla pratica del “fronte repubblicano” in Francia; (2) sdoganare l’estrema destra e i suoi satelliti violenti come attori rispettabili della polis; (3) mettere al bando La France Insoumise, la quale malgrado il suo programma “di rottura” è la principale forza della gauche, cosa evidentemente insopportabile per buona parte della borghesia francese. Il fatto che questo avvenga sul corpo di un neofascista di ventitré anni la dice lunga tanto sul livello di violenza che caratterizza questo momento storico della lotta di classe in Francia, quanto sul grado di compiacenza che le classi dirigenti francesi mostrano verso il fascismo del quale, evidentemente, auspicano il successo. Poiché di mestiere sono giornalista, in maniera del tutto soggettiva il primo aspetto che mi ha colpito è il comportamento dei media. Il primo “lancio” dell’Afp (l’agenzia di stampa francese, una delle più importanti al mondo) è arrivato poco prima delle 18 di giovedì, appena due ore dopo un comunicato dell’organizzazione femonazionalista e razzista Némésis. L’Afp riportava allora la notizia che un “un giovane uomo di ventitré anni”, venuto ad assistere Némésis durante una protesta a Lione, era in prognosi riservata dopo essere “stato aggredito da militanti antifascisti”. La principale fonte citata dall’Afp era… Némésis.  Credo sia la prima volta dal dopoguerra che un’agenzia prestigiosa come l’Afp cita, per un fatto così importante, come unica fonte un collettivo neofascista. Se le parole sono importanti, nel giornalismo gli aggettivi sono rivelatori: così, il fatto che Deranque (il cognome lo si sarebbe appreso più tardi) fosse un militante neofascista, certo giovane ma comunque adulto e responsabile delle proprie scelte, è stato completamente occultato dall’aggettivo “giovane” che per giorni è stato associato al suo nome, per cui per almeno settantadue ore, sulla quasi totalità dei media francesi, un militante neofascista è stato designato semplicemente come “il giovane Quentin”. (Niente del genere, per dire, era successo quando era morto Nahel Merzouk, diciassette anni, ucciso a sangue freddo da un poliziotto a Nanterre nel 2023. Nessuno l’ha mai definito su alcun giornale “il giovane Nahel”). L’iniziale inquadratura degli eventi come un’aggressione subita dal “giovane Quentin” da parte di un gruppo di “antifascisti” è anch’essa il risultato di una campagna dei gruppi neofascisti. A una settimana di distanza dagli eventi, non si può che constatare il successo della destra neofascista nell’aver imposto la propria caratterizzazione degli eventi e dei personaggi. È così che è passata l’idea che “il giovane Quentin”, “appassionato di filosofia e matematica”, “dedito alle distribuzioni di cibo per i poveri”, è morto in seguito a un “linciaggio” barbaro e violento, a un “agguato” teso da vigliacchi antifascisti. E questo malgrado il fatto che gli elementi materiali, i video e le testimonianze, raccontano tutt’altro: che cioè Deranque fosse un convinto militante neofascista, che abbia bazzicato tra i gruppi più violenti del neofascismo francese, e che abbia partecipato insieme ai suoi sodali a un’aggressione contro degli antifascisti o quantomeno a una rissa ad armi uguali, avendo la peggio nello scontro e finendo poi per essere ferito mortalmente. Questo è un fatto indubbiamente tragico, ma qualitativamente differente da quanto è stato raccontato per giorni e giorni. Soprattutto, ed è per me la cosa più inquietante, è passata la prassi per la quale degli esponenti delle correnti più violente del neofascismo possono essere ospitati negli studi televisivi come se nulla fosse, le parole dei loro comunicati possono essere considerate come fonti primarie da una delle più grandi agenzie giornalistiche del mondo, le elucubrazioni della loro galassia su internet possono essere considerate legittime dai media. Questo salto qualitativo costituisce il cuore dell’assalto al “fronte repubblicano”.  Il “fronte repubblicano”, in Francia, non è una mera pratica elettorale. Certo, si concretizza principalmente nella solitudine della cabina elettorale, quando al secondo turno del maggioritario delle varie elezioni francesi si tende a votare qualunque altro candidato – magari di un partito opposto alla propria preferenza personale – piuttosto che far eleggere un membro dell’estrema destra.  Ma malgrado gli innumerevoli scricchiolii e tentativi di farlo saltare definitivamente, questo imperativo politico-morale ancora resisteva – almeno fino a poco fa – nella società francese, strutturando in profondità la vita politica del paese. Era un qualcosa che, organicamente diffuso nella società, influiva sul modo in cui si comprende e si racconta la politica istituzionale, sul modo in cui i media trattano l’estrema destra, sul peso che danno alle ossessioni di Le Pen e soci, sul trattamento che riservano alla galassia mediatica finanziata dal miliardario fascista Vincent Bolloré, sorta di Rupert Murdoch francese.  La morte di un neofascista a Lione ha tuttavia dimostrato, per la prima volta, che i media dell’estrema destra e le organizzazioni neofasciste sono invece capaci d’influenzare il racconto di un evento d’importanza nazionale e rovesciare in maniera grottesca il contenuto simbolico del fronte repubblicano, che in altri tempi, in Italia, si sarebbe chiamato “la pregiudiziale antifascista”.  Col cadavere di Deranque ancora caldo, facendo buon gioco del quadro interpretativo imposto dall’estrema destra, responsabili politici di primissimo piano della sinistra, del centro e della destra, quali il segretario del Partito socialista Olivier Faure, il candidato alle presidenziali Raphaël Glucksmann, il primo ministro Sébastien Lecornu, il ministro della giustizia Gérald Darmanin, il ministro degli interni Laurent Nuñez, la presidentessa della Camera Yael Braun-Pivet, la portavoce del governo Maud Bregeon, l’ex ministro degli interni Bruno Retailleau, Marine Le Pen, Jordan Bardella, ecc., si sono impegnati ad addossare la responsabilità di quanto successo alla France Insoumise.  Secondo questi “irresponsabili”, per citare il titolo di un libro dello storico del nazismo Johann Chapoutot, è la formazione guidata da Jean-Luc Mélénchon ad aver permesso il dramma di Lione, perché troppo casinista, troppo radicale, troppo di sinistra, ma soprattutto troppo capace di vincere le elezioni; senza contare, ovviamente, che ha fatto eleggere in parlamento tra le sue fila Raphaël Arnault nel 2024, il fondatore della Jeune Garde, un collettivo antifascista di Lione, i cui membri sono accusati di aver partecipato alla rissa finita in tragedia.  Visto il quadro mediatico e interpretativo appena discusso, la cautela è d’obbligo quanto all’effettivo ruolo di militanti vicini alla Jeune Garde in quanto successo a Lione. Per ora, quello che è certo è che vi sono sette persone indagate per la morte del militante neofascista, tra le quali un assistente parlamentare di Arnault (il quale si è autosospeso nel fine settimana ed è stato licenziato). Secondo la procura di Lione, tra queste, sei sono indagate per “omicidio volontario”, mentre l’assistente parlamentare è indagato per “complicità” (o “concorso”) in omicidio. Tre hanno dichiarato ai magistrati di “essere” o “essere stati” vicini alla galassia della ultragauche. Tutti hanno “contestato l’intenzione” omicida di quanto accaduto.  Prima di procedere è necessario un ulteriore elemento di contesto: sin dall’inizio degli anni Duemila, Lione è divenuta una delle capitali europee del neofascismo. Il media locale Rue89 ha contabilizzato 102 azioni violente dell’estrema destra tra il 2010 e il 2025, il “settanta per cento delle quali sono rimaste impunite, senza alcuna risposta penale o della polizia”, scrive Rue89. Oltre a essere particolarmente violento, il neofascismo francese è anche culturalmente vivace, nel senso che ha saputo rinnovarsi negli ultimi anni legandosi alla galassia mediatica finanziata da Bolloré e, politicamente, al Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella (su questo, rimando a un’inchiesta di Al Jazeera del 2018 ma di grande attualità). (filippo ortona)
February 23, 2026
Napoli MONiTOR
Violenza e impunità poliziesca. Venti anni dal caso del 4F a Barcellona
(disegno di renaud eymony) Di fronte all’orrore, la perversione e l’impunità del potere che sta sbocciando con chiarezza cristallina davanti ai nostri occhi – tra il genocidio ritrasmesso in diretta dagli stessi israeliani, fino ai documenti Epstein in confronto ai quali Salò/Sodoma è una barzelletta – sembra quasi velleitario ormai denunciare le miriadi di abusi, violenze e montature istituzionali che abbiamo subito negli ultimi anni. Eppure non possiamo perdere di vista quello che succede intorno a noi: le impunità globali incoraggiano e sostengono quelle locali. Qualche giorno fa è stato il ventesimo anniversario di un terribile caso di violenza istituzionale che ha segnato un’epoca, avvenuto il 4 febbraio 2006 a Barcellona. Durante questi venti anni sono stati pubblicati tonnellate di articoli, alcuni libri, e anche un documentario, passato anche nella televisione pubblica TV3, senza tuttavia che si arrivasse alla condanna dei colpevoli. Le conseguenze più immediate sono state: il suicidio di Patricia Heras, una poetessa underground, le cui poesie ancora si trovano sul suo blog poetadifunta; una vita rovinata per Rodrigo Lanza, anarchico cileno accusato di aver tirato una pietra a un poliziotto; altre tre persone innocenti arrestate; e tutto l’establishment repressivo e istituzionale catalano che per anni ha falsificato le prove per nascondere la verità: e cioè che il comune di Barcellona e la sua polizia in quegli anni manteneva stretti legami con trafficanti e criminali per controllare i quartieri del centro storico in via di gentrificazione. Per i dettagli rinvio allo straordinario documentario Ciutat Morta di Xapo Ortega e Xavier Artigas, che si può vedere online; al blog Desmontaje4F; e al libro collettivo Ciutat Morta: crónica del caso 4F di Mariana Huidobro, Helen Torres, Katu Huidobro (la prima e l’ultima, madre e sorella di Rodrigo Lanza). Il contesto in cui sono avvenuti i fatti è questo: il centro storico di Barcellona che viene sventrato, con la scusa di grandi eventi e apertura al turismo, creando zone di rappresentanza e zone in cui invece si accumulano tutte le macerie, materiali e umane. Una di queste era il quadrato di viuzze nel settore destro della città vecchia, dove le demolizioni avevano lasciato un grande vuoto tra i palazzi, conosciuto dagli abitanti come Forat de la Vergonya, il buco della vergogna. Anche su quell’area c’è un film militante, El Forat di Chema Falconetti (2004), che racconta la lotta degli abitanti e degli squatter – in catalano okupa – per impedire la costruzione di un grande parcheggio multipiano e rivendicare invece un parco per il quartiere. A chi frequentasse la zona, risultava evidente che nel sottobosco delle strade e delle piazze – tra marocchini, algerini, gitani, sudamericani – alcuni fossero legati alla polizia: informatori, chivatos, pedine della pressione costante che le forze dell’ordine esercitavano sugli spazi occupati e i movimenti politici locali: tentativi di sgombero e irruzioni della Guardia Urbana erano all’ordine del giorno, spesso erano accompagnate da strani movimenti di questa popolazione marginale. A un certo punto però c’era stato un salto di scala: uno dei palazzi abbandonati della zona – un antico stabile di quattro piani di proprietà del Comune – era diventato una specie di fumeria di crack a cui le istituzioni garantivano totale impunità. Inizialmente occupato da un gruppo di latinoamericani, che però erano stati scalzati da una compagine molto più oscura. L’edificio era conosciuto come Teatre okupat oppure Anarkopenya (“Gente anarchica”); chi ci viveva intorno tendeva a chiamarlo Narkopenya. Nonostante fosse evidente il malaffare, i soldi che giravano, rave che andavano avanti fino all’alba in mezzo alle case, per lo sconcerto degli abitanti, la polizia non faceva mai un controllo, mai un tentativo di sgombero, a differenza di tutte le altre occupazioni della zona. Sembrava un luogo utilizzato per screditare tutto l’ambiente okupa, oppure come punto di raccolta di informazioni per la polizia. Il 4 febbraio 2006, durante una di queste feste che riempivano il palazzo all’inverosimile, un gruppo di anarchici passa sulla strada di fronte – forse andavano proprio alla festa, forse altrove – e incontrano una pattuglia della polizia municipale. I poliziotti li riconoscono immediatamente come okupas – dal modo di vestire, dai capelli – e iniziano a provocarli. Nel corso del battibecco, dal quarto piano della Narkopenya qualcuno butta un enorme vaso di cemento proprio in testa a un poliziotto. Il poliziotto finisce in coma. I poliziotti cercano subito vendetta: irrompono nella Narkopenya, la gente scappa dai tetti nei palazzi vicini, e poi arrestano tutto il gruppetto di anarchici: Rodrigo Lanza, Juan Pinto e Alex Cisternas. Nel commissariato della città vecchia, accanto alle Ramblas, Rodrigo e gli altri vengono torturati in modo così violento che devono essere portati in ospedale. Quando arrivano all’Hospital del Mar, sempre insieme ai poliziotti, succede un’altra cosa assurda. Nello stesso ospedale c’era una ragazza che non c’entrava niente: Patricia Heras era uscita di casa qualche ora prima con un’amica per andare a una festa da tutt’altra parte della città; le due avevano avuto un incidente di bicicletta ed erano finite nello stesso ospedale. I poliziotti le vedono vestite “strane” – un po’ dark, un po’ queer – e le fermano. Guardano nel telefonino: uno degli sms diceva in modo scherzoso che quella sera si sarebbe usciti in un locale queer del Raval, La Bata di Boatiné: bateamos? aveva chiesto. Ma bata vuol dire anche mazza da baseball. Così, Patricia viene presa insieme agli altri, e portata nello stesso commissariato. La vita distrutta da un messaggio. Le vicende sono lunghe e difficili da ricostruire. Il sindaco di Barcellona sulle prime dichiara “troveremo chi ha tirato il vaso”; poi cambia immediatamente versione, sostenendo che il poliziotto sarebbe stato mandato in coma da una pietra lanciata da Rodrigo. Quattro diversi periti smentiscono questa ipotesi, mostrando che è impossibile che una pietra abbia causato quel tipo di lesione, che la distanza era troppo grande, che tutti hanno visto il vaso tirato dalla Narkopenya: ma non c’è niente da fare – la menzogna diventa la versione ufficiale. Ogni allusione al palazzo occupato e al vaso lanciato da lì dentro sparisce; il caso del poliziotto mandato in coma ha un colpevole, ed è un anarchico cileno di nome Rodrigo – un capro espiatorio perfetto per colpire insieme sia gli immigrati che i dissidenti politici, con il poliziotto mandato in coma come vittima innocente. Nel 2008 arrivano le sentenze: tre anni di carcere. Per omicidio! Era evidente che sia i giudici che i poliziotti sapevano benissimo che erano innocenti. In carcere entra anche Patricia, che c’entra ancora meno degli altri tre. La madre di Rodrigo, Mariana Huidobro, intanto si era trasferita dal Cile a Barcellona per difendere il figlio. Trova una grande rete di supporto, decine di persone che lavorano quotidianamente gratis per smontare le menzogne che hanno portato Rodrigo in carcere – finanziandosi solo con le feste, le donazioni, la vendita di magliette, spillette e adesivi. Pure Amnesty fa un dossier sul caso, a novembre 2007. Anche Patricia Heras ha una grossa rete di sostegno da parte di decine di amiche e compagne sue, soprattutto queer, un ambiente che in quel periodo a Barcellona era esplosivo: la compagna di Patricia era Diana Torres, autrice e performer molto conosciuta. E qui viene la parte più dolorosa di tutta la storia. Dopo tre anni di carcere, Patricia ottiene la semilibertà: ogni notte deve tornare a dormire in carcere, ma di giorno può stare fuori. Per mantenersi, però, deve tornare a lavorare. In carcere aveva trovato un certo equilibrio, un gruppo di detenute con cui aveva bellissimi rapporti. La semilibertà, paradossalmente, distrugge questo equilibrio. La vita scissa tra dentro e fuori, tra il carcere del lavoro e il carcere vero e proprio, ha la meglio su di lei: nell’aprile del 2011 si suicida, buttandosi dal settimo piano. Lo stesso anno del suicidio di Patricia si apre uno scenario completamente imprevisto. In una festa nella zona del porto turistico, in una delle discoteche del centro commerciale Maremagnum, un ragazzo di Trinidad y Tobago finisce in una rissa con due energumeni che avevano molestato la sua compagna. I due sono poliziotti fuori servizio: il ragazzo viene preso e portato in commissariato, dove subisce anche lui delle torture, che però sono riprese dalle telecamere di sicurezza. Ma Yuri non era un nero qualunque, come credevano i suoi aguzzini. Era il figlio del console di Trinidad y Tobago. Esplode un caso: i video vengono resi pubblici, e i due poliziotti sono condannati. Si dà il caso però che i due poliziotti, Victor Bayona e Bakari Samyang, fossero gli stessi le cui dichiarazioni avevano fatto condannare Rodrigo, Alex, Juan e Patricia. A quel punto il caso del 4F si riapre: due videomaker iniziano un crowdfunding per un documentario, e con l’aiuto dei giornalisti de La Directa riescono a rintracciare tutti i protagonisti. Il Comune, la polizia, naturalmente fanno muro; ma anche alcuni degli arrestati non avevano più voglia di parlare. “Quanti neri devi torturare prima di trovare il figlio di un diplomatico?” dice uno degli autori. Ma soprattutto, il documentario spiega che il caso del 4F è inserito in un omicidio più ampio: quello che ha come vittima la città stessa. La gentrificazione che proprio in quegli anni stava uccidendo la vita sociale di Barcellona, aveva trovato l’intoppo di quei corpi non conformi alle sue regole – le loro sofferenze erano l’effetto diretto della violenza urbanistica. Come disse la giudice che archiviò il caso di fronte all’evidenza delle menzogne dei due poliziotti torturatori: “Potete portarmi altri mille come voi, ma io crederò sempre alla polizia”. Le istituzioni fanno quadrato intorno ai loro elementi più perversi, e la paura è molto più forte di quello che crediamo. Tra le centinaia di persone che erano alla festa nel teatro occupato quella sera, nessuno ha mai dichiarato di aver visto chi ha lanciato il vaso – il che basterebbe per riaprire l’intero caso. Addirittura Ada Colau, che prima di essere eletta aveva nominato Patricia Heras nella sua campagna elettorale, da sindaca non riuscì mai a “fare un gesto” per far uscire la verità sul 4F. Lo racconta la madre di Rodrigo, Mariana Huidobro: “Mi è rimasto un sapore amaro in bocca. In che mondo viviamo? Com’è in realtà la polizia? Che poteri ci sono lì dentro che fanno così paura? Perché un Comune dove ora c’è una donna guerriera, nonché un amico e un’amica che sono stati parte della campagna per il 4F, non possono lavorare senza doversi proteggere le spalle? Sono sicura che tutto è molto più oscuro e malato di quello che immaginiamo. È quello che ho imparato: che la realtà è molto più terribile della finzione”. Venti anni dopo, continuiamo a sorprenderci di quanto siano false le illusioni che proiettiamo sulla realtà. Con le parole di Patricia Heras, marzo 2008: Ho tagliato la gola alla mia illusione, l’ho appesa a un semaforo cieco e ho visto come si dissanguava, incredula, borbottando nervosa, ho visto il dolore brillare molto vicino, si è spento nascosto dietro il suo misero destino. Apro la scatola, ed è vuota. (stefano portelli)
February 9, 2026
Napoli MONiTOR
Il “Consiglio di pace” di Trump è un’internazionale in stile ICE
Per una volta bisognerà ringraziare un giornale israeliano che non è Haaretz, ma The Times of Israel, per averci fatto conoscere la struttura fondamentale del ridisegno mondiale perseguito dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump. Stiamo parlando del Board of Peace (Consiglio di Pace), già famoso prima ancora […] L'articolo Il “Consiglio di pace” di Trump è un’internazionale in stile ICE su Contropiano.
January 19, 2026
Contropiano
America first. L’ascesa di Trump e la debolezza della democrazia negli Stati Uniti
(disegno di guerrilla spam) Qualche riflessione sulle radici dell’ascesa di Trump e sulla debolezza della cultura della democrazia negli Stati Uniti (e non solo), che l’ha resa possibile. Verso la metà degli anni Sessanta tenni un piccolo corso di orientamento per studenti degli Stati Uniti che si preparavano a trascorrere un anno scolastico in Italia – un gruppo abbastanza speciale, non fosse che per la scelta di conoscere realtà diverse dal loro egocentrico paese. Alla fine, feci una piccola verifica. Una delle domande era: quali sono le principali differenze tra il sistema politico italiano e quello degli Stati Uniti? La più intelligente e motivata rispose: “L’Italia è una repubblica parlamentare, gli Stati Uniti sono una democrazia”. In quel momento, suoi connazionali e quasi coetanei uccidevano e morivano in Vietnam in nome di una “democrazia” che questa ragazza colta e intelligente non sapeva che cosa esattamente volesse dire. Non l’ho più dimenticato, e ci ho ripensato adesso, che l’avvento di Trump e il suo consenso di massa rivelano una frattura in una formula – “democrazia americana” – che per troppo tempo è stata presunta come inscindibile. “NOI SU TUTTO” Alle origini, c’è un paradosso: gli Stati Uniti sono stati davvero la prima (e a lungo quasi l’unica) democrazia (certo, con tutti i limiti e contraddizioni su torneremo) e quasi l’unica repubblica (nel 1914 in Europa erano repubbliche solo Francia, Svizzera e San Marino). Da qui nasce l’idea degli Stati Uniti come eccezione e l’identificazione di “democrazia” con un paese (e con un paese solo: la mia studentessa non capiva che era “democrazia” anche la repubblica parlamentare italiana). Il concetto di democrazia stinge nell’egemonia del nazionalismo: anche per una persona tutt’altro che sciovinista come lei, democrazia voleva dire Stati Uniti, e Stati Uniti voleva dire democrazia. Indipendentemente dai contenuti. Questa storia per cui la democrazia americana è, se non unica, comunque speciale e superiore è stata interiorizzata da media e politologi italiani (mi ricordo un americanista illustre, giornalista e deputato, che spiegava alla radio che negli Stati Uniti ci sono i “checks and balances” – equilibri e controlli – come se divisione dei poteri e controllo costituzionale non ci fossero pure da noi). Anche per questo, i nostri media e politologi hanno creduto che lo slogan nazionalista “America first” fosse un ritorno degli Stati Uniti a una presunta tradizione isolazionista, che privilegia le questioni interne rispetto all’interventismo post-seconda guerra mondiale. Ma sono mai stati “isolazionisti” gli Stati Uniti? È vero che nel suo messaggio di addio George Washington ammoniva gli americani a evitare di “intrecciare il nostro destino con quello di qualsiasi parte dell’Europa, e impigliare [entangle] la nostra pace e prosperità con i tormenti delle ambizioni e rivalità dell’Europa”. La parola chiave qui è “Europa”; e l’Europa non è il mondo. Pochi anni dopo, infatti, la cosiddetta “dottrina di Monroe” sottoponeva l’intero continente americano alla “protezione” e all’egemonia esclusiva degli Stati Uniti. È il contrario dell’isolazionismo, e infatti in tutta l’era del loro presunto isolazionismo gli Stati Uniti non hanno fatto che intervenire fuori dai propri confini, dal Nicaragua nel 1854 al Cile nel 1973 al Venezuela nel 2026. È incomprensibile che da noi si continui, due secoli dopo, a parlare della “dottrina di Monroe” come di un dato oggettivo, un principio (una “dottrina”, appunto) che non si discute ma di cui si prende semplicemente atto, anziché la pretesa di un singolo stato, non legittimata da nessuno, di determinare i destini di un’intera area geografica – la stessa illegittimità, mettiamo, di una possibile “dottrina Putin” che affermi il diritto della Russia di escludere potenze “occidentali” dalla propria sfera di influenza. Più che isolazionismo, “America first” vuol dire solipsismo e dominio: solo noi, prima noi, noi su tutto – über alles, per così dire. RELIGIONE CIVILE Alle origini della democrazia negli Stati Uniti sta la Costituzione del 1789. Giustamente, media e politologi insistono sul fatto che Trump sta violando la Costituzione. Prima di domandarci che cosa c’è in questa Costituzione che renda possibile violarla in modo così flagrante, domandiamoci: ma che vuol dire Costituzione per tanti cittadini americani? In altre parole: quanto è debole la cultura democratica in questa “grande democrazia”? All’inizio degli anni Ottanta, un predicatore evangelico di Harlan, Kentucky, mi spiegava che “la nostra Costituzione è basata sulla  Bibbia”. Una mia amica proletaria (elettrice democratica, oggi fa post anti–Trump su Facebook) mi confermava che “i dieci comandamenti fanno parte della Costituzione”, scambiando i comandamenti per i dieci emendamenti del Bill of Rights, che aggiunsero alla Costituzione quei diritti essenziali di cui i “padri fondatori” si erano dimenticati. D’altra parte, Barbara Dane, organizzatrice della resistenza alla guerra del Vietnam tra i militari, raccontava che il governo cercava di impedire la distribuzione del Bill of Rights nelle vicinanze delle basi militari (ma già nel 1925 lo scrittore Sinclair Lewis era stato arrestato per averlo letto in pubblico). Erano passati neanche quattro anni dal varo della Costituzione, e già nel discorso pubblico se ne parlava come di un ”venerabile documento”, addirittura “parola di Dio”. Secondo Thomas Jefferson, l’assemblea costituente era “un’assemblea di semidei”. Quando si parla di “religione civile” negli Stati Uniti, insomma, bisogna prenderlo almeno in parte alla lettera. Qualcuno scambia pezzi della Costituzione con un pamphlet sovversivo, e qualcuno li scambia con la Bibbia. Come tutti i testi sacri, venerati e sconosciuti, sono pochi quelli che si prendono la  briga di leggerla. Così anche “Costituzione”, come “democrazia”, diventa un significante vuoto che ognuno riempie con i suoi desideri e pregiudizi. Gli assalitori di Washington erano convinti di essere loro i difensori della democrazia americana; e gli elettori Maga non riconoscono negli atti del regime Trump violazioni di una Costituzione in cui credono che ci sia scritto solo quello che vogliono loro. Ma poi, quanto è democratica la Costituzione degli Stati Uniti? In un certo senso, è diventata venerabile sul serio: è la più antica costituzione in vigore in qualunque parte del mondo. Con gli occhi del 1789, era la rivoluzione incarnata; con quelli del terzo millennio, non solo un compromesso che, spaventato del suo stesso radicalismo, consolida il potere di proprietari e schiavisti e ricostituisce il principio di autorità turbato dalla rivoluzione. Ci voleva coraggio per inventare uno stato senza un re (la letteratura americana fino alla Guerra Civile, da Hawthorne a Poe, è ossessionata dalla figura della decapitazione del re, di uno stato senza testa, senza centro); perciò la Costituzione e la religione civile americana investono la figura del presidente di un’aura simbolica di sacralità ben oltre i poteri concreti che il testo gli garantisce (anche per questo gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di assassini di presidenti, tentati o riusciti – forma repubblicana del regicidio). Nel corso della storia, a questo potere simbolico si intreccia un graduale slittamento dei poteri reali verso l’esecutivo. Fino a quando, addomesticato il parlamento, controllato l’ordine giudiziario, salta la consunta illusione dei checks and balances e la stessa Corte Costituzionale che dovrebbe vegliare sui suoi atti dichiara che il presidente non è punibile per nessuno dei suoi atti ufficiali – legibus solutus, come i sovrani assoluti di tre secoli fa –, senza che nella venerabile Costituzione si trovassero gli anticorpi per impedirne il suicidio. CHI È POPOLO E CHI NO Un altro abbaglio della nostra pubblicistica sugli Stati Uniti è lo scandalizzato stupore con cui si parla di un paese “diviso”. Ma quando mai non lo è stato, il paese che ha combattuto la più sanguinaria guerra civile della storia? Sotto l’apparente omogeneità ideologica, il consenso centrista della sfera politica è sempre stato attraversato da una separazione tra chi vi è rappresentato e chi no, a partire dalla discriminazione razziale tra bianchi e non bianchi che è ancora un principio strutturale del paese, ma anche da una lotta di classe di violenza e intensità a noi sconosciute. Nel suo discorso di addio, George Washington definiva gli americani come un “free people”, un popolo libero. Popolo in che senso? In quel momento c’era senz’altro più libertà negli Stati Uniti che altrove; tuttavia, anche lì la maggioranza delle persone – donne, schiavi, nativi, non possidenti – non erano libere affatto. Puoi parlare di popolo libero solo se ne delimiti i confini e lasci fuori gli altri: la democrazia si proclama valore universale, ma in nessun luogo e tempo è stata applicata universalmente. Qui sta la contraddizione originaria: il principio di inclusione implica una pratica di esclusione; la democrazia vale per gli inclusi e non si applica agli altri. L’esclusione comincia ai confini dello stato. In questo, gli Stati Uniti non sono soli: la Gran Bretagna,   “faro di democrazia” a casa sua, pratica imperialismo e massacri in tutto il resto del mondo; la “liberté” francese non valeva in Algeria; l’“unica democrazia del Medio Oriente” scende in piazza a difesa delle regole interne ma non conosce limiti fuori di sé e istituisce nei territori occupati un doppio regime legale per chi è popolo e chi no. Questo processo si riproduce nei rapporti interni. Come ha mostrato Eric Foner, la storia della libertà americana è la storia delle lotte degli esclusi per accedere alla sfera dell’inclusione: movimento operaio, abolizionismo, suffragismo, femminismo, movimento dei diritti civili, gay liberation movement… Sono state conquiste costate sangue, ma sempre a rischio. Si può anche tornare indietro: il diritto di scelta delle donne è già stato abrogato in gran parte del paese (con la motivazione che non era previsto nella Costituzione del 1789!); il diritto di voto degli afroamericani è eroso in pratica e minacciato in prospettiva; lo ius soli, la cittadinanza per nascita, è in discussione; e i dissidenti vengono riclassificati come “terroristi interni” (l’assassinio di Renée Goode potrà restare impunito: lei non era più “popolo”). La politica di Trump consiste nel ridefinire (anche in termini razzisti) chi è “popolo” e chi no: uno dei suoi primi atti è stata l’abolizione dell’ente incaricato di promuovere “diversità, equità e inclusione”; la caccia ai migranti, la presunzione di  colpevolezza per chi ha aspetto o accento diversi, ribadisce il confine tra popolo e non-popolo, con l’effetto collaterale non trascurabile di rinforzare il senso di identità e fedeltà tra quelli che continuano a essere, o credersi, inclusi. Potremmo dire, parafrasando Gobetti, che Trump è “l’autobiografia” della sua nazione. Ma non è una storia solo americana. Gli Stati Uniti sono, se mai, il luogo dove la contraddizione originaria e la debolezza attuale della democrazia si manifestano nel modo più pericoloso e traumatico, ma non esclusivo. “America first” non è tanto diverso da “prima gli italiani”: anche l’Italia è “spaccata” tra un “popolo” che ha accesso (sì, limitato, disuguale e precario) alla sfera dei diritti politici, e un non-popolo di migranti e “clandestini” che ne sono esclusi. Abituati a considerarsi un paese inclusivo (terra di immigrati) e consensuale, gli Stati Uniti vivono la crisi del consenso e dell’inclusività come crollo di ogni regola; l’Ice è solo l’aspetto più evidente di un disordine più profondo ma diffuso. Abituati da sempre a saperci divisi, noi possiamo forse gestire questa condizione in modo più controllato (l’involuzione autoritaria a cui lavora Meloni non consiste nell’abolire le regole ma, almeno per ora, nel rifarle a suo uso, mantenendo la facciata dello stato di diritto). Almeno per ora. Dicevano negli Stati Uniti: “it can’t happen here”, qui non può succedere. Stiamo attenti a non illuderci anche noi. (alessandro portelli)
January 16, 2026
Napoli MONiTOR
Un Tribunale popolare a Madrid contro la complicità nel genocidio
(disegno di raffaele lippi) Mentre una tempesta di vento si abbatte su Gaza, rovesciando le tende e inondando i terreni brulli su cui migliaia di sfollati sopravvivevano al freddo, alla fame e alla devastazione, la Palestina è sparita dal dibattito pubblico. Il “cessate il fuoco” di base è un “cessate le proteste”, che avevano mobilitato milioni di persone in tutta Italia. Il genocidio continua attraverso la fame, i piani di deportazione e i continui attacchi militari. I guerrafondai sono riusciti a bloccare l’ondata di manifestazioni di piazza, e a farci parlare d’altro. Avanza anche la contra: non solo con il decreto che equipara opposizione al genocidio all’antisemitismo, ma anche con la censura a personaggi pubblici e continui provvedimenti disciplinari contro docenti e ricercatori pacifisti, spesso su richiesta di militari israeliani nelle università italiane. Fortunatamente, molti percorsi iniziati nei mesi scorsi vanno avanti: la solidarietà ai detenuti palestinesi o filopalestinesi (i presidi a L’Aquila per Anan Yaeesh, la liberazione di Mohamed Shahin dal Cpr), e anche il faticoso lavoro di fermare le collaborazioni accademiche con Israele. Su pressione studentesca, la facoltà di Lettere della Sapienza ha interrotto gli accordi con Israele, come prima quella di Fisica e l’intera Università Roma Tre (è da vedere se queste dichiarazioni saranno rispettate). La Società italiana di antropologia culturale ha appena approvato una mozione che richiede a tutti i membri di non collaborare con istituzioni accademiche e di ricerca israeliane “finché esse non pongano fine alla loro complicità con il genocidio, l’occupazione militare illegale del Territorio Palestinese e il regime di apartheid” (si trova anche qui). Vale la pena anche vedere cosa succede fuori dall’Italia. Il 28 e 29 novembre a Madrid si è celebrato un evento ambizioso: il Tribunale dei popoli sulla complicità con il genocidio palestinese nello Stato spagnolo, o TPCGP-25. L’evento è stato organizzato dalla Red Universitaria por Palestina – una rete che ha i nodi in tutte e cinquanta le università pubbliche spagnole, che già l’anno scorso aveva organizzato un grande evento a Barcellona dal titolo “L’Università di fronte al genocidio” (e un libro pubblicato per l’occasione). Il Tribunale dei Popoli si tiene nella sala grande della facoltà di Scienze Politiche e Sociologia dell’Università Complutense. Il campus non è lontano dal Puente de los franceses, il ponte sul Manzanarre dove alla fine del 1936 le forze repubblicane bloccarono i golpisti di Francisco Franco per la prima volta, anche grazie alle Brigate internazionali. La Batalla de la Ciudad Universitaria inaugurò la difesa di Madrid dal fascismo, come ricorda una famosa canzone. Ma mentre si sa che Franco arruolò migliaia di marocchini (per poi abbandonarli al loro destino), pochi sanno che sul fronte di Madrid c’erano anche alcuni comunisti palestinesi, che combatterono al fianco di italiani, inglesi, francesi, statunitensi, e migliaia di ebrei. “Il genocidio va compreso al di là del razzismo, dell’odio etnico o religioso”, scrive Manuel Delgado nel libro pubblicato l’anno scorso dalla RuxP. “Smascherando questa visione, un genocidio esprime la cultura degli stati, e in particolare del progetto coloniale e imperiale in cui pretendono di essere coinvolti”. Sulla grande cattedra della sala campeggia uno striscione: “Università per la decolonizzazione della Palestina: fermiamo il genocidio”. Potrebbe sembrare un’assemblea di movimento o un convegno accademico; l’evento invece è inquadrato come un Tribunale: uno strumento che l’università offre alla società civile, orientato all’azione. Ci sono commissioni e tavoli tematici, ognuno dei quali delibera su uno specifico aspetto della complicità dello stato spagnolo con il genocidio. COSA SONO I TRIBUNALI DEI POPOLI «Questo non è un tribunale giuridico», dice nel suo discorso di apertura Ángeles Diez, professoressa all’Università Complutense. «Non siamo qui per sostituirci a istituzioni nazionali o internazionali. È un tribunale d’opinione, un tribunale di coscienza. Seguiamo la linea dei tribunali Russell, e dei tribunali popolari basati sulla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli di Algeri». Perché in questi anni non ho sentito nessuno parlare dei tribunali Russell? In un libro del 1966 il filosofo Bertrand Russell, già premio Nobel, auspicò la creazione di un tribunale d’opinione sui crimini di guerra degli Usa in Vietnam. La prima sessione si tenne nel novembre 1966 a Stoccolma, il presidente era Jean-Paul Sartre, e vi presero parte (tra gli altri) Tariq Ali, James Baldwin, Lelio Basso, Stokely Carmichael, Simone de Beauvoir, Günther Anders, Alice Walker. Si ascoltarono più di trenta testimonianze, anche di militari Usa; venticinque esperti, membri di associazioni pacifiste, giudicarono i crimini degli Usa in Vietnam. Anche il governo di Ho Chi Minh contribuì a finanziare i lavori. “Se alcuni atti o violazioni sono crimini, lo devono essere sia che li commetta la Germania sia che li commettano gli Usa”, spiegò Russell. “Un regolamento sul comportamento criminale altrui deve prevedere che si possa applicare anche a noi”. Il Tribunale deliberò che gli Usa avevano violato la legge internazionale, con la complicità di molti altri paesi, usando armi proibite e imponendo trattamenti inumani ai civili: si considerò il governo Usa responsabile di genocidio. Il Tribunale Russell non poteva imporre sanzioni, ma mirava a “contribuire alla giustizia globale, al ristabilimento della pace e alla liberazione dei popoli oppressi”. Altri tribunali Russell giudicarono le dittature latinoamericane, le violazioni verso i popoli indigeni, i diritti in psichiatria. Nel 2010 a Barcellona un tribunale Russell giudicò la complicità dell’Ue nell’occupazione della Palestina. Ma i tempi sono decisamente cambiati. Tre giorni prima dell’inizio del tribunale la decana della facoltà ha ricevuto delle lettere di denuncia: una da un’associazione di avvocati sionisti, finanziata direttamente da Israele, dalla Federazione di giovani ebrei spagnoli e dalla Rete accademica contro l’antisemitismo nelle università, una lobby esterna alle università. Il giorno prima, il rettore della Complutense Joaquín Goyache ha scritto personalmente alla decana chiedendo di non celebrare l’evento. Ma la RUxP ha inserito giuristi della rete “Juristas por Palestina” in ogni tavolo a verbalizzare. Così non ha dato spazio alle pressioni esterne che tentavano di presentare il Tribunale come evento illegale.  LE COLLABORAZIONI TRA SPAGNA E ISRAELE La Spagna da noi gode di un’ottima stampa, al punto da farci credere davvero che il governo Sánchez stia mantenendo un embargo verso Israele. Il TPCGP-25 ha dimostrato invece, e con un’enorme quantità di documentazione, che il governo spagnolo è strutturalmente complice del genocidio in Palestina. Non solo la Spagna collabora intensamente con Israele, ma le collaborazioni continuano ad aumentare. Basti pensare, come si è detto in apertura del Tribunale, che tutte le navi statunitensi che attraversano il Mediterraneo cariche di munizioni e carburante per il genocidio passano per le acque territoriali spagnole. Se Sánchez avesse voluto davvero un embargo, avrebbe bloccato i porti di Algeciras, Cartagena, Valencia, Barcellona a quelle navi. Senza quei porti, lo sterminio dei palestinesi sarebbe stato più difficile. Il Tribunale prevedeva sette tavoli tematici che presentavano le prove raccolte: uno sull’impresa, il commercio e le “banche armate”, cioè la finanza che foraggia il traffico di armi; uno sui media; uno sul sistema sanitario; uno su sport e cultura; uno sulla repressione e le lobby sioniste; una su università, ricerca, educazione e istituzioni culturali. Per ogni tavolo una decina di professori e ricercatori discutevano i dettagli delle complicità. Quello sulle imprese, per esempio, ha elencato le sei corporazioni spagnole incluse nel report Onu sulle complicità imprenditoriali nel genocidio: sono imprese di logistica, costruzione e trasporti, impegnate nel sostenere le colonie illegali costruite da Israele sul territorio palestinese occupato. Il presunto embargo ha costretto semplicemente le imprese a muoversi in modo meno visibile. Così, la Santa Barbara Systems continua a montare le torrette dei carri armati israeliani della Elbit, ma invece di farlo nella sua fabbrica in Asturias, va a montarle in Lettonia. Banco Santander e il BBVA hanno operazioni da miliardi di euro con le compagnie di armamenti coinvolte nel genocidio (si veda qui), ma ora devono nasconderle con triangolazioni e maggiore opacità nelle operazioni finanziarie. Il che non è una buona notizia neanche per la democrazia spagnola. Ogni tavolo ha elaborato un dossier riassuntivo; presto saranno caricati tutti sul sito. Il tavolo sulla repressione e le lobby sioniste, presieduto da Manuel Delgado dell’Università di Barcellona, ha già pubblicato il suo dossier. Vi si descrivono le reti con cui si “diffondono, sostengono e promuovono le narrative che giustificano o legittimano i crimini perpetrati dal progetto coloniale israeliano”. In Spagna, come in tutta Europa, c’è una “rete di collaborazione pubblico-privata che vincola istituzioni statali, associazioni private e imprese” (la cui genealogia è ricostruita in un altro rapporto del Tribunale), che organizza continui attacchi alle mobilitazioni per la Palestina – dagli accampamenti studenteschi alle manifestazioni contro la Vuelta, il Giro di Spagna, interrotto da proteste quasi a ogni tappa. Nel dossier ci sono anche le trascrizioni di tutti gli interventi strumentali e menzogneri sui giornali e in televisione, i meme, e tutta la pubblicistica riconducibile al lavoro di lobby esercitato dallo stato israeliano e dai suoi sostenitori. LA COMPLICITÀ DI SCUOLE E UNIVERSITÀ Il tavolo sulla ricerca e sull’educazione è partito dallo “scolasticidio” operato da Israele a Gaza, con la distruzione di tutte le strutture educative e di ricerca e l’assassinio di migliaia di studenti e centinaia di docenti (anche in Cisgiordania). Lo ha illustrato l’antropologa israeliana Maya Wind, che è intervenuta con un video. Le università spagnole sono coscienti del ruolo dei loro omologhi israeliani nel genocidio, e in alcuni casi hanno dichiarato la  sospensione delle collaborazioni. A maggio 2024 la stessa Conferenza dei Rettori ha votato per il boicottaggio; ma la destra al potere in varie parti della Spagna ha provato a fermarle, per lo più senza successo. Un intervento ha descritto il contributo dell’Ue alla ricerca israeliana: Israele è il primo paese non Ue a essere incluso nel programma Horizon, e il secondo beneficiario di fondi per la ricerca, nonostante sia uno stato con pochi milioni di abitanti. La commissione Ue discute fin dal 2020 dell’esclusione di Israele da Horizon, ma questa ancora non è stata resa effettiva. Nello stesso tavolo si è parlato dell’incredibile quantità di ricerca israeliana su sorveglianza e cybertecnologie. È quasi impossibile lavorare su questi temi senza collaborare con università israeliane, e infatti moltissime università spagnole continuano a lavorare con le istituzioni che sviluppano i software usati per i check-point, o gli algoritmi militari – come Lavender, che assegna automaticamente ai palestinesi dei punti sulla base dei quali possono essere uccisi; o l’ancora più perverso Where’s Daddy, che calcola come colpire i palestinesi quando tornano a casa dai figli. Ma anche la Biblioteca Nacional de España usa software israeliano: il programma Alma, prodotto dalla Ex Libris, un’impresa che ha sede a Malha, in Cisgiordania. Fino al 1948 Malha era il villaggio palestinese di Al Maliha: i suoi 2.250 abitanti furono uccisi o deportati mentre l’esercito israeliano distruggeva e razziava non solo le case, ma anche archivi e biblioteche. Su segnalazione di oltre cinquecento biblioteche, il mese scorso il Dipartimento della Cultura spagnolo ha cancellato il contratto con la Ex Libris, come impresa legata all’occupazione illegale del territorio palestinese. Altre testimonianze riguardavano le scuole, obbligate per legge a educare ai diritti umani, eppure continuamente sottoposte a ingerenze verso chi denuncia crimini riconosciuti dall’Onu. Molti docenti, organizzati in Marea Palestina. Educación contra el genocidio, rispondono al tentativo di instillare loro paura con la sistematica documentazione di ogni abuso. Neves Arza, professoressa dell’Università di La Coruña, ha raccontato che in una scuola della Galizia il preside aveva chiesto di togliere l’immagine di un cocomero, dichiarando che poteva “risultare offensivo a chi non condivide le critiche al genocidio” (sic!).Quando studenti e docenti hanno chiesto una lettera scritta che motivasse la richiesta, la direzione si è tirata indietro, e il cocomero è ancora lì. Il tavolo ha deliberato di richiedere a ogni istituzione educativa misure che rendano strutturale non solo l’obbligo di non collaborare con il genocidio, ma anche la partecipazione di palestinesi e altre voci anticoloniali. LA SENTENZA CONCLUSIVA La conclusione dei lavori è iniziata con un potente discorso di Rabab Abdulhadi, professoressa palestinese dell’Università Statale di San Francisco, che ha collegato la resistenza attuale al genocidio alla storia centenaria di lotta contro la colonizzazione e contro il fascismo. Per questo nomina la guerra civile e lo sterminio dei nativi americani. Il suo intervento allinea domande importanti: per esempio, “come possiamo collegarci ai nostri fratelli ebrei antisionisti?” Our siblings è il termine che usa. Ma anche: come comportarci di fronte al fatto che l’Ue e l’Onu intervengono nella riscrittura dei programmi accademici palestinesi, finanziando l’Autorità Palestinese perché rimuova ogni menzione alla resistenza anticoloniale. Le università palestinesi quando non sono distrutte, vengono rimodellate secondo le necessità strategiche di Israele. Infine, al termine dei lavori, arriva la sentenza: la “Dichiarazione di Madrid” del 29 novembre 2025, il cui obiettivo è “studiare, comprendere e mobilitare la società civile spagnola”. A partire dalle prove esposte, dall’analisi dei rapporti presentati dai vari tavoli tematici, il Tribunale conclude che lo stato spagnolo collabora da decenni con l’occupazione, l’apartheid e la Nakba permanente, e infine con il genocidio, e che il suo governo ha piena coscienza di questi crimini. Seguono venti punti in cui queste complicità vengono esposte, per tutti gli ambiti analizzati. E conclude: “Il Tribunale dichiara che questa risoluzione si approva con la convinzione che la voce della coscienza collettiva sia uno strumento indispensabile di fronte all’impunità, specialmente quando i meccanismi istituzionali formali sono insufficienti o troppo lenti di fronte alla gravità dei fatti. La fase attuale del genocidio ci obbliga a continuare questo lavoro di documentazione, denuncia e memoria. Chiediamo a tutti i partecipanti e collaboratori di questo Tribunale di continuare i lavori che hanno iniziato”. Non ci sono molti dubbi sul fatto che i tribunali veri non daranno nessuna importanza a questo tribunale, così come hanno ignorato quello di Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre. Ma non c’è neanche molto dubbio che sia un dovere per la comunità accademica raccogliere e ordinare le informazioni che si vorrebbero far passare sotto silenzio. Una rete simile in Italia, la Rete Ricerca e Università per la Palestina, sta ugualmente cercando di sistematizzare le informazioni sulla complicità accademiche italiane con Israele. Ma le frontiere nazionali (e linguistiche) sembrano obbligarci a ripetere più volte lo stesso lavoro. Ci sono anche importanti differenze politiche tra Italia e Spagna: la più evidente, che durante tutto il Tribunale nessuno dei partecipanti ha fatto riferimento ai propri sindacati o partiti di appartenenza. Si lavora insieme, pur essendo ognuno legato ai propri gruppi; l’obiettivo è adempiere al proprio ruolo storico collettivo, non egemonizzare un processo. Luz Gómez dell’Università Autonoma, presidentessa del Tribunale con Rabab Abdulhadi, così ha concluso il suo intervento: «La Palestina oggi è in pezzi, frammentata e sul punto di sparire, sepolta sotto strati giuridici, bellici, politici ed economici normalizzati da Israele a forza di fatti consumati e crimini impuniti, con il sostegno diretto dell’Occidente e dei suoi alleati arabi. In Spagna la denuncia della complicità con il genocidio ci porta oggi all’Università Complutense di Madrid, perché non concepiamo la vita accademica senza giustizia né riparazione». E termina: «La Palestina è nata dalle sue ceneri dopo Karameh, Beirut, Oslo, e rinascerà dopo Gaza, nonostante le controrivoluzioni arabe e l’ascesa dell’ultradestra mondiale. La vita e la bellezza che ci insegna la storia della resistenza palestinese sono insolenti. Parafrasando Pasolini, sono, come le mura di Sana, “una bellezza scandalosamente rivoluzionaria”. Oggi speriamo, insieme alle palestinesi e ai palestinesi, che il mondo si stia svegliando alla loro causa – che è la sua stessa causa: la causa dell’umanità». (stefano portelli)
January 2, 2026
Napoli MONiTOR
Tunisia in rivolta. Genealogie femministe e queer tra repressione e resistenza
(archivio disegni napolimonitor) Verranno al contrattacco con elmi e armi nuove, verranno al contrattacco, ma intanto adesso curami. [CCCP] È il 29 novembre, siamo in piazza a Tunisi con una delle sorelle che ho disseminato lungo le sponde del Mediterraneo. Camminiamo insieme sul percorso che da piazza Pasteur taglia la città lungo le sue meridiane fino ad Avenue Bourguiba, mentre una marea femminista avanza compatta e rumorosa per le strade che attraversiamo ogni giorno. “La strada appartiene al popolo”, risuona intorno a noi, e oggi quel popolo ha il volto di donne, militanti storiche e giovanissime, salde contro un sistema corrotto e patriarcale che le opprime. A un mese dalla sospensione arbitraria delle sue attività, l’Association Tunisienne des Femmes Démocrates (ATFD) torna a mobilitarsi e a rivendicare la fine della violenza e della repressione. Centinaia di persone attraversano il centro di Tunisi con striscioni e cartelli che denunciano la criminalizzazione delle attività politiche e civili, la violenza esercitata sulle donne e le soggettività non conformi, così come reclamano la solidarietà con tutte le prigioniere di coscienza. In testa al corteo, le storiche militanti dell’ATFD marciano accanto alle più giovani, intrecciando genealogie di lotta e un presente in cui la strada torna a essere il luogo da cui si rivendica il diritto alla vita e all’autodeterminazione. Il corteo del 29 novembre non è un episodio isolato: si inserisce dentro una stagione di mobilitazioni che, a partire dalle proteste ambientali di Gabès iniziate a ottobre e ancora in corso, prova a tessere una risposta collettiva alla svolta autoritaria del presidente Kais Saied. In queste settimane, la piazza si è riempita più volte: un corteo femminista ha attraversato Tunisi anche il 22 novembre, mentre il 6 dicembre la società civile è tornata in strada per richiedere il rilascio di prigionieri e prigioniere politiche. Dal luglio 2021, con la sospensione straordinaria del parlamento, lo scioglimento del governo e la progressiva subordinazione della magistratura all’esecutivo, Kais Saied ha concentrato nelle proprie mani poteri sempre più ampi, trascinando il paese in una profonda regressione democratica. Da allora, un’ondata di arresti arbitrari senza precedenti dalla caduta di Ben Ali ha travolto oppositori, giornalisti, avvocate, sindacalisti, attiviste. Il numero di persone imprigionate cresce di giorno in giorno, mentre una calma solo apparente cela un malcontento diffuso che continua a fermentare in profondità. Oggi, prendere parte a una manifestazione in Tunisia, come d’altronde esporsi e schierarsi politicamente, significa prima di tutto mettere a rischio la propria incolumità. Quando cala la sera, proprio in quella stessa giornata del 29 novembre, arriva la notizia che gela la piazza: Chaima Issa, una delle oppositrici più note del regime, già arrestata nel 2023 e sottoposta a restrizioni che le impedivano persino di apparire in pubblico, è stata sequestrata da uomini in borghese nel pieno della manifestazione. Il suo rapimento, che si inserisce nel processo per complotto contro la sicurezza dello stato che oggi le è costato vent’anni di carcere, è parte di una repressione sistematica che investe la società civile tunisina con violenza crescente. Alle porte di questo inverno, l’aria che si respira in Tunisia è pesante. Eppure, ridurre a silenzio la massa critica è più difficile di quanto si possa credere. È proprio qui che un libro come Tunisia in rivolta. Femminismi e queerness fra strada e cyberspazio di Guendalina Simoncini e Maria Nicola Stragapede offre un varco. Ricostruendo la lunga storia della resistenza femminista e queer in questo paese, le autrici mostrano quanto le soggettività in lotta continuino a reinventare strumenti e spazi di opposizione. Il volume, di recente pubblicazione, è parte della collana Manifesta di Astarte edizioni che, sotto la direzione di Renata Pepicelli, propone una lente femminista e decoloniale sulla storia e l’attualità del Mediterraneo e dell’Asia sud-occidentale. In questo caso, è la Tunisia stessa a prendere parola. Attraverso un lavoro di ricerca tanto denso quanto radicato, le autrici mettono al centro del testo le voci delle donne e delle soggettività non conformi, intrecciando memoria delle lotte, rotture generazionali e nuove forme di resistenza. Simoncini, che si occupa di attivismo digitale e linguaggi della lotta femminista e queer nello spazio mediterraneo, e Stragapede, che studia le trasformazioni biografiche e politiche di chi ha partecipato alle rivolte del 2010-2011, portano sguardi complementari sulla Tunisia postcoloniale. Forti di questa complementarità, costruiscono un testo con un duplice obiettivo: da una parte raccontare a un pubblico italiano la Tunisia contemporanea, senza semplificarne contraddizioni e ambivalenze; dall’altra, provare a tessere legami di sorellanza e solidarietà tra le due sponde del Mediterraneo. Tunisia in rivolta diventa così più di una genealogia dei movimenti femministi e queer: si fa strumento per ripensare le relazioni tra nord e sud, tra maschile e femminile, tra chi abita il centro e chi la periferia. Il libro si muove consapevolmente tra due poli. Da un lato, le storie, le utopie, le eredità politiche dei movimenti: le biografie di militanti, le campagne, le rivendicazioni, le fratture interne. Dall’altro, le trasformazioni intime che l’attivismo porta nella vita delle persone coinvolte: reti di sorellanza informali, spazi di confronto quotidiano, esperimenti artistici e digitali che ridisegnano l’immaginario della rivolta. Da una riva all’altra del Mediterraneo, Tunisia in rivolta ci invita a domandarci come resistere al presente, a partire da genealogie spesso cancellate o marginalizzate. “La nonna partigiana ce l’ha insegnato”, scandiamo nelle piazze italiane e sappiamo bene dove rivolgere lo sguardo quando tempi bui si avvicinano. Il libro restituisce la memoria negata delle donne tunisine che hanno partecipato ai processi di indipendenza e di quelle che, più tardi, hanno resistito al femminismo di stato dei presidenti postcoloniali, indicando una via per l’oggi. Reti e rivendicazioni dal basso, scioperi, collettivi, riviste: sono questi i fili che Tunisia in rivolta riannoda, facendo emergere le continuità e le rotture tra le lotte del Novecento e quelle contemporanee. Dopo aver ricostruito la storia dei movimenti femminili, femministi e queer dagli anni Venti a oggi, la seconda parte del volume si concentra su pratiche, metodologie e saperi combattenti: intersezionalità, cyberattivismo, arte politica. SPAZI SICURI Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, la Tunisia è attraversata da una serie di proteste che portano alla caduta del regime di Ben Ali, al potere da oltre vent’anni, e che sono ricordate dal popolo tunisino come la Rivoluzione della Dignità. Da quel momento si assiste a una vera e propria esplosione di esperienze politiche e culturali che continuano a mescolarsi tra personale e collettivo, tra eredità dei movimenti storici e rotture generazionali. Emergono femminismi plurali che, pur in dialogo con il passato, si dichiarano intersezionali, decoloniali, antirazzisti. Il concetto di intersezionalità, nato all’interno del femminismo nero negli Stati Uniti negli anni Ottanta, è uno degli strumenti centrali del libro: permette di leggere come le diverse forme di discriminazione – di genere, classe, razza, orientamento sessuale – si intreccino nella vita delle persone. Nel corso dei decenni, il dibattito tra i diversi femminismi globali ne ha allargato lo sguardo, portando alla luce nuove linee di oppressione e di alleanza. Nel rivendicare questo posizionamento, i movimenti tunisini mostrano una capacità di intreccio e contaminazione che affonda le radici nelle lotte per l’indipendenza e che oggi si rinnova nei conflitti contro la stretta autoritaria e la precarietà imposta dal regime. A quasi quindici anni dalla rivoluzione, la svolta repressiva del presidente Saied rende evidente quanto sia difficile immaginare luoghi pienamente sicuri. Gli spazi e gli strumenti di lotta non sono più soltanto fisici, ma si estendono al digitale, dove chi fa attivismo femminista e queer sfida censura, sorveglianza e violenza online. In un contesto in cui nessun luogo è davvero al riparo, né la piazza né le piattaforme digitali, né le case né gli spazi associativi, chi milita preferisce parlare di safer spaces: contesti che non negano il rischio, ma provano a ridurlo e a redistribuirlo attraverso pratiche di cura reciproca e responsabilizzazione. Le voci raccolte nel libro ricordano che non può esistere uno spazio davvero sicuro finché il sistema patriarcale, capitalista e coloniale resta intatto; il senso diventa allora costruire dei margini di respiro dentro un mondo insicuro. In Tunisia, questo discorso pesa ancora di più: la comunità femminista e queer è esposta in modo specifico alla violenza di genere e alla discriminazione istituzionale, tanto nello spazio digitale quanto per strada, soprattutto quando entra nelle maglie del sistema giudiziario e carcerario. Non è un caso, inoltre, che in copertina compaia il teatro municipale di Tunisi, scenografia storica delle mobilitazioni popolari su Avenue Bourguiba fin dai giorni della Rivoluzione della Dignità: la strada “dove tutto succede” incontra la scena. Attraversato da figure intente a graffitarne le mura, il teatro richiama le forme di arte urbana che dalla rivoluzione in poi hanno dato corpo e colore alle pulsioni di cambiamento. Nel capitolo sui “linguaggi artistici della protesta”, il libro dedica ampio spazio ai muri femministi di Tunisi e all’arte dei corpi in scena, mostrando come questa possa diventare una delle principali forme di agency politica nella Tunisia contemporanea. Uno degli elementi più preziosi del volume sta inoltre nella struttura: gli intermezzi che punteggiano i capitoli – manifesti, riflessioni, raccolte di graffiti – sono traduzioni e montaggi di materiali prodotti all’interno del movimento tunisino. Attraverso un lavoro di traduzione accurato, le autrici, in dialogo con Gemma Baccini e Luce Laquaniti, offrono al pubblico italiano accesso diretto ad alcuni dei testi più vivi delle lotte in corso, trasformando il libro in un dispositivo corale in cui la voce delle ricercatrici dialoga continuamente con quella di attiviste, giornaliste e artiste. Questa coralità è il risultato di una precisa scelta metodologica: Simoncini e Stragapede si interrogano su cosa significhi oggi fare ricerca “con le altre” e non soltanto “sulle altre”. L’approccio decoloniale orienta la scrittura e si traduce in scelte che attraversano e costruiscono il testo stesso: le autrici riflettono sulla propria posizione di ricercatrici italiane che hanno vissuto e studiato la Tunisia, lasciando spazio alle voci e alle storie del paese, come nella prefazione firmata da Henda Chennaoui, fondatrice della prima scuola femminista intersezionale dedicata a Lina Ben Mhenni. Il libro non si esaurisce sulla carta. La presenza di qr code che rimandano a podcast, video, articoli e materiali d’archivio amplia l’orizzonte, rafforzando il legame tra pagina, strada e cyberspazio. Il linguaggio resta accessibile senza rinunciare alla complessità. In questo modo il volume si propone apertamente come strumento nelle mani del pubblico italiano per costruire ponti di solidarietà consapevole, nella piena coscienza delle lotte condivise e dei privilegi che ci attraversano in modo asimmetrico. Di fronte a un Mediterraneo attraversato da muri, respingimenti e nuove forme di fascismo, Tunisia in rivolta ci chiede cosa significhi davvero essere solidali, oltre che sorelle, oggi: qual è il nostro posto al fianco delle altre? Che cosa ci insegnano i femminismi e le queerness tunisine alle porte di quello che anche per noi sembra essere un lungo inverno? La risposta sembra trovarsi tra le pagine conclusive del libro, nelle quali la tenerezza assume una dimensione esplicitamente politica e radicale. Ricorre, tra i muri di Tunisi e le immaginazioni mediterranee, l’idea che solo con rabbia e tenerezza ci possiamo salvare, solo rendendo collettivo il cuore possiamo resistere al presente. “Rendete collettivo il cuore, di modo che si apra e non si spezzi. Che contenga il dolore del e nel mondo, senza anestetizzarsi e senza esserne divorato”. (matilde collavini)
December 18, 2025
Napoli MONiTOR
La politica della morte. Dopo i massacri nelle favelas di Rio de Janeiro
(disegno di federica pagano) Il 26 novembre di nuovo un’operazione della polizia militare a Rio de Janeiro ha provocato dei morti, questa volta nella favela del Maré; i proiettili hanno raggiunto un bambino di dodici anni che era nel cortile di una scuola, e hanno perforato i muri di una sede dell’Università Federal de Rio de Janeiro. Camila Felix che stava preparando questo pezzo per Monitor sul massacro avvenuto il mese scorso nella favela di Penha, a poca distanza dal Maré, era all’Università quando sono arrivati gli spari. UN PRESIDIO, DUE CORTEI Il 28 ottobre 2025 è entrato nella storia come il giorno del più grande massacro mai realizzato in Brasile; il cinico “successo dell’operazione” suona come una minaccia. Possiamo aspettarci che “la peggiore operazione di polizia a Rio sarà sempre la prossima”. Claudio Castro, il governatore dello stato di Rio de Janeiro vuole proseguire con la presunta strategia di recupero dei territori sotto il controllo dei gruppi armati usando sempre la stessa tattica delle incursioni della polizia, quella che ha consegnato l’intera città – e in particolare le favelas – nelle mani dell’incertezza e della politica della morte. Tre giorni dopo il massacro c’è stata una manifestazione unitaria di protesta con lo slogan “Basta massacri, Claudio Castro fuori!”. Il luogo d’incontro era un campo di calcio, il Campo do Ordem, nel complesso de La Penha, nella zona nord di Rio – il quartiere dov’è avvenuto il massacro. Si sono incontrati gli abitanti dei quartieri Penha e Alemão, i parenti delle vittime, nonché organizzazioni politiche e sociali come i movimenti dei neri, organizzazioni comuniste, sindacati, organizzazioni giovanili, eccetera. La strada era piena di gente; pioveva, le persone erano schiacciate sotto gli ombrelli, vestite di bianco o con magliette a lutto. Quando la pioggia si è calmata, lentamente le persone, le moto e i furgoncini sono entrati nel campo di calcio, e lo hanno riempito finché era difficile camminare. Mi sono fatta un giro, salutando amici e compagni di lotta, e fermandomi ad ascoltare gli sconosciuti che condividevano il loro dolore, i politici e gli attivisti che pronunciavano i loro discorsi, mentre altri registravano o trasmettevano in diretta, insieme a giornalisti di testate indipendenti. L’indignazione era evidente. In fondo al campo c’era un secchio con vernice rossa diluita e magliette bianche da dipingere. Macchie rosse per una moltitudine. Il presidio è rimasto lì per circa tre ore, poi è partita una manifestazione che si è divisa in due. Alcuni dei partecipanti si sono incamminati in corteo verso Penha, mentre un’altra parte si è avviata con i furgoni e le moto in una carovana verso il Palacio de Guanabara, la residenza del governatore dello stato di Rio nel quartiere centrale di Laranjeiras. Io mi sono avviata con il primo gruppo, e ci siamo diretti verso la piazza São Lucas, dove la settimana precedente gli abitanti avevano allineato decine di cadaveri abbandonati dai poliziotti dopo il massacro. Mentre camminavamo per le strade gridavamo: “Claudio Castro, assassino!”, “Non è finita; deve finire; voglio la fine della Polizia Militare”, e “Marielle lo chiese, io pure lo chiedo: quanti devono morire perché questa guerra finisca?” [un riferimento a Marielle Franco, l’attivista per la casa uccisa nel 2018 a Rio, Ndr]. Dalla piazza São Lucas abbiamo continuato a camminare per l’avenida Nossa Senhora da Penha, dove molti negozi sono rimasti chiusi fin dal giorno del massacro. Siamo passati davanti alla sede del 28º Battaglione di pompieri militari, da dove alcuni pompieri osservavano attentamente la manifestazione. Una volta arrivati all’avenida Brás de Pina, almeno otto pattuglie di polizia ci aspettavano parcheggiate. Lì la manifestazione ha iniziato a disperdersi. SICUREZZA PUBBLICA E IDEOLOGIA Secondo il giornale Foro de Teresina, il saldo del massacro è stato di centoventuno morti confermati, nessuno dei quali aveva un ordine di arresto che giustificasse l’operazione. Nessuna delle persone assassinate dal braccio armato dello Stato era il vero obiettivo di quella azione, che ha avuto luogo in un paese dove la pena di morte non è prevista dalla legge. Tra i centotredici arrestati, solo venti avevano dei mandati di arresto. La Defensoría Pública non ha potuto realizzare la perizia sui cadaveri, che avrebbe permesso di distinguere tra uno scontro e un’esecuzione. Il governatore Castro ha dichiarato: “Tutto il Brasile ora ha visto che è possibile affrontare queste organizzazioni. La società ci chiede continuità: e noi gliela daremo”. Il “successo”, tuttavia, con tutta probabilità non risiede negli arresti o nel sequestro di armi, né nel “recupero del territorio”, che non è avanzato neanche di un centimetro. Come mostrano le “mappe storiche dei gruppi armati” sviluppate dal Gruppo di studio sulle nuove illegalità dell’Università Federal Fluminense e dall’organizzazione Fogo Cruzado, questa politica di sicurezza pubblica che va avanti da quasi trent’anni sta diventando sempre più letale, ma continua a fallire nel contenere l’avanzata dei gruppi armati. Una comparazione sull’area di azione di Rio de Janeiro mostra un aumento del quattrocento per cento nel territorio controllato dai gruppi armati, tra il 2008 e il 2023. Queste mappe mostrano una riorganizzazione del dominio territoriale dei gruppi armati nella regione, specialmente con l’espansione del Comando Vermelho e delle milizie. Il “successo” si spiega quindi forse per un’altra cifra: che il sessantaquattro per cento della popolazione si è dichiarata favorevole alla mega-operazione. Così, possiamo formulare un’ipotesi: la “sicurezza pubblica” a Rio de Janeiro funziona come un’ideologia che sostiene le campagne elettorali, e con molto successo. Se studiamo il momento successivo al massacro, e le sue ripercussioni politiche, alla luce di questa ipotesi, possiamo identificare alcuni elementi e prese di posizioni diverse: il rifiuto del massacro, la rivendicazione del suo successo, e anche la strumentalizzazione dell’episodio per trattare altri temi. In primo luogo, spicca la ripercussione relativa agli eccessi commessi. Il 3 novembre, sei giorni dopo i fatti, il gruppo del Psol nell’Assemblea legislativa dello stato di Rio ha presentato una richiesta di impeachment contro il governatore Castro. Il giorno dopo, il presidente federale Luiz Inácio Lula da Silva del Partito dei lavoratori (Pt) ha affermato che “c’è stato un massacro”, dichiarando che ci sarebbe stata un’inchiesta parallela sull’operato della polizia. Ventisette organizzazioni hanno espresso la loro indignazione in una lettera pubblica che affermava “la sicurezza pubblica non si costruisce con il sangue”. La seconda linea di ripercussione consiste nella disputa sulle cause e il senso dell’avanzamento dei gruppi armati a Rio, e – in conseguenza – del massacro stesso. Gli alleati di Bolsonaro legano la crisi della sicurezza a Rio al presunto abbandono della città da parte del governo federale, particolarmente in relazione alla figura di Lula. In questo contesto, è importante analizzare le continue critiche alla Arguição de Descumprimento de Preceito Fundamental, un’azione giudiziaria conosciuta anche come ADPF das favelas, presentata nel 2019 dal Partito socialista (Psb) insieme a diversi movimenti neri, collettivi di madri e parenti di vittime della violenza della polizia, abitanti delle favelas e altre organizzazioni della società civile. L’obiettivo dell’ADPF 635 era diminuire la letalità della polizia nelle operazioni di sicurezza pubblica nelle favelas, ed era stata accettata parzialmente nel 2020. Tra i risultati di tale azione c’era l’installazione di telecamere nelle uniformi degli agenti, la presenza obbligatoria delle ambulanze nei luoghi dove si realizzano le operazioni e la richiesta di maggior trasparenza e dialogo con il Ministerio Público. Tuttavia, le organizzazioni di attivisti e in difesa dei diritti umani hanno denunciato che il testo ha delle falle che permettono un’applicazione flessibile, per non dire selettiva, delle sue direttive. Claudio Castro, che inizialmente aveva elogiato la ADPF quando era stata approvata, ora la chiama “maledetta” e la accusa di rendere meno efficace l’azione della polizia durante il massacro. Secondo Pedro Venceslau, questa argomentazione è in linea con la narrativa adottata dalla destra, e particolarmente dai leader del Partido liberal, per orientare il dibattito sulla sicurezza pubblica verso una critica non solo del governo federale, ma anche del Tribunale federale supremo. Sono due i fattori decisivi per cui la ADPF 635 è stata così criticata. Da una parte, nell’ambito statale, serve come base per la richiesta di impeachment: secondo il gruppo che ha avanzato la richiesta, i protocolli che stabilisce – rispetto alla proporzionalità, alla presenza delle ambulanze, all’uso delle telecamere corporali e alla preservazione della scena dell’operazione per le perizie indipendenti – non sono stati rispettati. Dall’altro lato, nell’ambito federale, la ADPF è servita anche come base per l’apertura dell’inchiesta portata avanti dal giudice Alexandre de Moraes, che ha convocato in udienza il governatore Castro il 3 novembre, richiedendogli un rapporto sull’operazione. Questo rapporto, elaborato dal governo dello stato di Rio, è stato mandato al Tribunale superiore federale il 17 novembre, ma presentava contraddizioni tra il numero degli arresti e il numero delle armi sequestrate. Un’altra discrepanza era sulla quantità di telecamere utilizzate durante il massacro: inizialmente il governo aveva dichiarato che tutti i poliziotti che avevano partecipato all’operazione avevano le telecamere corporali, ma nel rapporto Castro afferma che solo sessanta poliziotti civili avevano tali dispositivi; inoltre, oltre la metà di essi (trentadue) non funzionavano. In più, l’operazione del governo federale, capeggiata da Lula e dal Partito dei lavoratori, fa parte di una strategia di lunga durata nei confronti dei candidati del Partito liberale, a cui appartiene il governatore Castro così come buona parte dei candidati bolsonaristas, sia dello stesso Partito liberale che di altri partiti di destra come i Repubblicani e Progressisti. Però, oltre a questa opposizione, la destra brasiliana da anni deve affrontare anche il Tribunale federale supremo, e in particolare proprio il giudice Alexandre de Moraes. Il punto più alto di questa tensione è stato l’assalto al Tribunale, al Parlamento nazionale e al palazzo presidenziale di Planalto a Brasilia l’8 gennaio 2023, all’indomani della vittoria di Lula. La storia prosegue convulsa dopo il recente arresto di Jair Bolsonaro. Infine, il terzo piano comprende una posizione che considera le favelas come spazi d’eccezione. “Un drone del Comando Vermelho ha lanciato bombe durante l’operazione della polizia, eppure la sinistra insorge se io suggerisco di bombardare le barche dei trafficanti!”, ha scritto Flavio Bolsonaro, senatore e figlio dell’ex presidente. L’associazione di idee segnalata dal senatore è rivelatrice: si riferisce agli attacchi statunitensi contro le barche venezuelane. Non è la prima dichiarazione di questo tipo: suo fratello, il consigliere Carlos Bolsonaro, aveva già criticato la decisione del governo brasiliano di rifiutare, nel 2025, una proposta degli Usa perché fazioni armate come il Comando Vermelho e il PCC (Primer Comando da Capital) fossero considerate organizzazioni terroriste. Secondo la professoressa dell’UFF Carolina Grillo, classificare tali “fazioni” come gruppi terroristi o narcoterroristi sarebbe una strategia per costruire un’alterità radicale che permette la sospensione delle leggi in alcuni spazi specifici. Sono più di tre decenni che in Brasile le politiche di sicurezza sono orientate dall’idea della crisi come forma di governo. L’alterità e la crisi sono elementi essenziali per instaurare questa modalità di azione differenziata delle forze dello Stato, come un vero e proprio stato di eccezione. Altre due studiose, Gizele Martins e Juliana Farias, sostengono invece che la militarizzazione non ha un carattere eccezionale nelle favelas e nelle comunità; è un dispositivo di disciplinamento dei corpi neri e poveri, naturalizzato dalla sua ripetizione. È una politica che si basa su una morte allargata che disorganizza la vita come conseguenza di tale violenza. Essa va oltre la morte e il lutto; si configura anche come irruzione della paura, dei coprifuoco e della imprevedibilità nella vita quotidiana degli abitanti. Così, la violenza in Brasile prevale nelle forme extralegali, tanto quando è esercitata dai gruppi armati, che quando la pratica lo stesso Stato, che trasgredisce le sue stesse determinazioni legali sull’uso della forza. La vita politica che si è articolata dopo il massacro sta mostrando che questo modo di gestire la sicurezza pubblica ha altre ragioni rispetto a quelle dichiarate. (camila felix)
December 8, 2025
Napoli MONiTOR
Se oggi il popolo reclama la vita. Un mese di mobilitazioni per l’ambiente in Tunisia
(disegno di dalila amendola) Che cosa significa, oggi, richiedere il diritto alla vita in Tunisia? A Gabès, città del sudest trasformata in una zona di sacrificio, la risposta risuona nelle piazze. Riecheggia, in questi giorni, la sensazione che vivere a Gabès, la più grande città del sudest tunisino, sia come vivere in una zona di guerra. Un tempo nota per ospitare un sistema unico al mondo di oasi litorali, la città è ora paradigma di un sistema di sfruttamento del territorio senza limiti né confini. Le ragioni sono da ricercare nelle relazioni coloniali tra Sud e Nord globale e, nello specifico, nella trasformazione del territorio tunisino in una fabbrica a cielo aperto per la produzione – per lo più – di fertilizzanti da esportare in Europa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso: i casi di soffocamento. È però nei paradossi del capitale che si sviluppano comunità resistenti in grado di inceppare l’avanzare delle faglie dell’accumulazione. È quanto sta accadendo questo mese nel territorio di Gabès, dove, a partire dall’inizio di ottobre, si sono susseguite una serie di mobilitazioni finalizzate allo smantellamento delle unità produttive inquinanti del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Le proteste, che hanno raggiunto il loro apice nel grande sciopero regionale del 21 ottobre, affondano le radici nei numerosi casi di soffocamento verificatisi a settembre. Le aree circostanti il complesso chimico e industriale sono state – e continuano a essere – colpite da fughe di gas tossici che causano asfissia, difficoltà respiratorie e motorie nelle persone esposte. Tra queste, numerosi bambini e bambine che il 10 ottobre sono stati trasferiti in ospedale perché, mentre erano in classe, stavano improvvisamente soffocando. Le immagini virali di quel giorno hanno segnato un punto di rottura definitivo per un territorio che da decenni si mobilita per rivendicare il diritto alla vita. La risposta della comunità è stata immediata e, nei giorni a seguire, si sono susseguite numerose proteste davanti ai cancelli della GCT, durante le quali non sono mancati momenti di tensione con le forze dell’ordine. In questo clima, il 14 ottobre si sono verificati nuovi casi di soffocamento, scatenando una nuova ondata di rabbia raccolta nella marcia popolare del giorno seguente. I video di quei momenti mostrano scene di forte tensione e una rabbia sociale diretta contro gli impianti inquinanti dell’industria dei fosfati. Le oasi e le spiagge, un tempo descritte come un paradiso terrestre e oggi devastate dalla contaminazione, sono diventate teatro di scontri tra polizia e manifestanti, con l’uso di gas lacrimogeni. È di quei giorni anche la notizia, diffusa dall’ospedale, della fine delle bombole d’ossigeno necessarie per trattare i casi di asfissia. Segue il tentativo di organizzare la rabbia: a guidare il processo c’è il movimento ecologista Stop Pollution, nato a Gabès dopo la rivoluzione e oggi capofila nella resistenza al disastro ecologico. Cosa succede quando un corpo “rifiutabile” diventa corpo politico? Quando la lotta per sopravvivere si trasforma in sabotaggio delle relazioni di scarto? Sale la marea. Dalla convergenza tra Stop Pollution e lo storico sindacato UGTT nasce la chiamata allo sciopero regionale del 21 ottobre, che ha coinvolto oltre centomila persone e ottenuto l’adesione totale delle attività commerciali del territorio. Le immagini di quella storica giornata raccontano una comunità che, all’unisono, rivendica il diritto alla vita e lo smantellamento delle unità produttive responsabili di un genocidio urbano senza precedenti nel territorio tunisino. Il popolo si solleva contro la narrazione tossica dello sviluppo, secondo cui alcune comunità sarebbero residuali e sacrificabili, inondando le strade di Gabès con una mobilitazione senza eguali. LE RADICI DEL DISASTRO Le cause del dissenso nel sudest tunisino sono antiche e risalgono alla scoperta, durante la colonizzazione francese, di fosfati nell’area. A partire da allora, l’intera economia materiale e immateriale della regione è stata stravolta e asservita all’estrazione e successiva lavorazione dei fosfati, portando sul lungo termine a una catastrofe ecologica e sociale. L’instaurarsi del monopolio minerario, di cui ancora oggi la Tunisia è schiava, ha consolidato il modello estrattivista basato sulla marginalizzazione sociale e sulla degradazione ambientale. Così Gabès, per la sua posizione strategica, è stata scelta come nodo principale di trasformazione dei fosfati, culminando nella costruzione nel 1972 dell’impianto del GCT. Raccontare cosa avviene a Gabès impone una difficoltà: non si sa dove cominciare. L’impatto ecologico del GCT si inserisce in un quadro più ampio di sfruttamento eccessivo delle terre e delle risorse idriche delle oasi che ne hanno determinato la progressiva scomparsa. Oggi si parla della morte del corpo dell’oasi, metafora potente per la lenta agonia di Gabès. La quasi totalità delle oasi è stata sacrificata per lasciare spazio all’urbanizzazione seguita all’insediamento industriale, ma l’aspetto più grave riguarda l’espropriazione delle risorse idriche: per esempio, nell’oasi di Chenini erano presenti quattrocento sorgenti naturali utilizzate collettivamente e gratuitamente per l’irrigazione; oggi sono tutte esaurite. Quando si parla di acqua, bisogna inoltre guardare al mare, dove quotidianamente l’impianto del GCT scarica — senza alcun trattamento — gli scarti della produzione. Nello specifico, si tratta del fosfogesso, pericoloso a causa dell’elevata presenza di metalli pesanti e materiali radioattivi. Nel corso dei decenni, ciò ha causato un crollo drastico della biodiversità del golfo, che è passato da ospitare duecentocinquanta specie nel 1965 a sole cinquanta nel 2023. Parallelamente all’espropriazione e contaminazione dell’acqua, le ciminiere rilasciano costantemente ammoniaca, anidride solforica e ossido di azoto, trasformando l’aria in veleno. A marzo è emersa anche la notizia della pianificazione di nuovi impianti per la produzione di ammoniaca e idrogeno verde. Dinnanzi a tutto ciò, possiamo davvero parlare di emergenza? Da decenni Gabès soffoca non per un incidente, ma per causa diretta di politiche neocoloniali che si perpetuano. In tal senso, le rivendicazioni dei movimenti sociali ed ecologisti sono chiare: lo smantellamento delle unità inquinanti e la riconversione ecologica del territorio, insieme a un’indagine sugli impatti dell’industria. Le mobilitazioni proseguono, e il 25 ottobre una grande marcia di sostegno ha raggiunto la capitale, inondando le strade di Tunisi. LA DOPPIA FACCIA DEL POTERE Davanti a questo grande movimento popolare, il presidente Kais Saied ha dovuto prendere posizione, garantendo sostegno e solidarietà. Con una strategia tipica, però, ha scaricato la responsabilità del disastro sui governi precedenti, senza offrire prospettive concrete d’intervento. L’unico intervento tempestivo osservato è stato quello delle forze dell’ordine, impegnate a difendere le macchine della morte e a reprimere con violenza i manifestanti. La crisi di Gabès rappresenta un banco di prova cruciale per Saied, che dal 2021 ha intensificato la repressione contro ogni forma di dissenso. Recentemente, sono state sospese per un mese organizzazioni storiche come l’Association Tunisienne des Femmes Démocrates, il Forum Tunisien pour les Droit Economiques et Sociaux e la rivista indipendente Nawaat. Queste sospensioni si inseriscono in una strategia di silenziamento della società civile tunisina, tesa a controllare e limitare ogni opposizione al potere assoluto del presidente. Gli arresti politici – fondati su decreti contro la “cospirazione contro la sicurezza di Stato”, come quello del giudice Ahmed Sawab, condannato a cinque anni di carcere dopo un processo lampo – testimoniano il vortice di regressione democratica in corso. Dal luglio 2021, con lo scioglimento arbitrario del parlamento e l’accentramento dei poteri nelle mani di Saied, le istituzioni si sono progressivamente indebolite, la magistratura subordinata all’esecutivo e le libertà civili fortemente ridotte. La crisi di Gabès mette in luce non solo le sfide ambientali e sociali, ma anche la profonda crisi politica e di legittimità del regime, che risponde con repressione e controllo mediatico piuttosto che con soluzioni inclusive e trasparenti. A soli tredici anni dalla rivoluzione, il popolo tunisino torna a chiedersi cosa significhi davvero lottare per la propria vita in un contesto dominato da violenza e repressione. Nel 2024 e 2025, parallelamente a proteste sociali e ambientali, sono stati registrati ulteriori arresti arbitrari di attivisti e manifestanti. Un caso emblematico è quello di Mohamed Ali Rtimi, attivista queer dell’Association tunisienne pour la justice et l’égalité, arrestato durante una mobilitazione di Stop Pollution il 23 maggio 2025. Le recenti proteste a Gabès sono state represse con arresti e detenzioni arbitrarie, spesso in condizioni che violano i diritti processuali, con accusati privi di avvocati e accusati ingiustamente di essere “cospiratori finanziati dall’estero”. Gli arresti di massa – oltre centocinquanta in due settimane – e la repressione delle proteste pacifiche dimostrano una chiara volontà politica di criminalizzare la mobilitazione popolare e soffocare ogni voce critica. Gabès torna però a sollevarsi, si fa marea contro un potere che vorrebbe sacrificarla, inondando ancora una volta le strade il 31 ottobre. Lottare per il diritto alla vita a Gabès significa rivendicare un diritto basilare come quello di respirare ma anche quello di restare, o meglio, tornare: tornare ad abitare un territorio senza che ciò costi la vita. Significa essere quel sole che sorge ogni giorno, tra i colori lividi della contaminazione e della repressione, sapendo che, per quanto gli si spari addosso, “nessuno può spegnere il sole”. (matilde collavini)
November 7, 2025
Napoli MONiTOR