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Il mondo: “un posto pulito, illuminato bene”
Sono passati giusto cent’anni dalla ideazione di un piccolo capolavoro A Clean Well-Lighted Place, un breve racconto di Ernest Hemingway, pubblicato poi nel 1933. Un vero e proprio sketch filosofico, anticipatore della letteratura oggettiva e di quella neorealista, che probabilmente ispirò a Cesare Pavese il racconto Nel caffè della stazione. Ieri leggevo quelle cinque pagine di Hemingway: «Era tardi e tutti se n’erano andati dal caffè, tranne un vecchio seduto nella zona d’ombra che le foglie dell’albero formavano sotto la luce elettrica». Pagine di fatto autobiografiche, o che hanno comunque quello speciale respiro di una visione diretta e che poi, se seguiamo la biografia dello scrittore americano scritta da Fernanda Pivano, vediamo sempre intrecciarsi con vicende personali: l’alcool, la depressione, l’ossessione del suicidio… Mi incanta sempre la magia che crea Hemingway di espandere la percezione di ogni cosa banale in un orizzonte di vita a sé stante, di visibile creazione artistica, rendendo leggendari anche i piccoli fatti o le persone qualsiasi, come il vecchio ubriaco che aveva tentato di uccidersi, «disperato di niente» perché aveva «un sacco di soldi», e i due camerieri che nel racconto parlavano di lui. Costruire sequenze cinematografiche sull’andirivieni dei bar, ad esempio, location pullulanti di ritratti e storie dove Hemingway amava scrivere. Forse per la sua dipendenza dall’alcool, egli aveva allucinazioni prima di addormentarsi, del tipo di quelle esposte dallo psichiatra Oliver Sacks nei suoi libri: quello spingersi oltre noi stessi che può generare alterazioni degli stati di coscienza (Allucinazioni, trad.it [1]. Adelphi, capp. 6 e 11). Hemingway vedeva che la sua anima lasciava il proprio corpo: forse non aveva soltanto paura di non svegliarsi più ma anche di trasformarsi senza poter controllare più nulla. E voleva sempre la luce come in una eterna alba. Quel paradosso dello scrittore che in quelli stessi anni colpiva Pirandello, quando ad esempio incontrava i suoi personaggi che prendevano vita e lo venivano a trovare in giardino. Hemingway aveva bisogno insieme di scorci e di paesaggi, rendeva metaforico ogni sguardo, sapeva cogliere le minuzie dei gesti e poi cavalcare spazi infiniti. Insegnava a chi volesse scrivere di non creare personaggi ma intercettare persone e per questo gli piaceva scrivere nei caffè per immaginare nei volti di chi andava e veniva dei possibili narrativi. Dei destini architettati dal nulla, un nulla, un “nada” alla spagnola, illuminato, pulito: «O nada nostro che sei nel nada…dacci oggi il nostro nada quotidiano…». Un paio di settimane fa ho condotto un workshop sulla scrittura, partendo dal mio libro Scrivere come sognare (Cartman edizioni), intrecciando il camminare e il sognare, la cronaca e la poesia, l’osservazione e l’immaginazione, l’addormentarsi e il risveglio. E mi sono chiesto: Chi non vorrebbe scrivere? Chi non vorrebbe diventare autore della propria realtà? Chi non immagina un mondo alternativo, un mondo tutto suo, dove con la capacità pazzesca dell’ invenzione, di una fantasia praticamente onnipotente, possa dare vita a qualcosa di straordinario? Chi ama davvero la scrittura non ha in fondo idee speciali, desidera semplicemente uscire dall’ovvio quotidiano, dalle regole automatiche di una vita ripetitiva, lontano da quell’ autoritarismo martellante, da quella obbedienza automatica che rende sterile qualsiasi aspirazione, banale qualsiasi situazione. Chi scrive sa che in ogni caso la sua scrittura aggiungerà qualcosa al mondo, lo caricherà di nuovi orizzonti, di inedite alternative. Ogni donna, ogni uomo sa che scrivere vuol dire immaginare, tracciare contorni, popolare gli spazi, decidere il possibile e l’impossibile. Di questi tempi battersi ad esempio senza tregua contro le imbecillità, cioè battersi ad esempio contro l’idea di una guerra inevitabile che viene declamata come un futuro possibile. Disarmiamoli allora con la forza delle idee questi profeti dell’orrore, priviamoli di qualsiasi consenso, smascheriamo i loro sporchi interessi, denunciamo il loro analfabetismo umano, sabotiamo gli organi di stampa che fanno da grancassa a questi criminali, pronti a dare del terrorista a chiunque non sia loro complice, arruoliamo le intelligenze non le paure. Rendiamo inoffensive quelle facce ingrugnite, alimentate da un odio fazioso, con i loro sporchi capitali arrischiati in spettacoli di morte, incatenati nella prigionia delle minacce e delle ritorsioni. Scriviamo allora per fare vincere, con la scrittura e le belle idee, una pace fantasiosa, facciamo scendere in piazza anche le parole, per dare forza alle nostre visioni, amiche contagiose, magari poetiche e velleitarie, ma affrancate da qualsiasi prigionia. Voglio insomma un mondo, un’Europa illuminata bene dove abbiano ascolto e spazio le storie di ognuno, dei giovani e degli anziani, di chi lavora e di chi sogna, di chi corre e di chi è malato, voglio che si sentano strumenti della stessa orchestra un po’ rock con un batterista che non perdoni e una cantante che illumini il cielo. The post Il mondo: “un posto pulito, illuminato bene” appeared first on L'Indipendente.
October 17, 2026
L'INDIPENDENTE
L’inganno del testo e il ritorno alla voce
Gli articoli scientifici si presentano senza virgolette, come se la conoscenza parlasse da sola. Il distacco tra parole ed esistenza forse parte da… L'articolo L’inganno del testo e il ritorno alla voce sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
October 16, 2026
L'INDISCRETO
“Connessioni in ascolto”: nel pomeriggio del 16 settembre a Taranto
UN INCONTRO LABORATORIALE DI SCRITTURA CREATIVA E LINGUAGGIO DEDICATO ALLA FORZA DELLE PAROLE PER DARE FORZA ALLE PAROLE E COMBATTERE LA VIOLENZA. Viene proposto dall’associazione Alzaia insieme alla libraia e autrice Federica Anelli, che spiegano: > Come raccontiamo il genere? Come la violenza? > > Siamo in grado di abitare consapevolmente le parole che usiamo? > > A volte sono proprio le parole a trovare quello che non riusciamo ancora a > dire. > > Parole che ci riconoscono, che raccontano quello che siamo, che possono > trasformarsi in consapevolezza e diventare anche strumenti per rivendicare la > nostra voce. > > È da qui che nasce il prossimo appuntamento di “Connessioni in ascolto”, un > incontro dedicato alla poesia e alla forza delle parole. Mercoledì 16 settembre 2026 alle h 18:00 Taranto – Sportello Polifunzionale di via Friuli 7/A Ingresso libero – info: 327 1833451 Redazione Italia
September 15, 2026
Pressenza
Il genocidio spiegato a Erri De Luca
Pare assurdo: uno che ha fatto il volontariato nell’ex Jugoslavia, dove è accaduto uno dei genocidi condannati dalla Corte penale internazionale, non sa riconoscere quello di Gaza. E non è un problema soltanto suo. L’intervista rilasciata da Erri De Luca al giornale israeliano Israel Hayom sta suscitando, più che un […] L'articolo Il genocidio spiegato a Erri De Luca su Contropiano.
June 1, 2026
Contropiano
L’uomo che resta. Cospito e i libri – di Luigi Vergallo
In casa mia si raccontava una storia che riguardava il Ticinese, il nostro quartiere, e uno degli uomini che lo abitavano. Quest’uomo era conosciuto da tutti e lo conosceva bene anche la mia famiglia. Non entra in questo mio scritto, dunque, né come un personaggio astratto, né come una funzione narrativa. Era un uomo [...]
May 20, 2026
Effimera
Oltre gli schermi: scrittura, IA e resistenze tecnologiche
Nel digitale tutto è scrittura – i siti web, i social media, le immagini e i video, ogni azione, come mettere un like o comprare qualcosa – tutto è fatto di scrittura, nelle sue fondamenta di codice informatico, ma la maggior parte di questa scrittura rimane nascosta ai nostri occhi, esclusa by design dagli schermi che ci circondano e su cui passa una parte sempre più grande delle nostre vite. L’«imperativo funzionale» di cui parla Marcello Vitali-Rosati in Éloge du bug. Être libre à l’époque du numérique (Zone, 2024) è incorporato nei dispositivi e nei servizi che ci circondano e ci dice, anzi, ci impone di non preoccuparci di come funzionano, di come sono stati costruiti e di quale influenza hanno su di noi e sui nostri comportamenti, anzi: applicazioni, telefoni e piattaforme devono essere il più semplici e intuitivi possibile, funzionare senza intoppi, in modo da renderci produttivi ogni istante che passiamo a usarli e a esserne usati. Ogni volta che agiamo all’interno di un social media commerciale, che facciamo una ricerca su Google, che usiamo un chatbot basato su un modello linguistico noi stiamo di fatto lavorando anche se ci stiamo svagando, siamo produttivi e contribuiamo alla creazione di valore per il pugno di aziende che ha costruito un oligopolio a cui è quasi impossibile sottrarsi. Argomenti dell'articolo 1. Il nodo del linguaggio: IA, scrittura, creatività 2. Travolti dal digitale? 3. IA, agenda neoliberale e speculazione finanziaria 4. Un excursus su IA e guerra 5. Per una critica radicale dell’IA e dei suoi presupposti ideologici 6. Costruiamo un futuro tecnologico diverso Leggi l'articolo di Roberto Laghi
David Grossman a Napoli con Maurizio de Giovanni: dialogo sulla parola
Dialogo al Teatro Sannazaro tra scrittura, realtà e responsabilità delle parole Sono uscita dal Teatro Sannazaro con una sensazione difficile da definire. Più del tono pacato di David Grossman o delle domande dirette di Maurizio de Giovanni, a colpire è stata la semplicità delle parole. Parole chiare, quasi essenziali, che non cancellano la complessità della realtà ma offrono comunque una piccola chiave di lettura diversa, lasciando spazio a una forma di speranza. L’incontro al Teatro Sannazaro non ha avuto i contorni di una presentazione di libro nel senso tradizionale. Pur facendo riferimento all’ultima opera di Grossman, La pace è l’unica strada, è stato soprattutto un confronto sul valore della parola come responsabilità. Maurizio de Giovanni ha aperto citando Carlo Levi e ricordando che le parole sono pietre, capaci di costruire o di ferire, chiedendo se oggi abbiano ancora un peso reale in un mondo dominato da immagini e rumore. La risposta di Grossman è partita dal suo metodo di scrittura. Non trascrivere ciò che già esiste, ma inventare. Non come fuga, bensì come possibilità di trasformazione. Solo creando storie nuove, ha suggerito, si può cambiare la Storia. Ed è qui che il discorso si è legato apertamente alla realtà: secondo Grossman israeliani e palestinesi restano spesso intrappolati nella ripetizione degli stessi gesti e delle stesse parole. Cambiare narrazione non significa dimenticare il passato, ma interrompere un meccanismo che continua a produrre gli stessi esiti. Dalla letteratura, in questo senso, può nascere un diverso modo di guardare e quindi di agire. A un certo punto de Giovanni ha definito Grossman un creatore di compassione, riconoscendo nella sua scrittura la capacità rara di entrare nelle vite dei personaggi senza giudicarli, ma comprendendoli. Alla domanda su quale personaggio o sentimento gli fosse più vicino, Grossman ha risposto che quando scrive davvero bene finisce inevitabilmente per raccontare se stesso, ma non attraverso il ricordo bensì attraverso la creazione. È in quel punto, ha lasciato intendere, che nasce la letteratura: non nella ripetizione di ciò che si conosce, ma nello sforzo di immaginare qualcosa che prima non esisteva. Il dialogo si è chiuso su un terreno ancora più personale. De Giovanni ha parlato della propria città, Napoli, come di un luogo attraversato da molte ombre ma capace di rinascere proprio da quelle contraddizioni. Una città complessa, dolorosa a tratti, ma che vive nella pace e dentro la quale lui si riconosce pienamente. Da qui l’ultima domanda rivolta a Grossman, quasi dichiarata con affetto: come si può essere profondamente legati al proprio Paese e allo stesso tempo dissentire apertamente dalle sue scelte politiche. La risposta dello scrittore è arrivata breve, senza protezioni: sanno che amano i miei libri, ma non la mia politica. Una frase asciutta che ha chiuso l’incontro lasciando in sospeso il peso e il costo della libertà di parola. La sera precedente, nella basilica di San Giovanni Maggiore, il cardinale Mimmo Battaglia gli aveva conferito il premio Pellegrini di Pace. Un momento diverso, più simbolico e spirituale, ma attraversato dallo stesso filo: la richiesta di una pace che non sia tregua ma trasformazione reale. Le parole di Battaglia, una pace che non faccia vergognare di essere umani, hanno fatto da cornice a un evento partecipatissimo, quasi corale. Ed è proprio questa doppia presenza, religiosa e letteraria, istituzionale e dialogica, che ha acceso alcune polemiche. C’è chi ha osservato come, in un momento storico così lacerato, la visibilità concessa a un autore israeliano rischi di oscurare le voci palestinesi. È una riflessione che non può essere liquidata con leggerezza. Ma forse la questione non sta nello scegliere quale voce ascoltare, bensì nel non smettere di ascoltarne altre. La parola, se vuole essere davvero spazio di incontro, non può diventare esclusiva. Napoli, in queste giornate, ha mostrato insieme accoglienza e interrogativi, desiderio di dialogo e bisogno di confronto. Grossman non ha portato soluzioni. Ha portato un’idea semplice e difficile insieme: che la letteratura non serve a fuggire dalla realtà, ma a immaginarne una diversa prima che accada. E forse è questo il punto più politico, nel senso più umano del termine: cambiare la storia comincia dal cambiare il modo in cui la raccontiamo. Foto di Lucia Montanaro Ingresso del Teatro Sannazzaro di Napoli In scena David Grossman e Maurizio de Giovanni Lungo applauso per Grossman dal pubblico in sala. Il pubblico del Teatro Sannazzaro Lucia Montanaro
February 3, 2026
Pressenza
Jack London, i 150 anni di un rivoluzionario
“Vostro per la rivoluzione”: anche in questo modo l’autore, nato a San Francisco il 12 gennaio 1876, amava chiudere le sue lettere. Come lui, molti altri socialisti dell’epoca le concludevano allo stesso modo. La necessità di scoprire e riscoprire Jack London nel 150° anniversario della sua nascita sta proprio nel […] L'articolo Jack London, i 150 anni di un rivoluzionario su Contropiano.
January 13, 2026
Contropiano
Tutto scorre…
C’ho 74 anni. Tra un decennio non ci sarò più. Cosi come non ci saranno più persone in grado di scrivere.  L’IA ha spalancato questo mondo. Non siamo più motivati a scrivere.  L’IA lo fa per noi.  Il risultato sarà un mondo diviso tra chi scrive e chi non scrive.  […] L'articolo Tutto scorre… su Contropiano.
September 3, 2025
Contropiano
Goffredo Fofi, l’ultimo rompicoglioni
Goffredo Fofi ci ha lasciati venerdì. È stata la prima notizia che ho appreso aprendo il cellulare. Intellettuale eclettico e sfaccettatato, radicale e marxista eterodosso, Fofi è stato saggista, attivista, giornalista e critico cinematografico, letterario e teatrale italiano. In tanti lo stanno ricordando in queste ore. Molti utilizzando parole di […] L'articolo Goffredo Fofi, l’ultimo rompicoglioni su Contropiano.
July 13, 2025
Contropiano