
Ritrovare lo sguardo del poeta
Comune-info - Saturday, October 10, 2026

È sempre più difficile imparare a muoversi liberamente tra informazioni, dati, teorie. C’è un bisogno diffuso enorme, che non riguarda soltanto ragazzi e ragazze, di un’alfabetizzazione di base indispensabile per valutare il grado di validità dei concetti che utilizziamo nell’interpretare il mondo e ciò che facciamo nella vita di ogni giorno. Pasolini, una vita anzi due (Editori Laterza) per molte ragioni è un testo di grande valore non solo perché racconta lo sguardo del poeta sul mondo, ma soprattutto perché riesce nell’intento di non isolare Pasolini dal tempo che lui viveva e interpretava con lucidità e passione. Celestini dimostra prima di tutto che per sapere quello che qualcuno ha detto bisogna andarselo a leggere e studiare in profondità, il che richiede sempre pazienza e fatica.
“Nella camminata di queste pagine – si legge all’inizio del libro – mi rifaccio tutta la strada per incontrarlo nei libri e nei film, nelle parole e nelle immagini. Per guardare in questo tempo appena passato come lo guardava lui. Come lo vedeva Pasolini ai tempi di Pasolini…”.
Una delle conseguenze di questa lezione fondamentale è rompere il ridicolo quanto pericoloso e persistente tentativo della destra di appropriarsi di Pasolini, associandolo al proprio immaginario. Negli ultimi anni, per inventarsi che Pasolini la pensa come loro, sempre più spesso estrapolano frasi che, fuori dal loro contesto, piegano come vogliono.
Naturalmente il libro dimostra perché Pasolini sia stato una voce scomoda e necessaria, capace di analizzare il conflitto tra sfruttati e sfruttatori con uno sguardo sempre indipendente e critico. Pasolini, come pochi, ha anticipato la mutazione antropologica della società capitalistica. C’è un passaggio nel libro, apparentemente marginale, ma assai significativo in questo scenario. Celestini racconta come Pasolini da bambino abbia vissuto con la sua famiglia a Parma, Conegliano, Belluno, Sacile, Cremona, Scandiano, oltre che Reggio Emilia e Bologna:
“È possibile immaginare questo bambino che ascolta lingue diverse nelle diverse città e paesi…”.
Un ascolto arricchito dai tanti viaggi e dall’incontro con persone ricche e povere, ma anche sconvolto da un mondo che comincia a bruciare per l’avvicinarsi della guerra. È evidente che questo esercizio di ascolto avrebbe segnato per sempre il modo di vivere e di raccontare di Pasolini.

Inevitabilmente emergono anche alcune risonanze tra lo stile narrativo e teatrale di Celestini e lo sforzo pasoliniano di dare voce agli ultimi, alle molte Mariacarmen che abitano il mondo, alle periferie geografiche e umane: su questo fronte Poveri cristi, volume in cui di Ascanio Celestini raccoglie e rielabora i suoi ultimi tre spettacoli teatrali, resta un capolavoro. Celestini e Pasolini rifiutano l’assuefazione al presente ma risultano scomodi perché entrambi, in modo diverso, si chiedono cosa significhi cercare di rinunciare sempre alla violenza ma soprattutto al potere per cambiare il mondo.
Ascanio ci ha confessato recentemente la sua difficoltà a raccontare in questo tempo. Non sappiamo se sia il dilagare della sofferenza sociale nel mondo e il dominio della violenza che precipitano in modo così aggressivo sugli animi riflessivi, empatici e inquieti come quello di Ascanio. Sappiamo però che abbiamo un gran bisogno della sua attitudine all’ascolto e all’elaborazione delle storie altrui. Pasolini, ricorda Ascanio, si definiva uno “scrittore che inventa schemi di favole”: forse entrambi, in un mondo che produce incubi su scala industriale, con le loro storie e le loro “favole” ci permettono prima di tutto di rompere, per dirla con Stefania Consigliere, la paralisi dell’immaginazione, quell’incapacità di guardare oltre le mura della prigione che ci sta soffocando.
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