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Il live tech e la costruzione di una leadership
L’evento organizzato a Genova con protagonista Charlotte De Witte è stato presentato come un grande momento musicale, gratuito e aperto alla città. Un’operazione di successo, almeno sul piano della partecipazione. Ma fermarsi a questo livello di lettura significa non cogliere il punto centrale. Quello a cui abbiamo assistito è stato, […] L'articolo Il live tech e la costruzione di una leadership su Contropiano.
April 15, 2026
Contropiano
Il Battaglione Bibi
E’ sempre più evidente che Israele ha intenzione di non accettare alcuna tregua e di portare a termine una guerra dall’impatto enorme non soltanto in termini di vite umane ma anche nel generare una crisi economica globale, destinata a impoverire le popolazioni di intere aree del pianeta, a cominciare da […] L'articolo Il Battaglione Bibi su Contropiano.
April 12, 2026
Contropiano
È il momento di fare il pane
LA NUOVA GRAMMATICA DEL DOMINIO MOSTRATA DA TRUMP – “MORIRÀ UN’INTERA CIVILTÀ, PER SEMPRE… FORSE QUALCOSA DI RIVOLUZIONARIO E MERAVIGLIOSO POTRÀ ACCADERE…” – NORMALIZZA PRIMA DI TUTTO LA FEROCIA. CHE DIVENTA PENSABILE, POI DICIBILE, INFINE OVVIA. POSSIAMO RIBELLARCI A QUESTA GRAMMATICA DELLA CANCELLAZIONE CUSTODENDO ALTRI LINGUAGGI, MA POSSIAMO FARLO SOLO CON UNA LENTA, DIFFUSA E POCO MEDIATICA PRATICA CONTINUA. PER DIRLA CON MARIA ZAMBRANO: “È IL MOMENTO DI FARE IL PANE, AFFINCHÉ SI CUOCIA LENTAMENTE… IL PANE DELLA PAROLA AUTENTICA SI POTRÀ GUSTARE SOLO AL TEMPO OPPORTUNO, QUANDO CI SARÀ DI NUOVO FAME DI PAROLE NON PIÙ FUNZIONALI O STRUMENTALI…” Bambini che giocano in un parco di Pariz, città a sud-est di Teheran. Foto di Parizan Studio su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco all’Iran non c’è stato, almeno per ora. Ma sono rimaste le parole, dopo giorni di devastazione. Sono le parole di Donald Trump, pronunciate la notte in cui si temeva un attacco militare iraniano contro Israele. “Stanotte morirà un’intera civiltà, per sempre. Non vorrei che accadesse, ma probabilmente succederà”. E subito dopo: “Forse qualcosa di rivoluzionario e meraviglioso potrà accadere, chi lo sa?”. È in queste parole che si apre qualcosa di profondamente inquietante. Non è solo il compiacimento del potere o il linguaggio del dominio. È una torsione più sottile: la crudeltà che si fa quasi estetica. Quel “meraviglioso” accostato alla possibilità della distruzione non è neutro. Non è una semplice contraddizione, è uno slittamento. La catastrofe non è più soltanto temuta o minacciata; viene inscritta in un orizzonte di fascinazione. Diventa qualcosa che può essere guardato — e nominato — come un evento straordinario, quasi grandioso. E poi c’è quel “chi lo sa”. Non è incertezza. È il compiacimento di chi può evocare l’abisso e, nello stesso gesto, sottrarsi al suo peso. Di chi tiene nelle mani la vita degli altri e la espone come una possibilità tra le altre. In queste parole si scrive la grammatica del dominio: io posso. E, implicitamente: voi no. È così che il linguaggio agisce. Non resta fuori da noi: entra e modifica il nostro modo di abitare il mondo. Perché noi abitiamo il mondo attraverso le parole. Le parole non si limitano a descrivere: costruiscono ciò che è possibile pensare, dire, fare. Se una civiltà può essere definita “distruggibile” in una frase, se la sua fine può essere evocata senza che il linguaggio si spezzi, allora quella distruzione è già entrata nel mondo come possibilità concreta. È così che la ferocia si normalizza. Diventa pensabile, poi dicibile, infine ovvia. A questo punto si apre una scelta — ma non è una scelta semplice, né simmetrica. Scivolare nel ruolo di sudditi passivi è facile: la forza attrae, il potere abbaglia, e c’è qualcosa nell’enormità del dominio che produce una specie di vertigine ammirata. Scegliere di essere custodi, invece, richiede uno sforzo diverso: non spettacolare, non immediato. Richiede la pazienza di chi sa che il linguaggio non si difende con un gesto solo, ma con una pratica continua. Custodire le parole significa restituire loro peso, precisione, responsabilità. Significa non usarle per cancellare, ma per tenere aperto. Una parola che custodisce non semplifica fino a distruggere, non trasforma una civiltà in un oggetto, non riduce milioni di vite a un inciso. Sa che dire è già fare. È un gesto lento, fragile, eppure necessario. È la pazienza del seminatore che Maria Zambrano chiamava il tempo della germinazione: “È il momento di fare il pane, affinché si cuocia lentamente. Non è il momento di offrirlo perché la gente non mangia, non vuole né può mangiare quel pane. Il pane della parola autentica si potrà gustare solo al tempo opportuno, quando ci sarà di nuovo fame, bisogno reale, di parole non più funzionali o strumentali…” Forse è proprio questo il compito, oggi: non lasciare che il linguaggio si pieghi all’annientamento, ma continuare, ostinatamente, a preparare parole che tengano in vita. Come il pane. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo È il momento di fare il pane proviene da Comune-info.
April 8, 2026
Comune-info
Rapporto Liberties: gli Stati europei demolitori di diritti
L’Italia tra gli “smantellatori” dello stato di diritto: il rapporto che accusa il governo Meloni Il 30 marzo scorso è stata pubblicata l’edizione 2026 del report “Liberties and rule of law“, curata dal Liberties1, che anche quest’anno, come nel report del 2025, ha inserito l’Italia, con Ungheria, Slovacchia, Croazia e Bulgaria, tra i cinque Paesi UE che “smantellano” lo Stato
[Video] DiPLab’s Myriam Raymond at Radio Parleur
The podcast Penser les Luttes (Radio Parleur / Le Média TV) has just released a new episode titled Artificial Intelligence and Its Hidden Slaves (in French). We’re glad to share it here, as it features our colleague and DiPLab research associate Myriam Raymond. In the episode, Myriam Raymond speaks about who actually trains AI systems: the data workers behind tools like ChatGPT, Claude, and Gemini. Paid per task, often invisible, these workers label images, correct outputs, and perform the micro-tasks that make large language models function. As she explains: identifying objects in images, creating small visual assets, validating model outputs. Essential work, systematically undercounted. Myriam draws on her recent fieldwork for DiPLab, including her study on AI data workers in Egypt (part of a growing body of investigations into this workforce in the Global South). The episode also features sociologist Juan Sebastian Carbonell, who contextualises the rise of data work within broader questions of offshoring, automation rhetoric, and labour restructuring.
March 30, 2026
DiPLab
[Podcast] DiPLab’s Antonio Casilli on RAI Radio 3: When Daily Life Becomes Data
DiPLab’s Antonio A. Casilli was invited to speak on Pillole di Eta Beta, the technology programme broadcast on Italy’s RAI Radio 3, in an episode that opens with a striking new phenomenon: in Los Angeles, people are being paid to simply live their lives on camera. Wearing body-mounted cameras and sensor bracelets, workers film themselves doing household chores. Thousands of US workers have already been recruited for this work, paid a few dozen dollars for hours of first-person footage that becomes raw material for the next generation of autonomous machines. For Casilli, what is unfolding in Los Angeles is the latest iteration of a phenomenon that has involved millions of workers across Asia, Africa, and Latin America for over a decade: training algorithms, labeling images, moderating content. A digital proletariat that the technology industry systematically erases from its triumphant narrative. And yet without it, none of its products would function. The episode also raises a harder question about users. Niantic, the company behind Pokémon Go, recently sold 30 billion video sequences, captured from players navigating the real world through augmented reality, to a robotics delivery company. Millions of people filmed streets, parks, and shops without knowing their footage would end up training autonomous delivery systems.
March 29, 2026
DiPLab
[Video] DiPLab’s Antonio Casilli Opens First Episode of Cyber Revolution Podcast
DiPLab’s Antonio A. Casilli was invited to launch the brand new Cyber Revolution podcast as the guest of its very first episode. In conversation with Hugo Pompougnac, president of the association Espaces Marx, he discusses DiPLab’s research on data workers, their working conditions, their forms of organisation, and their emerging strategies of resistance. The conversation situates this new workforce within a longer history: that of working-class antagonism. Because however novel the algorithms, the platforms, and the micro-task interfaces may seem, the dynamics at play (exploitation, invisibilization, collective struggle) are ones the labor movement has always known.
March 25, 2026
DiPLab
Nel 2025 la crisi climatica quasi assente sui media. I dati del Rapporto Greenpeace-Osservatorio di Pavia
Anche nel 2025, per il secondo anno consecutivo, continua a calare l’attenzione dei mass media italiani per il riscaldamento del pianeta. Rispetto al 2022, le notizie con un focus centrale sulla crisi climatica diminuiscono del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei TG. Inoltre, la crisi climatica viene frequentemente trattata in modo marginale o richiamata senza un adeguato approfondimento: ciò avviene nel 71,3% degli articoli e nel 67,4% delle notizie televisive. E’ quanto evidenzia il nuovo rapporto annuale dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia, che analizza la copertura della crisi climatica e della transizione ecologica nell’informazione italiana nel corso del 2025. Giunto al quarto anno consecutivo di monitoraggio, lo studio propone un’analisi quali-quantitativa dei contenuti pubblicati dai cinque quotidiani nazionali a maggiore diffusione e dalle edizioni di prima serata dei sette principali telegiornali generalisti, con l’obiettivo di misurare non solo l’attenzione riservata al tema, ma anche le cornici narrative entro cui esso viene rappresentato nello spazio pubblico. Il quadro che emerge segnala un’ulteriore perdita di centralità della questione climatica nell’agenda mediatica, con le cause della crisi climatica che sono esplicitate solo nel 13,2% degli articoli e nel 13% dei servizi dei TG. I combustibili fossili, in particolare, vengono indicati come causa appena nel 3% dei casi sulla stampa e nel 2% nei telegiornali. Tra gli elementi più significativi rilevati dal rapporto vi è inoltre la quasi totale assenza di attribuzione di responsabilità per la crisi climatica. Ne deriva una rappresentazione che tende a descrivere fenomeni, effetti e controversie, ma molto più raramente individua cause e responsabilità. Un ulteriore aspetto riguarda la debolezza del legame tra transizione ecologica e crisi climatica. Una quota consistente delle notizie dedicate alla transizione non richiama infatti in modo esplicito il contesto del riscaldamento globale. Tra il 2024 e il 2025, le notizie sulla transizione energetica senza esplicito riferimento alla crisi climatica sono raddoppiate sui quotidiani e quintuplicate nei TG. In un anno in cui l’agenda dei media si è focalizzata sul disimpegno di Trump e sulla maggiore flessibilità dell’Unione Europea nel perseguire gli obiettivi di neutralità carbonica, sono prevalsi gli aspetti economico-politici della transizione ecologica rispetto a quelli ambientali, scientifici o sociali, trascurando temi cruciali come gli impatti sulla salute (1,4%), la scienza del clima (1%) o le migrazioni climatiche (0,4%). C’è poi il dato relativo alle inserzioni pubblicitarie, che nel 2025 risultano in ulteriore aumento rispetto agli anni precedenti. Il monitoraggio registra infatti 1.621 pubblicità riconducibili ad aziende ad alto impatto ambientale, con una netta prevalenza del settore fossile e di quello automotive: un numero cresciuto del 26% rispetto al 2024 e raddoppiato rispetto al 2022. Nel loro insieme, questi elementi offrono una base empirica utile per interrogarsi sul ruolo dell’informazione nella costruzione dell’agenda pubblica su riscaldamento globale e transizione ecologica e sulle modalità con cui questi temi vengono resi visibili, interpretati e discussi nel contesto mediatico italiano. Lo studio condotto dall’Osservatorio di Pavia per Greenpeace ha stilato anche la classifica dei quotidiani per il 2025: fa meglio degli altri Avvenire, l’unico giornale ad avvicinarsi alla sufficienza (5,4 punti su 10); seguono, distaccati di molto, Il Sole 24 Ore (2,8 punti), e Corriere della Sera e La Stampa (a pari merito con 2,6 punti); fanalino di coda, la Repubblica (2,2 punti). I giornali sono stati valutati mediante cinque parametri: 1) quanto parlano della crisi climatica; 2) se citano i combustibili fossili tra le cause; 3) quanta voce hanno le aziende inquinanti e 4) quanto spazio è concesso alle loro pubblicità; 5) se le redazioni sono trasparenti rispetto ai finanziamenti ricevuti dalle aziende inquinanti. “Mentre il pianeta rischia di diventare inabitabile a causa della nostra dipendenza dai combustibili fossili, i principali media italiani sono costretti a tacere le responsabilità delle aziende inquinanti perché dipendono dalle loro pubblicità per sopravvivere, ha sottolineato Giancarlo Sturloni, responsabile della comunicazione di Greenpeace Italia. Questo spiega perché su giornali e tv si parla sempre meno di clima e ad avere più spazio sono esponenti del mondo dell’economia e della politica anziché esperti e scienziati. O perché in un anno intero, sui principali TG nazionali non venga mai nominato, nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio, alcun responsabile della crisi climatica. In Italia l’informazione sul clima è ostaggio di un patto di potere che ostacola la transizione energetica verso le rinnovabili, l’unica via per mitigare il riscaldamento globale e il rischio di altri conflitti armati per il controllo dei combustibili fossili”. Qui il Rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia: https://www.osservatorio.it/wp-content/uploads/2016/07/69f0f214-report-gp_odp_media-e-clima-2025_final.pdf.  Giovanni Caprio
March 23, 2026
Pressenza
Dieci anni di storie. Storytellers for peace
-------------------------------------------------------------------------------- Nel 2016 ho avuto un’idea, ispirato dallo stupendo progetto Playing for Change: perché non fare qualcosa di simile con la narrazione delle storie? Grazie anche all’incoraggiamento dei fondatori dell’International Storytelling Network, i quali mi onorarono allora di nominarmi tra i coordinatori, ho sparso la voce ovunque a livello globale, per quanto mi è stato possibile, e così è nato il primo video degli Storytellers for Peace, i Narratori per la Pace, ovvero artisti da varie parti del mondo che recitano assieme la poesia If di Rudyard Kipling. Ognuno nella propria lingua madre. Questo è stato lo stile fin dall’inizio. Questo è il senso del progetto. Questa la sua anima: scrittrici, storytellers, attori e poetesse, gente che ha desiderio di raccontare e raccontarsi, con origini e vissuti lontani e differenti, uniti nel contribuire – ciascuno con il rispettivo “linguaggio” – a una storia collettiva. O meglio, un mosaico di pace e immaginazione. Il mio obiettivo iniziale era anche e soprattutto quello di connettere i nostri contributi con il mondo reale e mi è sembrato un modo interessante per realizzarlo non solo approfittando della contingenza del World Storytelling Day, la Giornata mondiale della narrazione che cade ogni anno il 20 marzo, ma pure delle varie ricorrenze annuali come quelle giustappunto sulla pace, i diritti umani, la nonviolenza, l’abolizione della schiavitù, la mancanza d’acqua in ogni parte del mondo e il difficile viaggio delle persone migranti. Dal primo video sono trascorsi dieci anni ed è un bel risultato per noi. Non è stato sempre facile riuscire ad avere la partecipazione di tutti, perché molti degli artisti coinvolti vivono in zone del mondo in cui spesso l’arte è costretta a lasciare il passo a ben altre urgenze. A tal proposito, non posso fare a meno di ripensare alle parole di una delle nostre compagne di viaggio che vive e lavora in India, la quale si è scusata per non essere stata con noi quest’anno perché, cito più o meno testualmente, ci sono momenti in cui la famiglia e le sue vitali necessità vengono prima di tutto. Non c’è problema, amica mia. Sei con noi comunque. Allo stesso tempo, ho provato una gioia enorme vedendo tornare in video un altro nostro compagno, il quale per anni ha dovuto convivere con una situazione nel suo Paese davvero critica. Difficile raccontare storie di pace quando sei letteralmente ad affrontare la guerra. Ma quando ciò accade, ciascuna parola vale qualsiasi prezzo. Così, eccoci arrivati al video, ovvero ai video, con cui abbiamo il piacere di celebrare questo traguardo. Peraltro in un periodo storico in cui la pace è qualcosa di prioritario in ogni argomentazione anche qui da noi. Dico questo perché in questi dieci anni, prima dello scoppio dei conflitti che oggi stanno riempiendo le prime pagine dei giornali, alcuni dei nostri compagni di viaggio, per nascita o lavoro si trovavano a loro modo immersi in situazioni che ora altri stanno vivendo in prima persona e viceversa. La guerra c’è sempre stata là fuori per molti, troppi, a questo mondo. Ecco perché la pace dovrebbe essere il tema principe ogni santo giorno. A ogni modo, basta con le ciance, spazio alle storie. Come dicevo, invece che il solito collage collettivo, per questa occasione ho proposto alla squadra di fare ciascuno il proprio video, inserito successivamente in una playlist dedicata. L’occasione è stata ancora una volta il World Storytelling Day, il cui tema quest’anno è Light in the Dark. Luce nell’oscurità. Quanto mai coerente con i tempi in cui viviamo. Spero vivamente che i racconti vi diano ulteriore speranza e altro coraggio per affrontare le vostre vite. È ciò a cui teniamo di più. Buona visione. -------------------------------------------------------------------------------- Alessandro Ghebreigziabiher è scrittore, attore e regista teatrale. Il sito che cura da molti anni è Storieenotizie.com. Il suo ultimo libro invece si intitola Il futuro dei miei (Didattica Attiva) ed è un viaggio intorno ai temi del razzismo e delle migrazioni. Ha cominciato a collaborare con Comune prima che nascesse… -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dieci anni di storie. Storytellers for peace proviene da Comune-info.
March 22, 2026
Comune-info