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La forza necessaria dell’informazione indipendente
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Per la prima volta, forse dagli inizi degli anni 2000, c’è oggi la possibilità di creare un network dell’informazione indipendente. La rete “No bavaglio” che raccoglie decine di testate, mediattivisti e realtà della comunicazione e migliaia di operatrici e operatori dell’informazione, ha promosso la creazione di una rete che connette le diverse e variegate esperienze di giornalismo. Martedì scorso a Roma, nella sala del Centro Ararat, una partecipata assemblea ha lanciato l’iniziativa, cruciale in un momento delicato e preoccupante per il feroce restringimento delle libertà di espressione e di informazione. Gli attacchi continui, le minacce e la delegittimazione quotidiana subita a tutti i livelli del sistema dell’informazione da giornaliste e giornalisti, le querele temerarie e la generale condizione di rischio e di precarietà a cui sono soggetti tutti coloro che lavorano dentro e fuori dalle redazioni, nei blog e nelle agenzie stampa, pretendono che si costruisca un vincolo di solidarietà e una piattaforma di tutela e di ripristino della libertà di informazione. In maniera proficua l’incontro ha fatto emergere i nodi più problematici del mestiere di giornalista, che si svolge in un’atmosfera che si è fatta sempre più irrespirabile. L’informazione, in Italia e nel mondo, da anni è a tutti gli effetti informazione di guerra. La censura è diventata sistemica e l’odio “social” diviene violenza reale contro chi intende il giornalismo con il coraggio quotidiano della verità. Per i poteri, i nemici sono coloro che praticano il pensiero critico. La crisi del settore è crisi del lavoro e della democrazia, con deliberata e accelerata erosione dei corpi intermedi della professione e ricadute pesanti sulla libertà d’espressione. In questo quadro si è rotto il rapporto tra stampa e popolazione. Certo, le trasformazioni tecnologiche hanno prodotto la generale mutazione del ruolo, del campo e della portata del lavoro giornalistico. Certo, i giornali hanno cessato di essere luoghi di lavoro collettivo e sono diventati catene di comando con agende, parole d’ordine e una manovalanza di gente sottopagata. Certo, giornalisti e giornaliste sono “pagati con la vanità”. Ma l’escalation mediatica della guerra all’informazione, il giornalismo sotto scorta e il ricatto da parte di editori il cui fine è alimentare propaganda e disinformazione, rendono necessaria la costruzione di una rete che connetta chi lotta per i diritti e chi resiste. Per ciò è necessaria un’alleanza con movimenti sociali, associazioni, sindacati e realtà di una società civile in formazione che sostenga un progetto complessivo di ripristino del senso comune del ruolo e dell’attività giornalistica, in tutti i media e per tutte le figure professionali, sempre più ghettizzate. Esistono anticorpi sociali contro il degrado del linguaggio: le associazioni, i movimenti e le chiese che continuano ad esprimersi contro guerra riarmo e genocidio. Esiste un’opinione pubblica da ascoltare e ci sono possibilità, per quanto disperse, difficili e faticose, di dare forza e consistenza alle notizie. Esistono due modelli alternativi di editoria, uno che resiste in un’esperienza più che cinquantennale, ed è l’esperienza travagliata della cooperativa editoriale; l’altra, che si va affermando, è l’editoria “dal basso”, frutto di crowfounding, che sta diventando, giustamente, istituzionale. Varrebbe dunque la pena immaginare una forma ibrida di struttura editoriale, sostenuta da una rete di associazioni, enti non-profit e strutture di volontariato, che comprenda le testate cartacee, web e radio, sostenute da un azionariato popolare. È una proposta. Il tutto per creare un fronte ampio di verità, una rete di sicurezza e di mutualismo che, a partire dal giornalismo, lo attraversi per creare un modello diverso e sostenibile di informazione. Per questo è urgente riscoprire la conflittualità della verità, accendere la luce, creare possibilità e luoghi di incontro, raccogliere esperienze, avviare tutele legali, e, se possibile, aprire la professione, immaginando interazioni con altre arti e mestieri: insegnanti, performers, operatori della cultura, studenti, ricercatori e quelle case editrici, molte, che rischiano per una produzione culturale che sfida l’editoria di catena. La posta in gioco è alta e vale giocarla. L’inizio fa ben sperare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La forza necessaria dell’informazione indipendente proviene da Comune-info.
March 4, 2026
Comune-info
Passioni tristi al servizio del capitale e del fascismo
IL CAPITALISMO DIGITALE HA SCOPERTO DA TEMPO NUOVI TERRITORI DI APPROPRIAZIONE, IL NOSTRO TEMPO E LA NOSTRA ATTENZIONE. POI HA CAPITO CHE LE PASSIONI TRISTI SONO PIÙ REDDITIZIE PERCHÉ SONO PIÙ FACILI DA GENERARE, FAVORISCONO PIÙ COINVOLGIMENTO, QUINDI TEMPO DI PERMANENZA, CIOÈ DENARO. IN QUESTA GIUNGLA OSCURA, LA DESTRA È PIÙ EFFICACE PERCHÉ IL SUO DISCORSO È STRUTTURATO PROPRIO ATTORNO A QUESTE PASSIONI. IL RISULTATO È UN CIRCOLO VIZIOSO IN CUI LE PIATTAFORME, IN RISONANZA CON IL TEMPO ANGOSCIANTE CHE VIVIAMO, DIFFONDONO LE PASSIONI TRISTI, MA LE PRODUCONO ANCHE. IN QUESTO MODO VIENE INDEBOLITA LA CAPACITÀ DI PENSARE E DI AGIRE IN BASSO COLLETTIVAMENTE. PER QUESTO SECONDO NURIA ALABAO ABBIAMO BISOGNO DI PROTEGGERE IL NOSTRO TEMPO E LA NOSTRA ATTENZIONE: POSSIAMO FARLO CERCANDO RITMI PIÙ LENTI PER INCONTRARCI, DISCUTERE DI PERSONA, SPERIMENTARE SOSTEGNO RECIPROCO, PENSARE CON COMPLESSITÀ, SENZA RIDURRE OGNI DIBATTITO A DUE POLI OPPOSTI. SOLTANTO COSÌ POSSIAMO ESSERE MENO MANIPOLABILI ED ESPANDERE LA NOSTRA CAPACITÀ DI AZIONE Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Qualcuno condivide un’intervista con un filosofo (ma potrebbe essere un giornalista, un cantante o un pompiere, non importa), le risposte sono immediate: accanto a un commento gentile, divampano le fiamme dell’aggressività. Vengono definiti fuori luogo, pagliacci, sgualdrine o pazzi, che si tratti di un disaccordo importante o di un dettaglio insignificante. Spesso, abbastanza chiaramente, la risposta è al titolo scelto dal media, non al contenuto dell’intervista. Non è tutto fuoco nemico, però molti degli insulti peggiori provengono da questa parte della barricata, da quelli di noi che presumibilmente condividono “qualcosa”, la chiamano “sinistra” – anche se non è sufficiente – perché difendere il pluralismo e il dissenso non è sempre la nostra caratteristica principale (penso al femminismo, ad esempio). Diciamo di voler porre fine al fascismo, ma la sua influenza ha da tempo preso possesso dei nostri corpi. È stata colpa dei social media, con i loro algoritmi perversi che diffondono i messaggi più estremi e dannosi? È colpa dell’anonimato? O forse erano già lì, soprattutto con l’aumento della paura di cadere, della solitudine… la paura nelle sue molteplici forme che ti fa sentire come se stessi fluttuando senza nulla a cui aggrapparti – e mancava solo il veicolo, l’arma carica che sono i social media. Certo, non è tutto negativo; c’è anche potere e gioia, espressione e creatività, e la possibilità di entrare in contatto con altre anime folli o sradicate. Qualunque sia la tua follia, sai di non essere solo. Ma anche così, ci sono giorni in cui spegni il telefono e le sue chiacchiere incessanti perché è difficile resistere all’ennesima sfida rabbiosa, all’ennesimo insulto. Perché questa costante sensazione di pesantezza e nebbia? Il panorama attuale è caratterizzato dalla devastazione dei legami sociali e delle forme di comunità, frutto di cinquant’anni di neoliberismo. Questa devastazione assume la forma della solitudine: stiamo camminando su una corda tesa. Il filosofo Franco “Bifo” Berardi dice che un’altra sfida epocale caratterizza questa solitudine, caratteristica della vita contemporanea: quella dei giovani cresciuti dalle macchine; se non fosse per la scuola, molti trascorrerebbero più tempo con i dispositivi elettronici che con altri esseri umani. Sebbene ciò possa sembrare allarmistico – le macchine consentono anche l’interazione con altre persone – conosciamo già alcuni degli effetti che ciò sta avendo sugli adolescenti. Bifo afferma che questa nuova condizione antropologica “non è felice”. Potrebbe essere correlata alla devastazione emotiva che sta lasciando nei giovani, anche se non è l’unico fattore determinante? “La prova – sottolinea Bifo – è che la depressione è diventata un fenomeno di massa e che le forme di sofferenza si stanno moltiplicando fino a diventare predominanti nella realtà sociale”. Se non la depressione in sé come fatto clinico, certamente come un’emozione che le assomiglia. La vita psichica come materia prima Ciò che scopriamo nell’economia dell’attenzione è che una cattiva salute mentale la alimenta. Nella sua teoria dell’ecologia-mondo, Jason W. Moore spiega che il capitalismo ha storicamente dipeso dall’appropriazione di alcuni elementi “a basso costo” per l’accumulazione di capitale: lavoro, natura, energia, cibo. Moore mostra come il sistema abbia costantemente bisogno di identificare nuove “frontiere” di appropriazione quando quelle precedenti si esauriscono o generano resistenza. Dall’argento americano alla gomma amazzonica, dai contadini espropriati o dalla schiavitù alle donne costrette a lavori di cura non retribuiti, il capitalismo si espande attraverso queste strategie di riduzione dei costi. All’inizio del XXI secolo, il capitalismo si trova ad affrontare una chiusura storica delle sue frontiere classiche. Non ci sono territori fisici significativi rimasti inutilizzati; gran parte del lavoro mondiale è già altamente precario o informale, e la natura è al limite della sua capacità rigenerativa. Ma il capitalismo digitale è in grado di scoprire nuovi territori vergini: la nostra vita mentale, il nostro tempo e la nostra attenzione. Affetti e desideri diventano qui materie prime. L’accumulazione continua attraverso l’invasione di un altro mondo da conquistare: il nostro mondo interiore. L’appropriazione, in questo caso, è quella dell’energia psichica che riversiamo nelle reti, che potrebbe essere percepita come un’altra merce “a buon mercato”. I teorici postfordisti italiani – Maurizio Lazzarato, Mario Tronti, Paolo Virno e altri – hanno spiegato questo meccanismo molto presto. Il capitale non sfrutta più solo il tempo di lavoro in fabbrica, sostenevano, ma sta colonizzando tutta la vita sociale, mercificando sempre più ambiti dell’esistenza. “Vita messa al lavoro” significava che il valore poteva essere generato dalle emozioni, dalle capacità linguistiche o relazionali, dal consumo o dall’immaginazione, che si trattasse di pubblicità, lavoro creativo o lavori di servizio. Ma ciò che forse non avevano previsto era la misura in cui le piattaforme avrebbero realizzato questa profezia. Al di là dei servizi a pagamento, quando scorriamo Instagram, ci insultiamo a vicenda su X e riversiamo i nostri desideri e le nostre frustrazioni su Facebook, stiamo mettendo in atto esattamente ciò che Virno chiamava “cooperazione produttiva”: alimentiamo la macchina, generiamo dati che addestrano algoritmi e sviluppiamo contenuti che tengono agganciati gli altri utenti attraverso un continuo lavoro emotivo. E tutto ci torna indietro come una merce. Questo lavoro è invisibile proprio perché mascherato da svago o socializzazione “libera”, quando in realtà è un’attività produttiva che arricchisce i proprietari della Silicon Valley, molti dei quali sono ora caduti nelle braccia del fascismo. Le piattaforme digitali e gli algoritmi che ne costituiscono la spina dorsale sono la tecnologia che rende possibile questa appropriazione massiccia e sistematica. Proprio come la nave negriera ha permesso la cattura di schiavi africani su scala industriale, o il filo spinato che circondava le terre comunali, lo smartphone e l’algoritmo sono al servizio della colonizzazione delle nostre vite psichiche. E lo fanno in gran parte attraverso l’odio e le emozioni negative. Passioni tristi, carburante premium Il capitalismo delle piattaforme ha scoperto che le passioni tristi sono più redditizie perché sono più facili da generare, più abbondanti come materia prima e generano più coinvolgimento e tempo di permanenza. C’è la tendenza a tradurre i nostri problemi di vita, le nostre insicurezze e le nostre paure in insulti e mancanza di rispetto. Tutti noi commentiamo di più quando siamo arrabbiati o indignati e ci soffermiamo più a lungo quando siamo ansiosi di non perderci nulla. Ma anche, mentre un tempo gli algoritmi premiavano l’interazione, ora si basano sull’attenzione; in altre parole, abbiamo perso la capacità di scegliere. Ciò che vediamo non dipende più solo dai nostri gusti o da ciò che condividiamo; ora ci mostrano ciò su cui ci soffermiamo, ciò che guardiamo, ad esempio qualcosa che ci disgusta o ci fa arrabbiare. Anche cuccioli che salvano neonati o una scimmia triste che gioca con il suo peluche, qualsiasi cosa ci capiti di guardare. Ma sembra che ciò che risuona di più sia ciò che si collega alle nostre frustrazioni e al nostro dolore. Paura, indignazione e risentimento creano dipendenza molto più della gioia. Anche a sinistra, tendiamo a puntare il dito contro i nostri vicini o colleghi, moralizzando o monitorando le loro espressioni: la polizia semiotica che portiamo dentro di noi. Il cortisolo e l’adrenalina dell’indignazione sembrano più potenti della gioia, almeno quella che circola sui social media. Generano quindi maggiori profitti per le piattaforme. Il risultato è uno spazio che dovrebbe essere pubblico – o che funziona attraverso la finzione di esserlo – ma dove le emozioni distruttive sono sovrarappresentate, le discussioni sono semplificate fino all’assurdo o alla politica identitaria, e dove le posizioni più estreme circolano più ampiamente. In questa giungla oscura, l’estrema destra è straordinariamente efficace perché il suo discorso è strutturato proprio attorno a queste tristi passioni o lavora attivamente per provocarle. Disaffezione verso il sistema, ma anche risentimento (contro élite, migranti, femministe), paura del declino sociale, dell’invasione o della “sostituzione”, di vedersi “portare via ciò che è nostro”; solidarietà negativa: se sono fregato, non voglio che gli altri abbiano la vita più facile. Sono maestri nel trasformare alienazione e disagio in reazione, in sostegno al loro progetto politico. La loro estetica facilmente “memeabile”, la loro ironia trasgressiva, la loro capacità di trasformare il razzismo in shitposting e la misoginia in umorismo, si adattano perfettamente a un mezzo che punisce la complessità e premia la reazione viscerale. Il risultato è un circolo vizioso in cui le piattaforme non solo diffondono queste tristi passioni, ma le producono anche. Da un lato, plasmano un’immagine particolare del mondo: massima esposizione delle nostre vite, personalità da brand, retorica semplicistica, competizione e una concezione della politica come comunicazione, come se avere i discorsi migliori o le idee migliori fosse sufficiente per influenzare il mondo. Dall’altro, finiscono per generare il tipo di soggettività di cui l’estrema destra ha bisogno: frammentata, risentita, triste e dipendente dalla propria impotenza. Siamo, quindi, più facili da governare. Come afferma Spinoza nella sua Etica, le passioni tristi ci indeboliscono e ci rendono meno autonomi e più dipendenti – e questa dipendenza è esattamente ciò di cui il modello di business dell’economia dell’attenzione ha bisogno. Ci privano della capacità stessa di resistere. Oltre a estrarre valore, distruggono la nostra capacità di agire collettivamente. Amplificano il danno psicologico e la depressione che si ripresentano sotto forma di aggressività. Tornando a Bifo, questa appropriazione algoritmica della nostra psiche “sottopone la mente collettiva a uno stress che la rende incapace di ragionare, criticare ed empatizzare”. A suo avviso, la depressione che ne consegue sembra trovare sfogo nella violenza. “Meglio aggressivi che tristi” potrebbe essere il suo motto. L’aggressività come “cura per la depressione” è l’effetto predominante del fascismo, dice Bifo, “una forma di terapia alimentata da anfetamine per la sofferenza e la solitudine che produce sempre, sistematicamente, effetti di moltiplicazione della violenza e delle dinamiche suicide”. E i social media diffondono questo veleno di affetto fascista sotto forma di violenza digitale canalizzata da algoritmi oscuri. L’approccio spinoziano propone di resistere aumentando il nostro potere, non nutrendo risentimento. Da un lato, sappiamo già che la sfida è politicizzare le frustrazioni in modo emancipatorio, ovvero reindirizzare la nostra rabbia contro coloro che provocano le nostre insicurezze. Per fare questo, la nostra capacità affettiva dovrebbe essere incanalata nella produzione collettiva di un bene comune. Un buon punto di partenza sarebbe cercare di essere generosi con noi stessi, o forse definire quel “noi” in modo più generoso: non c’è bisogno di commentare o postare sui social media tutto ciò che non ci piace delle nostre colleghe, il che non significa chiudere importanti dibattiti strategici, ma piuttosto affrontarli con rispetto. Le passioni gioiose spesso richiedono anche un ritmo più lento: incontrarsi per discutere di persona, connettersi, studiare, pensare con complessità, senza ridurre ogni dibattito a due poli opposti. Ma la comunità, il sostegno reciproco e la politica faccia a faccia ci rendono meno facilmente manipolabili, più autonomi ed espandono la nostra capacità di azione. Sebbene questo non implichi necessariamente un ottimismo ingenuo, non si tratta di “essere positivi”. L’ottimismo non è essenziale per combattere. Non ci si impegna politicamente perché si pensa di vincere – che cosa significa vincere, in fondo? Non si sa mai cosa potrebbe succedere finché non accade, non si conosce appieno il potenziale di una scommessa finché non la si porta fino in fondo. Si può combattere (o disertare) senza necessariamente credere che ciò che verrà sarà migliore. Si può combattere perché è il modo migliore di vivere. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ctxt con il titolo completo Pasiones tristes al servicio del capital y el fascismo (o el porqué del odio en redes) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Passioni tristi al servizio del capitale e del fascismo proviene da Comune-info.
March 3, 2026
Comune-info
Sulla manifestazione per Askatasuna a Torino – di Salvatore Palidda
Manifestazione nazionale delle realtà sociali, a Torino, 31 gennaio 2026. Decine di migliaia di persone (50mila) si radunano in tre concentramenti diversi per convergere verso un unico corteo. A un mese e mezzo dallo sgombero del C.S. Askatasuna, diffusa è la voglia di non rassegnarsi. Verso sera, dopo una lunga manifestazione, in Viale Regina [...]
February 1, 2026
Effimera
Il fiume e gli argini
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Milano in movimento -------------------------------------------------------------------------------- “Era già tutto previsto”, scrive nel suo editoriale sui fatti di Torino il direttore della Stampa: e ha ragione da vendere. Tutto previsto, dalla marea umana che ha invaso la città fino agli inevitabili scontri. Tutto annunciato e preventivato, inclusi i commenti e le reazioni dei media, della politica e delle platee social: tutti monchi, miopi, parziali. Tutti all’insegna di quella verità raccontata a metà che è vizio inestinguibile di questo paese. Gli editorialisti e i politici raccontano a metà la violenza, condannando – lo diciamo qui e ora, chiaramente e a scanso di equivoci: giustamente – il pestaggio di un poliziotto ma sorvolando su quelli operati dagli uomini della polizia sui manifestanti inermi a terra. Dicono di una Torino “sola e abbandonata”, questi commentatori che sono gli stessi che non raccontano mai l’abbandono di intere zone della città come Barriera di Milano, Aurora, Mirafiori sud né la solitudine di chi ci vive anzi fatica a viverci. Parlano della “città ferita dagli scontri” dopo aver fatto come se niente fosse di fronte al progressivo smantellamento di quella che fu la Fiat e di tutte le attività collegate. Come se Elkann che se ne va lasciandosi alle spalle un cimitero postindustriale e un’emorragia di circa 50mila posti di lavoro non fosse una ferita. Arrivano a paragonare i manifestanti agli agenti dell’Ice (ancora Malaguti su La Stampa), in un ribaltamento dei ruoli e delle posizioni che suonerebbe come una provocazione fine a sé stessa se solo non fosse una dichiarazione di parzialità e di complicità in piena regola. Invocano Bella ciao e la memoria della Resistenza fingendo di non sapere che i partigiani non erano gente che manifestava pacificamente. Perché la cultura della mezza verità è questa: ricorda solo ciò che le è funzionale e che soprattutto è funzionale al potere, quindi non rammenta la ragione per la quale quasi 50mila persone sabato hanno scelto di scendere in piazza, non dice nulla degli sgomberi attuati e di quelli minacciati, delle politiche repressive, della chiusura di qualsiasi spazio di dialogo. Non dice di queste città sempre più esclusive e inaccessibili nelle quali gli spazi sociali rappresentano l’unica alternativa per chi non ha e non può. Non dice di questo sistema che ti spinge ai margini e poi ti aggredisce se hai il coraggio dell’insubordinazione. Tutti sapevano quello che sarebbe accaduto, è vero; ma è tempo di dire, se la verità ci interessa raccontata per intero, che lo scontro è stato voluto – anzi, cercato – da un governo che continua a restringere le possibilità e gli spazi per il dissenso, a partire dal quel pacchetto sicurezza che parlando di democrazia ha il suono di una bestemmia in chiesa e che arriva nei fatti a negare o condizionare diverse libertà garantite dalla Costituzione. E a proposito di Costituzione, è monca perfino la solidarietà del suo garante, quel presidente Mattarella che telefona a Piantedosi per esprimere la sua solidarietà agli agenti mentre non ritiene di dover spendere una parola che sia una per i manifestanti aggrediti. Lo stesso mutismo messo in mostra il giorno prima, quando non ha ritenuto di dire nulla riguardo alla presenza dei nazisti del Comitato Remigrazione alla Camera dei deputati (leggi anche Individuare un capro espiatorio). Era già tutto previsto, tutti sapevano cosa sarebbe accaduto a Torino semplicemente perché qualcuno ha alzato il livello dello scontro oltrepassando la linea rossa che ci separa dall’autoritarismo. Era prevista quella che chiamano violenza e che nasce sempre e comunque dalla mancanza di dialogo e di ascolto. Era previsto che qualcuno decidesse di disobbedire e di resistere, in quella che più di tutte è la città della Resistenza. Era previsto che il giorno dopo sarebbe stato quello della verità raccontata a metà: tutti a dire della violenza del fiume in piena, nessuno di quella degli argini che lo costringono. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI EMILIA DE RIENZO: > Torino e il dissenso come problema del potere -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il fiume e gli argini proviene da Comune-info.
February 1, 2026
Comune-info
Il disastro in Spagna è anche italiano. Perché non dirlo?
Fare informazione di merda è un «must» anche nelle disgrazie. I tg ci hanno inondato, anche giustamente, con le immagini del grande disastro ferroviario spagnolo. Si trattta del primo incidente con vittime sulla rete ad alta velocità spagnola da quando è stata portata a termine la liberalizzazione-privatizzazione, tra il 2019 […] L'articolo Il disastro in Spagna è anche italiano. Perché non dirlo? su Contropiano.
January 20, 2026
Contropiano
Ma che strana “dittatura”…
In Italia e in Europa c’è ancora gente – nelle redazioni dei giornali o nelle toilette di Montecitorio – che ci dice ogni giorno quanto sia “legittimo” bombardare un paese sovrano e rapirne il presidente perché lì c’è una “dittatura” e quindi bisogna esportarci la “democrazia”.  Neanche il fatto che […] L'articolo Ma che strana “dittatura”… su Contropiano.
January 11, 2026
Contropiano
Un foglio di carta
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- John Berger ha scritto che, nel dialogo, ognuno può diventare “un foglio di carta” su cui l’altro deposita i suoi pensieri. Un’immagine semplice e radicale, che affida alla parola una responsabilità: quella di aprire uno spazio, non di occuparlo. Diventare “carta” significa accettare di sospendere il proprio punto di vista, di non sovrapporre subito le proprie ragioni a ciò che l’altro sta cercando di dire. Significa farsi foglio bianco, pronto ad accogliere parole che parlano di vissuti, emozioni, idee, conflitti. È un gesto che richiede tempo e pazienza, la stessa di cui parlava Anna Frank quando scriveva che “la carta è più paziente degli uomini”. Ma quella pazienza non riguarda solo le relazioni personali. È una condizione della democrazia. Senza ascolto, senza la disponibilità a diventare “carta” per la parola dell’altro, la democrazia si svuota e resta solo la forza: la voce che sovrasta, lo slogan che chiude, la decisione che non ammette replica. Viviamo in un tempo in cui il dialogo viene spesso sostituito dalla contrapposizione permanente. Le parole non cercano più di incontrare, ma di colpire; non aprono spazi comuni, li presidiano. In questo clima, la vera pace appare sempre più fragile, perché non nasce mai dall’imposizione, ma dalla capacità di riconoscere l’altro come interlocutore, non come nemico da ridurre al silenzio. Quando nessuno è disposto a farsi “carta”, il conflitto diventa assoluto e la violenza sembra l’unico linguaggio possibile. Eppure la pace comincia proprio lì: nel gesto minimo e difficile di chi ascolta senza prevaricare, di chi accoglie la parola altrui senza trasformarla subito in un bersaglio. Anche la scrittura nasce da questo stesso impulso. Chi scrive lo fa per essere letto, spinto — come ricorda Berger — da un desiderio di ospitalità verso lettori reali o immaginari. Se questo impulso viene meno, la scrittura si riduce a monologo e il pensiero smette di circolare. È così forse che dovremmo immaginare oggi il compito della parola, nella vita pubblica come in quella privata: farsi spazio di incontro, terreno condiviso, possibilità di pace. Quando ad esempio affidiamo i nostri pensieri alle pagine di Comune, spero che qualcuno li accolga con pazienza e, se lo vorrà, rimandi indietro ciò che quelle parole hanno smosso in lui o in lei. Non per avere ragione, ma per continuare a costruire, insieme, un mondo abitabile. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un foglio di carta proviene da Comune-info.
January 9, 2026
Comune-info
Onu bloccata dagli Usa, il Venezuela prova a resistere
New York centro del mondo stravolto, per un giorno e poi si vedrà. Tutto è girato però attorno al Venezuela aggredito militarmente dagli Usa e alla figura del presidente legittimo, Nicolàs Maduro, rapito dalle forze speciali Usa dopo la strage della sua scorta, e sua moglie Cilia Flores. In tribunale, […] L'articolo Onu bloccata dagli Usa, il Venezuela prova a resistere su Contropiano.
January 6, 2026
Contropiano
L’attacco a Putin è (quasi) ingestibile
C’è qualcosa di noiosamente ripetitivo nel modo in cui il sistema mediatico europeo tratta le vicende guerra/trattative sull’Ucraina. Ma proprio questa ripetitività rivela un “metodo”, una logica, un intento. E molta cecità. La vera notizia-bomba degli ultimi giorni è certamente il tentativo di Kiev di colpire una delle residenze ufficiali […] L'articolo L’attacco a Putin è (quasi) ingestibile su Contropiano.
January 2, 2026
Contropiano
Israele, profilo di un paese suprematista. Pena di morte, censure e divieti a Ong e media
A una settimana dall’inizio del 2026, può essere utile fare il punto sul profilo delle forme di organizzazione politica che ha assunto Israele negli ultimi due anni, in concomitanza con l’aver messo allo scoperto il suo intento genocidiario. Prima la pulizia etnica avveniva più “silenziosamente”, ma ora il sionismo è […] L'articolo Israele, profilo di un paese suprematista. Pena di morte, censure e divieti a Ong e media su Contropiano.
December 27, 2025
Contropiano