Ritrovare lo sguardo del poeta
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È sempre più difficile imparare a muoversi liberamente tra informazioni, dati,
teorie. C’è un bisogno diffuso enorme, che non riguarda soltanto ragazzi e
ragazze, di un’alfabetizzazione di base indispensabile per valutare il grado di
validità dei concetti che utilizziamo nell’interpretare il mondo e ciò che
facciamo nella vita di ogni giorno. Pasolini, una vita anzi due (Editori
Laterza) per molte ragioni è un testo di grande valore non solo perché racconta
lo sguardo del poeta sul mondo, ma soprattutto perché riesce nell’intento di non
isolare Pasolini dal tempo che lui viveva e interpretava con lucidità e
passione. Celestini dimostra prima di tutto che per sapere quello che qualcuno
ha detto bisogna andarselo a leggere e studiare in profondità, il che richiede
sempre pazienza e fatica.
“Nella camminata di queste pagine – si legge all’inizio del libro – mi rifaccio
tutta la strada per incontrarlo nei libri e nei film, nelle parole e nelle
immagini. Per guardare in questo tempo appena passato come lo guardava lui. Come
lo vedeva Pasolini ai tempi di Pasolini…”.
Una delle conseguenze di questa lezione fondamentale è rompere il ridicolo
quanto pericoloso e persistente tentativo della destra di appropriarsi di
Pasolini, associandolo al proprio immaginario. Negli ultimi anni, per inventarsi
che Pasolini la pensa come loro, sempre più spesso estrapolano frasi che, fuori
dal loro contesto, piegano come vogliono.
Naturalmente il libro dimostra perché Pasolini sia stato una voce scomoda e
necessaria, capace di analizzare il conflitto tra sfruttati e sfruttatori con
uno sguardo sempre indipendente e critico. Pasolini, come pochi, ha anticipato
la mutazione antropologica della società capitalistica. C’è un passaggio nel
libro, apparentemente marginale, ma assai significativo in questo scenario.
Celestini racconta come Pasolini da bambino abbia vissuto con la sua famiglia a
Parma, Conegliano, Belluno, Sacile, Cremona, Scandiano, oltre che Reggio Emilia
e Bologna:
“È possibile immaginare questo bambino che ascolta lingue diverse nelle diverse
città e paesi…”.
Un ascolto arricchito dai tanti viaggi e dall’incontro con persone ricche e
povere, ma anche sconvolto da un mondo che comincia a bruciare per l’avvicinarsi
della guerra. È evidente che questo esercizio di ascolto avrebbe segnato per
sempre il modo di vivere e di raccontare di Pasolini.
Inevitabilmente emergono anche alcune risonanze tra lo stile narrativo e
teatrale di Celestini e lo sforzo pasoliniano di dare voce agli ultimi, alle
molte Mariacarmen che abitano il mondo, alle periferie geografiche e umane: su
questo fronte Poveri cristi, volume in cui di Ascanio Celestini raccoglie e
rielabora i suoi ultimi tre spettacoli teatrali, resta un capolavoro. Celestini
e Pasolini rifiutano l’assuefazione al presente ma risultano scomodi perché
entrambi, in modo diverso, si chiedono cosa significhi cercare di rinunciare
sempre alla violenza ma soprattutto al potere per cambiare il mondo.
Ascanio ci ha confessato recentemente la sua difficoltà a raccontare in questo
tempo. Non sappiamo se sia il dilagare della sofferenza sociale nel mondo e il
dominio della violenza che precipitano in modo così aggressivo sugli animi
riflessivi, empatici e inquieti come quello di Ascanio. Sappiamo però che
abbiamo un gran bisogno della sua attitudine all’ascolto e all’elaborazione
delle storie altrui. Pasolini, ricorda Ascanio, si definiva uno “scrittore che
inventa schemi di favole”: forse entrambi, in un mondo che produce incubi su
scala industriale, con le loro storie e le loro “favole” ci permettono prima di
tutto di rompere, per dirla con Stefania Consigliere, la paralisi
dell’immaginazione, quell’incapacità di guardare oltre le mura della prigione
che ci sta soffocando.
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