
Le nostre città, terreno di caccia per speculatori
Comune-info - Thursday, October 8, 2026La grande protesta spagnola che oggi piange Mariacarmen e la vicenda di Spin time parlano prima di tutto del bisogno di una nuova cultura politica, capace di partire dalla vita di ogni giorno e dal diritto all’abitare. Al tempo stesso rimandano a un problema enorme: il modello di sviluppo che pervade le nostre città e che rende ovunque le amministrazioni locali succubi dei giganti immobiliari. Non si tratta soltanto di essere più forti nelle negoziazioni con gli speculatori immobiliari, scrive Carlo Cellamare ricordando il percorso del Social forum dell’abitare, ma di pensare alle alternative, a come una città e i suoi abitanti possono adesso vivere senza vendersi
Roma, 19 settembre, manifestazione promossa da Spin time. Foto di Riccardi TroisiLe mobilitazioni spagnole, la vicenda di Spin Time e le tante altre che hanno attraversato le città italiane, l’esplodere della crisi abitativa in tutta Europa (e non solo) che pure ha spinto la Commissione e il parlamento europei ad impegnarsi, vedremo se bene o male, hanno riportato con forza l’attenzione su questo problema. Problema in realtà ben noto da tempo, che affligge molti strati della popolazione ed è causa di grande disagio sociale. È l’effetto della mercificazione non solo della casa, ma dell’abitare come fatto sociale complesso. E va oltre la funzione sociale della proprietà (come sostenuto nella nostra Costituzione), riguarda la condizione sociale stessa dell’abitare e quindi la coesione della nostra società.
I numeri del disagio sono stati più volte indicati. Le politiche abitative in Italia, assenti per tantissimi anni, si sono riaffacciate recentemente con tre proposte di legge delle opposizioni che non riescono ad andare avanti e un «Piano casa» nazionale del governo totalmente inadeguato, se non pericoloso. Ci si interroga su come reagire a questa situazione.
Da più di tre anni, in Italia, è attivo su questi temi il Social forum dell’abitare, un coordinamento di realtà impegnate sulla questione della casa e del diritto alla città, in un’interpretazione dell’abitare che è molto di più della casa. È una rete che vede coinvolti movimenti di lotta per la casa, realtà associative di livello nazionale (Arci, Forum Dd, Acli…), il mondo del Terzo Settore (Cnca…), alcuni sindacati (Cgil, Unione inquilini) e tante realtà che vengono dai territori italiani, dalle grandi città e dalle aree metropolitane ad alta tensione abitativa (Ocio da Venezia, ma anche da Napoli, Milano, Bologna, Roma, Torino dove ha sostenuto la campagna Vuoti a rendere) così come centri medi o più piccoli e da aree interne.
Si tratta di un’alleanza trasversale che ha fatto tre grandi assemblee (Bologna, Napoli e Roma) e molti incontri sui territori (Genova, Torino, Firenze, Venezia…) discutendo le politiche abitative esistenti e promuovendo alternative, nel campo degli affitti brevi e della turistificazione, dell’edilizia residenziale pubblica e dell’housing sociale, della rigenerazione urbana come valorizzazione immobiliare e del peso dei fondi immobiliare sul mercato della casa, intersecando anche il dibattito a livello europeo sulle proposte che emergono dalla Commissione.
È un percorso che costruisce rete e rafforza le capacità di opposizione. Non è ancora abbastanza e la prospettiva di una manifestazione nazionale è in discussione, così come emerso nell’assemblea pubblica a Spin Time a settembre e più recentemente nell’assemblea No Kings a Napoli. Le energie sociali impegnate sono tante, ma devono trovare il modo di far valere la propria forza.
Indubbiamente è in gioco la democrazia. La manifestazione nazionale a Roma di settembre è stato un primo passaggio importante, oltre al sostegno alla lotta di Spin Time, ha posto il problema del peso dei fondi immobiliari sulle politiche urbane. La crisi abitativa, infatti, rimanda a un problema più ampio e più profondo, e contemporaneamente, molto più difficile, il modello di sviluppo che pervade le nostre città. La crisi abitativa e la mercificazione dell’abitare, con tutto quello che comporta e con tutte le disuguaglianze sociali che produce, è un effetto collaterale della mercificazione della città. L’apertura senza controllo e regolazione adeguata, anzi il creare le condizioni più vantaggiose per l’arrivo degli investimenti immobiliari così come il peso sempre crescente dei fondi e degli operatori finanziari in questi settori fanno sì che le politiche urbane ne siano per lo più succubi, determinando gli effetti collaterali sulle condizioni abitative che ben conosciamo: crescita dei prezzi sia nel mercato degli affitti, che in quello degli acquisti; espulsione e allontanamento della popolazione che non riesce a sostenere il costo della casa in rapporto ai redditi disponibili; gli studentati come grande affare; il passaggio agli affitti brevi.
Spesso le politiche abitative pubbliche sono un grande cerotto rispetto ai danni della rendita immobiliare e del modello di sviluppo. Cercano di rimediare alle punte del disagio sociale. Si pone quindi un interrogativo profondo per i partiti di centrosinistra e, in particolare, per quelle forze impegnate nei governi delle città, soprattutto quelle che si avviano alle elezioni. Anche con le buone intenzioni di impegnarsi sul serio sulle politiche abitative, senza sganciarsi da un modello di sviluppo urbano che le produce si lascia aperto il problema.
È un problema internazionale, di non facile soluzione in un’epoca di liberismo avanzato e dove le forze del mercato sono molto più grandi delle amministrazioni locali. Ma è un interrogativo ineludibile. E non si tratta soltanto di essere più forti nelle negoziazioni con gli operatori immobiliari, ma di pensare alle alternative, a come una città e i suoi abitanti possono vivere e produrre reddito senza doversi vendere o vendere propri pezzi.
Pubblicato anche sul manifesto
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