La posta in gioco agli ex mercati generali di Roma
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È alta, molto alta, la posta in gioco agli ex mercati generali del quartiere
Ostiense, a Roma. Qui interessi finanziari transnazionali sempre più invadenti
in tutte le città del mondo e bisogni della popolazione sempre più urgenti sono
messi in netta contrapposizione senza nessuna volontà politica di mediare e di
comporre il conflitto in una nuova visione di città: più democratica, più equa e
resiliente ai cambiamenti climatici, alle diseguaglianze sociali, alla crisi
abitativa, ovvero adeguata alle sfide epocali che la città deve oggi affrontare.
Sembra proprio che l’intenzione sia lasciare agli interessi finanziari carta
bianca e mettere a tacere desideri e bisogni della popolazione opponendo un muro
di gomma, fatto di silenzi e omissioni, e a buon bisogno ricorrendo all’uso
della forza, come si è fatto con l’abbattimento d’urgenza del giovane ed esteso
bosco di salici e pioppi bianchi e la gratuita devastazione della vasta zona
umida nata nello scavo del cantiere dismesso e sviluppatasi grazie a venti anni
di abbandono dei mercati. Si è distrutta, d’urgenza e senza le dovute tutele e
verifiche ambientali, l’area umida, evocando il degrado, mentre nulla si è fatto
per tutelare dal degrado le strutture architettoniche in vent’anni, lasciando
che un ennesimo e vasto crollo avesse luogo all’interno del pregiatissimo
padiglione del pesce solo alcuni giorni fa.
Il conflitto che si è aperto tra cittadinanza e amministrazione e che ha portato
a promuovere la manifestazione cittadina di sabato 28 febbraio (vedi in coda
all’articolo) è infatti incardinato intorno al tema dell’interesse pubblico del
progetto, di se e come il capitale privato possa contribuire a determinarlo. Di
se e come una trasformazione urbana su suolo pubblico possa contribuire a
disegnare un pezzo di città in grado di rispondere ai desideri e ai bisogni di
chi la abita, e non solo a soddisfare interessi privati, che comunque vanno
mantenuti entro un perimetro di legittimità.
Con il progetto dei mercati generali il grande capitale finanziario
internazionale entra nella gestione diretta di uno spazio pubblico a Roma e ne
determina usi e funzioni. Una delega che la convenzione firmata dal Comune fa
apparire come una resa, una preoccupante rinuncia a inserire i cospicui
finanziamenti internazionali che si stanno riversando sulla città in una visione
d’insieme a tutela dell’interesse pubblico. Una rinuncia a governare processi
che se non governati non possono che diventare pure operazioni speculative a
danno della città e di chi la abita. Assegnare il privilegio di intervenire su
spazi pubblici garantendo una equa redditività dei capitali investiti può non
costituire un problema sociale solo se questo avviene in un quadro di
miglioramento della qualità della vita di tutt* e contribuisca a rispondere a
quelli che sono i bisogni inderogabili della città.
La lunga sequela di errori commessi ai mercati generali negli ultimi vent’anni
(sarebbe utile comprendere appieno in che misura sono responsabilità
dell’Amministrazione o dei soggetti attuatori e come mai questo conclamato
fallimento non abbia portato alla rescissione della convenzione pubblico privato
che ne è alla base) non può diventare la giustificazione con cui si rinuncia a
uno spazio pubblico e si offre una delega in bianco all’interesse privato al
solo scopo di liberarsi definitivamente di una questione annosa e onerosa.
La revoca, o la radicale rimodulazione della concessione qualora fosse
praticabile, può essere l’occasione per rimettere al centro la questione
urbanistica, ovvero la capacità di mediare attraverso regole e progetti la
distribuzione della ricchezza prodotta dal fare città. Per ritrovare una visione
d’insieme che tenga dritta la barra sull’interesse pubblico e sulla produzione
di “qualità urbana” condividendo con le parti sociali rischi e prospettive,
vincoli e possibilità. A questo compito l’amministrazione non può rinunciare, a
questo ruolo è richiamata a viva voce dalla cittadinanza, deve fare la sua
parte, ritornare sui suoi passi invece di lavarsene le mani. L’amministrazione
ha l’occasione oggi di dimostrare che è capace di incrociare diversi obiettivi,
interessi e bisogni, tutti importanti e di saperli comporre in un disegno che
tratteggi una nuova visione della città, in grado di rispondere a quelle immense
sfide che le città di tutto il mondo sono oggi chiamate ad affrontare. Ciò non
può aver luogo con l’attuale concessione, vera e propria delega a un fondo
privato della progettazione di un pezzo di città, senza neanche imporre regole e
obiettivi di interesse pubblico e negando alla cittadinanza qualsiasi
partecipazione al progetto. I diversi interessi, bisogni, desideri e vincoli
andrebbero portati a un unico tavolo di coprogettazione piuttosto che giocati
sopra e sotto tavoli diversi dove invece di comporre un disegno unitario vengono
frammentati e negoziati secondo una logica di “compensazioni” che trasforma il
disegno della città in astratto calcolo dislocato di interessi vari, uccidendo
la possibilità di comporre prospettive diverse in un progetto di qualità che
disegni soluzioni urbane d’eccellenza, e non pasticci i cui costi nel tempo
saranno sempre più insostenibili.
Questo necessario cambio di paradigma richiede una nuova governance, dove
interessi privati, interessi pubblici e pratiche sociali e culturali di riuso e
reinvenzione intelligente, solidale ed ecologica degli spazi dismessi trovino la
possibilità di comporsi in progetti innovativi. Vanno in questa direzione
l’istituzione dei poli civici, la normativa sulla gestione condivisa degli spazi
pubblici e il piano casa, ma non possono rimanere astratti principi strozzati da
lacci e grovigli burocratici.
Se il comune ritiene di non riuscire a gestire da solo la città, non si rivolga
solamente al grande capitale finanziario, ma cerchi supporto nelle sempre più
competenti realtà di cittadinanza attiva, portatori dell’interesse collettivo,
instancabili attivatori e gestori di processi di rigenerazione urbana dal basso
che costituiscono un patrimonio cittadino che altre città ci invidiano[1]. Che
il comune dia a queste realtà sociali almeno lo stesso ruolo e peso che viene
dato ai portatori di interessi privati.
Insomma quella dei mercati è una partita molto rischiosa per tutt* , ma potrebbe
rappresentare l’occasione per una inedita e fruttuosa collaborazione tra quelle
che sono oggi le parti sociali in gioco.
E visto che accompagnerà la campagna elettorale potrebbe aiutare a delineare una
nuova prospettiva per le politiche urbane a Roma, che non ripeta gli errori di
Milano e che collochi la città con chiarezza tra quelle che a livello mondiale
hanno iniziato a ridurre le disuguaglianze sociali e ad affrontare i cambiamenti
climatici, direzionando e gestendo l’afflusso di capitali privati con efficacia
e responsabilità, ascoltando e coinvolgendo la popolazione attiva nei processi
decisionali.
Al comune e ai suoi rappresentanti è chiesto oggi da una cittadinanza sempre più
consapevole e responsabile di difendere la città, dagli abusi di un potere
nazionale sempre più autocratico come sta avvenendo a Minneapolis, e qui da noi
al Quarticciolo, dai pericoli dei cambiamenti climatici, come fanno sempre più
città del nord Europa e a Roma il Forum Territoriale Parco delle Energie, dalle
disuguaglianze e dagli abusi del capitale finanziario come ha sempre fatto
Vienna e ora tornano a fare addirittura le capitali della finanza internazionale
come Londra e New York e come a Roma sta cercando di fare Spin Time, solo per
citare alcuni esempi. Questo per dire che se non possiamo impedire e negare
l’interesse del capitale finanziario internazionale a diventare una nuova “parte
sociale” nel fare città, sta all’Amministrazione cittadina di dare altrettanto
peso e riconoscimento a un’altra “parte sociale”, quella costituita dalla
cittadinanza attiva e competente, dai comitati cittadini ai movimenti sociali,
che nel tempo hanno sviluppato pratiche, strumenti, competenze e ruolo nella
trasformazione urbana oltre a esprimere diritti, bisogni e desideri legittimi e
irrinunciabili se si intende costruire davvero una città più felice e giusta.
Serve un nuovo municipalismo democratico che a livello urbano resiste alle
derive autoritarie e pervasive intraprese tanto dallo stato nazione quanto dal
neoliberalismo transnazionale. Questo non può che restituire ruolo e centralità
all’amministrazione cittadina, ma anche una enorme responsabilità a cui questa
non può sottrarsi continuando a trattare i cittadini come consumatori di
prodotti da conquistarsi con un sorriso e uno slogan di successo o peggio
pregiudicandone il diritto all’abitare e alla partecipazione democratica in
città, contribuendo così alla ghettizzazione e alla repressione del legittimo e
sempre più diffuso dissenso popolare.
Abbiamo un anno di tempo, da ora alle prossime elezioni, per marcare l’agenda
della campagna elettorale e riportare l’amministrazione pubblica a un confronto
di merito con le tante e diverse realtà cittadine in lotta a tutela
dell’abitare, dell’ambiente e dei beni comuni. Tutte vertenze che richiedono
urgenti e innovative politiche urbane, decisioni coraggiose e intelligenti e non
le solite promesse elettorali. C’è da convocare una assemblea cittadina
permanente che funga da raccordo tra le tante assemblee popolari indette in
città. Va raccolto l’invito a federare le pratiche, le lotte e le competenze
lanciato oggi dal comitato per i Mercati Generali che si aggiunge a quanto già
proposti da diverse altre realtà cittadine, solo nell’ultimo anno: a partire dal
corteo cittadino indetto un anno fa dal Quarticciolo, passando per quello
indetto dal Forum Territoriale Parco delle Energie lo scorso 19 ottobre, fino al
recente appello lanciato nell’assemblea cittadina convocata da Spin Time il 10
gennaio.
Serve una Urbanistica della Riparazione che disegni strumenti, pratiche e
strategiedi unariparazione urbana (urban repair)[2] che deve informare tutti i
processi di rigenerazione urbana in atto e da intraprendere, con cui iniziare a
offrire un risarcimento alla città e alla cittadinanza per 150 anni di
devastazioni urbanistiche. Risarcimento che è divenuto oggi inderogabile e
irrinunciabile davanti alle grandi sfide cui lo città è sottoposta dalla
transizione che stiamo vivendo e che richiedono il contributo di tutt*.
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[1] Il tema è stato affrontato e ha avuto riscontro internazionale nel confronto
tra pianificazione viennnese e autorganizzazione romana realizzato con il
progetto Agency for Better Living, curato da Sabine Pollak, Micheal Obrist e me
per il Padiglione Austria alla Biennale di Architettura di Venezia2025 ed è
stato sviluppato, per quanto riguarda Roma, nella mostra Abitare le Rovine del
Presente, a cura di Giulia Fiocca e me, visibile al museo Macro di via Nizza
fino al prossimo 22 marzo.
[2] L’urban repair (riparazione urbana) è un approccio concettuale e pratico che
mira a sanare i divari socio-ecologici causati dalla modernizzazione, integrando
restauro storico, sostenibilità e partecipazione comunitaria. Si concentra sul
riutilizzo adattivo degli spazi, migliorando la qualità della vita urbana
attraverso interventi mirati su infrastrutture e ambienti costruiti, spesso
valorizzando il riuso invece della nuova costruzione. In sintesi, la riparazione
urbana rappresenta un cambio di paradigma verso una gestione più responsabile e
sostenibile delle città, trasformando il concetto di “aggiustare” in un motore
di rigenerazione urbana. L’idea di “società della riparazione”, introdotta da
Wilfried Lipp nel 1993, vede la riparazione non solo come soluzione tecnica, ma
come strategia culturale per ripristinare l’equilibrio e preservare la
continuità storica. Approccio Architettonico: Si concentra sul “riutilizzo
adattivo” (adaptive reuse), trasformando spazi esistenti (es. uffici/abitazioni)
in contesti più funzionali, sostenibili e accoglienti. Azione Comunitaria:
Coinvolge iniziative DIY (fai-da-te) e movimenti comunitari che promuovono la
manutenzione attiva del tessuto urbano. (nota sviluppata con il contributo
dell’Intelligenza Artificiale AI)
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