Obiezione di coscienza: oltre il muro del silenzio, una nuova consapevolezza?/2

Pressenza - Monday, October 5, 2026

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La parola diserzione deriva dal latino desertio-onis, a sua volta collegato al verbo deserĕre, che significa “abbandonare”. Letteralmente, deserĕre indicava lo sciogliere un legame, il disfare una trama o l’abbandonare ciò a cui si era uniti da un impegno (come il giuramento militare o un vincolo di fedeltà).

Etimologicamente, non è possibile attribuire al termine diserzione un valore morale, se non di tipo negativo, per quello scioglimento di un patto o di un impegno prima sottoscritto.  Per questo, nell’opinione comune, la diserzione ha una connotazione che riporta ad una “fuga” e al venir meno ad un giuramento di obbedienza assoluta.

Tuttavia il contesto storico e interiore che motiva questo abbandono possono dare alla parola diserzione un significato moralmente positivo. La diserzione può derivare certamente dalla paura o da un calcolo egoistico. Al contrario essa può scaturire da opposizione politica verso un’autorità o un regime che non merita più la nostra obbedienza o dall’emergere di una consapevolezza che un impegno precedente è stato preso nell’ignoranza. Essa può costituire l’unica scelta per un soldato già in guerra, poiché, anche in Italia, non è possibile dichiararsi obiettore dopo l’arruolamento. In quella situazione, per una rinnovata coscienza egli potrebbe coraggiosamente trasgredire il giuramento e disertare. Ecco che la diserzione non è più fuga ma virtù eroica.

La parola obiezione deriva dal verbo latino obicĕre ed è tradotta a volte con “gettare contro” o anche con “gettare davanti, mettere davanti”. Obiettare non è dunque, già nel suo etimo un semplice negare o disobbedire. Chi obietta porta infatti argomenti e opinioni divergenti o contrari rispetto alle argomentazioni, opinioni e affermazioni altrui

L’obiettore di coscienza pone davanti all’avversario (generalmente allo Stato), a fondamento della sua posizione, un imperativo interiore. Egli tuttavia, non rinuncia alla pubblicità del gesto: se l’avversario è lo Stato che obbliga a un determinato agire, disubbidisce pubblicamente e pone innanzi atti fattivi, propositivi, credibili, accettando le conseguenze e le punizioni, anche quelle estreme. La pubblicità, la rinuncia alla fuga, il sacrificio e l’accettazione delle conseguenze del proprio atto sono offerte per amore della verità e della giustizia. Esemplare, nel secolo scorso la figura di Franz Jägerstätter, che fu messo a morte per essersi rifiutato di arruolarsi nell’esercito nazista.

Pietro Pinna fu il primo cittadino dell’Italia repubblicana a rifiutare, nel 1949 di arruolarsi nell’esercito. È giustamente ricordato come il primo obiettore di coscienza nell’Italia repubblicana. Pinna scelse il rifiuto della divisa dopo aver vissuto l’esperienza traumatica di un adolescente in una città, Ferrara, bombardata e occupata dove le bombe avevano raso al suolo interi quartieri, provocando centinaia di morti tra la popolazione civile. Vedere la propria città distrutta e i corpi dei concittadini estratti dalle macerie segnò profondamente la sua sensibilità. Affrontando il tribunale che lo giudicava così si espresse:

Nessuna legge deve cercar di violentare la coscienza di un individuo al punto da impedirgli di realizzare i suoi destini, di vivere per quei principi a cui si sente nato e nei quali trova la sua ragione di esistenza come uomo. Mi si dice che il dovere di ogni cittadino è innanzitutto quello di servire la patria. Ma io non mi sogno neppur lontanamente di rifiutarmi a questo: chiedo soltanto che la patria escogiti un servizio in cui i suoi figli non siano costretti a tradire i principi della loro coscienza di uomini ed essi allora (ed io con loro, primo) saranno felici e onorati di servirla e di donarlesi.

Sono passati quasi ottant’anni da quel primo gesto. L’obiezione di coscienza è stata riconosciuta nel 1972 come diritto ed è stata riconosciuta al contempo la possibilità di difendere la Patria senza uso delle armi, come richiedeva Pietro Pinna.

Ecco perché, pur riconoscendo la forza provocatoria del termine diserzione (senza l’uso del quale tutto sarebbe passato inosservato), condivido l’osservazione di Bersani.

La diserzione non è più necessaria, grazie al sacrificio dei primi obiettori che pagarono col carcere il loro rifiuto.

Ma, al di là dell’efficacia dell’impatto discorsivo, il discorso è tutto politico e il richiamo all’obiezione di coscienza, che i cittadini italiani possono esercitare, anche se nel breve lasso di quindici giorni dalla chiamata alle armi in caso di guerra e di ripristino della leva obbligatoria, sarebbe stato e sarà più difficile da contestare.

Emerge tuttavia un problema non secondario. La scelta dell’obiezione di coscienza, con la sospensione della leva obbligatoria, è stata consapevolmente estromessa dal discorso pubblico. Il servizio civile inizialmente pensato come servizio alternativo a quello militare ha perso ogni legame con la funzione di difesa. Non si hanno più strumenti e contesti in cui si possa dire NO alla guerra.

È giunto il momento di rilanciare l’obiezione di coscienza con tutto il carico di complessità che i tempi esigono.

È certamente importante ancorare l’obiezione di coscienza a quell’imperativo interiore che ci porta al rifiuto di uccidere un nostro simile. Ma essa, diversamente che nel passato, non può essere più un semplice orientamento morale soggettivo: essa dovrà essere proposta e disponibilità di impegno per una società e un mondo fondati su valori antitetici alla guerra.

Tale impegno dovrà essere organizzato anche quando gli Stati non sono coinvolti in un conflitto, quando essi sono formalmente in pace. Oggi alle guerre non contribuiscono solo gli eserciti, ma anche l’economia, il commercio di armi, le banche armate, le culture razziste e i nazionalismi esasperati.

Il 24 ottobre a Firenze, presso la Casa della Pace di Pax Christi sarà presentata un’importante campagna attraverso la quale i cittadini dai 17 ai 45 anni, iscritti nelle liste di leva, saranno invitati a scrivere ai propri sindaci chiedendo che accanto al proprio nominativo, in quelle liste, sia annotata la propria obiezione di coscienza e la propria disponibilità a difendere il proprio Paese in forma non armata e nonviolenta, così come è previsto nel nostro ordinamento.

Si è pensato infatti che i Sindaci e le Sindache non sono dei meri funzionari del Ministero della Difesa. Essi sono il volto istituzionale e politico che meglio di ogni altro può recepire quell’anelito di pace e quella volontà di costruzione nonviolenta che vediamo crescere sempre più nella società civile.

Questa campagna, sulla quale i lettori di Pressenza saranno presto adeguatamente informati, affiancherà il percorso intrapreso con la presentazione del Disegno di legge di iniziativa popolare per l’istituzione del Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta e le iniziative di Emergency come la campagna R1PUD1A e una nuova proposta di legge per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza preventiva e delle obiezioni di coscienza e per garantire a tutte le cittadine e i cittadini la possibilità di rifiutarsi di dare consenso alla guerra e al riarmo con il proprio corpo e il proprio lavoro.

 

Redazione Sicilia