Obiezione di coscienza: oltre il muro del silenzio, una nuova consapevolezza?/2
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consapevolezza?/1
La parola diserzione deriva dal latino desertio-onis, a sua volta collegato al
verbo deserĕre, che significa “abbandonare”. Letteralmente, deserĕre indicava lo
sciogliere un legame, il disfare una trama o l’abbandonare ciò a cui si era
uniti da un impegno (come il giuramento militare o un vincolo di fedeltà).
Etimologicamente, non è possibile attribuire al termine diserzione un valore
morale, se non di tipo negativo, per quello scioglimento di un patto o di un
impegno prima sottoscritto. Per questo, nell’opinione comune, la diserzione ha
una connotazione che riporta ad una “fuga” e al venir meno ad un giuramento di
obbedienza assoluta.
Tuttavia il contesto storico e interiore che motiva questo abbandono possono
dare alla parola diserzione un significato moralmente positivo. La diserzione
può derivare certamente dalla paura o da un calcolo egoistico. Al contrario essa
può scaturire da opposizione politica verso un’autorità o un regime che non
merita più la nostra obbedienza o dall’emergere di una consapevolezza che un
impegno precedente è stato preso nell’ignoranza. Essa può costituire l’unica
scelta per un soldato già in guerra, poiché, anche in Italia, non è possibile
dichiararsi obiettore dopo l’arruolamento. In quella situazione, per una
rinnovata coscienza egli potrebbe coraggiosamente trasgredire il giuramento e
disertare. Ecco che la diserzione non è più fuga ma virtù eroica.
La parola obiezione deriva dal verbo latino obicĕre ed è tradotta a volte con
“gettare contro” o anche con “gettare davanti, mettere davanti”. Obiettare non è
dunque, già nel suo etimo un semplice negare o disobbedire. Chi obietta porta
infatti argomenti e opinioni divergenti o contrari rispetto alle argomentazioni,
opinioni e affermazioni altrui
L’obiettore di coscienza pone davanti all’avversario (generalmente allo Stato),
a fondamento della sua posizione, un imperativo interiore. Egli tuttavia, non
rinuncia alla pubblicità del gesto: se l’avversario è lo Stato che obbliga a un
determinato agire, disubbidisce pubblicamente e pone innanzi atti fattivi,
propositivi, credibili, accettando le conseguenze e le punizioni, anche quelle
estreme. La pubblicità, la rinuncia alla fuga, il sacrificio e l’accettazione
delle conseguenze del proprio atto sono offerte per amore della verità e della
giustizia. Esemplare, nel secolo scorso la figura di Franz Jägerstätter, che fu
messo a morte per essersi rifiutato di arruolarsi nell’esercito nazista.
Pietro Pinna fu il primo cittadino dell’Italia repubblicana a rifiutare, nel
1949 di arruolarsi nell’esercito. È giustamente ricordato come il primo
obiettore di coscienza nell’Italia repubblicana. Pinna scelse il rifiuto della
divisa dopo aver vissuto l’esperienza traumatica di un adolescente in una città,
Ferrara, bombardata e occupata dove le bombe avevano raso al suolo interi
quartieri, provocando centinaia di morti tra la popolazione civile. Vedere la
propria città distrutta e i corpi dei concittadini estratti dalle macerie segnò
profondamente la sua sensibilità. Affrontando il tribunale che lo giudicava così
si espresse:
Nessuna legge deve cercar di violentare la coscienza di un individuo al punto da
impedirgli di realizzare i suoi destini, di vivere per quei principi a cui si
sente nato e nei quali trova la sua ragione di esistenza come uomo. Mi si dice
che il dovere di ogni cittadino è innanzitutto quello di servire la patria. Ma
io non mi sogno neppur lontanamente di rifiutarmi a questo: chiedo soltanto che
la patria escogiti un servizio in cui i suoi figli non siano costretti a tradire
i principi della loro coscienza di uomini ed essi allora (ed io con loro, primo)
saranno felici e onorati di servirla e di donarlesi.
Sono passati quasi ottant’anni da quel primo gesto. L’obiezione di coscienza è
stata riconosciuta nel 1972 come diritto ed è stata riconosciuta al contempo la
possibilità di difendere la Patria senza uso delle armi, come richiedeva Pietro
Pinna.
Ecco perché, pur riconoscendo la forza provocatoria del termine diserzione
(senza l’uso del quale tutto sarebbe passato inosservato), condivido
l’osservazione di Bersani.
La diserzione non è più necessaria, grazie al sacrificio dei primi obiettori che
pagarono col carcere il loro rifiuto.
Ma, al di là dell’efficacia dell’impatto discorsivo, il discorso è tutto
politico e il richiamo all’obiezione di coscienza, che i cittadini italiani
possono esercitare, anche se nel breve lasso di quindici giorni dalla chiamata
alle armi in caso di guerra e di ripristino della leva obbligatoria, sarebbe
stato e sarà più difficile da contestare.
Emerge tuttavia un problema non secondario. La scelta dell’obiezione di
coscienza, con la sospensione della leva obbligatoria, è stata consapevolmente
estromessa dal discorso pubblico. Il servizio civile inizialmente pensato come
servizio alternativo a quello militare ha perso ogni legame con la funzione di
difesa. Non si hanno più strumenti e contesti in cui si possa dire NO alla
guerra.
È giunto il momento di rilanciare l’obiezione di coscienza con tutto il carico
di complessità che i tempi esigono.
È certamente importante ancorare l’obiezione di coscienza a quell’imperativo
interiore che ci porta al rifiuto di uccidere un nostro simile. Ma essa,
diversamente che nel passato, non può essere più un semplice orientamento morale
soggettivo: essa dovrà essere proposta e disponibilità di impegno per una
società e un mondo fondati su valori antitetici alla guerra.
Tale impegno dovrà essere organizzato anche quando gli Stati non sono coinvolti
in un conflitto, quando essi sono formalmente in pace. Oggi alle guerre non
contribuiscono solo gli eserciti, ma anche l’economia, il commercio di armi, le
banche armate, le culture razziste e i nazionalismi esasperati.
Il 24 ottobre a Firenze, presso la Casa della Pace di Pax Christi sarà
presentata un’importante campagna attraverso la quale i cittadini dai 17 ai 45
anni, iscritti nelle liste di leva, saranno invitati a scrivere ai propri
sindaci chiedendo che accanto al proprio nominativo, in quelle liste, sia
annotata la propria obiezione di coscienza e la propria disponibilità a
difendere il proprio Paese in forma non armata e nonviolenta, così come è
previsto nel nostro ordinamento.
Si è pensato infatti che i Sindaci e le Sindache non sono dei meri funzionari
del Ministero della Difesa. Essi sono il volto istituzionale e politico che
meglio di ogni altro può recepire quell’anelito di pace e quella volontà di
costruzione nonviolenta che vediamo crescere sempre più nella società civile.
Questa campagna, sulla quale i lettori di Pressenza saranno presto adeguatamente
informati, affiancherà il percorso intrapreso con la presentazione del Disegno
di legge di iniziativa popolare per l’istituzione del Dipartimento della Difesa
civile non armata e nonviolenta e le iniziative di Emergency come la campagna
R1PUD1A e una nuova proposta di legge per il riconoscimento dell’obiezione di
coscienza preventiva e delle obiezioni di coscienza e per garantire a tutte le
cittadine e i cittadini la possibilità di rifiutarsi di dare consenso alla
guerra e al riarmo con il proprio corpo e il proprio lavoro.
Redazione Sicilia