Gli USA preparano sanzioni per sabotare la Corte penale internazionale

L'INDIPENDENTE - Saturday, September 26, 2026

I Paesi Bassi si preparano a difendere la Corte penale internazionale da una nuova e più dura ondata di sanzioni statunitensi. Secondo fonti diplomatiche e governative raggiunte da Associated Press, le autorità olandesi, che ospitano il tribunale a L’Aia, sono state avvisate che le misure di Washington sono imminenti e potrebbero riguardare il divieto di transazioni con la Corte e l’impossibilità di operare in dollari. Nel frattempo, gli olandesi stanno studiando come continuare a pagare il personale, proteggere i testimoni e far funzionare il centro di detenzione. Dall’altra parte, l’amministrazione Trump punta a smantellare la Corte, che accusa di aver oltrepassato i propri poteri. Governo olandese e Corte sperano in sei mesi di tolleranza per sganciarsi dalle aziende americane, esposte a pesanti sanzioni se continuassero a lavorarci. Il tribunale si prepara da mesi: nel corso del 2026 ha abbandonato i prodotti Microsoft per un fornitore tedesco e ha cambiato assicurazioni e intermediari finanziari. Washington ha già colpito oltre una dozzina di funzionari, attuali ed ex, fra cui metà dei giudici in carica e, il mese scorso, il presidente della Corte.

Queste sanzioni si inseriscono in un quadro più ampio di interferenza con il lavoro della Corte Penale Internazionale in merito alla persecuzione di Israele per i suoi crimini. Il 21 novembre 2024, la Camera preliminare della Corte ha emesso all’unanimità i mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. Sono accusati di crimini di guerra e contro l’umanità commessi a Gaza, fra cui la privazione deliberata di cibo, acqua e medicinali. Già nel settembre 2024 il procuratore capo Karim Khan aveva denunciato minacce e intimidazioni di Washington, volte a spingere la Corte a non perseguire Israele. Da allora, Khan è finito al centro di accuse di molestie, da lui sempre respinte. Il percorso si è chiuso con la destituzione dalla carica, votata a luglio 2026 dall’Assemblea degli Stati parte con 82 voti favorevoli, 13 contrari e 15 astensioni.

L’offensiva americana si è costruita per gradi. Nel giugno 2024, la Camera dei rappresentanti USA ha approvato con 247 voti contro 155 l’Illegitimate Court Counteraction Act, legge prevede il congelamento dei beni e il divieto di ingresso negli Stati Uniti per chi collabora ad azioni della Corte contro cittadini americani o di Paesi alleati. La Camera l’ha votata di nuovo il 9 gennaio 2025, con 243 sì e 140 no. Arenato il testo al Senato, il 6 febbraio Trump ne ha trasferito la sostanza in un ordine esecutivo. L’Italia si è sfilata dalla dichiarazione con cui 79 Stati membri difendevano la Corte. Gli effetti sono stati immediati: Microsoft ha chiuso la posta elettronica del di Karim Khan e sei alti funzionari si sono dimessi. Con i due giudici colpiti nel dicembre 2025, i magistrati sanzionati erano già undici. A luglio 2026, il segretario di Stato Marco Rubio ha lanciato una campagna per spingere i Paesi aderenti a lasciare la Corte e a tagliarne i fondi. Eppure, l’operato del tribunale non è stato oggetto di alcuna critica quando ha messo nel mirino un avversario politico dell’Occidente: nel marzo 2023, infatti, la Corte emise un mandato di arresto contro Vladimir Putin, e l’allora segretario di Stato Antony Blinken esortò tutti gli appartenenti a eseguirlo il prima possibile.

Il doppio registro è evidente. Washington non ha mai aderito alla Corte, come Russia, Cina, India e Israele, eppure pretende di stabilire chi possa perseguire e chi assolutamente sia intoccabile. L’operato della Corte è accettabile quando il bersaglio è il Cremlino e diventa intollerabile quando tocca un alleato o i propri soldati, come mostrano le sanzioni del 2020 contro chi indagava sui crimini americani in Afghanistan. Questa pretesa regge anche grazie agli Stati membri che non schierandosi, non permettono di invertire la tendenza tutta americana di utilizzare come strumento un’istituzione che veglia e si prodiga per giudicare le persone responsabili dei peggiori crimini contro l’umanità. C’è anche chi se ne va, come il Ciad, che ha annunciato l’uscita dopo una telefonata in cui un funzionario americano chiedeva al governo di riconsiderare l’adesione. I mandati per Netanyahu sono invece rimasti lettera morta per la complicità dei Paesi aderenti, Italia compresa. Ottantadue di loro hanno poi votato per rimuovere il procuratore che li aveva ottenuti (poi sospeso per presunte molestie mai accertate), fra gli applausi di Washington, che ha liquidato Khan come «un piccolo ingranaggio di un’istituzione irrimediabilmente corrotta». La Corte che gli Stati Uniti vogliono isolare è così già stata lasciata sola da molti degli Stati che la tengono in vita.

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