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Cuba. Lettera di una sociologa cubana a Marco Rubio
La Habana, 25 maggio 2026 Sr. Marco Rubio Segretario di Stato USA  Sr. Rubio, Sono una sociologa e professoressa universitaria che, insieme ad altri accademici cubani, studia i percorsi di trasformazione anticapitalista che Cuba ha intrapreso nel 1959 per la transizione al socialismo cubano, vivendoli in prima persona. Ho riscontrato […] L'articolo Cuba. Lettera di una sociologa cubana a Marco Rubio su Contropiano.
June 9, 2026
Contropiano
Quattro passi con Claude
Questa non breve Magnifica Humanitas (scritta in inglese e tradotta nelle principali lingue moderne, ma non ancora disponibile in latino, eccetto il titolo) va contestualizzata in una cornice di intenzioni e di enunciazione, di cui fa parte anche la citata immediatezza linguistica. Il contesto è la meditata ma sollecita risposta alle sofisticazioni apocalittiche di Peter Thiel, ceo e profeta di Palantir, ai deliri psichedelici di Musk, ai volgari sproloqui dell’evangelico Trump e alle lezioni di ortodossia del suo vice cattolico Vance. Il luogo di enunciazione è segnato, a fianco dell’uomo vestito di bianco, della presenza di Christopher Olahdel, co-fondatore di Anthropic e bestia nera di Trump. L’intenzione di fondo è quella di tenere insieme la ricomposizione di una Chiesa assai lacerata e il mantenimento dell’egemonia culturale confrontandosi con i punti alti dello sviluppo scientifico e tecnico. Leone XIV è uscito da un Conclave, non dalle primarie e di queste cose se ne intende. > Per un destino ciclico ineluttabile che conosciamo da al-Farabi e Max Weber, > alla fondazione carismatica succede l’amministrazione, che cerca di mantenere > i valori originari mediando e smussando ma in un solco di fedeltà sostanziale. > Bergoglio aveva traversato a piedi piazza San Pietro deserta sotto la pioggia > battente nella notte del Covid, Prevost è entrato con tutti i piedi negli > scontri della Silicon Valley. Operazioni dello Spirito Santo, mica di > Franceschini e Bettini. L’obiettivo della dottrina sociale della Chiesa è «inserire l’amore di Dio nella trama concreta della storia» (§ 47) affidandosi alla capacità dell’istituzione nella pluralità degli interpreti e nel variare mai definitivo delle situazioni, a leggere «i segni dei tempi» (§ 23), senza mai aderire piattamente a un repertorio di soluzioni tecniche o a un modello economico o politico, piuttosto in una logica di sostegno al discernimento comune e comunitario. Il metodo che si propone è quello di avviare processi e lasciarli maturare, perseguire e costruire una verità che non elimina i conflitti ma li trasfigura, accogliendo e ordinando le diversità. Prevost salvaguarda l’unità plurale dell’istituzione privilegiandone la continuità più che la linearità e soprattutto difendendo strenuamente la legittimità di pronunciarsi nella storia, contro ogni tentativo (alla Vance) di circoscrivere il magistero ecclesiale alle questioni morali e teologiche. Per dirla alla grossa, secondo una gag di Proietti, l’autonomia interpretativa della Chiesa è molto rischioso contestarla. Ricordate i tentativi dolorosamente falliti di aggredire il Cavaliere Nero. Quale morale trarne? Che al Cavaliere Nero «nun ce devi rompe er cazzo…» E infatti le due potenti immagini iniziali del destino storico, il crollo della Torre di Babele, prodotto della smisurata volontà di potenza umana e della pretesa di un linguaggio unificato, il rifiuto di Neemia di riedificare le mura di Gerusalemme, dopo il ritorno degli Ebrei dalla cattività babilonese, secondo un piano centralizzato, preferendo invece egli affidarsi alla sussidiarietà, cioè appaltando la costruzione pezzo per pezzo ai singoli gruppi di abitanti dei quartieri, bhe, non servono valenti allegoristi per cogliervi una palese critica alle ambizioni monumentali di Trump e al Muro sul confine con il Messico (e ad altri Muri). Vendetta educata ma precisa, con cornice biblica e condanna della hubris creaturale. VENIAMO ALL’OGGI La lunga parte introduttiva sulla dottrina sociale nelle sue varie declinazioni, che abbiamo finora tratteggiato, si impenna bruscamente nella virata teologica del § 53, dove si afferma il carattere preminente della dignità ontologica dell’uomo (rispetto a quella morale, sociale ed esistenziale), una specie di grado zero incondizionato, «non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata». Beninteso, questo principio copre la posizione tradizionale della Chiesa sull’aborto procurato e sul fine vita, ma viene sviluppato a favore di una lettura radicale dei diritti umani, delle minoranze, di chi non ha accesso ai beni fondamentali. Ne deriva la promozione del bene comune che è maggiore della somma dei beni individuali come il popolo eccede la somma delle persone. Fin qui non abbiamo particolari novità (ciò che vale in genere per la giustizia sociale, la solidarietà, l’attenzione agli ultimi, alle persone povere e migranti, ecc.), soprattutto rispetto al messaggio del Papa precedente. Dal § 67 inizia un’estensione dei concetti ai beni immateriali e alle nuove forme di proprietà (brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche), che diventano la soglia decisiva fra inclusione ed esclusione, il luogo autentico della formazione del potere. > Il vetusto principio di sussidiarietà viene allora riformulato (§§ 71 ss.) nel > contesto della rivoluzione digitale, quando la controparte dei > soggetti-persone non è più lo stato-nazione e neppure l’impero, ma «ogni > grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle > condizioni della vita comune. Il livello che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme, che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche». Entra così in gioco l’IA. Che scandisce il nuovo potere espropriante e orientante, in mano a Big Tech (e, fattualmente, al servizio di Trump in Occidente). Il terzo capitolo (§§ 90 ss.) si muove nella contrapposizione fra lo sforzo di “restare umani” (citazione mascherata, che ci suona abituale) e l’incombente dominio tecnocratico, in cui culmina il paradigma produttivistico, già denunciato nella bergogliana Laudato si’. Qui si impone la necessità di un potere pubblico regolatorio che contrasti l’opacità degli algoritmi e l’uso dissennato di strumenti potentissimi applicati alla guerra e, nel più morbido dei casi, all’incremento della disoccupazione e dello sfruttamento. Il prudente Prevost non va a guardare dentro la scatola nera, i cui veloci cambiamenti rendono ogni istantanea obsoleta e che, d’altronde, sono solo “architetture” entro cui l’IA cresce ed evolve per auto-apprendimento. > Constata, con acutezza maggiore di molti dilettanti e apologeti, che «le > cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono > un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, > non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, > responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (§ 99). Scartata dunque una psicologia fantascientifica dell’IA e dei robot, l’enciclica si sofferma sui costi energetici elevatissimi di tali sistemi e sui progetti di chi fabbrica e istruisce gli algoritmi, determinandone l’uso e l’orientamento. L’IA non è né neutra né oggettiva, ma rimanda ai suoi padroni e utilizzatori cui competono le responsabilità, individuabili mediante accountability nei vari passaggi. > È inutile discettare (lo fa anche il “potere buono” di Anthropic) sull’etica > di IA, ma dobbiamo puntare sull’etica di chi la istituisce e controlla, i > privati potentissimi che hanno in mano il suo esercizio in condizione > oligopolistica. Claude, l’assistente evoluto di Anthropic, non è né buono né > cattivo, possono esserlo solo i suoi padroni. Per domare questa nuova asimmetria sistemica occorre una regolazione pubblica, da inserire nell’IA non ex post (quando i giochi ormai sono fatti). In primo luogo l’IA, che comporta una logica nefasta di operare just in time deresponsabilizzando l’operatore, va “disarmata”, sottratta alla guerra, certo, ma anche al produttivismo sfrenato che è competizione economica e cognitiva che infrange ogni ecosistema. Qui si innesta la critica ideologica al trans-umanesimo e al post-umanesimo (le varianti più aggressive dell’ideologia della Big Tech, che altrove abbiamo descritto) che mirano a ibridare uomo, macchina e ambiente e che modificano l’immaginario collettivo, anche quando restano speculazioni improbabili. È il caso delle orrende fantasie eugenetiche sull’ottimizzazione della specie, improbabili da realizzare ma supporto potente a pratiche discriminatorie e suprematiste per acuire diseguaglianze e oppressione di classe.  Segue, come era prevedibile una lunga digressione sulla finitudine creaturale: da sempre l’imprinting cristiano sulla storia che può essere accostato (oppure no) ai discorsi contemporanei sulla vulnerabilità – ma ora non ne questioniamo. Il richiamo agostiniano ai due amori e alle due città corona il capitolo e introduce alle successive considerazioni sull’ecologia della comunicazione (scandita in termini, non ce ne meravigliamo, arendtiani, cioè ancora agostiniani laicizzati), l’educazione digitale, il sostegno alla scuola (prevalentemente pubblica, per ragioni di censo, anche qui un filo più a sinistra dell’area riformista), una igiene dell’attenzione fondata sull’orizzonte di senso, la dignità del lavoro minacciata dall’IA e dalla sua mescolanza con i metodi schiavistici del lavoro sottopagato e frammentato. > Su questo terreno, come sull’analisi abbastanza cruda della finanziarizzazione > (intesa un po’ riduttivamente come estranea alla logica del mai nominato > capitalismo produttivo), le analisi e le soluzioni della millenaria dottrina > cristiana divergono considerevolmente con la più giovane tradizione > operaistica, cui ci riferiamo, ma non insistiamo su questo aspetto in un > articolo politico e non di critica teorica. Allo stesso modo Claude non è l’incarnazione (anche perché privo di un corpo) di quell’altro filone che va dall’intelletto materiale unico della specie umana di Averroè e Dante al general intellect di Marx. Ma è meglio averlo al nostro fianco nell’Armageddon contro i cavalieri dell’Apocalisse di Silicon Valley, non vi pare? O gli vogliamo far perdere tempo lasciandolo intervistare da Veltroni? Del resto alcune prese di posizioni dell’umanesimo cristiano qui rilanciate (l’autocritica del passato sostegno ecclesiale alla schiavitù o la denuncia della nuova schiavitù digitale dei rider, il rifiuto del regime di guerra e della retorica della “guerra giusta”) sono così dirompenti rispetto alla vulgata MAGA e al suo blando consenso italiota, travestito da realismo nichilista e fascinazione per la forza, da tacitare ogni scrupolo althusseriano o decoloniale. Dopo una beffarda citazione di Tolkien che sembra ficcata lì per mettere in imbarazzo Meloni e i suoi elfi petulanti, l’Enciclica conclude assumendo lo sguardo e la voce delle vittime e suggerendo di sostituire, con sano realismo, a una “cultura della potenza” una “cultura del negoziato”, fondandoli sul dialogo, sul diritto internazionale, sulla promozione di un multilateralismo non aggressivo. Diamo per scontato che alla fine tutto è riassunto nei termini del mistero della ricapitolazione del divino e dell’umano (come altre religioni postulano il Tiqqun, la ricomposizione dell’infranto) – e qui si mostra la differenza fra carisma bergogliano e amministrazione prevostiana. Il primo porta nel mondo la debolezza, l’esprime nel proprio corpo sofferente (in carrozzella con il poncho), il secondo gestisce la debolezza degli altri senza troppo ostentare la propria ma comunque condannando la logica della potenza e della prestazione. Ci si può stare, con un deficit di partecipazione emotiva e un riservato consenso politico. Che assomiglia un po’ al rapporto assunto dai movimenti verso la Cina – dal coinvolgimento passionale acritico alla sobria valutazione geopolitica. Immaginazione e realismo sono d’altronde il retaggio di Machiavelli e Spinoza. La copertina è di DomyD da Pixabay Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Quattro passi con Claude proviene da DINAMOpress.
June 8, 2026
DINAMOpress
USA: LA CAMERA VOTA IL RITIRO DELLE TRUPPE IMPEGNATE CONTRO L’IRAN, GUERRA SEMPRE PIU IMPOPOLARE ANCHE TRA I REPUBBLICANI
Cresce il dissenso verso le politiche guerrafondaie dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. Mercoledì alla Camera dei Rappresentanti, quattro Repubblicani hanno votato con i Democratici una risoluzione che ordina il ritiro delle truppe impegnate contro l’Iran.  La risoluzione sottolinea il fatto che Trump non è passato dal Congresso prima di entrare in guerra. La “War Powers Resolution” del 1973 impone infatti che “dopo 60 giorni dall’avvio di un conflitto” il Congresso debba autorizzare una guerra. Una legge che tuttavia è stata “spesso aggirata”. Il “gioco della Presidenza”, spiega ai nostri microfoni il giornalista Marino Mazzonis, è quello di rompere il termine dei 60 giorni affermando che “in questo momento non stiamo combattendo” per poi ricominciare con la conta dei giorni. Nonostante l’approvazione del Congresso della risoluzione, resta il potere di Trump di porre il veto, il che farebbe rientrare il testo al Congresso, che dovrebbe approvarlo una seconda volta con i due terzi dei voti. Uno scenario “improbabile”. Da segnalare il “dissenso interno al partito Repubblicano che avviene di fronte a sondaggi che dicono che la guerra è altamente impopolare presso il pubblico americano”, specialmente tra i giovani. Proprio gli under 30, nelle elezioni del 2024, avevano “segnato uno spostamento del voto dei giovani verso Trump”, attirati dalla promessa di non fare mai più guerre. Oltre al malcontento causato dalla guerra, sottolinea ancora Martino Mazzonis, negli Stati Uniti crescono i malumori per la situazione economica, in particolare l’aumento dei prezzi. In risposta al calo dei consensi, in alcuni Stati Repubblicani “si stanno ridisegnando le mappe elettorali” per favorire il “Grand Old Party” e non perdere la maggioranza al Congresso alle elezioni di metà mandato, previste per novembre. L’approfondimento con il giornalista e americanista Martino Mazzonis. Ascolta o scarica
June 4, 2026
Radio Onda d`Urto
MEDIO ORIENTE: GUERRA E ACCORDI DI PACE “LEGATI A DOPPIO FILO” AGLI INTERSCAMBI USA-UE-ISRAELE. L’INTERVISTA CON WIDAD TAMIMI
La firma dell’accordo tra Stati Uniti e Iran è annunciata da settimane ma non arriva mai. Il ministro della guerra di Trump, il falco Pete Hegseth, getta benzina sul fuoco: “gli Usa sono più che capaci di riprendere la guerra contro Teheran e restano impegnati a impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare”, afferma il segretario alla Difesa Usa. “Trump stringerà un accordo soltanto se questo sarà vantaggioso per gli Usa e rispetterà le sue linee rosse”, aggiungono dalla Casa Bianca. Nel frattempo non si fermano gli scambi di colpi: secondo Bloomberg un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha causato lievi ferite a diversi soldati statunitensi e ha danneggiato in modo grave due droni statunitensi MQ-9 Reaper. Chi non ha mai nascosto la contrarietà all’accordo è Israele, che da giorni ha di nuovo scatenato l’inferno in Libano. L’esercito di occupazione israeliano non aveva mai rispettato nessuna tregua, né quella del novembre 2024, né l’ultima, quella in vigore – solo in teoria – da aprile. Ora però le truppe di Tel Aviv hanno superato il fiume Litani e gli aerei da guerra israeliani hanno ripreso a martellare in maniera intensa le città del sud, ma anche la capitale Beirut. Accanita, sul terreno, la resistenza di Hezbollah. Il movimento sciita libanese ha scagliato anche stanotte diversi razzi verso le truppe occupanti e gli insediamenti settentrionali dello stato di Israele. A Washington, intanto, proseguono i colloqui militari diretti farsa tra Israele e governo libanese, senza Hezbollah. Sull’impunità di cui gode Israele, paese legato a “doppio filo” agli interscambi nei settori tecnologico, digitale, difesa e finanza, abbiamo intervistato la scrittrice e giornalista Widad Tamimi. Ascolta o scarica
May 30, 2026
Radio Onda d`Urto
“Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla”
L’Ucraina vuole un’adesione piena all’UE e tratta da posizioni di forza. In Italia il governo si divide. Intanto Putin apre di nuovo alla trattativa Il no dell’Unione Europea alla nuova apertura di Putin, arrivata dopo gli attacchi russi su Kiev, è molto probabile, secondo Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, già […] L'articolo “Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla” su Contropiano.
May 29, 2026
Contropiano
Gli Usa ridurranno i loro arsenali in Europa. Doccia fredda sulla Nato
Tanto tuonò che piovve. Dopo mesi di indiscrezioni, post sui social, annunci roboanti, gli Stati Uniti hanno annunciato che ridurranno il loro arsenale militare destinato alla Nato in Europa. A riferirne è, significativamente, il quotidiano tedesco Der Spiegel che riporta di quanto deciso in una riunione a porte chiuse dal consigliere del […] L'articolo Gli Usa ridurranno i loro arsenali in Europa. Doccia fredda sulla Nato su Contropiano.
May 28, 2026
Contropiano