Roma si è trasformata. Lettera al sindaco Gualtieri

Comune-info - Friday, September 25, 2026

“Questa città si è trasformata in una merce, da pubblicizzare sul grande mercato internazionale. Si poteva fare diversamente? Sì… Abbiamo ottenuto forse una città più bella? Non saprei, certamente più ingiusta…”. Enzo Scandurra, urbanista e già direttore del Dipartimento di Architettura e Urbanistica della Sapienza, scrive al sindaco di Roma

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Egr Sig. Sindaco Gualtieri,

quando la eleggemmo, noi perennemente di sinistra e altrettanto perennemente delusi dopo ogni elezione, pensavamo che Lei avrebbe finalmente realizzato un progetto di città che è sempre mancato: progetti e opere per ridurre le disuguaglianze, altre opere di accoglienza per le persone povere, molte case per chi non ce l’ha e mai potrebbe acquistarne una, porre fine al consumo di suolo, molti trasporti pubblici, cinema, piazze (non asfaltate) per l’incontro e la socializzazione e la felicità pubblica, centri di cura, e poi soprattutto alberi, alberi, ecc, ecc. Insomma una città moderna vuol dire tutte queste cose e altre ancora.

Lei obietterà che per fare tutte queste cose ci vogliono i soldi e che Lei stesso, a differenza dei suoi predecessori, ha realizzato molte cose. Mai si sono visti tanti cantieri aperti in città, mai sono stati tagliati tanti nastrini per inaugurarne dei nuovi, mai si sono svolte tante celebrazioni. Insomma quel suo motto stampigliato sui cartelloni pubblicitari in tutta la città: Roma si trasforma, non era solo uno slogan, lei lo ha veramente realizzato, e gliene diamo atto.

Ma, vede, in questa straordinaria (e scomposta, dico io) trasformazione c’è qualcosa che non va. Noi pensavamo che (la città) si trasformasse a favore dei cittadini e non dei fondi immobiliari o degli immobiliaristi. Lei ha trasformato la città in una luccicante vetrina che ha peggiorato la vita di molti cittadini, dei più disagiati, con vantaggio di quelli più ricchi.

Molti dei primi hanno abbandonato le loro residenze per trasferirsi nelle periferie lontane (leggi anche Chi può abitare il centro di Roma?), per fare posto a sedi di agenzie, banche, negozi di dubbio gusto, supermercati, parcheggi interrati, insomma in un suk modernista sia pure riservato ai più ricchi, il tutto col denaro pubblico, ma soprattutto con quello dei fondi immobiliari che lei ha definito senza cuore (un cuore i fondi immobiliari, Signor Sindaco, lo hanno mai avuto? Suvvia…).

Lei obietterà che per realizzare questi fasti c’è voluto molto denaro ed è quindi naturale ricorrere a quello dei privati. Niente da dire su questo, se non fosse che poi, alla fine, questa città si è trasformata in una merce, da pubblicizzare sul grande mercato internazionale. Si poteva fare diversamente? Sì, si poteva fare, bastava imporre ai privati il rispetto del bene pubblico, bastava limitarne lo strapotere, bastava fare un compromesso nel quale il bene comune dei cittadini prevalesse sull’interesse privato e non lasciare mano libera ai loro insaziabili appetiti (Spin Time docet).

Abbiamo ottenuto forse una città più bella? Non saprei, certamente più ingiusta. Quanto alla bellezza lascio giudicare a quel viaggiatore che sceso dal treno guarda atterrito quella spianata di cemento che si apre alla sua vista che, se non volesse affrontarla, deve mettersi in fila (una lunga fila) per sperare che passi qualche taxi.

Cordiali saluti; un cittadino di sinistra e, in quanto tale, perennemente deluso dai suoi amministratori.

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[Enzo Scandurra, già direttore del Dipartimento di Architettura e Urbanistica della Sapienza, autore di diversi libri tra cui Roma. O dell’insostenibile modernità (DeriveApprodi)]

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