
Svegliati
Comune-info - Friday, September 25, 2026
Foto di Marsha Levina su UnsplashAvevo promesso a me stessa di smarcarmi dalle disparate voci che – veloci a essere gridate quanto a sparire – sono seguite alle dichiarazioni rese da Alexandria Ocasio-Cortez (AOC), sulla necessaria liquidazione dello slogan Woke. Ma la lettura di come questa ennesima partita semantica, e dunque squisitamente politica, è stata trattata, mi induce ad aggiungere qualcosa a quanto su Comune già scritto da Alessandro Ghebreigziabiher (Woke e altre parole storpiate dai razzisti) e Emilia De Rienzo (Stare svegli).
Per me e per altr* compagn* dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, parlare di Woke è avviare un discorso che ha a che vedere con la necessità di allertare sulla guerra guerreggiata, su quella annunciata, sulla difesa totale del Ministro della guerra Guido Crosetto, sul progressivo smarrimento della consapevolezza sui pericoli a cui tutto il Vivente è esposto. Le guerre nelle loro diverse forme sono ormai fuochi. Lo sono i conflitti locali, diffusi, lo è diventata la Guerra Grande (Lucio Caracciolo, Limes, novembre 2023). Distinta per tecniche e per strategie dalla Grande Guerra, è molto simile al primo conflitto mondiale, per il coinvolgimento di milioni di persone, per numero di morti, per gli effetti distruttivi sui territori e per i risvolti geopolitici. In Palestina, dove continua il genocidio perpetrato da uno stato confessionale, Israele, che nella sua sconsiderata hybris sta anche cercando di allargare i suoi confini; in Ucraina dove la guerra-lampo di Vladimir Putin non sembra voler finire. Guerre di cui si smarriscono cause, scopi, possibilità di soluzione. Dunque, occorre mantenere la mente vigile, è questo il significato originario del movimento Woke, fenomeno sociale, non solo un semplice slogan. Le parole di AOC hanno avuto eco anche in Italia: politici progressisti le hanno riprese come se si trattasse di una sorta di liberazione da un giogo ormai difficile da portare nell’agone politico.
Eppure, è proprio all’ambito della politica che questa polemica va ricondotta. AOC non esplora il retroterra alla base della presunta consunzione del Woke. Del resto, dalla sua prima apparizione, l’espressione è stata assai contraddittoriamente usata, ha subito strumentalizzazioni e repentini capovolgimenti semantici, strategici. AOC sembra oggi voler tornare all’impostazione politica rivendicativa: meno voci strillate e più richieste di giustizia sociale, per carità non certo rivoluzionarie, ma nell’ambito di riforme socialiste, perché ben altra sveglia ci vorrebbe per agire un capovolgimento degli attuali assetti. La cosiddetta intersezionalità, che ha cercato di collegare i temi dei diritti delle comunità LGBTQIA+ (un campo che sta stretto nell’acronimo), dei neri, dei coloured, degli ispanici, delle donne, a quelli dei lavoratori, non ha funzionato nel passaggio del millennio. Non era e non è più sufficiente, ribadiva e ripete oggi AOC, così la chiamata del Woke è diventata un ferro vecchio. Eppure, questa voce, che esortava a non abbassare la guardia di fronte ai pericoli e alle discriminazioni razziali negli USA del secolo scorso, come noto ripreso dal movimento Black Lives Matter, poteva racchiudere nel suo vasto significato un concetto-chiave, che nella sua apparente icasticità, si rivolgeva alle masse meno avvezze alla politica praticata. Milioni di persone logorate dalla lotta quotidiana per una vita almeno dignitosa, in cui non penare svolgendo lavori di merda (Bullshit Jobs) che le lasciano sotto la soglia della povertà. Aspirazioni semplici che oggi la destra cavalca e con cui riesce a affascinare proprio coloro che più soffrono nelle economie neoliberiste. La destra tocca anche la sfera più profonda, quella delle passioni tristi, depressive e risentite, difficili da volgere in politica, anche solo riformista. Così, prendersela con la cultura Woke sta diventando fin troppo facile negli Usa. Mettere in discussione principi egualitari e pratiche antirazziste, agevola chi fa bottino di questo lascito. Lascia campo alla cultura Maga, Make America Great Again, al trumpismo, non a caso volgare come la lingua che utilizza, confusa, violenta nel sarcasmo becero, “volgarità non a caso popolare […] presso la frangia della popolazione americana che si sente presa in giro da un’élite politica che lei non capisce […] una forma di schiettezza e, quindi di onestà”. (Bérèngere Viennot La lingua di Trump Einaudi Torino, 2019 pp 26/27). Perfino il marxismo soffre il sacco neoliberista delle sue analisi e del suo discorso. Ben pochi in Usa conoscono il lavoro sul marxismo nero, nato in modo intuitivo nelle rivolte nelle piantagioni, maturato nelle Antille Francesi, sviluppato nel Rinascimento della radicalità negli anni Settanta (Cedric J. Robinson Black Marxism. Genealogia della tradizione radicale nera Alegre Roma, 2023). I diritti sociali rimangono privi del sostrato in cui allignava la contraddizione capitale-lavoro. Anche in Italia la cultura di sinistra e/o radicale che – giustamente dice il linguista Raffaele Simone – non ha fatto uso, se non ora, della parola Woke, è balbettante ((Ripensare il woke non è un problema italiano) . In politica estera sostiene le spese militari, vota misure economiche emergenziali, ma teme di sostenere lotte sociali, di difendere i pochi luoghi di incontro giovanile, e sembra non accorgersi della trasformazione dell’istruzione in mero addestramento. L’ambito del diritto, che oggi si preferisce cattolicamente definire della persona, aprirebbe a misure di riscatto sociale, sia personale che di classe, al soggetto-cittadino. La sua identità sessuale, le sue scelte in materia di procreazione e morte si articolano e si saldano con quelle del lavoro, della salute, dell’istruzione. Purtroppo la radicalità del nodo razza-emarginazione-miseria-genere non ha prodotto una capacità di fare della intersezionalità delle rivendicazioni qualcosa che travolgesse l’ordine neoliberista. Lo ha detto e scritto anche Nancy Frazer: senza progetto, senza capacità di individuare le priorità ancora e sempre di classe prima che culturali, o culturali perché di classe, non c’è possibilità di riscatto rivoluzionario. Si rimane impantanati nella rivendicazione di diritti importantissimi e nello steso tempo astratti (Capitalismo. Una conversazione con Rahel Jaeggi Meltemi Milano, 2019). Ancora Simone ricorda che la battaglia linguistica tipica dell’ultima ondata femminista, ridotta spesso a un fatto puramente ipocrita fra schwa, asterischi, femminilizzazione delle professioni, è giunta allo smarrimento del senso. Il rischio è l’eccitazione violenta delle destre, la furia di trumpismo e muskismo, da noi vannaccismo, con l’approvazione delle classi subalterne nel loro inevitabile risentimento sociale.
Una ricostruzione della lunga vita non solo della parola che commento, ma di cosa ha rappresentato, è stato svolta su queste pagine, con la citazione dell’ottimo articolo di LDF dell’agosto scorso, a cui rinvio. Sottolineo come il coincidere delle dichiarazioni di AOC con le grida del governatore della Florida, e della peggiore destra americana, contro ogni forma di emancipazione, luogo politico ed etico in cui alligna il trumpismo, è inquietante. Se è vero che il Woke si è convertito in slogan per canzoni, magliette, gadget, dietro c’è la sua storia, e questa dalla sinistra americana, nera, meticcia, andava considerata. La tradizione è sapere, ogni volta da studiare e replicare in forme nuove, prima che ne faccia strame la macina neoliberista, il frantoio dei magazzini AI. Non a caso – e lo sottolinea Emilia De Rienzo – la bordata di destra contro il Woke è rivolta soprattutto alla scuola, ai docenti (Stare svegli). Non conviene educare menti sveglie. E non è casuale – e lo ritrovo in molti altri commenti – il nesso fra la liquidazione di intere generazioni di militanti e ciò che è funzionale ai venti di guerra.
Torno alla voce-parola politica Woke, con qualche digressione. Se interroghiamo l’Oxford English Dictionary, la derivazione etimologica è il participio passato Woken del verbo to Wake, svegliarsi, prestare attenzione dopo l’intorpidimento del sonno e la sua confusa miscela dei paradossi sognati. The Wake è anche la veglia funebre. Ci riporta alla morte, alla sepoltura come prima, fondamentale elaborazione del lutto. Si vegliano i morti nella loro ultima notte, prima della consunzione sulla pira, prima della restituzione alla terra o all’acqua. Lo si fa in tutte le culture, che sono tali proprio perché accompagnano il morto cercando la parola del ricordo. L’ultima veglia vede il pianto dei congiunti e delle prefiche, il convivio rituale dei sopravvissuti, nella sepoltura le pietre e i doni deposti sulle e nelle tombe. Segni, simbologie per non smettere di vegliare, di ricordare.
La lingua inglese è la voce dell’Impero (colonialismo ottocentesco e di nuovo conio). Ibrida le lingue nazionali, le parlate locali, ma non sembra più capace – come accadde nei paesi colonizzati e nel mescolarsi delle nazionalità della migrazione – di produrre pidgin o creolizzazioni che arricchiscono: impoverisce e si impoverisce. Scriveva Daniel Defoe, in un testo di critica letteraria, che la sua struttura, la sua capacità di fare crasi di termini creandone nuovi, l’economia dei connettivi, la sintassi essenziale, possono trasformarsi in pensiero troppo semplice (An Essey upon the Projects, 1697 Cassell’s National Library: gutenberg.org).
Il piccolo excursus ci serve per non perdere di vista il fenomeno più preoccupante dei nostri tempi accelerati, la perdita del significato delle parole, la frattura fra parole di lotta e il loro contesto di nascita. Il neoliberismo, nelle forme culturali globalizzate da internet, nella manovra che vira verso un’unificante lingua comune del web mondiale grazie ai dispositivi-protesi, assorbe le parole. Come un’immensa idrovora le succhia tutte, anche quelle scritte sui cartelli di lotta: Stay Woke! Vote, dove non a caso la parola vota! è preceduta dalla spunta utilizzata sui cellulari, e verrà sicuramente impressa su una maglietta. Negli enormi magazzini governati dagli algoritmi AI, le parole nuotano nel magma del sentito dire, dell’opinione, delle citazioni prese nei libri di ogni categoria e stile e forma (letteralmente macinati dalla macchina per trarne frasi, sequenze, parole, colte e popolari, tutto mescolato). La restituzione, vera e propria evacuazione dopo una digestione veloce, depotenzia la lingua, la impoverisce. Soprattutto toglie ogni vigore alla parola che interpreta i segni, li capisce nel discorso condiviso, cerca le fonti, riorganizza il pensiero, convince, anche se cammina sempre sul filo del dubbio. La politica come ricerca costante, discorso e azione, sbanda.
Noi, gente di scuola, o che alla scuola frequentata delle creature piccole tien dietro perché lì si formano le coscienze sveglie, siamo costantemente urtati dalla retorica che dall’alto opera la torsione delle parole, piegandole agli scopi della repressione e della dittatura aziendalistica. Retorica dei ministeri, della burocrazia non più al servizio del buon funzionamento degli uffici ma potente distrattore e fattore di convergenza vero la proceduralità come valore, dimentica di scopi e contenuti. Il linguaggio economico del management, delle performances, degli staff oscura le parole della pedagogia, e di questa fa strame equivocandone volutamente i termini e dunque gli assetti valoriali. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università raccoglie segnalazioni provenienti dalle scuole, da soggetti diversi, ne dà voce commentandole. Segnalazioni, dunque segnali della progressiva infiltrazione della cultura della guerra nelle menti dei più giovani, penetrazione fatta di seduzione tecnologica, stupore per le quotidiane manifestazioni della capacità tecnica delle armi. Ecoansia, preoccupazioni materiali, paura della guerra: il caos si governa attraverso la promessa che disciplina, rigore, obbedienza, legge veicolati e inscenati dalle esibizioni delle divise e delle armi, ci daranno protezione, sicurezza. Segnalazioni, segni, simbologie. Interpretare i segni, le tracce è compito antico, legato a divinazioni, magia, rituali, esercizi sacerdotali, sacrifici e offerte per non cadere in equivoci dolorosi. Cercava segni Ulisse, ma spesso non seguiva il loro monito, o li mal interpretava. Più accorta, nella lentezza del filo che si intreccia, era Penelope, almeno questo scriveva Pietro Citati (La mente colorata. Ulisse e l’Odissea Mondadori Milano, 2002). La sinistra mondiale, non solo italiana, si è anch’essa smarrita, non sa a cosa tornare, non si è data alcun destino storico da compiere.
Per finire un aneddoto, un particolare curioso della biografia di AOC che rende – forse – ragione delle sue stesse contraddizioni politiche. Nel 2020 è stata giudice nel reality show RuPaul’s Drag Race, concorso di bellezze drag, nell’orgoglio di sesso e di razza: io sono questa/o che vi mostro, e sono bella/o e talentuosa/o. Con il rischio di passare per moralisti, ci si può chiede se questa è una formula per tener alto l’orgoglio gay, LGBTQIA+, e altro che alle definizioni sfugge. Uno spettacolo di messa in scena delle differenze, veicolato dalle televisioni più viste negli Usa proprio dagli strati più umili della popolazione, che solo di quel dispositivo culturale dispongono. Il tutto finanziato dai grandi investitori, capaci di sussumere temi, desideri, aspettative di riscatto sociale, di inghiottire ogni discorso progressista. Tutto nel gorgo del washing, il risciacquo per rendere inoffensive le rivendicazioni e restituirle confuse e inutilizzabili.
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