I signori dei cancelli--------------------------------------------------------------------------------
Foto Nilde Guiducci
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Il nuovo “migration pact” dell’Unione Europea, quello fortemente voluto da
Meloni perché oltre a limitare pesantemente il diritto di asilo, sdogana le
pratiche di deportazione di esseri umani in campi di internamento appositamente
costruiti in paesi extra UE sul modello albanese, entrerà in vigore il 12
giugno. Ma non è che “i signori dei cancelli”- cancelli come quelli delle
prigioni, delle celle, dei contemporanei campi di concentramento su base etnica
– abbiano proprio la strada spianata, nemmeno sul piano istituzionale.
Due avvenimenti non di poco conto danno nuova linfa alla lotta per la giustizia
e contro le aberrazioni del diritto rappresentate dalle politiche nazionali e
comunitarie in tema di migranti. Il primo, anche in ordine di importanza, è
sicuramente l’inizio del processo El -Hisri alla Corte Penale Internazionale. Il
compare di Almasri, catturato in Germania e presente fisicamente all’Aja,
potrebbe essere rinviato a giudizio, aprendo finalmente la strada ad un processo
storico. Sotto accusa infatti, rischiano di finire concretamente anche le trame
oscure che caratterizzano almeno dal 2017, i rapporti tra Italia e Libia. Il
vergognoso e indicibile sodalizio stipulato con milizie criminali che
spadroneggiano in Libia da dopo la guerra di “regime change” voluta dal
condannato Sarkozy, più per le 143 tonnellate d’oro con cui Gheddafi voleva dare
vita alla moneta panafricana che avrebbe scalzato il franco africano – la moneta
con la quale i francesi hanno proseguito il colonialismo in Nordafrica con altri
mezzi – che per i “diritti umani”, potrebbe finalmente essere disvelato con nomi
e cognomi, circostanze, prove delle efferatezze che certo non si possono
attribuire solo alle carogne umane che le hanno compiute sul campo. Anche i
“padrini” di quel patto, blocco degli esseri umani in cambio di denaro e
privilegi per i boss, rischiano di finire sotto la lente d’ingrandimento dei
public prosecutors della Corte Penale internazionale. La decisione sul rinvio a
giudizio o meno del torturatore libico arriverà a luglio.
Task force
Il governo, o meglio la “task force” formata da funzionari e tecnici che, sotto
gli ordini di Mantovano e Piantedosi, curano le analisi strategiche sulla Libia,
e predispongono le mosse che poi le traballanti “istituzioni” libiche compiono,
dall’istituzione della zona SAR ( la prima al mondo senza un Place of Safety) al
finto e tardivo ordine di arresto per Almasri mentre si preparava la sua
esfiltrazione dall’Italia, sta monitorando la situazione con preoccupazione. È
chiaro che quel processo nel cuore dell’Europa, se ci sarà, diventerà
l’epicentro di un terremoto politico e reputazionale per l’Italia e di
conseguenza, per Von Der Layen, camerata di merende di Meloni in tema di
politiche aggressive contro i diritti umani. Ma non solo: le vittime, migliaia e
migliaia, che hanno patito sofferenze, torture, schiavitù, stupri in Libia a
causa di un piano sistematico e preordinato che ha sempre avuto come obiettivo
la creazione di una “cortina di ferro” da Tripoli a Bengasi, capace di impedire
che profughi e richiedenti asilo potessero giungere sulle coste meridionali
dell’Europa, le vittime, loro in prima persona, potrebbero ricevere un messaggio
forte: si può avere giustizia. Anche dopo anni, anche se non sei importante o
ricco, anche se devi denunciare potenti, ministri, governi, alti gradi, puoi
avere giustizia. D’altronde questo è uno dei motivi principali che costringe i
giudici della Corte Penale Internazionale, a vivere blindati: sono le
“democrazie migliori del mondo” quelle che vorrebbero farli fuori, anche
fisicamente, ma questa è una storia che ben conosciamo qui da noi: viene
ripetuta ogni anniversario dell’uccisione di Falcone e Borsellino.
Ma l’Aja non è l’unico pensiero per chi si occupa di “ragion di Stato”. Pochi
giorni fa è stata recapitata al governo italiano dalla CEDU, Corte Europea per i
Diritti Umani, la comunicazione dell’acquisizione formale di due ricorsi contro
l’Italia presentati da due vittime del torturatore Almasri, che è stato fatto
scappare dalla cattura proprio dal governo, con tanto di volo di Stato sul
Falcon dei servizi. L’Italia è già stata deferita all’Assemblea degli Stati per
il “lavoretto” di Almasri, che aveva come obiettivo non fare aprire il processo
internazionale. Ma poi, siccome il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi, è
capitato El-Hisri. Di macellai ne bastava uno per poter aprire un processo. La
“task force” ha dunque suggerito e preparato il ricorso alla Corte presentato
dallo stesso Almasri: gli incontri tra il Generale Caravelli (AISE) e Al-Siddiq
Ahmad al-Sour, Procuratore Generale di Tripoli, non devono essere stati solo
l’occasione di assaggiare datteri e the alla menta: il suo ufficio si occupa
della grana Almasri, ex capo della polizia giudiziaria libica, oltre che
torturatore e stupratore di bambini. Il fulcro della strategia è quello sulla
messa in discussione della “illegittimità per vizio di giurisdizione”
dell’azione della Corte penale Internazionale. È anche la sostanza del ricorso
presentato da Almasri contro il mandato di cattura internazionale per i suoi
crimini. “Si tratta di fatti che riguardano la Libia, sono una questione
nazionale, non internazionale” – gli hanno suggerito di dire. Alla CEDU invece,
per ora, la questione è solo ai preliminari: la task force deve preoccuparsi di
inviare una memoria che serve alla Corte per valutare se ci sono gli estremi per
accettare il ricorso e mettere sotto accusa non i macellai, ma i padroni della
macelleria.
Grandi preoccupazioni dunque, a fianco degli indubbi successi: Meloni gioisce
per aver contribuito in maniera determinante alla proliferazione nel
Mediterraneo di nuovi campi di internamento che non si vedevano dall’epoca
coloniale, ma deve buttare un occhio a questo fastidioso diritto internazionale
che disturba la campagna d’Africa. Piantedosi gongola per il calo degli sbarchi
di donne, uomini e bambini. Il quaranta per cento in meno. Non dice nulla sul
conseguente aumento del 155% dei morti in mare, e dunque non si può dire se
gongola anche per questo.
Ma di contro tutta questa gioia governativa per così tante conquiste di civiltà,
dalla distruzione del diritto di asilo alla neutralizzazione delle Convenzioni
di Amburgo e di Ginevra, ci sono anche i fallimenti, che cominciano ad arrivare
a raffica, degli strumenti amministrativi di punizione usati contro chi soccorre
vite in mare. Il Decreto Piantedosi sta per essere seppellito da decine di
sentenze che riconoscono ogni volta la sua totale pretestuosità e illegittimità.
Non manca molto che i fermi arbitrari e illegali operati dal governo contro navi
di soccorso, si tramutino anche in ricorsi per danni morali e materiali, così
che sarebbe finalmente lo Stato, grazie a Piantedosi, a sovvenzionare
economicamente il soccorso civile in mare. Cosa peggiore per il Viminale non ci
sarebbe. E poi nel mentre c’è il processo per la strage di Cutro, che prima o
poi, udienza dopo udienza, tornerà a far parlare di sé. Gli imputati sono
ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, non esattamente un
bel vedere per “la legalità che rappresentano le istituzioni” come ebbe a dire
quel grandissimo legalitario del ministro Salvini, mentre i cadaveri di una
delle peggiori omissioni di soccorso della storia, venivano restituiti dal mare
sulla spiaggia.
Nuovi piani
La “task force” strategica però è al lavoro, in cerca di nuove strategie per
impedire che le navi di soccorso possano operare per salvare più vite che
possono. Da un lato verrà presto varato un nuovo decreto sicurezza – ma un
governo che fa decine di decreti sicurezza, quanta insicurezza trasmette? –
quello del “blocco navale”. Il tentativo è di capitalizzare il migration pact
europeo, per dotarsi di nuovi strumenti di rappresaglia e impedimento del
soccorso civile in mare. Con questi nuovi poteri, il governo potrà “chiudere
temporaneamente i confini” a quelle navi che, in ragione di allarmi quali
terrorismo e pandemie, avessero a bordo naufraghi migranti. Ma da ambienti ben
informati – risulterebbe che gli esperti siano stati messi al lavoro anche su
qualcosa di più audace: trovare il modo “legale” di far sequestrare le navi ong
dalle milizie libiche in acque internazionali. Il piano allo studio, che
coinvolgerebbe anche la Procura Generale Libica, prevede queste fasi:
costruzione di fattispecie di reato create ad arte, attraverso la messa in scena
delle cosiddette “runaway boat”, barche veloci che affiancano le navi di
soccorso e “scaricano” alcune decine di persone migranti alla volta e poi
ripartono tornando in Libia. La messa in scena serve a rappresentare la
“contiguità” tra navi ong e trafficanti. La seconda fase è l’apertura, in
seguito ai rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica”, presso il
tribunale di Tripoli, di un fascicolo riguardante la “continuazione del reato di
tratta di esseri umani” posto in essere su suolo libico, in acque internazionali
ad opera delle navi di soccorso. Per fare questo si tenterà, si dice, di
richiamarsi alla direttiva onu anti trafficking del 2000 e successive. I
rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica” dopo ogni caso di messa in
scena delle “runaway boat”, vengono inviati anche alla struttura Ncc del
Viminale, e a Frontex. La polizia giudiziaria dei porti assegnati in Italia per
lo sbarco successivo dei naufraghi li acquisisce e li sottopone al magistrato
competente. Il quale potrebbe aprire subito, in Italia, un fascicolo per
articolo 12 – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – contro il
comandante della nave. Ma il punto “innovativo” non è questo, ma il lato libico:
sulla base del perseguimento di un reato, iniziato su suolo nazionale libico e
“continuato” in acque internazionali, il tentativo è di legittimare un
intervento coercitivo con ordine impartito al comando delle navi, di dirigersi
su Tripoli “per accertamenti giudiziari”. Al rifiuto del comandante della nave,
che ha la responsabilità del suo equipaggio e dell’incolumità delle persone
soccorse, la procedura allo studio è di regole d’ingaggio che prevedono anche
l’uso di armi da fuoco in termini di “deterrenza”. È questa la parte pi delicata
del piano: l’addestramento del personale libico, che fa il doppio lavoro tra
attività criminali delle milizie e “ufficiali” del governo libico, non da ancora
il livello di sicurezza adeguato. Agli italiani non ai libici. Ma su questo,
dice la fonte ben informata, stanno lavorando. Proprio un bel lavoro.
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