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L’Aventino dei migranti?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Giovanni Izzo -------------------------------------------------------------------------------- Nel romanzo La grève des bàttu (Lo sciopero dei mendicanti), la scrittrice senegalese Aminata Sow Fall racconta una storia tanto divertente quanto rivelatrice di una verità scomoda. Le autorità di una città africana, che ricorda Dakar, decidono di liberare le strade dai mendicanti, considerati una vergogna per l’immagine moderna del paese. I mendicanti vengono allontanati e umiliati. Ma accade l’imprevisto: essi decidono di non tornare più in città. Ben presto i notabili, i funzionari e i ricchi scoprono che l’assenza dei mendicanti crea un problema sociale e religioso: non hanno più nessuno a cui fare l’elemosina, nessuno da cui ricevere quelle preghiere e quelle benedizioni che ritenevano necessarie alla loro fortuna, secondo quanto suggerito loro dai marabutti. Coloro che sembravano inutili si rivelano improvvisamente indispensabili. E qui il romanzo assume toni farseschi: coloro che li consideravano un ingombro e li avevano cacciati, li vanno disperatamente a cercare. Il vero capolavoro di Aminata Sow Fall sta nel rovesciamento dei rapporti di dipendenza. A prima vista, sono i mendicanti a dipendere dai ricchi. Lo sciopero dimostra invece che la dipendenza è reciproca. Anche i ricchi hanno bisogno dei mendicanti. Non se ne accorgono finché questi sono presenti; lo scoprono soltanto quando scompaiono. È una lezione che va ben oltre il Senegal degli anni Settanta. Leggendo questo romanzo oggi in Italia, viene spontaneo pensare ai migranti. Da anni una parte del dibattito pubblico li descrive come un peso, un problema o una minaccia. Si parla perfino sempre più spesso di “remigrazione”. Eppure chi raccoglie la frutta e la verdura? Chi assiste molti anziani nelle nostre case? Chi lavora nei magazzini della logistica, nei cantieri, nelle cucine dei ristoranti, nelle pulizie e nei servizi che rendono possibile la vita quotidiana? In larga misura, proprio quei migranti che alcuni vorrebbero allontanare. Anche qui esiste un rapporto di dipendenza reciproca. Si pensa spesso che i migranti abbiano bisogno dell’Italia per lavorare e vivere. Ed è certamente vero. Ma è altrettanto vero che l’Italia ha bisogno di loro. Molte famiglie, molte imprese e interi settori dell’economia si reggono sul loro lavoro quotidiano. Per questo viene da immaginare, con un sorriso ma non senza una punta di serietà, uno “sciopero dei migranti”: una sorta di Aventino moderno. Non una protesta rumorosa, ma una semplice assenza: per qualche giorno niente raccolti nei campi, niente assistenza a molti anziani, meno facchini nei magazzini, meno lavoratori nei servizi, niente pizze a casa… Forse allora una parte dell’opinione pubblica scoprirebbe ciò che i personaggi di Aminata Sow Fall imparano a proprie spese. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCESCO PIOBBICHI: > E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’Aventino dei migranti? proviene da Comune-info.
June 9, 2026
Comune-info
Toscanellum: il voto disgiunto e le trappole per le liste solitarie. Una legge nata per blindare lo status quo
In Italia la legge elettorale è un cantiere che non chiude mai e che si riscrive sempre a misura di chi governa. Questa norma fondamentale è diventata oramai una variabile dipendente al servizio della maggioranza parlamentare di turno, che la … Leggi tutto L'articolo Toscanellum: il voto disgiunto e le trappole per le liste solitarie. Una legge nata per blindare lo status quo sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
10 anni di Cirkoloco. Si può fare
Appuntamento con Diario di Città – la trasmissione radio e podcast dedicata alle storie, i temi e le voci della città nascosta. Diario di città – 8 giugno 2026 – Novaradio Città Futura. Ascolta il podcast di questa puntata su … Leggi tutto L'articolo 10 anni di Cirkoloco. Si può fare sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose?
-------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 4 giugno, mentre tornavo dal presidio di Reggio Calabria per la dignità dei “braccianti” contro la solita logica dell’emergenza che produce campi di accoglienza (stavolta introdotto dal Decreto Caivano a San Ferdinando) ho parlato con Dansoko, un bracciante dell’associazione Terra e libertà di Foggia che l’inverno ospitiamo all’ostello sociale Dambe so, nella Piana di Gioia Tauro. Uno dei tanti Alí dagli occhi azzurri – in realtà li ha nerissimi – che è salito dai porti di cui parlava Pasolini nella sua profezia. Non aveva ancora visto le immagini dei migranti bruciati ad Amendolara, e quando le ha viste gli si sono illuminati gli occhi. Non riusciva a capire il perché di questa violenza. È intervenuto in piazza per dire che chi lavora ha diritto alla casa e non al ghetto. Mi ha detto che vorrebbe conoscere più parole per fare interventi in italiano. Non volendo mi ha citato Don Milano dicendo “i padroni sanno mille parole noi dieci”. Mi ha raccontato anche che stanno combattendo per avere l’acqua potabile nel campo dove vive. E che ci vorrebbe uno sciopero di tutti i migranti in Italia. È preoccupato per la prossima stagione: se non ci saranno situazioni di accoglienza dignitosa per i suoi fratelli braccianti dove andranno? È la domanda che qui ci stiamo facendo tutti. Allora gli ho detto che una volta uno sciopero eravamo riuscito a farlo per davvero e bello grosso a Nardò, in Salento, con i braccianti contro caporali e sfruttamento. E che a qualcosa era servito. Per fare ora una protesta di quel tipo contro questo sistema, ci vorrebbe una grande impresa di cooperazione sociale per allestire una robusta cassa di resistenza e un fondo solidale con cui permettere a chi guadagna a giornata di avere un minimo di ristoro se decide di incrociare le braccia e scioperare. Ci vorrebbe una organizzazione dove lo sciopero nei campi si accompagnasse al boicottaggio negli scaffali del supermercato ragionavamo tra noi mentre arrivavano a Palmi (che Pasolini citava nella profezia…). Sarebbe proprio una bella bastonata nei denti al sistema dello sfruttamento far marcire la frutta nei campi, nei magazzini e negli scaffali fino a che la Bossi-Fini non cambia, ci siamo detti. Pensiamoci: una settimana di blocco del foggiano farebbe saltare in aria una filiera come quella del pomodoro mettendo al muro il governo e quelli che parlano di remigrazione. Ma per fare una cosa del genere ci vorrebbe una grande capacità per produrre una nuova forma dell’azione collettiva. Unitaria e radicale, la cui direzione sia collettiva. Già, un sogno. Una visione, che tale rimane a meno che non dia il coraggio necessario per provarci. I braccianti hanno oggi due strade di difesa rispetto allo sfruttamento: la fuga dal lavoro per cercarne uno migliore oppure la lotta per trasformare le proprie condizioni. In entrambi i casi c’è la necessità di avere una rete mutualistica e di solidarietà organizzata che sorregga queste scelte che dipendono da fattori e contesti che cambiano da luogo a luogo e nel tempo. La domanda che dovremmo farci è allora molto semplice: abbiamo mai pensato davvero di costruirla una cosa del genere per cambiare le cose? Perché i migranti ne avrebbero davvero bisogno nei campi, nella logistica, nei ristoranti, nei cantieri, nelle officine… -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo E se ci provassimo per davvero a cambiare le cose? proviene da Comune-info.
June 5, 2026
Comune-info
La ferocia del mercato
In questi giorni la morte di quattro braccianti – un pachistano e tre afghani – in Calabria, bruciati vivi dentro un’auto, ha riportato alla ribalta il dramma delle condizioni di sfruttamento in cui vivono migliaia di persone impiegate in agricoltura. Francesco Piobbichi, operatore MH a Rosarno, dove la FCEI ha avviato dal 2022 Dambe So, un ostello sociale per i lavoratori migranti, riflette da anni su questi temi. Cosa sta succedendo? Stiamo assistendo a un consolidamento delle modalità estrattive più brutali che il sistema produttivo impone sul lavoro bracciantile. Le cronache sono piene di violenza esercitata da parte padronale e, come in questo caso, dai caporali. Il processo si sviluppa in maniera diversa a seconda dei territori e della produzione, nei quali la razializzazione della forza lavoro produce diverse caselle in cui si inseriscono lavoratori e lavoratrici. Rosarno è nella stessa regione di Amandolara ma rappresenta un contesto molto diverso per come si sviluppa il lavoro bracciante rispetto alle produzioni nella sibariade. Qui sono i campi concentrazionari, i bacini per avere forza lavoro “just in time”. Nella sibariade invece la presenza dei caporali è molto più consistente. Quali sono le cause della vulnerabilità dei lavoratori braccianti? Documenti, casa, politiche di confinamento dello stato, assenza di trasporti pubblici e ferocia di un mercato che comprime i salari. Se poi ci mettiamo un’intera cultura basata sull’emergenza che invece di difendere i lavoratori li tratta come problema di ordine pubblico mi pare che il quadro sia completo. Quali sono le possibili soluzioni? Prima di tutto riconoscere il fallimento generale delle politiche dello stato. Bisognerebbe chiedersi se questo episodio di Amendolara non sia semplicemente la punteggiatura di una breve parentesi che descrive una equazione più complessiva, il cui risultato è quello di avere decine di migliaia di lavoratori piegati e ricattati per l’esigenza del mercato. Se ai braccianti non viene dato il potere di difesa diretto serve poco parlare di aumentare i controlli o di realizzare progetti sociali contro il caporalato. La vicenda va affrontata strutturalmente cambiando completamente la logica di fondo. Fino ad oggi il sistema è ruotato intorno alle imprese: la Bossi-Fini e il decreto Flussi di fatto si muovono in queste logica che permette ai caporali di speculare. Dovremmo invece fare ruotare il sistema intorno ai lavoratori braccianti partendo da una parola: dignità. Dignità per avere un visto che gli permette di cercare lavoro ed entrare regolarmente in Italia. Dignità per avere una casa e non un campo container o una baracca. Dignità di avere trasporti e contratti regolari. I caporali si eliminano così. E poi però c’è dell’altro. Cioè? In agricoltura occorre richiamare le imprese alla responsabilità sociale. E in particolare la grande distribuzione che sembra sempre una realtà avulsa da ogni processo quando è responsabile di aver distrutto il sistema sociale dell’agricoltura in Italia con il sottocosto. Noi vorremmo proporre un prezzo equo sotto il quale non si acquista, nè si importa e nè si esporta. Un prezzo al cui interno le imprese pagano una tassa per l’accoglienza. Nella Piana di Gioia Tauro con una tassa di un centesimo al kg risolveremmo strutturalmente molte cose. Questo meccanismo potrebbe poi sostenere una agenzia per l’abitare sociale dei lavoratori braccianti collegata al centro per l’impiego che risolverebbe molte questioni. E le istituzioni? Fanno sostanzialmente l’opposto. Usano il decreto Caivano per costruire nuovi campi di confinamento con un una sorta di social washing etico, intanto hanno fatto a Taurianova altri campi container confinando altri braccianti lontano da tutto. In decenni hanno speso decine di milioni di euro senza produrre nulla. La tendopoli sarà sgomberata da quelli che l’hanno fatta, e lo sarà per la terza volta mentre a Rosarno 30 appartamenti rimangono vuoti. Per questo saremo in piazza a Reggio Calabria davanti al Teatro Cilea per ribadire insieme ad altre associazioni che si sono riunite nel patto territoriale che vogliamo prendere parola e avere un processo trasparente. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicata su Nev.it e Mediterraneanhope.com, con il titolo completo Calabria, contro il caporalato una sola risposta: la dignità -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI TONIO DELL’OLIO: > L’orrore dell’ipocrisia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La ferocia del mercato proviene da Comune-info.
June 4, 2026
Comune-info
I signori dei cancelli
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Nilde Guiducci -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo “migration pact” dell’Unione Europea, quello fortemente voluto da Meloni perché oltre a limitare pesantemente il diritto di asilo, sdogana le pratiche di deportazione di esseri umani in campi di internamento appositamente costruiti in paesi extra UE sul modello albanese, entrerà in vigore il 12 giugno. Ma non è che “i signori dei cancelli”- cancelli come quelli delle prigioni, delle celle, dei contemporanei campi di concentramento su base etnica – abbiano proprio la strada spianata, nemmeno sul piano istituzionale. Due avvenimenti non di poco conto danno nuova linfa alla lotta per la giustizia e contro le aberrazioni del diritto rappresentate dalle politiche nazionali e comunitarie in tema di migranti. Il primo, anche in ordine di importanza, è sicuramente l’inizio del processo El -Hisri alla Corte Penale Internazionale. Il compare di Almasri, catturato in Germania e presente fisicamente all’Aja, potrebbe essere rinviato a giudizio, aprendo finalmente la strada ad un processo storico. Sotto accusa infatti, rischiano di finire concretamente anche le trame oscure che caratterizzano almeno dal 2017, i rapporti tra Italia e Libia. Il vergognoso e indicibile sodalizio stipulato con milizie criminali che spadroneggiano in Libia da dopo la guerra di “regime change” voluta dal condannato Sarkozy, più per le 143 tonnellate d’oro con cui Gheddafi voleva dare vita alla moneta panafricana che avrebbe scalzato il franco africano – la moneta con la quale i francesi hanno proseguito il colonialismo in Nordafrica con altri mezzi – che per i “diritti umani”, potrebbe finalmente essere disvelato con nomi e cognomi, circostanze, prove delle efferatezze che certo non si possono attribuire solo alle carogne umane che le hanno compiute sul campo. Anche i “padrini” di quel patto, blocco degli esseri umani in cambio di denaro e privilegi per i boss, rischiano di finire sotto la lente d’ingrandimento dei public prosecutors della Corte Penale internazionale. La decisione sul rinvio a giudizio o meno del torturatore libico arriverà a luglio. Task force Il governo, o meglio la “task force” formata da funzionari e tecnici che, sotto gli ordini di Mantovano e Piantedosi, curano le analisi strategiche sulla Libia, e predispongono le mosse che poi le traballanti “istituzioni” libiche compiono, dall’istituzione della zona SAR ( la prima al mondo senza un Place of Safety) al finto e tardivo ordine di arresto per Almasri mentre si preparava la sua esfiltrazione dall’Italia, sta monitorando la situazione con preoccupazione. È chiaro che quel processo nel cuore dell’Europa, se ci sarà, diventerà l’epicentro di un terremoto politico e reputazionale per l’Italia e di conseguenza, per Von Der Layen, camerata di merende di Meloni in tema di politiche aggressive contro i diritti umani. Ma non solo: le vittime, migliaia e migliaia, che hanno patito sofferenze, torture, schiavitù, stupri in Libia a causa di un piano sistematico e preordinato che ha sempre avuto come obiettivo la creazione di una “cortina di ferro” da Tripoli a Bengasi, capace di impedire che profughi e richiedenti asilo potessero giungere sulle coste meridionali dell’Europa, le vittime, loro in prima persona, potrebbero ricevere un messaggio forte: si può avere giustizia. Anche dopo anni, anche se non sei importante o ricco, anche se devi denunciare potenti, ministri, governi, alti gradi, puoi avere giustizia. D’altronde questo è uno dei motivi principali che costringe i giudici della Corte Penale Internazionale, a vivere blindati: sono le “democrazie migliori del mondo” quelle che vorrebbero farli fuori, anche fisicamente, ma questa è una storia che ben conosciamo qui da noi: viene ripetuta ogni anniversario dell’uccisione di Falcone e Borsellino. Ma l’Aja non è l’unico pensiero per chi si occupa di “ragion di Stato”. Pochi giorni fa è stata recapitata al governo italiano dalla CEDU, Corte Europea per i Diritti Umani, la comunicazione dell’acquisizione formale di due ricorsi contro l’Italia presentati da due vittime del torturatore Almasri, che è stato fatto scappare dalla cattura proprio dal governo, con tanto di volo di Stato sul Falcon dei servizi. L’Italia è già stata deferita all’Assemblea degli Stati per il “lavoretto” di Almasri, che aveva come obiettivo non fare aprire il processo internazionale. Ma poi, siccome il Diavolo fa le pentole ma non i coperchi, è capitato El-Hisri. Di macellai ne bastava uno per poter aprire un processo. La “task force” ha dunque suggerito e preparato il ricorso alla Corte presentato dallo stesso Almasri: gli incontri tra il Generale Caravelli (AISE) e Al-Siddiq Ahmad al-Sour, Procuratore Generale di Tripoli, non devono essere stati solo l’occasione di assaggiare datteri e the alla menta: il suo ufficio si occupa della grana Almasri, ex capo della polizia giudiziaria libica, oltre che torturatore e stupratore di bambini. Il fulcro della strategia è quello sulla messa in discussione della “illegittimità per vizio di giurisdizione” dell’azione della Corte penale Internazionale. È anche la sostanza del ricorso presentato da Almasri contro il mandato di cattura internazionale per i suoi crimini. “Si tratta di fatti che riguardano la Libia, sono una questione nazionale, non internazionale” – gli hanno suggerito di dire. Alla CEDU invece, per ora, la questione è solo ai preliminari: la task force deve preoccuparsi di inviare una memoria che serve alla Corte per valutare se ci sono gli estremi per accettare il ricorso e mettere sotto accusa non i macellai, ma i padroni della macelleria. Grandi preoccupazioni dunque, a fianco degli indubbi successi: Meloni gioisce per aver contribuito in maniera determinante alla proliferazione nel Mediterraneo di nuovi campi di internamento che non si vedevano dall’epoca coloniale, ma deve buttare un occhio a questo fastidioso diritto internazionale che disturba la campagna d’Africa. Piantedosi gongola per il calo degli sbarchi di donne, uomini e bambini. Il quaranta per cento in meno. Non dice nulla sul conseguente aumento del 155% dei morti in mare, e dunque non si può dire se gongola anche per questo. Ma di contro tutta questa gioia governativa per così tante conquiste di civiltà, dalla distruzione del diritto di asilo alla neutralizzazione delle Convenzioni di Amburgo e di Ginevra, ci sono anche i fallimenti, che cominciano ad arrivare a raffica, degli strumenti amministrativi di punizione usati contro chi soccorre vite in mare. Il Decreto Piantedosi sta per essere seppellito da decine di sentenze che riconoscono ogni volta la sua totale pretestuosità e illegittimità. Non manca molto che i fermi arbitrari e illegali operati dal governo contro navi di soccorso, si tramutino anche in ricorsi per danni morali e materiali, così che sarebbe finalmente lo Stato, grazie a Piantedosi, a sovvenzionare economicamente il soccorso civile in mare. Cosa peggiore per il Viminale non ci sarebbe. E poi nel mentre c’è il processo per la strage di Cutro, che prima o poi, udienza dopo udienza, tornerà a far parlare di sé. Gli imputati sono ufficiali della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, non esattamente un bel vedere per “la legalità che rappresentano le istituzioni” come ebbe a dire quel grandissimo legalitario del ministro Salvini, mentre i cadaveri di una delle peggiori omissioni di soccorso della storia, venivano restituiti dal mare sulla spiaggia. Nuovi piani La “task force” strategica però è al lavoro, in cerca di nuove strategie per impedire che le navi di soccorso possano operare per salvare più vite che possono. Da un lato verrà presto varato un nuovo decreto sicurezza – ma un governo che fa decine di decreti sicurezza, quanta insicurezza trasmette? – quello del “blocco navale”. Il tentativo è di capitalizzare il migration pact europeo, per dotarsi di nuovi strumenti di rappresaglia e impedimento del soccorso civile in mare. Con questi nuovi poteri, il governo potrà “chiudere temporaneamente i confini” a quelle navi che, in ragione di allarmi quali terrorismo e pandemie, avessero a bordo naufraghi migranti. Ma da ambienti ben informati – risulterebbe che gli esperti siano stati messi al lavoro anche su qualcosa di più audace: trovare il modo “legale” di far sequestrare le navi ong dalle milizie libiche in acque internazionali. Il piano allo studio, che coinvolgerebbe anche la Procura Generale Libica, prevede queste fasi: costruzione di fattispecie di reato create ad arte, attraverso la messa in scena delle cosiddette “runaway boat”, barche veloci che affiancano le navi di soccorso e “scaricano” alcune decine di persone migranti alla volta e poi ripartono tornando in Libia. La messa in scena serve a rappresentare la “contiguità” tra navi ong e trafficanti. La seconda fase è l’apertura, in seguito ai rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica”, presso il tribunale di Tripoli, di un fascicolo riguardante la “continuazione del reato di tratta di esseri umani” posto in essere su suolo libico, in acque internazionali ad opera delle navi di soccorso. Per fare questo si tenterà, si dice, di richiamarsi alla direttiva onu anti trafficking del 2000 e successive. I rapporti della cosiddetta “guardia costiera libica” dopo ogni caso di messa in scena delle “runaway boat”, vengono inviati anche alla struttura Ncc del Viminale, e a Frontex. La polizia giudiziaria dei porti assegnati in Italia per lo sbarco successivo dei naufraghi li acquisisce e li sottopone al magistrato competente. Il quale potrebbe aprire subito, in Italia, un fascicolo per articolo 12 – favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – contro il comandante della nave. Ma il punto “innovativo” non è questo, ma il lato libico: sulla base del perseguimento di un reato, iniziato su suolo nazionale libico e “continuato” in acque internazionali, il tentativo è di legittimare un intervento coercitivo con ordine impartito al comando delle navi, di dirigersi su Tripoli “per accertamenti giudiziari”. Al rifiuto del comandante della nave, che ha la responsabilità del suo equipaggio e dell’incolumità delle persone soccorse, la procedura allo studio è di regole d’ingaggio che prevedono anche l’uso di armi da fuoco in termini di “deterrenza”. È questa la parte pi delicata del piano: l’addestramento del personale libico, che fa il doppio lavoro tra attività criminali delle milizie e “ufficiali” del governo libico, non da ancora il livello di sicurezza adeguato. Agli italiani non ai libici. Ma su questo, dice la fonte ben informata, stanno lavorando. Proprio un bel lavoro. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I signori dei cancelli proviene da Comune-info.
June 4, 2026
Comune-info
L’orrore dell’ipocrisia
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di T.M. su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Quattro uomini sono stati bruciati vivi ad Amendolara (Cosenza) perché chiedevano di essere pagati per il lavoro svolto. Già questa frase dovrebbe bastare a scuotere un Paese nella cui Costituzione celebriamo che è fondata sul lavoro. Eppure rischiamo di fermarci all’orrore dell’episodio, alla crudeltà dei carnefici, alla commozione di qualche giorno. Sarebbe l’ennesima ipocrisia. Il caporalato non cresce nelle campagne come un’erbaccia spontanea. Vive dentro una filiera che pretende prezzi sempre più bassi, raccolti sempre più rapidi, costi sempre più ridotti. Vive nella nostra indifferenza quando riempiamo il carrello compiacendoci di fragole, pomodori e agrumi venduti a prezzi impossibili. Quei quattro braccianti afghani non lavoravano per il Pakistan. Le terre che coltivavano non erano pakistane. I prodotti raccolti sotto il sole cocente della Calabria non erano destinati ai mercati di Kabul o Islamabad. La domanda da porci non è chi abbia appiccato il fuoco, ma chi alimenti il sistema che rende possibile lo sfruttamento, il ricatto, la riduzione di esseri umani a forza lavoro usa e getta. Ci scandalizziamo davanti alle fiamme. Molto meno davanti ai salari da fame, ai contratti negati, ai ghetti, ai trasporti clandestini, alle schiavitù moderne che permettono di abbassare il prezzo di ciò che arriva sulle nostre tavole. Quattro uomini sono morti bruciati vivi. Se questa tragedia non diventerà una rivolta delle coscienze, allora il fuoco continuerà a bruciare anche oltre quella vettura: nelle campagne, nei supermercati e nelle nostre responsabilità. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Mosaico di pace -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INCHIESTA: > Il corto circuito disumano e costoso della Piana di Gioia Tauro  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’orrore dell’ipocrisia proviene da Comune-info.
June 3, 2026
Comune-info
La polemica della destra contro Zerocalcare può diventare un boomerang
Zerocalcare ha ragione nel contenuto quando rispedisce al mittente le accuse di complicità nello sfruttamento di animatori e lavoratori dell’audiovisivo arrivate dalla destra di Governo, ma sbaglia – in buonafede, ovviamente – nell’atteggiamento: altro che stare sulla difensiva, qua bisogna andare all’attacco di un potere politico (il governo Meloni) e […] L'articolo La polemica della destra contro Zerocalcare può diventare un boomerang su Contropiano.
June 3, 2026
Contropiano
“Abitare scenari di guerra”: il premio Bargellini dedica la VII edizione al popolo palestinese
Quest’anno il Premio “Lorenzo e Donato Bargellini” ha come tema “Abitare scenari di guerra” ed è dedicato al Popolo Palestinese. Nello specifico, il bando della nuova edizione ha inteso portare l’attenzione sugli scenari di guerra – conflitti in … Leggi tutto L'articolo “Abitare scenari di guerra”: il premio Bargellini dedica la VII edizione al popolo palestinese sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Studenti senz’acqua da due settimane, ma Calamandrei è vergognosa da anni
È dal 16 maggio che manca l’acqua nella residenza universitaria Calamandrei. Tra gli studentati pubblici quello di viale Morgagni è il maggiore in città, contando 504 posti letto dei circa 1800 in città. L’edificio, con le sue quattro … Leggi tutto L'articolo Studenti senz’acqua da due settimane, ma Calamandrei è vergognosa da anni sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.