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[Ponte Radio] Difendiamo il woke, importiamo decolonialità
La trasmissione curata da Radio Onda Rossa nell'ambito del ciclo sulla decolonialità è costituita di due parti: - Woke? magari! Dove si cerca di riannodare i fili del surreale dibattito che in agosto si è aperto sul woke in Italia. - Parte dell'incontro che si è svolto al csoa ex snia, nell'ambito di Eat up! Cibo di strada dal mondo, lo scorso settembre con Abundia, attivista transfemminista nahuatl e apache, attiva negli Autonomous Kitchen Councils  
October 9, 2026
Radio Onda Rossa
Woke? Magari! Lo strano dibattito italiano
Questo approfondimento aggiorna il ciclo di trasmissioni trasmesso da Radio Onda Rossa da novembre 2024 intitolato Non si può più dire niente. Durante il mese di agosto, il tragico caso in Uk del professore di Cambridge Jason Arday e una dichiarazione  di Alexandria Ocasio-Cortez non solo hanno riaperto il discorso nel mondo anglosassone ma hanno anche innestato un dibattito a dir poco surreale sui giornali italiani, soprattutto all'interno del Campo largo. Cerchiamo di riannodare i fili di questo dibattito, ripercorrendo alcuni interventi sui giornali con l'intento di smontare le falsità e i pericoli che cela. 
October 3, 2026
Radio Onda Rossa
Ma è di sinistra l’esclusiva della “decenza umana”?
di Marcello Pesarini (*). A seguire un breve commento a caldo del “redattore di turno”. «Lunga e diritta correva la strada, l’auto veloce correva, la dolce estate era già cominciata, vicino lui sorrideva». Scritta da Francesco Guccini nel suo primo album, Folk Beat n. 1, poi lanciata dai Nomadi di Augusto Daolio, «Canzone per un’amica», fu trasmessa a lungo dalla
September 27, 2026
La Bottega del Barbieri
Svegliati
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Marsha Levina su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Avevo promesso a me stessa di smarcarmi dalle disparate voci che – veloci a essere gridate quanto a sparire – sono seguite alle dichiarazioni rese da Alexandria Ocasio-Cortez (AOC), sulla necessaria liquidazione dello slogan Woke. Ma la lettura di come questa ennesima partita semantica, e dunque squisitamente politica, è stata trattata, mi induce ad aggiungere qualcosa a quanto su Comune già scritto da Alessandro Ghebreigziabiher (Woke e altre parole storpiate dai razzisti) e Emilia De Rienzo (Stare svegli). Per me e per altr* compagn* dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, parlare di Woke è avviare un discorso che ha a che vedere con la necessità di allertare sulla guerra guerreggiata, su quella annunciata, sulla difesa totale del Ministro della guerra Guido Crosetto, sul progressivo smarrimento della consapevolezza sui pericoli a cui tutto il Vivente è esposto. Le guerre nelle loro diverse forme sono ormai fuochi. Lo sono i conflitti locali, diffusi, lo è diventata la Guerra Grande (Lucio Caracciolo, Limes, novembre 2023). Distinta per tecniche e per strategie dalla Grande Guerra, è molto simile al primo conflitto mondiale, per il coinvolgimento di milioni di persone, per numero di morti, per gli effetti distruttivi sui territori e per i risvolti geopolitici. In Palestina, dove continua il genocidio perpetrato da uno stato confessionale, Israele, che nella sua sconsiderata hybris sta anche cercando di allargare i suoi confini; in Ucraina dove la guerra-lampo di Vladimir Putin non sembra voler finire. Guerre di cui si smarriscono cause, scopi, possibilità di soluzione. Dunque, occorre mantenere la mente vigile, è questo il significato originario del movimento Woke, fenomeno sociale, non solo un semplice slogan. Le parole di AOC hanno avuto eco anche in Italia: politici progressisti le hanno riprese come se si trattasse di una sorta di liberazione da un giogo ormai difficile da portare nell’agone politico. Eppure, è proprio all’ambito della politica che questa polemica va ricondotta. AOC non esplora il retroterra alla base della presunta consunzione del Woke. Del resto, dalla sua prima apparizione, l’espressione è stata assai contraddittoriamente usata, ha subito strumentalizzazioni e repentini capovolgimenti semantici, strategici. AOC sembra oggi voler tornare all’impostazione politica rivendicativa: meno voci strillate e più richieste di giustizia sociale, per carità non certo rivoluzionarie, ma nell’ambito di riforme socialiste, perché ben altra sveglia ci vorrebbe per agire un capovolgimento degli attuali assetti. La cosiddetta intersezionalità, che ha cercato di collegare i temi dei diritti delle comunità LGBTQIA+ (un campo che sta stretto nell’acronimo), dei neri, dei coloured, degli ispanici, delle donne, a quelli dei lavoratori, non ha funzionato nel passaggio del millennio. Non era e non è più sufficiente, ribadiva e ripete oggi AOC, così la chiamata del Woke è diventata un ferro vecchio. Eppure, questa voce, che esortava a non abbassare la guardia di fronte ai pericoli e alle discriminazioni razziali negli USA del secolo scorso, come noto ripreso dal movimento Black Lives Matter, poteva racchiudere nel suo vasto significato un concetto-chiave, che nella sua apparente icasticità, si rivolgeva alle masse meno avvezze alla politica praticata. Milioni di persone logorate dalla lotta quotidiana per una vita almeno dignitosa, in cui non penare svolgendo lavori di merda (Bullshit Jobs) che le lasciano sotto la soglia della povertà. Aspirazioni semplici che oggi la destra cavalca e con cui riesce a affascinare proprio coloro che più soffrono nelle economie neoliberiste. La destra tocca anche la sfera più profonda, quella delle passioni tristi, depressive e risentite, difficili da volgere in politica, anche solo riformista. Così, prendersela con la cultura Woke sta diventando fin troppo facile negli Usa. Mettere in discussione principi egualitari e pratiche antirazziste, agevola chi fa bottino di questo lascito. Lascia campo alla cultura Maga, Make America Great Again, al trumpismo, non a caso volgare come la lingua che utilizza, confusa, violenta nel sarcasmo becero, “volgarità non a caso popolare […] presso la frangia della popolazione americana che si sente presa in giro da un’élite politica che lei non capisce […] una forma di schiettezza e, quindi di onestà”. (Bérèngere Viennot La lingua di Trump Einaudi Torino, 2019 pp 26/27). Perfino il marxismo soffre il sacco neoliberista delle sue analisi e del suo discorso. Ben pochi in Usa conoscono il lavoro sul marxismo nero, nato in modo intuitivo nelle rivolte nelle piantagioni, maturato nelle Antille Francesi, sviluppato nel Rinascimento della radicalità negli anni Settanta (Cedric J. Robinson Black Marxism. Genealogia della tradizione radicale nera Alegre Roma, 2023). I diritti sociali rimangono privi del sostrato in cui allignava la contraddizione capitale-lavoro. Anche in Italia la cultura di sinistra e/o radicale che – giustamente dice il linguista Raffaele Simone – non ha fatto uso, se non ora, della parola Woke, è balbettante ((Ripensare il woke non è un problema italiano) . In politica estera sostiene le spese militari, vota misure economiche emergenziali, ma teme di sostenere lotte sociali, di difendere i pochi luoghi di incontro giovanile, e sembra non accorgersi della trasformazione dell’istruzione in mero addestramento. L’ambito del diritto, che oggi si preferisce cattolicamente definire della persona, aprirebbe a misure di riscatto sociale, sia personale che di classe, al soggetto-cittadino. La sua identità sessuale, le sue scelte in materia di procreazione e morte si articolano e si saldano con quelle del lavoro, della salute, dell’istruzione. Purtroppo la radicalità del nodo razza-emarginazione-miseria-genere non ha prodotto una capacità di fare della intersezionalità delle rivendicazioni qualcosa che travolgesse l’ordine neoliberista. Lo ha detto e scritto anche Nancy Frazer: senza progetto, senza capacità di individuare le priorità ancora e sempre di classe prima che culturali, o culturali perché di classe, non c’è possibilità di riscatto rivoluzionario. Si rimane impantanati nella rivendicazione di diritti importantissimi e nello steso tempo astratti (Capitalismo. Una conversazione con Rahel Jaeggi Meltemi Milano, 2019). Ancora Simone ricorda che la battaglia linguistica tipica dell’ultima ondata femminista, ridotta spesso a un fatto puramente ipocrita fra schwa, asterischi, femminilizzazione delle professioni, è giunta allo smarrimento del senso. Il rischio è l’eccitazione violenta delle destre, la furia di trumpismo e muskismo, da noi vannaccismo, con l’approvazione delle classi subalterne nel loro inevitabile risentimento sociale. Una ricostruzione della lunga vita non solo della parola che commento, ma di cosa ha rappresentato, è stato svolta su queste pagine, con la citazione dell’ottimo articolo di LDF dell’agosto scorso, a cui rinvio. Sottolineo come il coincidere delle dichiarazioni di AOC con le grida del governatore della Florida, e della peggiore destra americana, contro ogni forma di emancipazione, luogo politico ed etico in cui alligna il trumpismo, è inquietante. Se è vero che il Woke si è convertito in slogan per canzoni, magliette, gadget, dietro c’è la sua storia, e questa dalla sinistra americana, nera, meticcia, andava considerata. La tradizione è sapere, ogni volta da studiare e replicare in forme nuove, prima che ne faccia strame la macina neoliberista, il frantoio dei magazzini AI. Non a caso – e lo sottolinea Emilia De Rienzo – la bordata di destra contro il Woke è rivolta soprattutto alla scuola, ai docenti (Stare svegli). Non conviene educare menti sveglie. E non è casuale – e lo ritrovo in molti altri commenti – il nesso fra la liquidazione di intere generazioni di militanti e ciò che è funzionale ai venti di guerra. Torno alla voce-parola politica Woke, con qualche digressione. Se interroghiamo l’Oxford English Dictionary, la derivazione etimologica è il participio passato Woken del verbo to Wake, svegliarsi, prestare attenzione dopo l’intorpidimento del sonno e la sua confusa miscela dei paradossi sognati. The Wake è anche la veglia funebre. Ci riporta alla morte, alla sepoltura come prima, fondamentale elaborazione del lutto. Si vegliano i morti nella loro ultima notte, prima della consunzione sulla pira, prima della restituzione alla terra o all’acqua. Lo si fa in tutte le culture, che sono tali proprio perché accompagnano il morto cercando la parola del ricordo. L’ultima veglia vede il pianto dei congiunti e delle prefiche, il convivio rituale dei sopravvissuti, nella sepoltura le pietre e i doni deposti sulle e nelle tombe. Segni, simbologie per non smettere di vegliare, di ricordare. La lingua inglese è la voce dell’Impero (colonialismo ottocentesco e di nuovo conio). Ibrida le lingue nazionali, le parlate locali, ma non sembra più capace – come accadde nei paesi colonizzati e nel mescolarsi delle nazionalità della migrazione – di produrre pidgin o creolizzazioni che arricchiscono: impoverisce e si impoverisce. Scriveva Daniel Defoe, in un testo di critica letteraria, che la sua struttura, la sua capacità di fare crasi di termini creandone nuovi, l’economia dei connettivi, la sintassi essenziale, possono trasformarsi in pensiero troppo semplice (An Essey upon the Projects, 1697 Cassell’s National Library: gutenberg.org). Il piccolo excursus ci serve per non perdere di vista il fenomeno più preoccupante dei nostri tempi accelerati, la perdita del significato delle parole, la frattura fra parole di lotta e il loro contesto di nascita. Il neoliberismo, nelle forme culturali globalizzate da internet, nella manovra che vira verso un’unificante lingua comune del web mondiale grazie ai dispositivi-protesi, assorbe le parole. Come un’immensa idrovora le succhia tutte, anche quelle scritte sui cartelli di lotta: Stay Woke! Vote, dove non a caso la parola vota! è preceduta dalla spunta utilizzata sui cellulari, e verrà sicuramente impressa su una maglietta. Negli enormi magazzini governati dagli algoritmi AI, le parole nuotano nel magma del sentito dire, dell’opinione, delle citazioni prese nei libri di ogni categoria e stile e forma (letteralmente macinati dalla macchina per trarne frasi, sequenze, parole, colte e popolari, tutto mescolato). La restituzione, vera e propria evacuazione dopo una digestione veloce, depotenzia la lingua, la impoverisce. Soprattutto toglie ogni vigore alla parola che interpreta i segni, li capisce nel discorso condiviso, cerca le fonti, riorganizza il pensiero, convince, anche se cammina sempre sul filo del dubbio. La politica come ricerca costante, discorso e azione, sbanda. Noi, gente di scuola, o che alla scuola frequentata delle creature piccole tien dietro perché lì si formano le coscienze sveglie, siamo costantemente urtati dalla retorica che dall’alto opera la torsione delle parole, piegandole agli scopi della repressione e della dittatura aziendalistica. Retorica dei ministeri, della burocrazia non più al servizio del buon funzionamento degli uffici ma potente distrattore e fattore di convergenza vero la proceduralità come valore, dimentica di scopi e contenuti. Il linguaggio economico del management, delle performances, degli staff oscura le parole della pedagogia, e di questa fa strame equivocandone volutamente i termini e dunque gli assetti valoriali. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università raccoglie segnalazioni provenienti dalle scuole, da soggetti diversi, ne dà voce commentandole. Segnalazioni, dunque segnali della progressiva infiltrazione della cultura della guerra nelle menti dei più giovani, penetrazione fatta di seduzione tecnologica, stupore per le quotidiane manifestazioni della capacità tecnica delle armi. Ecoansia, preoccupazioni materiali, paura della guerra: il caos si governa attraverso la promessa che disciplina, rigore, obbedienza, legge veicolati e inscenati dalle esibizioni delle divise e delle armi, ci daranno protezione, sicurezza. Segnalazioni, segni, simbologie. Interpretare i segni, le tracce è compito antico, legato a divinazioni, magia, rituali, esercizi sacerdotali, sacrifici e offerte per non cadere in equivoci dolorosi. Cercava segni Ulisse, ma spesso non seguiva il loro monito, o li mal interpretava. Più accorta, nella lentezza del filo che si intreccia, era Penelope, almeno questo scriveva Pietro Citati (La mente colorata. Ulisse e l’Odissea Mondadori Milano, 2002). La sinistra mondiale, non solo italiana, si è anch’essa smarrita, non sa a cosa tornare, non si è data alcun destino storico da compiere. Per finire un aneddoto, un particolare curioso della biografia di AOC che rende – forse – ragione delle sue stesse contraddizioni politiche. Nel 2020 è stata giudice nel reality show RuPaul’s Drag Race, concorso di bellezze drag, nell’orgoglio di sesso e di razza: io sono questa/o che vi mostro, e sono bella/o e talentuosa/o. Con il rischio di passare per moralisti, ci si può chiede se questa è una formula per tener alto l’orgoglio gay, LGBTQIA+, e altro che alle definizioni sfugge. Uno spettacolo di messa in scena delle differenze, veicolato dalle televisioni più viste negli Usa proprio dagli strati più umili della popolazione, che solo di quel dispositivo culturale dispongono. Il tutto finanziato dai grandi investitori, capaci di sussumere temi, desideri, aspettative di riscatto sociale, di inghiottire ogni discorso progressista. Tutto nel gorgo del washing, il risciacquo per rendere inoffensive le rivendicazioni e restituirle confuse e inutilizzabili. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Svegliati proviene da Comune-info.
September 25, 2026
Comune-info
Il dibattito “woke”, una distrazione interessata
Da qualche tempo, con le elezioni del 2027 all’orizzonte, Giuseppe Conte cerca di ritagliarsi un’identità e maggiore influenza politica all’interno del campo largo: da un lato, provando a caratterizzarsi rispetto all’establishment del PD a guida Schlein, Dall’altro, con una confusa operazione, cercando di intercettare qualche simpatia nei settori sociali ultimamente […] L'articolo Il dibattito “woke”, una distrazione interessata su Contropiano.
August 28, 2026
Contropiano
Stare svegli
Foto di Danny Burke su Unsplash C’è una canzone, prima ancora che uno slogan. Nel 1938 un musicista di nome Lead Belly scrive “Scottsboro Boys”, la storia di nove ragazzi neri accusati ingiustamente di stupro in Alabama, arrestati su un treno, quasi linciati prima ancora del processo. Alla fine della canzone, un avvertimento a chi come lui attraversa quello stato: se ci passate, tenete gli occhi aperti. “Stay woke“. Non è una metafora. È un consiglio pratico, di quelli che si danno a chi rischia la vita per un errore di percorso. Un modo per dire: io sono già stato dentro l’ingiustizia, tu non fidarti della quiete apparente. Da lì la parola ha camminato per decenni dentro le comunità afroamericane, passata di bocca in bocca, prima di ogni hashtag: un modo di volersi bene restando all’erta, di proteggersi a vicenda da un pericolo che per altri era invisibile e per loro era quotidiano. Poi, qualche anno fa, qualcosa si è spezzato. La parola è uscita da quella bocca ed è entrata in un’altra — talk show, meme, dibattiti — e a un certo punto ha smesso di indicare una vigilanza per diventare un’etichetta con cui accusare. Il passaggio non è stato annunciato. È successo nel punto esatto in cui qualcuno ha iniziato a usarla senza aver mai avuto bisogno di restare sveglio per sopravvivere. È lì che vorrei fermarmi. In quel punto di cerniera. Perché forse il problema non è la parola, è che l’abbiamo spostata senza chiederci se avevamo il diritto di portarcela via. Restare svegli, per chi l’ha coniato, non era una posizione da difendere nei dibattiti. Era un modo per accorgersi di chi restava indietro o veniva travolto, non come categoria astratta, ma come persona con un nome e una storia. Il lavoratore che muore in un cantiere o sotto il sole nei campi, nel silenzio di tutele evaporate in nome del profitto. La donna che chiede aiuto prima che sia troppo tardi e si scontra con la sottovalutazione o l’abbandono. Il ragazzo nato e cresciuto nelle nostre città a cui una legge cieca continua a ripetere che questa non è la sua casa, lasciandolo in una sospensione senza tutele. La persona anziana che rinuncia a curarsi perché la sanità pubblica è diventata un percorso ad ostacoli inaccessibile. Sono vite, non capitoli separati di un programma politico. Nessuno di loro vive la propria sopraffazione dividendo la mancanza di reddito dalla negazione della dignità: vive tutto insieme, nello stesso respiro faticoso. Forse è per questo che la parola, arrivata fin qui, suona così diversa da come è nata. Nel dibattito pubblico è diventata uno schieramento, si è o non si è, come se restare svegli fosse un’appartenenza invece che un’attenzione verso la sofferenza altrui. E una volta che un’attenzione diventa bandiera, smette di chiedere qualcosa a chi la usa. Diventa comoda. Viene da pensare a Simone Weil, quando scriveva che l’attenzione pura è la forma più rara e più alta di generosità. Per Weil, guardare davvero chi soffre non significa applicargli una categoria, un’etichetta o una teoria politica preconfezionata, ma rivolgergli una domanda semplicissima e spietata: «Qual è il tuo tormento?». Sotto la caricatura mediatica resta allora questa sola domanda originaria, che richiede lo sforzo di uno sguardo spogliato da ogni appartenenza. Non è un’ideologia da sbandierare, ma un esercizio continuo della presenza, la capacità di sostare di fronte al dolore dell’altro senza trasformarlo in un argomento di discussione. Qualcosa che va rinnovato ogni giorno, come chi, ancora oggi, ripete a chi ama: stai attento, tieni gli occhi aperti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Stare svegli proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
Facciamo un po’ di chiarezza sul woke
Negli ultimi giorni il quotidiano La Repubblica ha lanciato un articolato dibattito sul woke, che ha raccolto un significativo interesse. Poiché i contributi online sono accessibili ai soli abbonati, non è facile farsene un’idea per la maggioranza delle persone. Proviamo a portarne allo scoperto le questioni principali. La discussione ha […] L'articolo Facciamo un po’ di chiarezza sul woke su Contropiano.
August 27, 2026
Contropiano
Perché l’ideologia woke è di destra
L’ideologia woke già da due anni ha perso smalto e innocenza, per diventare nelle mani delle destre l’insulto ideale con cui screditare ogni lotta contro razzismo, ingiustizia, oppressione. Il wokismo è diventato il dispositivo retorico reazionario della destra per criticare chiunque parli di lotta al colonialismo e all’imperialismo, anche se spesso e volentieri discorsi apparentemente anticoloniali stanno sullo sfondo dei discorsi woke. Non è un caso infatti che erroneamente molti autori progressisti vengono definiti woke, pur non essendolo di fatto. Ciò alimenta ancor di più la confusione sotto il cielo. L’obiettivo della destra è delegittimare chi parla di colonialismo occidentale e dei suoi crimini nella storia degli ultimi secoli, continuando a portare in palmo di mano i presunti “valori occidentali”. Dall’altra parte le esplosioni di puritanesimo rieducativo scatenato dagli eccessi della cancel culture hanno alienato chi, pur di opinioni progressiste, non accettava questo clima di inespressione. C’è chi la demonizza, descrivendola come una sorta di perversione-ossessione, e c’è chi invece la considera una forma addirittura di “progresso morale e spirituale dell’umanità”. Ma che cosa significa Woke? E in che cosa consiste questa nuova ideologia che sembra diventata egemone in molti ambienti della cosiddetta “sinistra neoliberal” occidentale? Sebbene sia fondamentalmente presa di mira dalla destra più reazionaria, davvero è di sinistra? Esistono, oltre alle solite critiche della destra bigotta e conservatrice, anche altre più sensate che mettono a nudo le ipocrisie e fanno luce sui suoi legami con l’attuale sistema-mondo e la sua ideologia di fondo, il neoliberismo? Il termine Woke,– letteralmente “sveglio” – entra ufficialmente nei dizionari dell’anglosfera a partire dal 2017 dopo essere stato adottato dal movimento anti-razzista Black Lives Matter. Non si tratta di una visione politica complessiva e organica, ma di un insieme – spesso anche un po’ caotico – di teorie e di rivendicazioni diverse ma che, secondo autori importanti come Chomsky o Zizek, hanno comunque un senso storico preciso e coerente: un vero e proprio cambio di paradigma nelle teorie e nelle pratiche politiche della sinistra occidentale. La sinistra non di sempre, ma la sinistra liberal: quella che non critica il capitalismo, ma parla di “capitalismo inclusivo”; quella che non parla di liberazione dai sistemi di oppressione, ma di emancipazione nei sistemi stessi; quella che non parla di mettere in discussione gli attuali rapporti di potere, ma vuole integrare tutti negli attuali ruoli di potere; infine quella che non parla di socialismo, ma di “mercato libero” in nome del “neoliberismo progressista”. L’ideologia Woke spazia dai classici temi connessi ai diritti civili ad alcune nuove battaglie culturali che vanno dalla distruzione di monumenti del passato alla politicizzazione degli orientamenti sessuali visti come atti di autoaffermazione, alla legalizzazione della gravidanza surrogata, alla censura del linguaggio ritenuto scorretto: da qui i grandi temi delle “guerre culturali”, la polarizzazione radicale dell’opinione pubblica e la lotta per il politically correct).   Questo nuovo orientamento politico ha origine in quella corrente culturale nota come postmodernismo emersa negli anni Settanta nelle università francesi e poi diffusasi in alcuni ambienti della sinistra liberal americana da cui poi è stata pienamente fecondata. Un nuovo approccio che prenderà anche il nome di New Left e che si caratterizza per una cesura piuttosto netta con la tradizione socialista e marxiana e si fonda su nuove teorie dello sfruttamento e dell’emancipazione più compatibili con le strutture capitaliste. A partire dagli anni Ottanta, con la crisi dell’Urss e l’affermarsi delle strutture economiche neoliberiste, che questa ideologia comincia a diffondersi e ad affermarsi. Per quanto quasi nessuno si definirebbe Woke, oggi nel nostro Paese gran parte di queste idee sono entrate a far parte dell’immaginario politico delle nuove generazioni, e questo anche grazie all’adesione ad alcune delle sue teorie da parte attori, influencer e di buona parte dell’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento. Dall’altro lato della barricata, ad avere risonanza sono purtroppo quasi solo le critiche mosse dalla destra bigotta e reazionaria che, in nome di una tradizione da loro arbitrariamente inventata, si erge ad eroica guardiana dei sacri valori del patriarcato, della distinzione dei ruoli di genere e, in generale, di come si facevano le cose una volta. Ma al di là del generale Vannacci e dell’estrema destra italiana, in questi anni anche tanti intellettuali di sinistra hanno preso posizione contro alcune delle tesi antropologiche e politiche dell’ideologia Woke più superficiali e contro l’atteggiamento aristocratico e antidemocratico di alcuni suoi esponenti. Nel suo libro Categorie della politica, Vincenzo Costa sottolinea, ad esempio, anche l’atteggiamento spesso elitario e classista di questa nuova sottocultura. Maturata all’interno delle università, l’ideologia Woke ha infatti fatto presa soprattutto negli ambienti di lavoro intellettuale e negli strati più agiati della popolazione. Nonostante il bombardamento mediatico, le classi popolari ne sono rimaste sostanzialmente estranee e, anzi, spesso guardano ad essa con ostilità e sospetto. Come scrive la giornalista Florinda Ambrogio: “La correlazione tra redditi alti dei genitori e comportamenti Woke dei figli salta agli occhi. […] In Francia, solo il 40 per cento degli operai ha sentito parlare della scrittura inclusiva e solo il 18 per cento sa di che cosa si tratta, contro il 73 per cento nelle categorie superiori.” Ma questa diffidenza e ostilità non è casuale e ha ragioni politiche profonde. Nella New Left postmoderna vengono infatti ridefinite le nozioni di dominio e di emancipazione: il soggetto da emancipare smette di essere identificato nei ceti subalterni e nelle classi lavoratrici – ossia le persone vittime della miseria e della precarietà – per diventare le minoranze etniche e sessuali e di coloro che, indipendentemente dal reddito, sono considerati o si sentono “diversi”. Diventando questi ultimi i soggetti sociali da emancipare, gli operai, contadini, impiegati e, in generale, le classi popolari, a causa della loro cultura – che viene considerata dallo wokismo retrograda, ignorante e prevaricatrice – diventano magicamente espressione del nuovo potere da abbattere. Dalla lotta politica allo sfruttamento e per l’emancipazione del 99% quindi, con l’ideologia Woke si passa alla lotta culturale contro il costume e le tradizioni popolari, ritenute come un bacino uniforme di sessismo, razzismo, omofobia. Per questo, scrive Costa, “anche l’atto rivoluzionario non consiste più nello spezzare i legami di potere e dipendenza tra le classi e gli uomini, ma nel distruggere la cultura popolare come emblema di oppressione delle minoranze”. Diventa quindi chiaro perché la sinistra liberal appaia sempre più spesso un’elitè che, demonizzando lo stile di vita e i legami comunitari, vorrebbe imporre loro una rieducazione dall’alto in base alle proprie convinzioni di nicchia. “Categorie della politica” di Vincenzo Costa Come nota Zizek, questo progetto è probabilmente destinato a fallire. “Sceneggiatori, registi, attrici e attori” – scrive il filosofo marxista sloveno in un articolo chiamato Wokeness is here to stay – “cadono sempre di più nella tentazione di impartire lezioncine moraleggianti. Una forzatura che non ha riscosso successo tra il pubblico, nonostante il settore dell’immaginario è dove si conquista il mondo reale e si rovescia il pensiero delle persone”. Differentemente dalle grandi figure della tradizione socialista, insomma, queste nuove forme di “intellettualismo degenerato” (parafrasando Adriana Zarri, quando si scagliava sia contro il pensiero unico democristiano sia contro i falsi intellettuali pronti ad esaltare la società dei consumi), non sembrano interessati ad ascoltare e a dare voce agli interessi della maggioranza delle persone, ma solo a biasimarne gli stili di vita accusandoli di ignoranza e discriminazione: “Quella che in origine era una sacrosanta volontà di uguaglianza di diritti” – continua Costa in Le categorie della politica – “rischia di diventare una vera e propria guerra culturale dei primi contro gli ultimi”. Un esempio emblematico, in questo senso, è il caso del cosiddetto linguaggio inclusivo: in maniera del tutto arbitraria e in barba ai secolari processi storici di formazione linguistica, alcune nicchie di intellettuali americani e europei hanno deciso di voler modificare alcune desinenze e pronomi, accusando di discriminazione e prevaricazione tutti coloro che non si adeguano. Il linguaggio è un discorso molto più complesso e non avviene mai per scelte arbitrarie prese da un momento all’altro. Mentre si bersagliano i plurali linguistici, a non essere mai toccate dalle critiche Woke sembrano essere proprio le principali cause della riproduzione della diseguaglianza e della discriminazione, ossia i meccanismi di mercato e di distribuzione della ricchezza. Per dirla con una battuta “Ci si emancipa con successo dall’oppressione di grammatica e sintassi, mente ci si prosterna accoglienti verso i consigli per gli acquisti degli influencer” scrive Andrea Zhok. Alla luce di questa trasformazione nei concetti di “discriminazione” ed “emancipazione” appare ora molto più chiaro il nesso tra cultura Woke e neoliberismo e la ragione per la quale i grandi poteri di questo mondo si siano spesso fatti portavoce di questa nuova ideologia. Nel wokismo, le questioni socioeconomiche, i rapporti tra lavoro e capitale, lo strapotere della finanza internazionale e la perdita di sovranità democratica vengono surclassate. Centrale è invece il tema dell’identità e delle narrazioni identitarie poichè a destare scandalo è la notizia di cronaca, sulle quali si fa leva per generare consenso. In secondo luogo, il wokismo promuove una politica dell’individualismo e della frammentazione in cui ogni fronte comune che si fondi sull’interesse nazionale, sull’interesse di classe, sull’interesse di una comunità locale viene infiacchito da conflitti privati di autoaffermazione. Si parla spesso, per questa tendenza, di Identity politics – politiche dell’identità -, ma sarebbe più giusto parlare di politica di rigetto dell’identità, visto che ogni identità collettiva viene percepita con disagio da individui abituati a pensare che la libertà sia totale assenza di vincoli e legami e che il processo di liberazione sia sempre un processo non con, ma contro ogni comunità di appartenenza: per citare Sartre, per i rappresentati della cultura Woke, “l’altro è l’inferno.” A partire da questo tema, un’altra grande critica all’ideologia woke è stata mossa dalla filosofa Susan Neiman – statunitense trapiantata in Germania – nel suo libro “La sinistra non è woke. Un antimanifesto”. Dappertutto sta risorgendo un nazionalismo feroce e cinico, contrapposto alla globalizzazione e l’elezione di Donald Trump è arrivata a coronare una rimonta delle destre reazionarie in tutto il mondo, con punte di neofascismo o addirittura neonazismo. Com’è potuto succedere? Neiman ha una sua risposta. Non è economica, geopolitica o tecnologica, ma è una risposta culturale: la destra ha vinto perché la sinistra non esiste quasi più. Come ha dichiarato Neiman in una intervista a La Repubblica: «È dal 1991 che la sinistra è allo sbando. Non solo il socialismo di Stato; ogni forma di socialismo è stata vista come fallimentare. In più, con la fine del socialismo di Stato è come se si fosse estinto ogni altro ideale e proprio qui il neoliberalismo, sostenuto dalla psicologia evoluzionistica, ha sostenuto e propagandato che l’unica forza universalista valida fosse il desiderio generale per beni di consumo e potere. E quelli a sinistra che non accettavano di aderire a questa prospettiva, si sono sentiti senza alternative se non combattere l’oppressione in termini molto particolari: la lotta al razzismo, al sessismo e all’omofobia. Lotte fondamentali, ma che non si possono portare avanti senza quei princìpi che proprio il progressivismo woke ha abbandonato». Dalla seconda metà del Novecento, secondo Neiman, i valori della sinistra sono stati messi in discussione proprio da certe frange neoliberali e movimentiste. Ed è così che molti fra coloro che oggi si considerano “di sinistra” non sono davvero “di sinistra”, ma sono “woke”. Che è una cosa diversa, anzi, in un certo senso è proprio il contrario: un movimento che vive la modernità in tutti i suoi aspetti futili, ma diffida delle sue fondamenta spesso senza cognizione di causa; che vive del mito del progresso economico, ma diffida dei suoi presupposti; che nega ogni fronte comune possibile, frammentando il corpo sociale in tribù identitarie in lotta; che rinuncia ai diritti sociali e si aggrappa esizialmente ai diritti civili. Già alla prima riga, Susan Neiman dichiara che questo libro non è «una tirata contro la cancel culture», ma è molto di più: un anti-manifesto, una lucida requisitoria sugli sbagli che la sinistra ha fatto, in questi decenni confusi. Perché è solo tornando a costruire, dalle fondamenta dei propri valori, che la sinistra può risorgere. «Woke fa appello alle tradizionali emozioni liberali e di sinistra: il desiderio di aiutare oppressi ed emarginati. Per questo motivo si tende a sottovalutare i vari modi in cui il movimento woke è profondamente minato al suo interno da idee molto reazionarie: il rifiuto dell’universalismo, la negazione che esista una distinzione di principio tra potere e giustizia, credere che ogni tentativo di progresso sia una forma mascherata di sottomissione. Tutte le idee che il woke tenta di boicottare sono valori fondamentali di sinistra» – ha affermato Neiman nell’intervista a La Repubblica – «(…) confonde la mente a progressisti e liberali che non riescono ad agire con chiarezza e, come si vede dalle recenti iniziative di Donald Trump, consente alla destra di qualificare e attaccare come woke qualsiasi tentativo di promuovere la giustizia sociale». Secondo la Neiman, è stata l’ideologia woke, con la sua retorica spesso irragionevole, a spalancare la strada alla destra più reazionaria. Il principale merito del pamphlet di Susan Neiman (che sta sbancando negli Stati Uniti) è di spiegare bene che il wokismo, un’ideologia fondamentalmente di destra, si è impossessata di ampie frange della sinistra. Neiman documenta brillantemente lo svilimento delle lotte “umanistiche” in rivendicazioni identitarie, l’infiltrarsi delle categorie schmittiane “amico-nemico” nel discorso politico di sinistra, la rinuncia alla concezione progressiva della storia ereditata dall’illuminismo. Rigettando universalismo, giustizia e progresso, i woke si sono sostanzialmente uniformati al particolarismo, all’ideologia del dominio e all’abolizione della speranza. Neiman non ha timore di dichiararsi socialista e persino illuminista. Se si va a vedere, la sua pars construens non è lontana da quella offerta da Axel Honneth in L’idea di socialismo. “La sinistra non è woke. Un antimanifesto” di Susan Neiman Ma la soluzione a queste contraddizioni non sarebbe il tanto ripetuto argomento per il quale bisogna portare avanti sia i diritti civili che quelli sociali? Sicuramente, ma dovremmo anche fingere di non vedere che, da mezzo secolo, il dibattito pubblico verte solo sui primi, mentre sono solo i secondi ad andare a picco; a questo proposito, una menzione merita l’ultimo libro di Carl Rhodes – Capitalismo Woke – dedicato ad un fenomeno in espansione, quello del Wokewashing, e cioè l’attitudine delle aziende a sostenere cause progressiste quali l’ambiente (greenwashing e veganwashing), le cause LGBT (pinkwashing o rainbow-washing), l’antirazzismo (blackwashing), i diritti delle donne (purplewashing), le azioni umanitarie (bluewashing), i diritti animali (animal-washing), o addirittura i temi sociali e i diritti del lavoro (redwashing): dal ricco CEO di BlackRock che tuona contro le discriminazioni allo spot di Nike contro il razzismo; da Gillette che fustiga la mascolinità tossica al sostegno di varie compagnie al referendum australiano del 2017 sul matrimonio omosessuale. Questi non sono esempi isolati: “Fra le imprese, soprattutto quelle globali, vi è una tendenza significativa ed osservabile a diventare woke” scrive Rhodes, tanto che “Secondo il New York Times il capitalismo woke è stato il leitmotiv di Davos 2020”. L’autore – che non è certo un conservatore di destra – ha, nei confronti di questo fenomeno, una posizione piuttosto negativa e ne sottolinea l’aspetto ipocrita e strumentale volto a sviare l’attenzione dalle pratiche oligarchiche e antisociali dei grandi gruppi economici: «È tempo di abbandonare l’idea che le imprese, in quanto attori principalmente economici, possano in qualche modo aprire la strada politica per un mondo più giusto, equo e sostenibile. Il capitalismo woke è una strategia per mantenere lo status quo economico e politico e per sedare ogni critica. Questo libro è un invito a opporgli resistenza e a non farsi ingannare». E’ infatti facile vedere come fra i temi di tale impegno ci sia una forzosa selezione determinata dai propri interessi: non si è ancora visto, ad esempio, le grandi aziende scendere in campo contro l’elusione fiscale, dato che sono i primi a praticarla. In qualche modo, Capitalismo woke di Carl Rhodes si sposa perfettamente con la critica, che fece la giornalista e saggista Naomi Klein in No Logo, ai processi di rebranding e di rebrandizzazione delle menti da parte delle multinazionali con il fine di rifarsi una verginità a fini di immagini pubblicitarie e propagandistiche. L’ideologia Woke, secondo Rhodes, sta diventando il corrispettivo di ciò che era il cristianesimo per la borghesia dell’800 e 900: un modo per vendersi come difensori della morale e del bene, sviando l’attenzione dalle forme sistemiche di sfruttamento che portano avanti. Dopo aver lottato contro il moralismo religioso di stampo cristiano di qualunque declinazione, ci troviamo oggi imbrigliati in una forma rigenerata di moralismo laico che nulla ha di diverso strutturalmente rispetto al primo se non nei contenuti. “Capitalismo woke. Come la moralità aziendale minaccia la democrazia” di Carl Rhodes Il wokismo è un esempio di americanizzazione culturale in nome dell’individualismo liberale della società dei consumi dove tutto (corpo, idee, pensiero, identità, linguaggio) finisce per essere frammentato oltre ad essere poi ridotto a merce o a feticcio. Pier Paolo Pasolini, uno dei primi critici ante-litteram dell’ideologia woke, pochi mesi prima di essere ammazzato, aveva capito che sotto la copertura delle giuste rivendicazioni politiche delle minoranze si stava sviluppando una nichilistica distruzione di tutte le forme di vita difformi alla norma del consumismo individualistico. Così, a tal riguardo, scriveva sul Corriere della Sera nel 1975: “Tale rivoluzione capitalistica dal punto di vista antropologico pretende degli uomini privi di legami con il passato, cosa che permette loro di privilegiare, come solo atto esistenziale possibile, il consumo e la soddisfazione delle sue esigenze edonistiche. […] tale nuova realtà ha tratti facilmente individuabili; borghesizzazione totale e totalizzante; correzione dell’accettazione del consumo attraverso l’alibi di un’ostentata ed enfatica ansia democratica, correzione del più degradato e delirante conformismo che si ricordi, attraverso l’alibi di un’ostentata ed enfatica esigenza di tolleranza”. Nulla di più vero. Questa società ha un immenso bisogno di diritti civili, che possono progredire di senso solo laddove sono accompagnati dallo sviluppo dei diritti sociali, altrimenti rimarranno diritti per pochi. Come direbbe la filosofa femminista e marxista Nancy Fraser, serve più che mai una ribellione del 99% della popolazione per pensare ad un mondo di verso in nome della cura, delle relazioni, della difesa dell’ambiente dalle follie delle nostre società capitaliste industriali opulente odierne. Servono alleanze dal basso per capire l’interconnessione di eventi e fenomeni perché non ci si salva da soli, ma serve capire quali siano i nostri interlocutori senza farci abbindolare da distrazioni di massa volte solo a canalizzare la rabbia collettiva per disperderla nel nulla, illudendoci di essere incisivi mentre i fatti di questo mondo ci ricordano che siamo sempre più impotenti.   (1) Vi è una sola pecca nel libro: un sostanziale fraintendimento di Foucault, di cui va di moda dire che è un postmodernista scettico, relativista e celebratore di una “concezione neutra del potere”. Il grande accusato è “Sorvegliare e punire”. Ma Foucault va letto fino agli ultimi corsi al Collège de France, per capire anche le prime opere e la sua critica radicale ad ogni potere. E Neiman finisce invece per alimentare questo superficiale cliché.   Ulteriori info: https://www.ondarossa.info/iniziative/2025/02/capitalismo-woke  https://www.futuroprossimo.it/2024/06/dal-blackwashing-al-rainbow-washing-per-le-aziende-impegno-o-facciata/ https://site.unibo.it/canadausa/it/articoli/fenomenologia-della-cancel-culture-tra-woke-capitalism-e-diritti-delle-minoranze https://www.limesonline.com/rivista/censura-e-wokismo-uccidono-l-universita-tedesca–16365764/ > Capitalismo woke https://www.globalproject.info/it/in_movimento/cannibalizzazione-e-resistenza-lecopolitica-anticapitalista-di-nancy-fraser/25269 https://www.leftbrainmedia.co.uk/post/the-comfortable-embrace-how-the-woke-left-serves-capital Lorenzo Poli
December 5, 2025
Pressenza
Interferenze costruttive: presentiamo "WOKE!
Presentiamo con Sara Garbagnoli e Massimo Prearo la loro lettura/performance "WOKE! contro la nuova grammatica reazionaria", con la complicità di Nicole De Leo, Djarah Kan, Porpora Marcasciano, Vera Gheno, una produzione Sherocco. Appuntamento al Festival della radio domenica 5 ottobre alle ore 21, centro sociale La Torre. Perché le donne, le persone LGBTQIA+, le persone razzializzate sono diventate il nemico numero uno di un’ondata autoritaria che, da Trump a Meloni, passando per Milei e Putin, ha fatto della segregazione sociale e della discriminazione un programma di governo? Come è nata e si è diffusa una nuova grammatica reazionaria che utilizza etichette deformanti come “gender”, “wokismo”, “sostituzione etnica” o “reemigrazione” per stigmatizzare le minoranze, le lotte e le teorie femministe, LGBTQIA+ e antirazziste? Attraverso le voci di persone impegnate nella ricerca, nell’arte, nella cultura e nell’attivismo, WOKE! racconta l’attacco ai diritti e alle democrazie di questo nuovo fronte transnazionale attraverso archivi visuali e testuali per fornire chiavi di lettura del nostro presente e elementi per costruire collettivamente una nuova resistenza.
September 27, 2025
Radio Onda Rossa