
Tra rendita e partecipazione
Comune-info - Thursday, September 24, 2026Roma è tornata a investire sulla città e a sperimentare nuove forme di partecipazione, ma tra risorse straordinarie, periferie irrisolte e pressione della rendita manca ancora una visione capace di tenere insieme gli interventi. La questione non è soltanto quanto si spende, ma chi decide le priorità e quale modello di sviluppo quelle scelte producono. Le esperienze di autorganizzazione e i nuovi processi partecipativi indicano una strada possibile: fare degli abitanti non i destinatari, ma i protagonisti della trasformazione urbana. Dalla Mistica ai laboratori di quartiere, la città sta sperimentando pezzi di un diverso modo di pianificare. La sfida è capire se riuscirà a trasformarli da eccezioni in politica urbana

A quanto pare Roma sta cercando di rimettersi in piedi, e forse è utile provare a capire quanto ci stia riuscendo e soprattutto se lo stia facendo con una visione del suo futuro. L’ordinario sembra funzionare con maggiore continuità e uniformità — strade, raccolta dei rifiuti, manutenzione del verde — e qualcosa di più strutturale si muove grazie ai fondi straordinari degli ultimi anni: l’area archeologica centrale, i grandi parchi come quello di Centocelle, le biblioteche e le aule studio aperte nei municipi, i Piani Urbani Integrati ecc. Sul solo PNRR Roma Capitale gestisce direttamente 1,15 miliardi su 279 progetti. Sommando Caput Mundi, fondi giubilari, bandi della Città Metropolitana e cofinanziamenti, l’Atlante pubblicato dal Campidoglio calcola circa 2,4 miliardi. Per una città abituata a tagliare e ripianare è una condizione piuttosto particolare. E accanto al recupero dell’ordinario c’è uno sforzo di sperimentazione altrettanto reale: laboratori di quartiere, patti di collaborazione, poli civici, bilancio partecipativo, urbanistica tattica, processi di piano costruiti insieme agli abitanti. Sono sforzi significativi, da mettere in conto prima di guardare a ciò che resta irrisolto.
Conviene però guardare dove quelle risorse atterrano, e con quali criteri sono state allocate. La quota esplicitamente destinata a quartieri periferici è quella dei Piani Urbani Integrati (PUI): 180 milioni per tre aree, Tor Bella Monaca, Corviale e Santa Maria della Pietà, a fronte dei 232 milioni dell’investimento Caput Mundi, anch’esso interno al PNRR, i cui interventi di punta sono quasi tutti centrali. La proporzione si rivela molto sbilanciata se si rapportano le somme agli abitanti: i 180 milioni dei Piani Urbani Integrati valgono meno di 180 euro a testa per il milione di persone che vive nella periferia cresciuta fuori dalla pianificazione; i 232 milioni insistono in larga parte su una città storica di 101.000 abitanti, dove valgono circa 2.300 euro a testa. Chiaramente i valori del centro storico appartengono molto teoricamente a tutta la città, ma di converso i disvalori più gravi appartengono assai concretamente solo alla periferia. È perciò una sproporzione che pesa, e che discende dal modo in cui la spesa è stata costruita: sulla base di avvisi nazionali predefiniti, progetti disponibili e scadenze di rendicontazione rigide, senza un disegno che stabilisse priorità condivise e relazioni fra gli interventi. L’andamento occasionale degli interventi straordinari non è una novità a Roma, con i precedenti delle Olimpiadi del 1960, delle leggi speciali per la Capitale, dei due Giubilei — in cui l’investimento pubblico arriva per cicli occasionali e con quei cicli si esaurisce, senza sedimentare una capacità ordinaria di programmazione.
Due fronti irrisolti

Né il recupero dell’ordinario né le sperimentazioni hanno però intaccato due fronti estremamente problematici su cui le istituzioni ai vari livelli non riescono a dare risposte.
Il primo fronte sono le periferie, dove manca un intervento sistemico da sempre, ma dove si è assistito negli ultimi anni a una divaricazione dello scarto fra risorse impiegate e bisogni. C’è anzitutto la famigerata questione di scala: Roma è un comune di 1.287 chilometri quadrati, quasi sette volte Milano, e la sua periferia è un arcipelago di decine di quartieri di edilizia pubblica e di nuclei cresciuti fuori dalla pianificazione, dove vive più di un milione di persone. Su quella estensione pesano una qualità urbana spesso pessima e l’erosione continua di ciò che rende un quartiere vivibile: in sei anni l’area romana ha perso oltre 34.000 esercizi commerciali, con la contrazione più forte nel quadrante Est. I servizi pubblici e di welfare si diradano via via che ci si allontana dal centro, e laddove lavoro, commercio e welfare arretrano insieme, l’economia illegale trova spazio, così che alcuni quartieri finiscono per essere trattati come questione di ordine pubblico prima che come questione urbana. Rispetto a questa scala la risposta pubblica appare sottodimensionata e poco o per nulla programmata. L’approccio integrato dei PUI va nella direzione giusta, perché tiene insieme casa, servizi, spazio pubblico e lavoro invece di procedere per opere separate. Riguarda però tre contesti circoscritti in cui la scala di riferimento è architettonica più che urbanistica, non si è previsto in modo chiaro un follow-up dei progetti che cerchi di accompagnare i processi, e soprattutto sembra che non si stiano mettendo a fattore comune le innovazioni sperimentate con l’obiettivo di replicarle altrove. Gli altri interventi straordinari attivati sulle periferie, intanto, faticano ad essere messi a terra: dei 127 poli civici culturali e di innovazione programmati ne risultano a oggi completati 9. E al Quarticciolo, su cui torniamo tra poco, gli annunci di finanziamento hanno superato i cento milioni fra il 2024 e il 2026 senza che, a marzo scorso, un solo cantiere fosse partito.
Il secondo fronte riguarda il modello di sviluppo, e pesa moltissimo perché procede con la costanza e la coerenza che alle opere pubbliche mancano del tutto. Il centro storico, meno del due per cento della superficie comunale, assorbe oltre il 70 per cento dei pernottamenti turistici. Gli studentati privati rispondono a un fabbisogno reale, ma con canoni di mercato e rendimenti che ne hanno fatto una classe di investimento ad alto valore aggiunto. Dietro questi numeri agiscono processi che eccedono la scala municipale: capitali sempre più volatili e globali, che operano su cicli brevi di valorizzazione e producono trasformazioni episodiche, calibrate sul rendimento dell’operazione più che sulla costruzione della città; ma anche il fenomeno devastante dell’esternalizzazione dei servizi urbani attraverso l’economia di piattaforma, dalle locazioni brevi alla logistica dell’ultimo miglio, che sottrae al territorio funzioni, competenze e reddito in una forma di “deterziarizzazione” che segue, a non molti decenni di distanza, la deindustrializzazione. Il vettore è coerente: si valorizza ciò che attrae residenti temporanei con capacità di spesa, mentre chi abita stabilmente trova meno casa, meno servizi di prossimità, meno lavoro stabile. Il rischio, documentato per singoli quartieri romani, è che perfino la riqualificazione promossa dagli abitanti finisca per innescare espulsione dai quartieri, soprattutto nella periferia storica.
Le politiche e la rendita

D’altra parte le politiche urbane, lungi dal contrastare questi processi, in molti casi finiscono per assecondarli: pur di catturare frazioni sempre più ridotte di rendita, facilitano cambi di destinazione d’uso, permessi a costruire, grandi infrastrutture al servizio dell’overtourism, impianti di smaltimento ad alto impatto, cessioni di suoli e asset pubblici a operatori privati per programmi di riqualificazione dai ritorni elevatissimi. Si gestisce una complessità crescente catturando frazioni di rendita sempre decrescenti.
Nel settembre 2025 l’Assemblea Capitolina ha riconosciuto l’interesse pubblico a un progetto di Investire SGR per realizzare in deroga un grande albergo a cinque stelle da centocinquanta camere nel centro storico, a due passi dall’Esquilino. Meno di un anno dopo la stessa società, che gestisce anche il Fondo Immobili Pubblici proprietario dell’ex Inpdap di via Santa Croce in Gerusalemme, ha opposto un diniego alla richiesta di Roma Capitale di acquistare il palazzo che per tredici anni ha ospitato Spin Time, esperienza di occupazione abitativa e di pratiche mutualistiche che ha coinvolto circa 400 persone in emergenza abitativa. In questo caso i rapporti di forza parlano da soli. Lo stesso schema torna nel nuovo porto turistico di Fiumicino, nello stadio della Roma a Pietralata, nell’inceneritore di Santa Palomba: grandi ritorni privati, interesse pubblico contenuto, o comunque dubbio, e impatti negativi assicurati. Sono vertenze che hanno cominciato a mettersi in rete, fino a costituire un fronte di opposizione unitario, in alcuni casi interno alla stessa sinistra di governo. Forse è vero che queste mobilitazioni sono contrassegnate da approcci al tempo stesso localistici e ideologici, ma non v’è dubbio che il pubblico non abbia più molti strumenti per guidare le trasformazioni e si trovi costretto a giocare di rimessa catturando qualche rivolo di capitale dai flussi che vuole e deve attirare nel suo territorio.
In questo quadro va letta anche la vicenda di Roma REgeneration, la fondazione di Dea Capital RE, Investire — la stessa società del diniego su Spin Time — e Fabrica Immobiliare, con FS Sistemi Urbani e Acea, che ha promosso un concorso internazionale per una visione di Roma al 2050. La delega è arrivata al punto che i developer hanno cominciato a pensare di poter sussumere del tutto il pubblico, facendosi anche promotori dei processi di piano. L’operazione sembra avere due funzioni che segnerebbero il passaggio dall’urbanistica contrattata all’urbanistica delegata. Legittimare in anticipo, sul piano simbolico, programmi di sviluppo immobiliare che per essere attuati non attenderanno certo che la visione d’insieme che le giustifica sia realizzata. E arruolare l’intelligenza sociale — ricercatori, progettisti, innovatori sociali — per costruire la cornice che dovrà compensare le esternalità negative di trasformazioni market-oriented decise altrove. Le critiche che si limitano a denunciare i Leviatani privati, o che peggio mettono alla gogna i “practitioner” che decidono di operare in quei processi di piano privatizzato – come se scegliessero loro di disertare quelli pubblici –, mancano il punto: la crisi della pianificazione pubblica precede i fondi immobiliari ed è documentata da tempo come prevalenza della rendita, frammentazione delle decisioni, incapacità di coordinamento, crisi dei partiti e dei corpi intermedi, depoliticizzazione della società.
Anche le nuove Norme tecniche di attuazione approvate a luglio scorso cambiano le regole con modalità che, a prescindere dalle valutazioni di merito, sicuramente non restituiscono al piano la funzione di spazio politico per la costruzione sociale di una visione di futuro della città. E uno spazio vuoto viene sempre occupato. Il problema perciò è come ripoliticizzare e ripubblicizzare il piano in modo che non resti un piano ma che diventi un processo di trasformazione profonda materiale e immateriale della città, soprattutto nei suoi ambiti più marginalizzati e sofferenti. E perché questo avvenga è necessario che la società tutta sia resa partecipe, o meglio ancora protagonista, di questo processo di rigenerazione integrata e dal basso in tutto l’arco del suo sviluppo.
Perché la partecipazione è decisiva
Roma, Ponte di Nona. Fotografie di scena di un documentario di Andrea SegreIl quadro complessivo, lo sappiamo, è di grande turbolenza. Spinte potenti — capitali globali in cerca di cicli brevi, concentrazioni e asimmetrie senza precedenti di potenza tecnica, delega crescente ai privati delle funzioni pubbliche — incontrano controspinte altrettanto significative, anche se meno vigorose: vertenze territoriali che si mettono in rete, esperienze di autorganizzazione che tengono in piedi servizi là dove il welfare si è ritirato, le sperimentazioni di cui si diceva, portate avanti da pezzi di amministrazione che provano strade diverse. Esiste, ed è già in atto, una biforcazione netta tra modelli di sviluppo e di governo, tra una città sorvegliata e mercificata, in cui le tecnologie sottraggono spazio alle relazioni e alla cooperazione, e un rinascimento urbano in cui gli abitanti stessi si riappropriano degli spazi fisici e digitali con la finalità di ricostruire relazioni e dare vita a nuove economie capaci di generare valore distribuito e riequilibrare il rapporto tra città e natura.
È nell’approssimarsi qui ed ora di questa radicale biforcazione che la partecipazione diventa decisiva, per due ragioni che conviene tenere distinte. La prima è di contrappeso: dove funziona, supplisce alla fragilità strutturale della politica di fronte a interessi meglio organizzati e più capaci di durare nel tempo, e àncora le scelte pubbliche a obiettivi significativi, in quanto radicati nei bisogni e nei desideri degli abitanti. La seconda è meno riconosciuta ma forse più sostanziale. Le stesse reti che esercitano quel contrappeso producono trasformazione per via diretta: gestiscono spazi, aprono servizi, costruiscono economie locali attraverso mutualismo e cooperazione, e lo fanno mettendo al centro l’abitare, cioè esattamente ciò che il modello concorrente cerca di espellere. Chiamare tutto questo ascolto o coinvolgimento lo sottostima: è una variabile del modello di sviluppo urbano, e una delle poche su cui alla scala locale si possa ancora agire. Quello che manca, e che deciderebbe la direzione, è una convergenza sistemica fra le due sponde. Le pratiche territoriali producono trasformazione ma faticano a consolidarla senza strumenti pubblici che la riconoscano e la rendano stabile; le politiche dispongono di risorse e poteri (tanto scarsi quanto preziosi) ma non riescono a orientarli senza il sapere e la capacità operativa che stanno nei quartieri. È su questo terreno, e non sulla generica apertura di singole iniziative, che si misura oggi la partecipazione a Roma. Quella convergenza, però, va costruita: serve un luogo in cui le sperimentazioni e le pratiche innovative di partecipazione si confrontino con chi le politiche le scrive, e in cui da quel confronto escano strumenti capaci di mettere a sistema e potenziare le energie civiche, invece di limitarsi a registrarle o supportarle sporadicamente. È esattamente ciò che si prova a fare questa settimana. Che cosa succede davvero nei territori, che cosa sta facendo la politica, quali sono le sperimentazioni più avanzate. Sono le domande che attraversano i due appuntamenti al Metropolitano Urban Center di viale Manzoni: venerdì 25 settembre la terza edizione di Roma Partecipa, promossa dal Master ProPart di Sapienza e Iuav con l’Urban Center della Città Metropolitana; sabato 26, nella stessa sede, l’apertura della seconda fase del processo partecipativo per il Parco della Mistica.
Laboratori di quartiere alla Mistica: un processo innovativo
Il laboratorio di sabato mette alla prova un processo di piano costruito su requisiti precisi: che sia aperto e continuo anziché un progetto già scritto da validare, che il protagonismo dei cittadini sia strutturale e multiscalare, dalla definizione degli obiettivi fino all’attuazione, che la priorità vada alle risorse territoriali e ambientali. Requisiti che presuppongono soggetti capaci di reggere quel protagonismo, cioè le infrastrutture civiche che a Roma esistono già. Al Quarticciolo sono il comitato che ha impedito la chiusura del consultorio, la palestra popolare, i doposcuola, gli sportelli, il ragionamento avviato su una comunità energetica solidale. Altrove sono il Forum territoriale permanente che da dieci anni gestisce il Lago Bullicante ex Snia, o l’intreccio di emergenza abitativa, mutualismo e produzione culturale che teneva in piedi Spin Time. La Mistica è una sperimentazione che va in questa esatta direzione, in modo premeditato, perché cerca di fare due cose fondamentali: costruire un processo di piano bidirezionale e al tempo stesso multiscalare. Sembra complicato ma non lo è: da un lato si vuole far convergere i processi istituzionali di piano con quelli di riappropriazione e trasformazione dal basso dello spazio urbano, anche in chiave socio-ecologica, dall’altro si fa in modo che si tratti di un processo aperto che tenga insieme diverse scale, dal quartiere al quadrante, in un’ottica di co-costruzione di sistemi urbani e ambientali.

Non è un caso isolato: rientra nei laboratori di quartiere che il LabSU conduce da anni in più contesti romani, in alcuni casi insieme a Roma Capitale, da Bastogi al Quarticciolo a Tor Bella Monaca. L’impostazione è comune, e consiste nell’invertire il flusso: non portare ai territori progetti già scritti da discutere, ma canalizzare verso l’amministrazione le progettualità che i territori già esprimono. Un modello unico non esiste, e ciascun laboratorio ha preso la forma del proprio contesto, con esiti alterni; alla Mistica il percorso si è spinto fino alla scala del piano e a quella ambientale del quadrante. Scaturisce da cinque anni di ricerca-azione sulla Corona Verde di Roma Est, una infrastruttura verde di un migliaio di ettari di agro romano scampati all’edificazione nel quadrante più difficile della città, esplorata e pianificata mettendo in rete la “stewardship” territoriale, cioè comitati e associazioni che quotidianamente si prendono cura dei beni comuni del territorio, spesso anche in chiave conflittuale per tutelarli da minacce private e pubbliche. A questo primo movimento “bottom-up” (dal basso) è seguito il percorso con le istituzioni per sperimentare l’attuazione di un sottoambito della Corona verde, il Parco della Mistica, 75 ettari di terre pubbliche ad oggi quasi del tutto inaccessibili per i cittadini dei quartieri circostanti, con l’obiettivo di integrarla ai parchi limitrofi e connetterla ai quartieri lungo l’asse dell’antico Acquedotto Alessandrino, che dal Parco di Centocelle attraversa il quartiere Alessandrino e tutto il Parco di Tor Tre Teste prima di fare il suo ingresso trionfale nel cuore della Mistica.
La prima fase del percorso ha prodotto un primo schema d’assetto delle aree e l’approvazione della Deliberazione dell’Assemblea Capitolina 36 del marzo 2024, che ha definito l’iter attuativo incentrato sul coinvolgimento dei cittadini e gli organi di governance del processo, istituendo una cabina di regia, un comitato tecnico interdipartimentale e un forum territoriale supportato dall’università. Ad oggi il processo partecipativo ha svolto una prima fase in cui il Forum territoriale – 62 aderenti, suddivisi tra 32 organizzazioni e 30 cittadini, quasi tutti operanti fra Alessandrino, Tor Tre Teste, Centocelle e Quarticciolo – ha prodotto il Manifesto per la Mistica, un documento approvato in Cabina di regia il 23 giugno, che fissa invarianti di progetto e dodici azioni prioritarie per consentire l’avvio dei primi interventi attuativi volti a rendere l’area accessibile. La seconda fase, che si apre sabato con quattro giornate di laboratori e una consultazione digitale aperta per tutto ottobre, dovrà consegnare entro il 14 novembre un piano di assetto, un masterplan e una proposta di governance, destinati a una delibera di Consiglio comunale che istituisca il parco e ne definisca gli organi di governo. Il risultato finale dovrebbe essere il Parco Alessandrino, 161 ettari di infrastruttura verde ottenuta integrando i parchi della Mistica, di Tor Tre Teste e Bonafede, perfettamente interconnessa ai quartieri circostanti lungo l’asse di uno straordinario acquedotto antico fino a lambire un quarto parco, quello di Centocelle appena riqualificato. Questa infrastruttura verde suggerisce così un ultimo elemento che deve caratterizzare la rivoluzione copernicana dei futuri processi di piano pubblici: la necessità di dare priorità alle reti ecologiche e al non edificato, con i vuoti e le infrastrutture verdi assunti come elementi strutturanti anziché come residui da riempire.
La posta in gioco però non riguarda soltanto gli obiettivi ma anche, come si è detto, il metodo partecipativo, che oltre alle caratteristiche evidenziate, sperimenterà l’integrazione avanzata tra partecipazione online e offline, con una consultazione digitale che procederà in parallelo ai laboratori territoriali e i cui risultati saranno discussi e acquisiti nell’ambito del Forum territoriale in un Living Lab di sintesi conclusiva del processo.
Roma Partecipa: mettere a sistema

Un caso, per quanto significativo, resta un caso. È il motivo per cui Roma Partecipa 3, il venerdì, lavora sull’altro versante: come integrare e sviluppare le politiche già avviate perché sostengano quelle infrastrutture, che a loro volta devono reggere la trasformazione dei territori e un cambiamento del paradigma di sviluppo locale. Esperienze come quella della Mistica a Roma sono numerose, anche se ancora disarticolate, e la questione è come metterle a sistema. Dopo l’inquadramento affidato a Luca Brignone e Stefano Simoncini sulle metodologie di analisi della “materia oscura” dell’autorganizzazione territoriale, il pomeriggio si articola in un panel su prossimità e cura — quartieri, patti di collaborazione, poli civici — con Tiziana Biolghini, Stefano Rollo, Simonetta Tomassi e Riccardo Troisi; in un secondo su abitare e sviluppo integrale, dedicato alla questione casa e ai programmi PNRR e Pinqua, con Elena Andreoni, Valentina Cocco, Michela Diodato e Fabrizio Finucci; e in una tavola rotonda moderata da Francesco Aymonino con gli assessori Maurizio Veloccia e Giuseppe Battaglia, insieme ad Andrea Catarci, Giulio Cederna, Stefania Mancini e Francesca Gelli, su come le politiche possano sostenere le infrastrutture civiche senza assorbirle.
Quell’inquadramento rimanda al ruolo dell’università, che non si esaurisce nell’organizzare incontri: il LabSU sperimenta processi sul campo che si definiscono di ricerca-azione in quanto tengono insieme il piano della conoscenza con quello dell’agire collettivo, e ne studiano l’interdipendenza sperimentando la loro interrelazione biunivoca. Per questo motivo da un lato costruisce relazioni con i territori, cercando di avere una funzione abilitante soprattutto sul piano della co-produzione di conoscenza, e dall’altro attiva spazi intermedi di confronto e mutuo apprendimento con le istituzioni. Ma cerca anche di costruire nuovi metodi di studio di questi tessuti diffusi del sociale che si pongono a cavallo tra formalità e informalità, e per questo motivo difficilmente osservabili. La recente ricerca sulla «materia oscura» della partecipazione procede per tre livelli di mappatura: il registro nazionale del terzo settore, le iniziative dal basso che sfuggono ai registri amministrativi e le reti interorganizzative che le collegano. Il primo conferma la centralità sociale della partecipazione formalizzata: la densità di enti registrati cala nettamente al crescere del disagio socio-economico misurato dall’indice Istat. Il secondo ribalta il quadro: il migliaio di iniziative censite si distribuisce in modo assai più uniforme sul territorio e correlano positivamente con il disagio. Il terzo mostra come si colleghino, classificando una trentina di reti per atteggiamento verso le istituzioni — reti di comitati, reti antagoniste, reti di scopo — e restituisce una densità concentrata fra centro storico e quartieri a basso reddito, con baricentro spostato verso la città del Grande raccordo e quattro assi principali, tra cui uno evidentissimo tra Alessandrino e Quarticciolo. È questo che una classificazione capace di tenere insieme quantitativo e qualitativo consente di vedere: dove le infrastrutture civiche già esistono, dove sono fragili, come si connettono fra territori e scale. Cioè la base di conoscenza che servirebbe a politiche calibrate sui contesti, al posto di bandi replicati e finanziamenti a ciclo breve che seguono le organizzazioni formali. È per il momento questione aperta se queste reti prefigurino una democrazia territoriale autoprodotta, e dipende da due condizioni: che quelle reti conservino la capacità di contestare l’ordine esistente, e che il sostegno pubblico, oltre a preservarne l’autonomia, ne favorisca stabilizzazione, permeabilità e allargamento della base partecipativa.
Che i due appuntamenti si tengano nella stessa sede non è irrilevante. Il Metropolitano Urban Center è stato aperto nel dicembre 2025 da Roma Capitale e Città Metropolitana con il mandato di informare e coinvolgere i cittadini nella pianificazione urbanistica, e da qui in avanti può restare un centro di documentazione oppure diventare uno snodo processuale, cioè il punto in cui le esperienze territoriali si rendono reciprocamente leggibili, risalgono verso le istituzioni e tornano ai quartieri sotto forma di indirizzi e strumenti.
Un’edizione impostata sul bilancio delle politiche pubbliche fatica a ospitare vertenze come quelle dell’ex Snia o di Spin Time senza forzarne il senso. Per questo se ne prepara una seconda nei prossimi mesi, costruita attorno alle pratiche e alle iniziative territoriali, con un obiettivo diverso dalla restituzione di esperienze: arrivare a una valutazione condivisa delle politiche possibili, in cui siano quelle esperienze a dire quali strumenti servono, quali hanno funzionato e quali le hanno indebolite. È la domanda che il bilancio di venerdì non basta a sciogliere: se le politiche romane sappiano sostenere le infrastrutture civiche anche come soggetti che producono servizi, spazi ed economie per chi in questa città continua ad abitare.
Riferimenti
L. Brignone, C. Cellamare, S. Simoncini, Inside the social “dark matter”. Civic participation, hybrid networks and the question of self-produced democracy in Rome, «Contesti. Città Territori Progetti», 2026.
C. Cellamare, Democrazia territoriale autoprodotta, «IN_BO. Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura», 14 (18), 2023.
C. Cellamare, Città fai-da-te. Tra antagonismo e cittadinanza. Storie di autorganizzazione urbana, Donzelli, 2019.
L. Brignone, S. Simoncini, Transizioni dal basso. Conflitti socio-ecologici, tecnologie civiche e urbanistica sperimentale, FrancoAngeli, 2024.
L. Brignone, L’estrattivismo urbano a Roma. Il quartiere di Centocelle tra gentrificazione e rendita, LetteraVentidue, 2024.
K. Lelo, S. Monni, F. Tomassi, Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana, Donzelli, 2021.
W. Tocci, Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale, Donzelli, 2020.
E. d’Albergo, G. Moini (a cura di), Politica e azione pubblica nell’epoca della depoliticizzazione. Attori, pratiche e istituzioni, Sapienza Università Editrice, 2019.
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