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Erbusco (BS), Progetto di Gigahotel a Villa Pedergnano: “Custodi della Terra o autori del collasso?”
C’è una collina che, da almeno un decennio, continua a interrogare la Franciacorta su quale sia il confine sottile tra sviluppo e tutela del territorio. È la collina di Villa Pedergnano, a Erbusco (BS), di fronte al centro commerciale Le Porte Franche, dove le varianti generali al Piano di Governo del Territorio (PGT) hanno riportato negli anni in agenda ipotesi che hanno fatto discutere. Nel 2016 la collina era stata vittima della proposta di ampliamento dell’attuale centro commerciale Le Porte Franche, chiamato Porte Franche 2, proposto proprio da Vittorio Moretti (patron di Bellavista, fondatore della fabbrica di prefabbricati Moretti Spa e costruttore delle vecchie Porte Franche). Nacque così il Comitato No Porte Franche 2 (No Pf2), un movimento di cittadini e associazioni ambientaliste di Erbusco e della Franciacorta (Provincia di Brescia) nato per opporsi al progetto di ampliamento oltre che al conseguente impatto sul traffico e sul consumo di suolo. Marco Dotti, leader del comitato «No Porte Franche», dichiarò a Il Corriere della Sera: «Ci chiediamo cosa sarà dell’ex cava Noce: verrà riempita con 80mila metri cubi di terre di riporto ma c’è uno spazio di 1,1 milioni di mc. Il timore è che in futuro possano essere conferiti altri materiali, con rischi per la falda sottostante dalla quale si abbeverano 170mila abitanti». Inoltre ricorda che l’area artigianale tra Erbusco e Rovato negli ultimi 30 anni «ha quadruplicato il cemento, serve un freno». Il movimento indisse un referendum popolare locale, chiedendo alla popolazione di andare a votare NO: posizione sostenuta localmente anche da Pd, M5S, Lega Nord e Legambiente Franciacorta. L’amministrazione comunale, il cui assessore ai Lavori Pubblici era Luca Moretti, nipote di Vittorio Moretti, si dichiarò invece per il SI’. La vittoria fu schiacciante per il NO, nonostante il favore sia dell’amministrazione sia dei gruppi di opposizione di Leonardo Lamberti e Guido Bettoni. L’unica voce contraria in consiglio comunale fu la consigliera d’opposizione, nonchè ex-sindaca in carica dal 2004 al 2014, Isabella Nodari. La battaglia venne vinta proprio dai cittadini, dichiarando che il futuro della Franciacorta sta nella massima tutela del territorio e non nell’ampliamento di «non luoghi» come i megastore con marchi (dai cibi ai vestiti) internazionali. Il Comitato, una volta arenato il Progetto Porte Franche 2, si impose l’obiettivo di vigilare sul territorio con il fine di tutelare il paesaggio e il cordone morenico di Erbusco, opponendosi al consumo di suolo, alla cementificazione e alla speculazione edilizia, salvaguardando la viabilità locale e richiedendo alle istituzioni di puntare esclusivamente al recupero del patrimonio edilizio esistente anziché a nuove edificazioni. Negli anni successivi, tra il 2020 e il 2021, il Comitato ambientalista è rimasto attivo opponendosi ad un altro progetto urbanistico e speculativo sulla ridente collina franciacortina: il Franciacorta Concert Hall, un progetto “monstre” che avrebbe visto la realizzazione, sulla collina verde della frazione di Villa Pedergnano, uno dei teatri più grandi del mondo (6900 posti a sedere) assieme a una seconda sala da oltre 400 posti, un albergo, parcheggi, negozi e tanto e tanto cemento. Un progetto – presentato dalla “Fondazione Emiliano Facchinetti” assieme alla Moretti Spa, colosso edilizio leader della produzione di prefabbricati e proprietaria dell’area – che avrebbe previsto sia piani interrati che altri fuori dal piano campagna. Anche quella battaglia venne vinta, ma le ambizioni speculative dei colossi del cemento sembrano non essersi fermate. Nell’estate-autunno 2026, Il Comitato No Porte Franche 2 si è riattivato contro un nuovo progetto che questa volta prevede la costruzione, sulla stessa collina, di un Giga-hotel con strada: un “ecomostro” da 12mila metri quadrati, alto fino a 12 metri. Mercoledì 7 ottobre 2026, il consiglio comunale di Erbusco, con una fretta straordinaria e senza aprire il confronto con i cittadini, ha approvato la variante al PGT regalando 12.000 mq ad un costruttore per fare un mega albergo nell’unica collina integra rimasta in zona Porte Franche. Ieri sera, alle ore 18.30, fuori dal municipio, il Consiglio Comunale di Erbusco era stracolmo. Decine di cittadini hanno occupato l’aula per dare un segnale plastico, pacifico e inequivocabile: far sentire un po’ di pressione alla maggioranza con la consapevolezza che salvare le nostre colline e la vita dei boschi significa curare noi stessi. La Giunta, visibilmente in difficoltà davanti alla presenza dei cittadini, ha tirato dritto avviando la Variante al PGT e chiudendo la porta a qualsiasi reale partecipazione della comunità. Il Comitato No Porte Franche 2 ha scritto: “L’amministrazione ha scelto, ancora una volta, di votare per il collasso di un ecosistema pur di fare un immenso regalo a un privato: 12.500 mq di edificabilità dove oggi ce ne sono solo 500. Un servizio su misura dal valore stimato di almeno 4 milioni di euro, che per la Giunta contano evidentemente più di 40 famiglie residenti in via dei Colli. Più di migliaia di alberi (querce, gelsi, robinie e carpini) destinati all’abbattimento. Più della vita di ricci, cervi volanti e lucertole muraiole che popolano quel bosco.  L’ipocrisia degli eventi patinati intitolati “Custodi della Terra” si squarcia definitivamente di fronte a scelte politiche clientelari e insostenibili. Noi c’eravamo, eravamo compatti e abbiamo mostrato da che parte sta la comunità. L’iter è appena iniziato e la nostra vigilanza sul territorio sarà totale.”   Fonti: https://www.bresciaoggi.it/territorio-bresciano/sebino-franciacorta/un-maxi-albergo-in-collina-levata-di-scudi-sul-progetto-1.13077260 https://www.bresciaoggi.it/territorio-bresciano/sebino-franciacorta/mega-hotel-incompatibile-con-la-franciacorta-1.13090671 https://www.giornaledibrescia.it/cronaca/nuovo-hotel-villa-pedergnano-erbusco-il-fronte-del-no-bns31w8l Redazione Sebino Franciacorta
October 8, 2026
Pressenza
Verbi e declinazioni possibili
di Mauro Armanino Le parole che usiamo raccontano il mondo che stiamo costruendo. Tra armarsi, controllare, respingere e punire, Mauro Armanino riscopre un verbo semplice e radicale: scegliere da che …
September 28, 2026
Osservatorio Repressione
Tra rendita e partecipazione
ROMA È TORNATA A INVESTIRE SULLA CITTÀ E A SPERIMENTARE NUOVE FORME DI PARTECIPAZIONE, MA TRA RISORSE STRAORDINARIE, PERIFERIE IRRISOLTE E PRESSIONE DELLA RENDITA MANCA ANCORA UNA VISIONE CAPACE DI TENERE INSIEME GLI INTERVENTI. LA QUESTIONE NON È SOLTANTO QUANTO SI SPENDE, MA CHI DECIDE LE PRIORITÀ E QUALE MODELLO DI SVILUPPO QUELLE SCELTE PRODUCONO. LE ESPERIENZE DI AUTORGANIZZAZIONE E I NUOVI PROCESSI PARTECIPATIVI INDICANO UNA STRADA POSSIBILE: FARE DEGLI ABITANTI NON I DESTINATARI, MA I PROTAGONISTI DELLA TRASFORMAZIONE URBANA. DALLA MISTICA AI LABORATORI DI QUARTIERE, LA CITTÀ STA SPERIMENTANDO PEZZI DI UN DIVERSO MODO DI PIANIFICARE. LA SFIDA È CAPIRE SE RIUSCIRÀ A TRASFORMARLI DA ECCEZIONI IN POLITICA URBANA A quanto pare Roma sta cercando di rimettersi in piedi, e forse è utile provare a capire quanto ci stia riuscendo e soprattutto se lo stia facendo con una visione del suo futuro. L’ordinario sembra funzionare con maggiore continuità e uniformità — strade, raccolta dei rifiuti, manutenzione del verde — e qualcosa di più strutturale si muove grazie ai fondi straordinari degli ultimi anni: l’area archeologica centrale, i grandi parchi come quello di Centocelle, le biblioteche e le aule studio aperte nei municipi, i Piani Urbani Integrati ecc. Sul solo PNRR Roma Capitale gestisce direttamente 1,15 miliardi su 279 progetti. Sommando Caput Mundi, fondi giubilari, bandi della Città Metropolitana e cofinanziamenti, l’Atlante pubblicato dal Campidoglio calcola circa 2,4 miliardi. Per una città abituata a tagliare e ripianare è una condizione piuttosto particolare. E accanto al recupero dell’ordinario c’è uno sforzo di sperimentazione altrettanto reale: laboratori di quartiere, patti di collaborazione, poli civici, bilancio partecipativo, urbanistica tattica, processi di piano costruiti insieme agli abitanti. Sono sforzi significativi, da mettere in conto prima di guardare a ciò che resta irrisolto. Conviene però guardare dove quelle risorse atterrano, e con quali criteri sono state allocate. La quota esplicitamente destinata a quartieri periferici è quella dei Piani Urbani Integrati (PUI): 180 milioni per tre aree, Tor Bella Monaca, Corviale e Santa Maria della Pietà, a fronte dei 232 milioni dell’investimento Caput Mundi, anch’esso interno al PNRR, i cui interventi di punta sono quasi tutti centrali. La proporzione si rivela molto sbilanciata se si rapportano le somme agli abitanti: i 180 milioni dei Piani Urbani Integrati valgono meno di 180 euro a testa per il milione di persone che vive nella periferia cresciuta fuori dalla pianificazione; i 232 milioni insistono in larga parte su una città storica di 101.000 abitanti, dove valgono circa 2.300 euro a testa. Chiaramente i valori del centro storico appartengono molto teoricamente a tutta la città, ma di converso i disvalori più gravi appartengono assai concretamente solo alla periferia. È perciò una sproporzione che pesa, e che discende dal modo in cui la spesa è stata costruita: sulla base di avvisi nazionali predefiniti, progetti disponibili e scadenze di rendicontazione rigide, senza un disegno che stabilisse priorità condivise e relazioni fra gli interventi. L’andamento occasionale degli interventi straordinari non è una novità a Roma, con i precedenti delle Olimpiadi del 1960, delle leggi speciali per la Capitale, dei due Giubilei — in cui l’investimento pubblico arriva per cicli occasionali e con quei cicli si esaurisce, senza sedimentare una capacità ordinaria di programmazione. Due fronti irrisolti Né il recupero dell’ordinario né le sperimentazioni hanno però intaccato due fronti estremamente problematici su cui le istituzioni ai vari livelli non riescono a dare risposte. Il primo fronte sono le periferie, dove manca un intervento sistemico da sempre, ma dove si è assistito negli ultimi anni a una divaricazione dello scarto fra risorse impiegate e bisogni. C’è anzitutto la famigerata questione di scala: Roma è un comune di 1.287 chilometri quadrati, quasi sette volte Milano, e la sua periferia è un arcipelago di decine di quartieri di edilizia pubblica e di nuclei cresciuti fuori dalla pianificazione, dove vive più di un milione di persone. Su quella estensione pesano una qualità urbana spesso pessima e l’erosione continua di ciò che rende un quartiere vivibile: in sei anni l’area romana ha perso oltre 34.000 esercizi commerciali, con la contrazione più forte nel quadrante Est. I servizi pubblici e di welfare si diradano via via che ci si allontana dal centro, e laddove lavoro, commercio e welfare arretrano insieme, l’economia illegale trova spazio, così che alcuni quartieri finiscono per essere trattati come questione di ordine pubblico prima che come questione urbana. Rispetto a questa scala la risposta pubblica appare sottodimensionata e poco o per nulla programmata. L’approccio integrato dei PUI va nella direzione giusta, perché tiene insieme casa, servizi, spazio pubblico e lavoro invece di procedere per opere separate. Riguarda però tre contesti circoscritti in cui la scala di riferimento è architettonica più che urbanistica, non si è previsto in modo chiaro un follow-up dei progetti che cerchi di accompagnare i processi, e soprattutto sembra che non si stiano mettendo a fattore comune le innovazioni sperimentate con l’obiettivo di replicarle altrove. Gli altri interventi straordinari attivati sulle periferie, intanto, faticano ad essere messi a terra: dei 127 poli civici culturali e di innovazione programmati ne risultano a oggi completati 9. E al Quarticciolo, su cui torniamo tra poco, gli annunci di finanziamento hanno superato i cento milioni fra il 2024 e il 2026 senza che, a marzo scorso, un solo cantiere fosse partito. Il secondo fronte riguarda il modello di sviluppo, e pesa moltissimo perché procede con la costanza e la coerenza che alle opere pubbliche mancano del tutto. Il centro storico, meno del due per cento della superficie comunale, assorbe oltre il 70 per cento dei pernottamenti turistici. Gli studentati privati rispondono a un fabbisogno reale, ma con canoni di mercato e rendimenti che ne hanno fatto una classe di investimento ad alto valore aggiunto. Dietro questi numeri agiscono processi che eccedono la scala municipale: capitali sempre più volatili e globali, che operano su cicli brevi di valorizzazione e producono trasformazioni episodiche, calibrate sul rendimento dell’operazione più che sulla costruzione della città; ma anche il fenomeno devastante dell’esternalizzazione dei servizi urbani attraverso l’economia di piattaforma, dalle locazioni brevi alla logistica dell’ultimo miglio, che sottrae al territorio funzioni, competenze e reddito in una forma di “deterziarizzazione” che segue, a non molti decenni di distanza, la deindustrializzazione. Il vettore è coerente: si valorizza ciò che attrae residenti temporanei con capacità di spesa, mentre chi abita stabilmente trova meno casa, meno servizi di prossimità, meno lavoro stabile. Il rischio, documentato per singoli quartieri romani, è che perfino la riqualificazione promossa dagli abitanti finisca per innescare espulsione dai quartieri, soprattutto nella periferia storica. Le politiche e la rendita D’altra parte le politiche urbane, lungi dal contrastare questi processi, in molti casi finiscono per assecondarli: pur di catturare frazioni sempre più ridotte di rendita, facilitano cambi di destinazione d’uso, permessi a costruire, grandi infrastrutture al servizio dell’overtourism, impianti di smaltimento ad alto impatto, cessioni di suoli e asset pubblici a operatori privati per programmi di riqualificazione dai ritorni elevatissimi. Si gestisce una complessità crescente catturando frazioni di rendita sempre decrescenti. Nel settembre 2025 l’Assemblea Capitolina ha riconosciuto l’interesse pubblico a un progetto di Investire SGR per realizzare in deroga un grande albergo a cinque stelle da centocinquanta camere nel centro storico, a due passi dall’Esquilino. Meno di un anno dopo la stessa società, che gestisce anche il Fondo Immobili Pubblici proprietario dell’ex Inpdap di via Santa Croce in Gerusalemme, ha opposto un diniego alla richiesta di Roma Capitale di acquistare il palazzo che per tredici anni ha ospitato Spin Time, esperienza di occupazione abitativa e di pratiche mutualistiche che ha coinvolto circa 400 persone in emergenza abitativa. In questo caso i rapporti di forza parlano da soli. Lo stesso schema torna nel nuovo porto turistico di Fiumicino, nello stadio della Roma a Pietralata, nell’inceneritore di Santa Palomba: grandi ritorni privati, interesse pubblico contenuto, o comunque dubbio, e impatti negativi assicurati. Sono vertenze che hanno cominciato a mettersi in rete, fino a costituire un fronte di opposizione unitario, in alcuni casi interno alla stessa sinistra di governo. Forse è vero che queste mobilitazioni sono contrassegnate da approcci al tempo stesso localistici e ideologici, ma non v’è dubbio che il pubblico non abbia più molti strumenti per guidare le trasformazioni e si trovi costretto a giocare di rimessa catturando qualche rivolo di capitale dai flussi che vuole e deve attirare nel suo territorio.  In questo quadro va letta anche la vicenda di Roma REgeneration, la fondazione di Dea Capital RE, Investire — la stessa società del diniego su Spin Time — e Fabrica Immobiliare, con FS Sistemi Urbani e Acea, che ha promosso un concorso internazionale per una visione di Roma al 2050. La delega è arrivata al punto che i developer hanno cominciato a pensare di poter sussumere del tutto il pubblico, facendosi anche promotori dei processi di piano. L’operazione sembra avere due funzioni che segnerebbero il passaggio dall’urbanistica contrattata all’urbanistica delegata. Legittimare in anticipo, sul piano simbolico, programmi di sviluppo immobiliare che per essere attuati non attenderanno certo che la visione d’insieme che le giustifica sia realizzata. E arruolare l’intelligenza sociale — ricercatori, progettisti, innovatori sociali — per costruire la cornice che dovrà compensare le esternalità negative di trasformazioni market-oriented decise altrove. Le critiche che si limitano a denunciare i Leviatani privati, o che peggio mettono alla gogna i “practitioner” che decidono di operare in quei processi di piano privatizzato – come se scegliessero loro di disertare quelli pubblici –, mancano il punto: la crisi della pianificazione pubblica precede i fondi immobiliari ed è documentata da tempo come prevalenza della rendita, frammentazione delle decisioni, incapacità di coordinamento, crisi dei partiti e dei corpi intermedi, depoliticizzazione della società. Anche le nuove Norme tecniche di attuazione approvate a luglio scorso cambiano le regole con modalità che, a prescindere dalle valutazioni di merito, sicuramente non restituiscono al piano la funzione di spazio politico per la costruzione sociale di una visione di futuro della città. E uno spazio vuoto viene sempre occupato. Il problema perciò è come ripoliticizzare e ripubblicizzare il piano in modo che non resti un piano ma che diventi un processo di trasformazione profonda materiale e immateriale della città, soprattutto nei suoi ambiti più marginalizzati e sofferenti. E perché questo avvenga è necessario che la società tutta sia resa partecipe, o meglio ancora protagonista, di questo processo di rigenerazione integrata e dal basso in tutto l’arco del suo sviluppo. -------------------------------------------------------------------------------- Perché la partecipazione è decisiva Roma, Ponte di Nona. Fotografie di scena di un documentario di Andrea Segre Il quadro complessivo, lo sappiamo, è di grande turbolenza. Spinte potenti — capitali globali in cerca di cicli brevi, concentrazioni e asimmetrie senza precedenti di potenza tecnica, delega crescente ai privati delle funzioni pubbliche — incontrano controspinte altrettanto significative, anche se meno vigorose: vertenze territoriali che si mettono in rete, esperienze di autorganizzazione che tengono in piedi servizi là dove il welfare si è ritirato, le sperimentazioni di cui si diceva, portate avanti da pezzi di amministrazione che provano strade diverse. Esiste, ed è già in atto, una biforcazione netta tra modelli di sviluppo e di governo, tra una città sorvegliata e mercificata, in cui le tecnologie sottraggono spazio alle relazioni e alla cooperazione, e un rinascimento urbano in cui gli abitanti stessi si riappropriano degli spazi fisici e digitali con la finalità di ricostruire relazioni e dare vita a nuove economie capaci di generare valore distribuito e riequilibrare il rapporto tra città e natura. È nell’approssimarsi qui ed ora di questa radicale biforcazione che la partecipazione diventa decisiva, per due ragioni che conviene tenere distinte. La prima è di contrappeso: dove funziona, supplisce alla fragilità strutturale della politica di fronte a interessi meglio organizzati e più capaci di durare nel tempo, e àncora le scelte pubbliche a obiettivi significativi, in quanto radicati nei bisogni e nei desideri degli abitanti. La seconda è meno riconosciuta ma forse più sostanziale. Le stesse reti che esercitano quel contrappeso producono trasformazione per via diretta: gestiscono spazi, aprono servizi, costruiscono economie locali attraverso mutualismo e cooperazione, e lo fanno mettendo al centro l’abitare, cioè esattamente ciò che il modello concorrente cerca di espellere. Chiamare tutto questo ascolto o coinvolgimento lo sottostima: è una variabile del modello di sviluppo urbano, e una delle poche su cui alla scala locale si possa ancora agire. Quello che manca, e che deciderebbe la direzione, è una convergenza sistemica fra le due sponde. Le pratiche territoriali producono trasformazione ma faticano a consolidarla senza strumenti pubblici che la riconoscano e la rendano stabile; le politiche dispongono di risorse e poteri (tanto scarsi quanto preziosi) ma non riescono a orientarli senza il sapere e la capacità operativa che stanno nei quartieri. È su questo terreno, e non sulla generica apertura di singole iniziative, che si misura oggi la partecipazione a Roma. Quella convergenza, però, va costruita: serve un luogo in cui le sperimentazioni e le pratiche innovative di partecipazione si confrontino con chi le politiche le scrive, e in cui da quel confronto escano strumenti capaci di mettere a sistema e potenziare le energie civiche, invece di limitarsi a registrarle o supportarle sporadicamente. È esattamente ciò che si prova a fare questa settimana. Che cosa succede davvero nei territori, che cosa sta facendo la politica, quali sono le sperimentazioni più avanzate. Sono le domande che attraversano i due appuntamenti al Metropolitano Urban Center di viale Manzoni: venerdì 25 settembre la terza edizione di Roma Partecipa, promossa dal Master ProPart di Sapienza e Iuav con l’Urban Center della Città Metropolitana; sabato 26, nella stessa sede, l’apertura della seconda fase del processo partecipativo per il Parco della Mistica. Laboratori di quartiere alla Mistica: un processo innovativo Il laboratorio di sabato mette alla prova un processo di piano costruito su requisiti precisi: che sia aperto e continuo anziché un progetto già scritto da validare, che il protagonismo dei cittadini sia strutturale e multiscalare, dalla definizione degli obiettivi fino all’attuazione, che la priorità vada alle risorse territoriali e ambientali. Requisiti che presuppongono soggetti capaci di reggere quel protagonismo, cioè le infrastrutture civiche che a Roma esistono già. Al Quarticciolo sono il comitato che ha impedito la chiusura del consultorio, la palestra popolare, i doposcuola, gli sportelli, il ragionamento avviato su una comunità energetica solidale. Altrove sono il Forum territoriale permanente che da dieci anni gestisce il Lago Bullicante ex Snia, o l’intreccio di emergenza abitativa, mutualismo e produzione culturale che teneva in piedi Spin Time. La Mistica è una sperimentazione che va in questa esatta direzione, in modo premeditato, perché cerca di fare due cose fondamentali: costruire un processo di piano bidirezionale e al tempo stesso multiscalare. Sembra complicato ma non lo è: da un lato si vuole far convergere i processi istituzionali di piano con quelli di riappropriazione e trasformazione dal basso dello spazio urbano, anche in chiave socio-ecologica, dall’altro si fa in modo che si tratti di un processo aperto che tenga insieme diverse scale, dal quartiere al quadrante, in un’ottica di co-costruzione di sistemi urbani e ambientali. Non è un caso isolato: rientra nei laboratori di quartiere che il LabSU conduce da anni in più contesti romani, in alcuni casi insieme a Roma Capitale, da Bastogi al Quarticciolo a Tor Bella Monaca. L’impostazione è comune, e consiste nell’invertire il flusso: non portare ai territori progetti già scritti da discutere, ma canalizzare verso l’amministrazione le progettualità che i territori già esprimono. Un modello unico non esiste, e ciascun laboratorio ha preso la forma del proprio contesto, con esiti alterni; alla Mistica il percorso si è spinto fino alla scala del piano e a quella ambientale del quadrante. Scaturisce da cinque anni di ricerca-azione sulla Corona Verde di Roma Est, una infrastruttura verde di un migliaio di ettari di agro romano scampati all’edificazione nel quadrante più difficile della città, esplorata e pianificata mettendo in rete la “stewardship” territoriale, cioè comitati e associazioni che quotidianamente si prendono cura dei beni comuni del territorio, spesso anche in chiave conflittuale per tutelarli da minacce private e pubbliche. A questo primo movimento “bottom-up” (dal basso) è seguito il percorso con le istituzioni per sperimentare l’attuazione di un sottoambito della Corona verde, il Parco della Mistica, 75 ettari di terre pubbliche ad oggi quasi del tutto inaccessibili per i cittadini dei quartieri circostanti, con l’obiettivo di integrarla ai parchi limitrofi e connetterla ai quartieri lungo l’asse dell’antico Acquedotto Alessandrino, che dal Parco di Centocelle attraversa il quartiere Alessandrino e tutto il Parco di Tor Tre Teste prima di fare il suo ingresso trionfale nel cuore della Mistica. La prima fase del percorso ha prodotto un primo schema d’assetto delle aree e l’approvazione della Deliberazione dell’Assemblea Capitolina 36 del marzo 2024, che ha definito l’iter attuativo incentrato sul coinvolgimento dei cittadini  e gli organi di governance del processo, istituendo una cabina di regia, un comitato tecnico interdipartimentale e un forum territoriale supportato dall’università. Ad oggi il processo partecipativo ha svolto una prima fase in cui il Forum territoriale – 62 aderenti, suddivisi tra 32 organizzazioni e 30 cittadini, quasi tutti operanti fra Alessandrino, Tor Tre Teste, Centocelle e Quarticciolo – ha prodotto il Manifesto per la Mistica, un documento approvato in Cabina di regia il 23 giugno, che fissa invarianti di progetto e dodici azioni prioritarie per consentire l’avvio dei primi interventi attuativi volti a rendere l’area accessibile. La seconda fase, che si apre sabato con quattro giornate di laboratori e una consultazione digitale aperta per tutto ottobre, dovrà consegnare entro il 14 novembre un piano di assetto, un masterplan e una proposta di governance, destinati a una delibera di Consiglio comunale che istituisca il parco e ne definisca gli organi di governo. Il risultato finale dovrebbe essere il Parco Alessandrino, 161 ettari di infrastruttura verde ottenuta integrando i parchi della Mistica, di Tor Tre Teste e Bonafede, perfettamente interconnessa ai quartieri circostanti lungo l’asse di uno straordinario acquedotto antico fino a lambire un quarto parco, quello di Centocelle appena riqualificato. Questa infrastruttura verde suggerisce così un ultimo elemento che deve caratterizzare la rivoluzione copernicana dei futuri processi di piano pubblici: la necessità di dare priorità alle reti ecologiche e al non edificato, con i vuoti e le infrastrutture verdi assunti come elementi strutturanti anziché come residui da riempire. La posta in gioco però non riguarda soltanto gli obiettivi ma anche, come si è detto, il metodo partecipativo, che oltre alle caratteristiche evidenziate, sperimenterà l’integrazione avanzata tra partecipazione online e offline, con una consultazione digitale che procederà in parallelo ai laboratori territoriali e i cui risultati saranno discussi e acquisiti nell’ambito del Forum territoriale in un Living Lab di sintesi conclusiva del processo. Roma Partecipa: mettere a sistema Un caso, per quanto significativo, resta un caso. È il motivo per cui Roma Partecipa 3, il venerdì, lavora sull’altro versante: come integrare e sviluppare le politiche già avviate perché sostengano quelle infrastrutture, che a loro volta devono reggere la trasformazione dei territori e un cambiamento del paradigma di sviluppo locale. Esperienze come quella della Mistica a Roma sono numerose, anche se ancora disarticolate, e la questione è come metterle a sistema. Dopo l’inquadramento affidato a Luca Brignone e Stefano Simoncini sulle metodologie di analisi della “materia oscura” dell’autorganizzazione territoriale, il pomeriggio si articola in un panel su prossimità e cura — quartieri, patti di collaborazione, poli civici — con Tiziana Biolghini, Stefano Rollo, Simonetta Tomassi e Riccardo Troisi; in un secondo su abitare e sviluppo integrale, dedicato alla questione casa e ai programmi PNRR e Pinqua, con Elena Andreoni, Valentina Cocco, Michela Diodato e Fabrizio Finucci; e in una tavola rotonda moderata da Francesco Aymonino con gli assessori Maurizio Veloccia e Giuseppe Battaglia, insieme ad Andrea Catarci, Giulio Cederna, Stefania Mancini e Francesca Gelli, su come le politiche possano sostenere le infrastrutture civiche senza assorbirle. Quell’inquadramento rimanda al ruolo dell’università, che non si esaurisce nell’organizzare incontri: il LabSU sperimenta processi sul campo che si definiscono di ricerca-azione in quanto tengono insieme il piano della conoscenza con quello dell’agire collettivo, e ne studiano l’interdipendenza sperimentando la loro interrelazione biunivoca. Per questo motivo da un lato costruisce relazioni con i territori, cercando di avere una funzione abilitante soprattutto sul piano della co-produzione di conoscenza, e dall’altro attiva spazi intermedi di confronto e mutuo apprendimento con le istituzioni. Ma cerca anche di costruire nuovi metodi di studio di questi tessuti diffusi del sociale che si pongono a cavallo tra formalità e informalità, e per questo motivo difficilmente osservabili. La recente ricerca sulla «materia oscura» della partecipazione procede per tre livelli di mappatura: il registro nazionale del terzo settore, le iniziative dal basso che sfuggono ai registri amministrativi e le reti interorganizzative che le collegano. Il primo conferma la centralità sociale della partecipazione formalizzata: la densità di enti registrati cala nettamente al crescere del disagio socio-economico misurato dall’indice Istat. Il secondo ribalta il quadro: il migliaio di iniziative censite si distribuisce in modo assai più uniforme sul territorio e correlano positivamente con il disagio. Il terzo mostra come si colleghino, classificando una trentina di reti per atteggiamento verso le istituzioni — reti di comitati, reti antagoniste, reti di scopo — e restituisce una densità concentrata fra centro storico e quartieri a basso reddito, con baricentro spostato verso la città del Grande raccordo e quattro assi principali, tra cui uno evidentissimo tra Alessandrino e Quarticciolo. È questo che una classificazione capace di tenere insieme quantitativo e qualitativo consente di vedere: dove le infrastrutture civiche già esistono, dove sono fragili, come si connettono fra territori e scale. Cioè la base di conoscenza che servirebbe a politiche calibrate sui contesti, al posto di bandi replicati e finanziamenti a ciclo breve che seguono le organizzazioni formali. È per il momento questione aperta se queste reti prefigurino una democrazia territoriale autoprodotta, e dipende da due condizioni: che quelle reti conservino la capacità di contestare l’ordine esistente, e che il sostegno pubblico, oltre a preservarne l’autonomia, ne favorisca stabilizzazione, permeabilità e allargamento della base partecipativa. Che i due appuntamenti si tengano nella stessa sede non è irrilevante. Il Metropolitano Urban Center è stato aperto nel dicembre 2025 da Roma Capitale e Città Metropolitana con il mandato di informare e coinvolgere i cittadini nella pianificazione urbanistica, e da qui in avanti può restare un centro di documentazione oppure diventare uno snodo processuale, cioè il punto in cui le esperienze territoriali si rendono reciprocamente leggibili, risalgono verso le istituzioni e tornano ai quartieri sotto forma di indirizzi e strumenti. Un’edizione impostata sul bilancio delle politiche pubbliche fatica a ospitare vertenze come quelle dell’ex Snia o di Spin Time senza forzarne il senso. Per questo se ne prepara una seconda nei prossimi mesi, costruita attorno alle pratiche e alle iniziative territoriali, con un obiettivo diverso dalla restituzione di esperienze: arrivare a una valutazione condivisa delle politiche possibili, in cui siano quelle esperienze a dire quali strumenti servono, quali hanno funzionato e quali le hanno indebolite. È la domanda che il bilancio di venerdì non basta a sciogliere: se le politiche romane sappiano sostenere le infrastrutture civiche anche come soggetti che producono servizi, spazi ed economie per chi in questa città continua ad abitare. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti L. Brignone, C. Cellamare, S. Simoncini, Inside the social “dark matter”. Civic participation, hybrid networks and the question of self-produced democracy in Rome, «Contesti. Città Territori Progetti», 2026. C. Cellamare, Democrazia territoriale autoprodotta, «IN_BO. Ricerche e progetti per il territorio, la città e l’architettura», 14 (18), 2023. C. Cellamare, Città fai-da-te. Tra antagonismo e cittadinanza. Storie di autorganizzazione urbana, Donzelli, 2019. L. Brignone, S. Simoncini, Transizioni dal basso. Conflitti socio-ecologici, tecnologie civiche e urbanistica sperimentale, FrancoAngeli, 2024. L. Brignone, L’estrattivismo urbano a Roma. Il quartiere di Centocelle tra gentrificazione e rendita, LetteraVentidue, 2024. K. Lelo, S. Monni, F. Tomassi, Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana, Donzelli, 2021. W. Tocci, Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale, Donzelli, 2020. E. d’Albergo, G. Moini (a cura di), Politica e azione pubblica nell’epoca della depoliticizzazione. Attori, pratiche e istituzioni, Sapienza Università Editrice, 2019. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Tra rendita e partecipazione proviene da Comune-info.
September 24, 2026
Comune-info
A Torino la Biennale della Prossimità riflette su democrazia e trasformazione sociale
Dall’1 al 3 ottobre Torino ospiterà la Biennale della Prossimità 2026, appuntamento nazionale che riunisce organizzazioni, istituzioni, operatori sociali, cittadine e cittadini provenienti da tutta Italia attorno ai temi della prossimità, della partecipazione e della trasformazione dei territori. La sesta edizione avrà come titolo “Pratiche di democrazia profonda” e proporrà tre giornate di confronto pensate non come una semplice successione di conferenze, ma come uno spazio di scambio tra esperienze, pratiche e visioni. Al centro, il rapporto tra istituzioni, comunità e cittadini e il ruolo della prossimità come infrastruttura democratica e leva di trasformazione sociale. Il programma affronta alcuni dei temi più urgenti del dibattito pubblico: diritto all’abitare, salute, educazione, welfare, giovani, lavoro dignitoso, sicurezza urbana, cultura, digitale, rigenerazione, sostenibilità eco-sociale, giustizia territoriale e cura dei beni comuni. Il cuore della Biennale sarà composto da 13 panel e 3 macro-panel, affiancati da talk, laboratori, percorsi urbani, installazioni, presentazioni, cinema, musica e momenti conviviali. I tre macro-panel saranno dedicati alle infrastrutture sociali, alle fratture che attraversano le comunità e al rapporto tra giovani e desiderio di futuro. Cinque talk saranno invece dedicati ad altrettante parole chiave: tempo, futuro, potere, pace e giustizia. Tra gli ospiti ci saranno Massimo Ruggeri, direttore della Biennale della Prossimità, e Jacopo Rosatelli, assessore alle Politiche sociali, Diritti e Pari Opportunità della Città di Torino; Massimo Cirri e Sara Zambotti, storiche voci di Caterpillar su Rai Radio 2; Andrea Morniroli, assessore alle Politiche sociali e alla Scuola della Regione Campania ed ex co-coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità; il regista Andrea Segre; Marta Battioni, vicepresidente di Legacoopsociali ed ex co-direttrice della Biennale della Prossimità; Francesco Vignarca, coordinatore delle Campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo. Un processo collettivo che produce valore La Biennale 2026 nasce da un percorso costruito nei mesi precedenti insieme a realtà locali e nazionali. Il programma è stato sviluppato attraverso il lavoro condiviso del Comitato Locale di Torino, che riunisce oltre cinquanta realtà tra associazioni, cooperative sociali, organizzazioni del Terzo settore e soggetti attivi nei quartieri della città, della Comunità di Pratiche e dei Promotori Nazionali – Consorzio Abele Lavoro, CNCA, Consorzio Idee in Rete, Consorzio Emmanuel, Associazione Isnet, Legacoopsociali, Scuola Centrale Formazione, Forum Disuguaglianze e Diversità, Italia che Cambia, Confcooperative Federsolidarietà e ACLI. Più che un semplice evento, la Biennale si conferma così un processo collettivo capace di mettere in dialogo esperienze provenienti da tutta Italia e di valorizzare le pratiche di prossimità come strumenti concreti di trasformazione dei territori. La capacità di generare cambiamento emerge anche dai primi dati dell’Osservatorio nazionale sulla prossimità, realizzato da Associazione Isnet e Università di Firenze. Le prime elaborazioni mostrano un ritorno sociale positivo: a fronte di circa 4,1 milioni di euro investiti, le pratiche analizzate generano oltre 5,2 milioni di euro di valore sociale, con un indice SROI pari a 1,27. Per il cambiamento analizzato in termini di causalità, legato all’aumento delle attività gratuite degli stakeholder, oltre l’80% degli effetti non si sarebbe verificato senza gli interventi di prossimità. I risultati completi dell’Osservatorio saranno presentati durante la Biennale. Tre giorni dentro Torino La Biennale della Prossimità si aprirà giovedì 1 ottobre alle 10.30 nella Sala Conferenze Sangalli dell’Oratorio Salesiano San Francesco di Sales. Dopo la plenaria iniziale, le attività proseguiranno al Cecchi Point, che sarà il cuore di buona parte della manifestazione, con incontri, presentazioni e percorsi di coprogettazione. La cena di strada e il concerto si svolgeranno a Porta Palazzo – Tettoia dei Contadini. Venerdì 2 ottobre panel, laboratori e talk si alterneranno per tutta la giornata. Nel pomeriggio alcuni percorsi urbani accompagneranno i partecipanti alla scoperta dei quartieri e delle esperienze di prossimità attive a Torino, mentre la sera sarà dedicata anche al linguaggio cinematografico attraverso una selezione di cortometraggi. La giornata conclusiva di sabato 3 ottobre si svolgerà al Campus Luigi Einaudi, dove la plenaria finale “Riannodare i fili” metterà in relazione i diversi percorsi emersi durante la Biennale. Iscrizioni aperte: la partecipazione alla Biennale della Prossimità è gratuita. Le iscrizioni ai singoli appuntamenti sono aperte attraverso Prossimatch, la piattaforma digitale che consente di costruire il proprio percorso tra le attività della Biennale, conoscere le altre persone e organizzazioni partecipanti e favorire nuove connessioni. Il programma completo è disponibile sul sito: https://www.biennaleprossimita.it/programma-2026/ La Biennale della Prossimità 2026 è realizzata con il sostegno di Fondazione CRT, Fondazione Compagnia di San Paolo, Città di Torino, Fondazione di Modena e Banca Etica. Numerosi altri enti, organizzazioni e realtà sostengono e accompagnano il percorso della Biennale. L’elenco completo è disponibile nella pagina “Sostenitori della Biennale” sul sito www.biennaleprossimita.it. Per ulteriori informazioni: https://www.biennaleprossimita.it biennaleprossimita@gmail.com Italia che Cambia
September 16, 2026
Pressenza
Salviamo le Cascine: 60 giorni per fermare il cemento all’ex OGR
Estate a 40°? Loro vogliono cementificare questo pezzo di Cascine. Noi raccogliamo idee fresche per un polmone di verde e di cultura!” Cosa sta facendo il fondo di investimento? Il fondo di investimento lussemburghese, riconducibile a Rothschild e al costruttore … Leggi tutto L'articolo Salviamo le Cascine: 60 giorni per fermare il cemento all’ex OGR sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Una sindacalista per amica
CAMBIARE LE ORGANIZZAZIONI PER CAMBIARE NOI È uscito un libro frutto dell’esperienza sindacale (e non solo) di Elena Ferro. Edito da DeriveApprodi, si intitola “La partecipazione come agente trasformativo. Mappe per cambiare le organizzazioni”. Elena Ferro l’ho conosciuta qualche mese fa in un incontro a Viverone, piccola località sull’omonimo lago situato tra Biella, Ivrea e Vercelli, durante la campagna referendaria per il No alla riforma costituzionale del governo Meloni. È stato un bell’incontro, in cui il suo e il mio intervento si sono ben integrati. Il risultato referendario, poi, è andato anche meglio della serata alla Biblioteca di Viverone. Ne scrive anche nel suo libro, dando il merito ai tanto bistrattati giovani per essere andati a votare e per aver votato No. Non c’è eccesso di giovanilismo nelle sue parole, ma solo la consapevolezza di quanto sia necessaria la cessione di potere alle nuove generazioni: > “Come la pala di un mulino che ha bisogno di nuova acqua per girare, così le > strutture sociali si mettono in moto per restare al passo con i tempi”. Questa è la metafora che chiarisce il suo modo di rapportarsi con chi ha meno passato, ma più futuro di noi. La mia esperienza non arriva da grandi organizzazioni come quella di Elena. Lei è segretaria confederale della CGIL di Torino, le mie radici sono invece per lo più realtà di base, locali o di movimento. Il suo libro, però, è utile a tutte e tutti coloro che vogliono cambiare il malessere che viviamo nelle nostre associazioni. Elena individua come posta in gioco l’uscita dalla frammentazione sociale e dall’iperindividualismo, definendoli come fenomeni che privatizzano la fatica e interiorizzano il conflitto. Per uscire da questa costrizione è necessario ridefinire linguaggi comuni e costruire legami sociali. La parola cambiamento è quella che ricorre più spesso nel testo, ed è riferita soprattutto alle organizzazioni, come esplicita il sottotitolo. Quanti di noi hanno esperienza di associazioni, grandi e piccole, che ripetono sempre gli stessi errori e lasciano i propri membri frustrati, insoddisfatti e fondamentalmente disillusi? Credo molti, se non la quasi totalità. Come uscirne? Elena propone un metodo sintetizzato in tre lenti: prima viene l’ascolto, poi la comprensione del contesto e, infine, la necessaria azione. Non spoilero oltre: andatelo a leggere, è semplice ma illuminante. È soprattutto una boccata d’aria fresca, che mi riconcilia con un sindacato fatto di persone attive, che comprendono ciò che le circonda, affrontano i conflitti e vogliono cambiare davvero. Certo, il termine cambiamento può apparire generico. Ma, per tornare al linguaggio, sarebbe più chiaro usare riforma o rivoluzione? Quest’ultima compare una sola volta nel testo e in modo marginale. In fondo la vera rivoluzione l’ha fatta la controparte: il neoliberismo è stato una radicale guerra di classe, dei ricchi contro i poveri. E l’hanno vinta. La parola riforma, invece, è talmente abusata da aver perso ogni connotato legato a forme autentiche di emancipazione: da quella dalla povertà a quella coloniale o patriarcale, per citare tre domini che hanno ripreso vigore in questa nuova fase post-neoliberale. Siamo andati oltre il peggio immaginabile e, come se non bastasse, non disponiamo di forme organizzative adeguate per reagire. Ben venga allora il cambiamento proposto da Elena, ed evviva che arrivi dalla prospettiva sindacale. La situazione è tale che abbiamo bisogno di tutto, a maggior ragione se la proposta è attenta, adeguata e seria come quella che Elena Ferro fa nel suo libro, affrontando le questioni che dobbiamo porci per riorganizzarci di fronte al tecnocapitalismo. > “Il paradosso della nostra società è l’illusione di essere iperconnessi > mentre, nei fatti, siamo spesso più lontani. Come bussare a porte socchiuse: > la voce entra, la presenza no.” Chiudo con questo passaggio tratto dal libro, per restituire il senso e l’urgenza delle sue riflessioni. Non mi resta che augurarvi buona lettura. Ettore Macchieraldo
September 5, 2026
Pressenza
Virginia Veludo: “Nessuno si salva da solo”
Nell’accogliente giardino della Biblioteca Civica di Luino, all’ombra di un enorme albero della canfora, si è svolto sabato 29 agosto l’incontro con Virginia Veludo, insegnante, divulgatrice culturale con il nome di rossaperpendicolare e autrice del libro E mi sono sentita meno sola. Vivere una normale giornata in Italia oltre la rassegnazione, all’interno dell’iniziativa Tax the Rich, con raccolta di firme per la proposta di legge di iniziativa popolare 1% EQUO. In un intenso dialogo con Davide Di Giuseppe, insegnante al Liceo Sereni di Luino, Virginia ha iniziato spiegando l’importanza dell’esperienza diretta come base del suo libro. Anche Cristina, la protagonista, è un’insegnante, una persona simile a lei prima che acquisisse la consapevolezza della possibilità di intervenire sulla realtà. Cristina si sente persa, disorientata, ansiosa, inadeguata e rassegnata, vittima del deleterio mantra “Ma tanto non cambia niente, quindi perché impegnarsi?” Sempre per esperienza diretta, Virginia ha parlato a lungo dello stato drammatico della scuola, ormai sempre più ridotta a un’azienda, anche nei termini utilizzati, con un corpo docente frammentato e in gran parte precario, studenti che stanno perdendo la capacità di capire un testo, ragazze giovanissime convinte che la gelosia sia normale (e che avrebbero un gran bisogno di quell’educazione affettivo-sessuale tanto osteggiata dal ministro Valditara). Una scuola che non fornisce strumenti per alimentare lo spirito critico, come proponeva Don Milani, fatta per creare cittadini disposti ad accettare qualsiasi condizione. Certo, ci sono insegnanti coraggiosi e appassionati che cercano di tamponare la situazione, nonostante l’acqua stia uscendo da tutte le parti e ragazzi che si oppongono a questa deriva aziendalista e autoritaria. E qui si arriva a un altro tema cruciale: perché i giovani vengono tanto criticati e bersagliati da divieti e termini denigratori tipo “Maranza”? Da una parte non c’è da stupirsi di certi comportamenti aggressivi, dato che il mondo è governato da bulli violenti e arroganti che la fanno sempre franca e costituiscono quindi dei modelli, per quanto deleteri, dall’altra bisogna ricordare che i giovani fanno paura. Le rivoluzioni e i cambiamenti sono sempre partiti da loro (un esempio recente è il movimento degli scarafaggi in India, che con le sue proteste nonviolente ha ottenuto le dimissioni del Ministro dell’Istruzione). E ancora, bisogna ricordare i tanti che si oppongono ai progetti di mega resort di lusso, o l’enorme e decisiva partecipazione dei giovani al voto nel referendum sulla giustizia. Certo, è difficile trovare un’alternativa, ma bisogna continuare a manifestare e a fare pressione. Si è poi passati a un tema straziante, quello dei migranti morti in mare, esemplificato dalla storia del ragazzino maliano annegato con la pagella cucita nei vestiti in un naufragio che ha causato 900 vittime. Come in tanti altri punti del libro, ai dati crudi e drammatici si alternano poesie, in questo caso la bellissima “Casa” della poetessa somalo-britannica Warsan Shire. E i morti in mare sono solo l’ultima, drammatica conseguenza di un problema causato da noi occidentali, con le guerre e i disastri climatici da cui i migranti scappano, per poi trovarsi alle prese con vergognose risposte razziste e tossiche narrazioni su una presunta invasione. Virginia ha manifestato la stessa, appassionata indignazione nei confronti del dramma forse più terribile del nostro tempo, il genocidio a Gaza, chiedendosi quale sia la linea rossa da oltrepassare per cui finalmente l’Occidente reagirà. Anche qui la risposta è sempre la stessa: l’importanza di fare pressione sui governi – complici colonie di Israele e Stati Uniti – e di dare segnali più chiari possibile. In fondo, tornando al titolo del libro, partecipare aiuta a sentirsi meno soli. Un altro aiuto può arrivare dalle poesie: come detto, il libro ne contiene molte, in particolare di Bertolt Brecht, magnifico esempio del ruolo di poeti e scrittori nel dare strumenti critici per capire e interpretare la realtà, al contrario della tendenza all’evasione e al disimpegno di tanti artisti. Questo tema è tornato anche nelle risposte ad alcune domande del pubblico, in relazione all’aiuto che la letteratura può dare nel trasmettere modelli diversi ai ragazzi: c’è bisogno di persone, in particolare insegnanti, che credono in quello che dicono e offrono un’altra visione del mondo e questo loro lo sentono. E ancora, l’importanza dei mezzi di informazione indipendenti nel far conoscere le tante esperienze positive oscurate dai media mainstream, come le vittorie a catena dei socialisti negli Stati Uniti. I temi del libro – le tante ricadute sulla vita quotidiana delle scelte politiche deleterie dei governi – si legano benissimo alla proposta di legge 1% EQUO – Tax The Rich, un’imposta dell’1% sui patrimoni sopra i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa), che ha giù superato le 60.000 firme e di cui si è parlato con Dario Ballardini (Coordinatore Campagna 1% Equo) e Antonio Cuomo (Segretario Provinciale Rifondazione Comunista). Virginia ha commentato che questa dovrebbe essere la proposta unitaria e principale di tutta la sinistra, lasciando perdere le sterili differenziazioni sulle percentuali da adottare. E così si torna al concetto centrale di tutto l’incontro: “Nessuno si salva da solo”, dunque la partecipazione è l’unico modo per uscire dall’isolamento e dalla rassegnazione. Anna Polo
August 30, 2026
Pressenza
Consumo di suolo e d’altri Beni Comuni
Durante gli studi di architettura ci sono due esami obbligatori di urbanistica, quello di pianificazione e quello di progettazione. Prima la pianificazione raccoglie i dati (quantitativi, geometrici, statistici, normativi, …) per conoscere il contesto e scoprire i suoi problemi, e … Leggi tutto L'articolo Consumo di suolo e d’altri Beni Comuni sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Male Adriatico: rigassificatori, opacità e democrazia sospesa
Il festival INTO THE BLUE 2026 apre una crepa nel racconto della “transizione energetica” In un pomeriggio affacciato sull’Adriatico, tra il porto e le spiagge romagnole — dove nidificano specie protette come il fratino e le tartarughe marine — si discute di cloro, gas liquefatto e decisioni prese altrove. Non è solo un confronto tecnico: è il tentativo di ricostruire una catena di responsabilità che, secondo ricercatori, giornalisti e attivisti, si interrompe proprio dove dovrebbe farsi più trasparente. L’incontro “Male Adriatico. Onde di cloro, dal tubo alla carcassa”, ospitato il 7 giugno al Club Nautico di Rimini nell’ambito del festival INTO THE BLUE 2026, mette al centro una domanda: com’è stato possibile avviare il rigassificatore di Ravenna senza una Valutazione di Impatto Ambientale completa, invocando l’emergenza energetica? La tesi che emerge è netta: la cosiddetta transizione energetica si muove in una zona grigia in cui interessi industriali e responsabilità pubbliche si sovrappongono. In questo spazio operano due aziende — Eni e Snam — entrambe partecipate pubbliche ma di fatto autonome nelle scelte operative. La “convenienza” del mare Il nodo tecnico riguarda il funzionamento del rigassificatore. Il “ciclo aperto” utilizza acqua marina per riscaldare il gas liquefatto, evitando di bruciare combustibile. Il risparmio — circa 40 milioni l’anno — poggia su una variabile instabile: la temperatura del mare. Negli stessi tre anni di ciclo aperto, a Riccione si registrano picchi di tartarughe con DTS e aumento di schiume: tre volte su tre, ricorda Sauro Pari (Fondazione Cetacea ETS). Non è ancora una prova di correlazione, ma abbastanza per chiedersi: siamo sicuri che sia solo una coincidenza? Un beneficio economico privato che si costruisce sull’esternalizzazione dei costi ambientali: clorazione delle acque, alterazioni degli ecosistemi, sottoprodotti potenzialmente tossici. In questo contesto, le compensazioni ambientali ed economiche rischiano di silenziare il dissenso, è qui che nasce quello che molti relatori definiscono un vero e proprio ricatto: o accetti l’infrastruttura, oppure rinunci a lavoro e opportunità promesse per il territorio. Anche la metodologia dei monitoraggi solleva criticità: effettuati quando l’impianto opera sotto capacità, producono dati che tendono a sottostimare gli impatti e vengono poi utilizzati per giustificare l’espansione. Opacità e controllo Sul piano istituzionale emerge una frattura democratica. Sauro Pari denuncia la secretazione dei risultati delle analisi delle acque: “Non abbiamo potuto vedere nessun dato”. Allo stesso tempo, in parole di Antonio Lazzari, esperto di valutazioni ambientali, vi è un eccesso di documentazione tecnica con una forma di “overload informativo” che svuota la trasparenza di significato, di decine di migliaia di documenti tecnici: una mole tale da rendere impraticabile un controllo effettivo. A questo si aggiunge un limite strutturale: ispezioni e verifiche ambientali sono in larga parte programmate e basate anche su dati forniti dagli stessi gestori. Un meccanismo prevedibile che rischia di ridurre tutto a una mera formalità, dentro un circuito locale chiuso. Quando viene meno un’indipendenza sostanziale, si svuota anche la funzione pubblica. Da qui le proposte emerse: introdurre forme di controllo peer review indipendenti, affidate a organismi scientifici esterni a rotazione, per rompere l’autoreferenzialità dei monitoraggi e restituire verificabilità ai dati. E, come ha ricordato Lazzari, sul piano politico la proposta di RECA (Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna) di riconoscere l’energia come bene comune, per sottrarre le scelte strategiche a una gestione opaca in mano al mondo finanziario e speculativo, e riportarle sotto responsabilità collettiva. In Italia, criteri e priorità dei monitoraggi sono definiti da ISPRA e attuati dalle ARPA, dentro un sistema formalmente regolato ma che seleziona cosa rendere visibile e cosa lasciare nell’ombra. È in questa discrezionalità che si incrina la funzione pubblica del controllo e si apre una frattura tra responsabilità dichiarate e presenza reale delle istituzioni, frattura che si prolunga anche a livello europeo, dove le deroghe convivono con una trasparenza carente. Stato presente, Stato assente È in questo cortocircuito che si colloca l’intervento di Elena Gerebizza di Re:Common: “Lo Stato è dentro e lo Stato è fuori, eppure lo Stato non c’è”. Antonio Lazzari lo traduce in una domanda brutale: se è l’amministratore delegato di Eni a sedere ai tavoli internazionali del gas accanto ai Presidenti del Consiglio, anche nei paesi più autoritari, chi è davvero al comando? Circa il 30% di Eni e Snam è sotto controllo statale: lo Stato è insieme regolatore e azionista. Una sovrapposizione che indebolisce il controllo pubblico e solleva un nodo essenziale: chi gestisce davvero risorse pubbliche, e a vantaggio di chi? Ne deriva una frammentazione dei progetti, valutati per parti e non nel loro impatto complessivo, spesso approvati in urgenza con evidenti criticità giuridiche. Questo schema si riflette nella promozione di tecnologie “green” come il CCS, imposte dall’alto come soluzioni climatiche senza un dibattito pubblico e senza un riscontro consolidato su larga scala: la retorica della transizione precede la verifica empirica. È in questo scarto tra beneficio economico e costo ambientale che si incrina l’impianto della cosiddetta transizione energetica. Non è secondario che tutto converga su Ravenna, già hub storico del fossile e oggi candidata a diventare uno dei principali poli europei per lo stoccaggio della CO₂ (progetto Agnes), con l’ambizione di attrarre flussi anche dall’estero. Una concentrazione che solleva interrogativi evidenti: più che ridurre il rischio, lo stiamo intensificando nel nostro stesso territorio. Il MASE qualifica queste infrastrutture come “monopoli naturali”, categoria storicamente riservata a beni essenziali come l’acqua. La transizione assume così i tratti di un dispositivo economico più che ambientale: si accentua la distanza tra chi cura realmente l’ambiente e chi, sotto etichetta green, ne trae vantaggio speculativo. A questo si aggiunge un elemento ricorrente denunciato da vari relatori: la difficoltà, quando non l’impossibilità, di accesso agli atti a livello regionale, nazionale ed europeo. Più che decarbonizzazione, emerge un riconfigurazione del profitto e dell’autoritarismo in chiave green. Alcune di queste infrastrutture vengono classificate come strategiche per la sicurezza energetica nazionale. Questo comporta regimi autorizzativi accelerati e, in alcuni casi, misure di sicurezza rafforzate attorno ai siti, un inquadramento che può limitare trasparenza e partecipazione pubblica. Nel territorio, oggi e domani, restano rischi concreti: infrastrutture ad alta pressione che attraversano aree abitate (a rischio esplosione), ecosistemi fragili sottoposti a stress chimico e termico, fenomeni visibili come l’aumento di schiume marine con ricadute anche sul turismo. Le valutazioni parlano di “rischio minimo”, ma non esplicitano gli scenari in caso di incidente. Il quadro che emerge è quello di una governance in cui benefici e responsabilità non coincidono: i vantaggi economici sono immediati e concentrati in mani private (per i primi 20 anni); i rischi e i costi ambientali e sociali sono diffusi, pubblici e “permanenti”. Una asimmetria che sposta il peso sulle comunità locali e le generazioni future. Co-esistenze: un invito alla vigilanza È in questo contesto che il festival INTO THE BLUE 2026 assume un significato che va oltre la dimensione culturale. Il tema di questa edizione, “Co-esistenze”, propone una riflessione sul rapporto tra esseri umani e ambiente marino, con particolare attenzione alla biodiversità e alla salvaguardia dell’ecosistema adriatico. L’incontro sui rigassificatori ha mostrato quanto questo equilibrio sia oggi compromesso. Il prossimo appuntamento, domenica 14 giugno al mattino, sarà dedicato ai diritti della natura: una prospettiva che propone di riconoscere agli ecosistemi uno statuto giuridico, superando l’idea che siano semplici risorse. Una risposta attiva emerge anche dalla “Carovana Diritti e Rovesci” promossa da RECA e AMAS-ER, che si conclude con il Convegno di Bologna del 13 giugno, in cui si mettono al centro vari temi: l’energia come bene comune, gli strumenti di partecipazione civica e il punto sulle quattro leggi regionali di iniziativa popolare (riguardanti acqua, energia, ambiente e rifiuti). Partecipare a questi incontri significa esercitare una forma di vigilanza civile. In un tempo in cui aumentano vulnus giuridici e autoritarismo, con decisioni sempre più accelerate a scapito della trasparenza, la partecipazione cittadina e la conoscenza condivisa sono gli strumenti più efficaci per riequilibrare il rapporto tra interesse collettivo e interessi economici privati, speculativi e finanziari. L’Emilia-Romagna e l’Adriatico, da Ravenna a Riccione, con le proprie fragilità e ricchezze, si configurano oggi come il laboratorio di questa tensione. E forse anche il luogo da cui può partire una nuova consapevolezza civile Approfondimenti: * Guarda il video della diretta dell’intera conferenza sul canale di Rete No RIGASS No GNL * Scarica il pdf con il programma completo del Festival Into the Blue – Sea Life Fest 2026 di Fondazione Cetacea ETS * Scopri il programma del Convegno conclusivo della Carovana “Diritti e Rovesci” di RECA Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia Romagna e AMAS-ER Redazione Romagna
June 8, 2026
Pressenza