Dall’Azad Kashmir all’Italia, la voce di chi continua a lottare

Progetto Melting Pot Europa - Monday, September 21, 2026

MATTEO DEL VECCHIO 1

Il Pakistan sta reprimendo ferocemente il Joint Awami Action Committee (JAAC), movimento politico nato nel 2023 che unisce lotta di classe ed indipendentismo kashmiro. Dallo scorso giugno, il Kashmir amministrato dal Pakistan è attraversato da una nuova ondata di proteste e violenze: il JAAC ha promosso mobilitazioni per chiedere maggiori diritti politici ed economici per la popolazione locale, oltre a riforme del sistema elettorale. La repressione delle autorità pakistane ha raggiunto un nuovo livello da giugno, quando il governo ha dichiarato il JAAC un’organizzazione terroristica e ha iniziato ad applicare la legge antiterrorismo contro i suoi esponenti e la popolazione kashmira. A luglio, secondo il JAAC e gruppi locali della società civile, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro manifestanti disarmati, causando almeno 30 morti in due giorni. Le autorità hanno inoltre imposto un blackout delle comunicazioni e proceduto ad arresti di massa, mentre organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto un’indagine indipendente e il ripristino delle comunicazioni. Il governo pakistano ha respinto le accuse di un coinvolgimento delle forze di sicurezza nelle uccisioni e ha sostenuto che le proteste fossero sostenute dall’India.

In questa intervista ad Adil Bashir, comunista kashmiro rifugiato in Italia e attivista del JAAC, ripercorriamo l’origine e le istanze di questo movimento, che si è reso vocale anche in Italia attraverso le manifestazioni della diaspora kashmira a Bologna e Torino.

Adil Bashir è nato nell’Azad Kashmir, una regione del Kashmir amministrata dal Pakistan dal 1947 e già suo padre era impegnato nella lotta per la liberazione. All’università è entrato a far parte di gruppi politici indipendentisti, ma in cui ci si confrontava anche sulla politica internazionale, l’economia e la filosofia politica. È in questo contesto che ha sviluppato il proprio posizionamento comunista e maturato la convinzione dell’importanza della solidarietà internazionalista nella politica globale contemporanea e, in particolare, in quella regionale dell’Asia Meridionale. 

Giunto in Italia tramite la rotta balcanica, dove ha conosciuto i soprusi e le violenze della polizia croata al confine con la Bosnia, Adil continua a dedicarsi alla causa, portando la voce delle rivendicazioni del Joint Awami Action Committee.

D. Qual è la storia dietro alle rivendicazioni kashmire?

R. «A differenza di India e Pakistan, il Kashmir era uno stato principesco,  un dominio indiretto di Londra su cui regnava un Maharaja. Nel 1947, quando i britannici lasciarono il subcontinente indiano, il Pakistan tentò di conquistare il Kashmir e il Maharaja chiese aiuto all’India. Ci fu una guerra e il Kashmir venne spartito. India e Pakistan si impegnarono con l’Onu perché avesse luogo un referendum in cui i Kashmiri avrebbero deciso tra indipendenza o annessione. Questo non accadde mai perché nessuno dei due ritirò le proprie forze. Da allora l’occupazione viene motivata con argomenti securitari, infusi di accuse reciproche, in cui i kashmiri sono dipinti come cooptati agli interessi rivali. In quegli stessi anni, mentre la promessa del referendum rimaneva lettera morta, molti popoli nel mondo si autodeterminavano. I kashmiri volevano lo stesso e non hanno mai smesso di volerlo. Allo stesso tempo in Kashmir c’era una tradizione di lotta di classe già sotto il Maharaja. Per questi motivi i kashmiri si sono sempre dimostrati politicamente attivi e non hanno mai smesso di lottare per i propri diritti, come quello di autodeterminarsi secondo il diritto internazionale».

E il Joint Awami Action Committee, quando nasce e perché?

«Il JAAC nacque ufficialmente nel 2023 a Rawalakot per riunire varie istanze sentite tra la gente a causa delle difficoltà economiche. Volevamo creare un movimento di massa capace di attuare la lotta di classe. Riunimmo tutta la società civile. Nel 2024 ci furono delle grandi mobilitazioni per boicottare le bollette elettriche e perché il prezzo del grano fosse calmierato. Inizialmente Islamabad pensò che bastasse abbassare il prezzo del grano per qualche mese e tutto sarebbe rientrato. Ma i kashmiri sanno che il potere se dà qualcosa se lo riprende in sordina poco tempo dopo. Nel 2025 vennero presentate al governo 38 richieste: investimenti per sanità, istruzione, infrastrutture, un taglio alle appropriazioni indebite da parte dell’establishment e soprattutto l’abolizione di 12 seggi (su 53 totali dell’assemblea legislativa dell’Azad Kashmir n.d.r.) riservati ai kashmiri provenienti dall’area occupata dall’India e rifugiatisi in Pakistan. Questi seggi sono lo strumento dell’establishment pakistano per controllare l’assemblea».

Come ha reagito il potere?

«I colloqui col governo si bloccarono sulla richiesta relativa ai 12 seggi. Organizzammo una grande marcia che da tutto il Kashmir sarebbe confluita a Muzaffarabad. Il 5 giugno il governo dichiarò il JAAC e un’organizzazione terroristica e impose il blocco delle comunicazioni. Quella notte in un raid fu ucciso uno dei leader del JAAC. Il suo corpo non venne restituito alla famiglia perché questa si rifiutò di firmare un documento in cui si riconosceva l’appartenenza del morto a un’organizzazione terroristica. La repressione è esplosa e non sembra arrestarsi. Da giugno le nostre manifestazioni vengono attaccate, subiamo esecuzioni sommarie, alle famiglie non vengono riconsegnate le salme e non sappiamo nulla dei nostri compagni arrestati. Prosegue il blocco di internet e ai media esteri è impedito recarsi in Azad Kashmir. Abbiamo perso più di cento compagni. Gli apparati di sicurezza pakistani colpiscono i leader del movimento e coloro che provano a diffonderne il messaggio. Tra questi Usama Jamil, un ricercatore della Quaid-e-Azam University di Islamabad ucciso durante le manifestazioni».

Qual è la tua prospettiva?

I Kashmiri sono abituati a resistere, a fare affidamento sulle proprie forze e a sostenersi reciprocamente. Hanno capito che il potere  non gli darà condizioni di vita dignitose e perciò supportano in massa l’indipendenza. Lenin diceva che un movimento nazionalista non può vincere se non è supportato dalla lotta di classe delle masse. La nostra lotta non può prescindere dalla lotta di classe che ci accomuna con il popolo indiano e pakistano. Tutta l’asia meridionale ha molti grandi problemi comuni tra i vari stati. Perché i kashmiri siano indipendenti devono lottare per i bisogni che li accomunano alle classi subalterne degli altri paesi della regione, fino a lottare con esse. Per questo il Pakistan, ma anche l’India, teme tanto il contagio che la nostra lotta può innescare. Per questo per noi la solidarietà è vitale. Non ci aspettiamo che l’UE e l’Onu si attivino improvvisamente. Però non smettiamo di richiamarle ai loro valori. Puntiamo alla solidarietà con i giovani europei, con altri lavoratori immigrati in Europa dall’Asia meridionale e nelle manifestazioni di Bologna e Torino la abbiamo ricevuta».

Il 30 agosto, nei giorni in cui questa intervista veniva realizzata, si è tenuta a Torino una manifestazione per l’indipendenza del Kashmir e per la fine della repressione e delle violenze a cui la popolazione kashmira e i membri del Joint Awami action Committee sono sottoposti. Parteciparvi è stato cruciale per dare un volto e concretezza al racconto di Adil sulla lotta che i kashmiri portano avanti anche all’estero. Il corteo era partecipato da lavoratori immigrati della comunità kashmira di Torino e da tantissimi giunti dal resto d’Italia e dall’Europa.

Con loro portavano la forza della convinzione che ogni sforzo per diffondere la voce di ciò che accade dal 1947, e di ciò che accade da giugno a questa parte, nell’Azad Kashmir sia un atto rivoluzionario. Hanno sfilato con gioia e coraggio le loro bandiere e i loro slogan chiedendo di essere ascoltati e di essere capiti. Pur non mancando gli appelli all’UE e alle organizzazioni internazionali, la voce del corteo era diretta in primo luogo alla cittadinanza italiana e europea.

Perché, come spiega anche Adil, quella dei kashmiri e del JAAC è la lotta di classe di un popolo che ha smesso di chiedere il permesso al potere che da settant’anni li opprime e inganna. In questo era possibile ravvisare similitudini con altri movimenti rivoluzionari dell’area dell’Asia meridionale: le sollevazioni dei lavoratori in Bangladesh, il movimento degli scarafaggi in India, le rivolte in Nepal. Movimenti che in Europa ricevono una lettura parziale quando non inesistente, ma la cui energia ci può raggiungere e ispirare solo se entriamo in contatto solidale con le parole e gli atti di chi li anima.

  1. Dopo una laurea triennale in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee alla Statale di Milano, ho completato una laurea magistrale in International Security Studies all Univerzita Karlova di Praga con una tesi sulla manipolazione politica dell’identità nazionale in Turchia dagli anni Settanta ad oggi. Mi interessa la politica internazionale e in particolare mi concentro sulle narrazioni politiche che la animano in tutte le sue dimensioni. ↩︎