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Il “Patto della Mecca” attivato: Ankara e Islamabad a difesa di Riyad
A due mesi dalla sua firma, il Patto della Mecca è ufficialmente operativo. L’alleanza militare trilaterale tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan ha visto, lunedì 6 ottobre, il suo primo banco di prova a Riyad, con la convocazione di una riunione straordinaria del comitato congiunto di difesa e politica estera. […] L'articolo Il “Patto della Mecca” attivato: Ankara e Islamabad a difesa di Riyad su Contropiano.
October 7, 2026
Contropiano
Pakistan – Riconoscimento dello status di rifugiato sulla base del (percepito) orientamento sessuale
Il Tribunale di Bologna, con decreto del 27 marzo 2026, ha riconosciuto lo status di rifugiato ad un giovane cittadino pakistano, il quale ha dovuto lasciare il paese d’origine a causa di persecuzioni familiari e sociali – incluse le minacce di morte da parte di un cugino e le violenze subite – a causa del suo orientamento sessuale. La Commissione aveva ritenuto le dichiarazioni del richiedente troppo sommarie e stereotipate, senza dettagli sufficienti sulle persecuzioni familiari e sociali, ed aveva escluso la sussistenza dei presupposti per il rifugio e per le altre forme di protezione. In fase di istruttoria, il Giudice designato, ritenendo necessario approfondire il racconto del richiedente e le vicissitudini del percorso migratorio, lo ha inviato all’ente anti-tratta, con il quale lo stesso ha svolto diversi colloqui. Dalla relazione dell’Ente è emerso, oltre alle motivazioni della fuga, anche che durante la sua permanenza in Libia egli è stato vittima di maltrattamenti e sfruttamento e che oggi, a causa del contesto sociale e culturale di provenienza, lui stesso non si riconosce come omosessuale. Il Tribunale di Bologna, in merito alla valutazione della credibilità del racconto di una richiedente asilo che pone a fondamento della propria domanda questioni di orientamento sessuale, ha evidenziato – richiamando la giurisprudenza di legittimità – che, anche in presenza di incongruenze, la narrazione complessiva del richiedente può essere considerata credibile, in quanto il beneficio del dubbio appare vieppiù necessario ove si tratti di verificare vicende strettamente connesse al vissuto più profondo della persona e alla sua stessa identità. Dopo una dettagliata disamina delle COI – dalle quali emerge che in Pakistan la legislazione sanziona penalmente l’omosessualità, che tali sanzioni vengono effettivamente applicate e che il contesto pakistano è caratterizzato da trattamenti discriminatori e violenti contro le minoranze LGBT, con leggi e pratiche che rendono difficile vivere apertamente il proprio orientamento sessuale e con episodi di violenza e repressione documentati da fonti internazionali – il Tribunale di Bologna ha riconosciuto lo status di rifugiato, evidenziando le persecuzioni legate all’orientamento sessuale e il rischio di discriminazione e violenze in Pakistan. Tribunale di Bologna, decreto del 27 marzo 2026 Si ringrazia l’Avv. Ivana Stojanova per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e del Pakistan * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE: * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
September 21, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Dall’Azad Kashmir all’Italia, la voce di chi continua a lottare
MATTEO DEL VECCHIO 1 Il Pakistan sta reprimendo ferocemente il Joint Awami Action Committee (JAAC), movimento politico nato nel 2023 che unisce lotta di classe ed indipendentismo kashmiro. Dallo scorso giugno, il Kashmir amministrato dal Pakistan è attraversato da una nuova ondata di proteste e violenze: il JAAC ha promosso mobilitazioni per chiedere maggiori diritti politici ed economici per la popolazione locale, oltre a riforme del sistema elettorale. La repressione delle autorità pakistane ha raggiunto un nuovo livello da giugno, quando il governo ha dichiarato il JAAC un’organizzazione terroristica e ha iniziato ad applicare la legge antiterrorismo contro i suoi esponenti e la popolazione kashmira. A luglio, secondo il JAAC e gruppi locali della società civile, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro manifestanti disarmati, causando almeno 30 morti in due giorni. Le autorità hanno inoltre imposto un blackout delle comunicazioni e proceduto ad arresti di massa, mentre organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto un’indagine indipendente e il ripristino delle comunicazioni. Il governo pakistano ha respinto le accuse di un coinvolgimento delle forze di sicurezza nelle uccisioni e ha sostenuto che le proteste fossero sostenute dall’India. In questa intervista ad Adil Bashir, comunista kashmiro rifugiato in Italia e attivista del JAAC, ripercorriamo l’origine e le istanze di questo movimento, che si è reso vocale anche in Italia attraverso le manifestazioni della diaspora kashmira a Bologna e Torino. Adil Bashir è nato nell’Azad Kashmir, una regione del Kashmir amministrata dal Pakistan dal 1947 e già suo padre era impegnato nella lotta per la liberazione. All’università è entrato a far parte di gruppi politici indipendentisti, ma in cui ci si confrontava anche sulla politica internazionale, l’economia e la filosofia politica. È in questo contesto che ha sviluppato il proprio posizionamento comunista e maturato la convinzione dell’importanza della solidarietà internazionalista nella politica globale contemporanea e, in particolare, in quella regionale dell’Asia Meridionale.  Giunto in Italia tramite la rotta balcanica, dove ha conosciuto i soprusi e le violenze della polizia croata al confine con la Bosnia, Adil continua a dedicarsi alla causa, portando la voce delle rivendicazioni del Joint Awami Action Committee. D. QUAL È LA STORIA DIETRO ALLE RIVENDICAZIONI KASHMIRE? R. «A differenza di India e Pakistan, il Kashmir era uno stato principesco,  un dominio indiretto di Londra su cui regnava un Maharaja. Nel 1947, quando i britannici lasciarono il subcontinente indiano, il Pakistan tentò di conquistare il Kashmir e il Maharaja chiese aiuto all’India. Ci fu una guerra e il Kashmir venne spartito. India e Pakistan si impegnarono con l’Onu perché avesse luogo un referendum in cui i Kashmiri avrebbero deciso tra indipendenza o annessione. Questo non accadde mai perché nessuno dei due ritirò le proprie forze. Da allora l’occupazione viene motivata con argomenti securitari, infusi di accuse reciproche, in cui i kashmiri sono dipinti come cooptati agli interessi rivali. In quegli stessi anni, mentre la promessa del referendum rimaneva lettera morta, molti popoli nel mondo si autodeterminavano. I kashmiri volevano lo stesso e non hanno mai smesso di volerlo. Allo stesso tempo in Kashmir c’era una tradizione di lotta di classe già sotto il Maharaja. Per questi motivi i kashmiri si sono sempre dimostrati politicamente attivi e non hanno mai smesso di lottare per i propri diritti, come quello di autodeterminarsi secondo il diritto internazionale». E IL JOINT AWAMI ACTION COMMITTEE, QUANDO NASCE E PERCHÉ? «Il JAAC nacque ufficialmente nel 2023 a Rawalakot per riunire varie istanze sentite tra la gente a causa delle difficoltà economiche. Volevamo creare un movimento di massa capace di attuare la lotta di classe. Riunimmo tutta la società civile. Nel 2024 ci furono delle grandi mobilitazioni per boicottare le bollette elettriche e perché il prezzo del grano fosse calmierato. Inizialmente Islamabad pensò che bastasse abbassare il prezzo del grano per qualche mese e tutto sarebbe rientrato. Ma i kashmiri sanno che il potere se dà qualcosa se lo riprende in sordina poco tempo dopo. Nel 2025 vennero presentate al governo 38 richieste: investimenti per sanità, istruzione, infrastrutture, un taglio alle appropriazioni indebite da parte dell’establishment e soprattutto l’abolizione di 12 seggi (su 53 totali dell’assemblea legislativa dell’Azad Kashmir n.d.r.) riservati ai kashmiri provenienti dall’area occupata dall’India e rifugiatisi in Pakistan. Questi seggi sono lo strumento dell’establishment pakistano per controllare l’assemblea». COME HA REAGITO IL POTERE? «I colloqui col governo si bloccarono sulla richiesta relativa ai 12 seggi. Organizzammo una grande marcia che da tutto il Kashmir sarebbe confluita a Muzaffarabad. Il 5 giugno il governo dichiarò il JAAC e un’organizzazione terroristica e impose il blocco delle comunicazioni. Quella notte in un raid fu ucciso uno dei leader del JAAC. Il suo corpo non venne restituito alla famiglia perché questa si rifiutò di firmare un documento in cui si riconosceva l’appartenenza del morto a un’organizzazione terroristica. La repressione è esplosa e non sembra arrestarsi. Da giugno le nostre manifestazioni vengono attaccate, subiamo esecuzioni sommarie, alle famiglie non vengono riconsegnate le salme e non sappiamo nulla dei nostri compagni arrestati. Prosegue il blocco di internet e ai media esteri è impedito recarsi in Azad Kashmir. Abbiamo perso più di cento compagni. Gli apparati di sicurezza pakistani colpiscono i leader del movimento e coloro che provano a diffonderne il messaggio. Tra questi Usama Jamil, un ricercatore della Quaid-e-Azam University di Islamabad ucciso durante le manifestazioni». QUAL È LA TUA PROSPETTIVA? I Kashmiri sono abituati a resistere, a fare affidamento sulle proprie forze e a sostenersi reciprocamente. Hanno capito che il potere  non gli darà condizioni di vita dignitose e perciò supportano in massa l’indipendenza. Lenin diceva che un movimento nazionalista non può vincere se non è supportato dalla lotta di classe delle masse. La nostra lotta non può prescindere dalla lotta di classe che ci accomuna con il popolo indiano e pakistano. Tutta l’asia meridionale ha molti grandi problemi comuni tra i vari stati. Perché i kashmiri siano indipendenti devono lottare per i bisogni che li accomunano alle classi subalterne degli altri paesi della regione, fino a lottare con esse. Per questo il Pakistan, ma anche l’India, teme tanto il contagio che la nostra lotta può innescare. Per questo per noi la solidarietà è vitale. Non ci aspettiamo che l’UE e l’Onu si attivino improvvisamente. Però non smettiamo di richiamarle ai loro valori. Puntiamo alla solidarietà con i giovani europei, con altri lavoratori immigrati in Europa dall’Asia meridionale e nelle manifestazioni di Bologna e Torino la abbiamo ricevuta». Il 30 agosto, nei giorni in cui questa intervista veniva realizzata, si è tenuta a Torino una manifestazione per l’indipendenza del Kashmir e per la fine della repressione e delle violenze a cui la popolazione kashmira e i membri del Joint Awami action Committee sono sottoposti. Parteciparvi è stato cruciale per dare un volto e concretezza al racconto di Adil sulla lotta che i kashmiri portano avanti anche all’estero. Il corteo era partecipato da lavoratori immigrati della comunità kashmira di Torino e da tantissimi giunti dal resto d’Italia e dall’Europa. Con loro portavano la forza della convinzione che ogni sforzo per diffondere la voce di ciò che accade dal 1947, e di ciò che accade da giugno a questa parte, nell’Azad Kashmir sia un atto rivoluzionario. Hanno sfilato con gioia e coraggio le loro bandiere e i loro slogan chiedendo di essere ascoltati e di essere capiti. Pur non mancando gli appelli all’UE e alle organizzazioni internazionali, la voce del corteo era diretta in primo luogo alla cittadinanza italiana e europea. Perché, come spiega anche Adil, quella dei kashmiri e del JAAC è la lotta di classe di un popolo che ha smesso di chiedere il permesso al potere che da settant’anni li opprime e inganna. In questo era possibile ravvisare similitudini con altri movimenti rivoluzionari dell’area dell’Asia meridionale: le sollevazioni dei lavoratori in Bangladesh, il movimento degli scarafaggi in India, le rivolte in Nepal. Movimenti che in Europa ricevono una lettura parziale quando non inesistente, ma la cui energia ci può raggiungere e ispirare solo se entriamo in contatto solidale con le parole e gli atti di chi li anima. 1. Dopo una laurea triennale in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee alla Statale di Milano, ho completato una laurea magistrale in International Security Studies all Univerzita Karlova di Praga con una tesi sulla manipolazione politica dell’identità nazionale in Turchia dagli anni Settanta ad oggi. Mi interessa la politica internazionale e in particolare mi concentro sulle narrazioni politiche che la animano in tutte le sue dimensioni. ↩︎
September 21, 2026
Progetto Melting Pot Europa
La “via della seta” ferroviaria iraniana rompe l’assedio marittimo
Nelle ultime settimane, i polverosi scali ferroviari di Xi’an e i porti asciutti di Teheran sono stati animati da un’attività insolita. Il traffico merci tra Cina e Iran è aumentato vertiginosamente, trasformando una rotta logistica un tempo limitata in una linfa vitale per l’economia. Questo incremento non è dovuto solo […] L'articolo La “via della seta” ferroviaria iraniana rompe l’assedio marittimo su Contropiano.
September 11, 2026
Contropiano
I corridoi che stanno ridisegnando l’Asia Occidentale
La mappa delle alleanze che si estende tra l’Asia occidentale e meridionale non è più tracciata solo dalla geografia o dagli allineamenti settari. Negli ultimi anni, un nuovo ordine regionale ha iniziato a prendere forma, in cui gli interessi di sicurezza sono legati a tecnologia, energia, porti, catene di approvvigionamento […] L'articolo I corridoi che stanno ridisegnando l’Asia Occidentale su Contropiano.
August 21, 2026
Contropiano
Arriva la Nato sunnita, un ‘successone’ della guerra Usa-Israele all’Iran
E’ stato firmato in questi giorni un accordo di cooperazione militare tra sauditi, pakistani e turchi. E non è stato firmato in un luogo qualunque ma alla Mecca, “capitale” delle fede mussulmana. Potrebbe essere il nucleo di quella Nato islamica di cui si parla da tempo. Lo capiremo se i […] L'articolo Arriva la Nato sunnita, un ‘successone’ della guerra Usa-Israele all’Iran su Contropiano.
August 9, 2026
Contropiano
Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno firmato un accordo militare contro l’Iran
Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato un accordo trilaterale di mutua difesa. A fornire maggiori dettagli è stato il Ministero degli Esteri di Islamabad, secondo cui l’Accordo di La Mecca «intende rafforzare la deterrenza collettiva contro ogni forma di aggressione e prevede che qualunque attacco armato contro uno dei tre Stati sarà considerato come un attacco a tutti loro». Nonostante la generalità delle parole scelte, non è difficile pensare che il destinatario principale dell’accordo sia l’Iran. Sullo sfondo si stagliano infatti le tensioni della guerra ancora in corso con Washington — che nelle scorse settimane ha visto attacchi iraniani sferrati contro diversi obiettivi in Arabia. A ciò si aggiungono le rinnovate tensioni tra i ribelli yemeniti Houthi — vicini a Teheran — e Riyad. Mentre la soluzione diplomatica al conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran stenta a decollare, a Gedda nasce una nuova coalizione militare, pronta a dire la propria in caso di ripresa degli attacchi. A firmare il trattato difensivo sono stati il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il premier pachistano Shabbaz Sharif. Le clausole dell’accordo potrebbero attivarsi già di fronte a eventuali nuove rappresaglie iraniane verso l’Arabia Saudita, che ospita basi americane sul proprio territorio ed è da anni il principale alleato di Washington nella regione. Al fianco di Riyad, entrerebbero in guerra Turchia, membro NATO, e Pakistan, potenza nucleare vicina a Pechino. Da Teheran sono arrivate nel frattempo le prime reazioni: «i sauditi devono capire che un accordo di carta con Turchia e Pakistan non garantirà loro la sicurezza, così come non l’hanno garantita anni di sostegno unilaterale agli americani», ha dichiarato Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera del Parlamento iraniano. Cresce così il rischio di un allargamento del conflitto in Medio Oriente. Se il fronte iraniano-statunitense è piombato da qualche giorno in uno stato di quiescenza, quello yemenita rappresenta una sfida incombente per l’Arabia Saudita. Da oltre un decennio, Riyad è un attore principale della guerra civile in Yemen, sostenendo militarmente la fazione governativa. Dall’altro lato ci sono i ribelli Houthi, vicini all’Iran, che prima, a luglio, hanno istituito un blocco marittimo nei confronti dell’Arabia Saudita e poi hanno alzato il livello dello scontro, sferrando ieri un massiccio attacco contro alcune basi dell’esercito yemenita. Già nei mesi scorsi — dopo aver pagato a proprie spese l’illusione dell’ombrello difensivo USA — l’Arabia Saudita si era avvicinata al Pakistan, siglando un importante accordo per lo scambio di informazioni e tecnologie militari. Con il trattato di mutua difesa, la potenza nucleare asiatica continua a ritagliarsi un ruolo sempre più importante nello scacchiere mediorientale, dopo aver svolto il ruolo di mediatore tra USA e Iran nella prima fase della guerra. Il Pakistan guadagna poi due alleati per i suoi confini caldi: quello orientale riaccesosi l’anno scorso con quattro giorni di combattimento con l’India, e quello occidentale, dove da febbraio è in corso un conflitto a bassa intensità con l’Afghanistan.  Il trattato di mutua difesa lega tre potenze del mondo sunnita. La Turchia trova nell’accordo la possibilità di ostacolare un nemico storico, l’Iran, proiettando allo stesso tempo la sua forza nella regione e sfidando il crescente imperialismo israeliano. The post Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno firmato un accordo militare contro l’Iran appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 7, 2026
L'INDIPENDENTE
Usa-Israele contro Iran, ma è il Dragone cinese il convitato di pietra
Il conflitto USA-Iran ha innescato un nuovo incendio in un’area del mondo segnata da conflitti sanguinosi, storici e senza fine. Un incendio che sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, aver preso la via dell’accordo, con la sottoscrizione del memorandum d’intesa. Avventura senza senso per molti, dimostrazione di forza da parte degli […] L'articolo Usa-Israele contro Iran, ma è il Dragone cinese il convitato di pietra su Contropiano.
July 13, 2026
Contropiano
Annullato il decreto di espulsione: il richiedente asilo con ricorso pendente è inespellibile ai sensi dell’art. 19, c. 1.1, T.U.I.
Il Giudice di Pace di Napoli accoglie il ricorso proposto da un cittadino pakistano avverso il decreto di espulsione emesso dal Prefetto della Provincia di Napoli, dichiarandone l’illegittimità e disponendone l’annullamento. Invero, può sembrare scontato ma non sempre la domanda d’asilo, come nel caso di specie, elude la prassi illegittima di emettere un decreto di espulsione, soprattutto nei casi di procedure accelerate con accompagnamento in frontiera. Nella fattispecie, il ricorrente, cittadino pakistano originario del distretto di Gujarat, aveva impugnato tempestivamente il decreto prefettizio di espulsione ex art. 13, co. 8, D.Lgs. n. 286/1998, articolando plurimi motivi, quali: vizi formali del provvedimento per assenza o illeggibilità del certificato di conformità all’originale; violazione del diritto al contraddittorio ex art. 13, co. 7, T.U.I. e art. 6 CEDU; violazione del divieto di non refoulement e mancata valutazione dei presupposti di inespellibilità ex art. 19 T.U.I.; mancata concessione del termine per la partenza volontaria ex art. 13, co. 4 e 5, T.U.I. La decisione del Giudice di Pace neppure entra nel merito dei singoli motivi di ricorso, fondando invece la propria decisione su un elemento dirimente: nel corso del giudizio, il ricorrente ha depositato il Decreto con cui il Tribunale di Napoli, XIII Sezione civile – Sezione Specializzata in materia di Immigrazione, Protezione Internazionale e Libera Circolazione dei Cittadini dell’Unione Europea aveva già accolto l’istanza di sospensione del provvedimento del Questore, formulata ai sensi dell’art. 35-bis, co. 4 e 5, D.Lgs. n. 25/2008. In quella sede, il Tribunale Specializzato aveva accertato che il Pakistan non può essere considerato un paese terzo sicuro, richiamando fonti COI che documentano crisi politiche ed economiche profonde, rilevando l’esistenza di un rischio effettivo di deprivazione dei diritti fondamentali in caso di rimpatrio, tale da violare il diritto alla vita privata del ricorrente, riconosciuto dagli artt. 2, 3 e 117 Cost. e dall’art. 8 CEDU.  Il Giudice di Pace recependo integralmente questa valutazione e, ritenuta la conseguente illegittimità del decreto di espulsione, dispone l’annullamento del decreto prefettizio. Il provvedimento merita attenzione per almeno due ragioni, in primo luogo, conferma e consolida – sul piano del giudizio di opposizione all’espulsione – l’orientamento già espresso dalla Sezione Specializzata partenopea in sede cautelare: il Pakistan non è un paese sicuro, e il rimpatrio forzato di un suo cittadino integra una violazione del diritto alla vita privata, nonché dei diritti economici e sociali. Si tratta di una lettura particolarmente significativa perché non si fonda su una persecuzione individuale o su un rischio specifico per il singolo ricorrente, bensì sulla condizione sistemica del paese di origine, estesa alla generalità dei suoi cittadini in termini di deprivazione dei bisogni fondamentali. In secondo luogo, la pronuncia illustra efficacemente la sinergia tra i diversi livelli giurisdizionali nel sistema di tutela dei diritti. Il decreto cautelare del Tribunale Specializzato, ottenuto nell’ambito della procedura cd. “accelerata” ex art. 29-bis, co. 1-bis, D.Lgs. n. 25/2008, ha costituito il presupposto fattuale determinante per l’accoglimento del ricorso dinanzi al Giudice di Pace: quest’ultimo, nell’accertare l’illegittimità del decreto prefettizio, si è appoggiato sull’accertamento già compiuto dal giudice specializzato in ordine all’inespellibilità del ricorrente, ne deriva, pertanto, un effetto “a cascata” della tutela cautelare nel caso in cui, per il richiedente asilo in fase di impugnazione vi sia stato emesso un decreto di sospensiva ovvero quando il provvedimento si ex lege sospeso. Giudice di Pace di Napoli, sentenza del 29 maggio 2026 Si ringrazia l’Avv. Armando Maria De Nicola per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni di annullamento del decreto di espulsione
L’orrore dell’ipocrisia
Quattro uomini sono stati bruciati vivi ad Amendolara (Cosenza) perché chiedevano di essere pagati per il lavoro svolto. Già questa frase dovrebbe bastare a scuotere un Paese nella cui Costituzione celebriamo che è fondata sul lavoro. Eppure rischiamo di fermarci all’orrore dell’episodio, alla crudeltà dei carnefici, alla commozione di qualche giorno. Sarebbe l’ennesima ipocrisia. Il caporalato non cresce nelle campagne come un’erbaccia spontanea. Vive dentro una filiera che pretende prezzi sempre più bassi, raccolti sempre più rapidi, costi sempre più ridotti. Vive nella nostra indifferenza quando riempiamo il carrello compiacendoci di fragole, pomodori e agrumi venduti a prezzi impossibili. Quei quattro braccianti afghani non lavoravano per il Pakistan. Le terre che coltivavano non erano pakistane. I prodotti raccolti sotto il sole cocente della Calabria non erano destinati ai mercati di Kabul o Islamabad. La domanda da porci non è chi abbia appiccato il fuoco, ma chi alimenti il sistema che rende possibile lo sfruttamento, il ricatto, la riduzione di esseri umani a forza lavoro usa e getta. Ci scandalizziamo davanti alle fiamme. Molto meno davanti ai salari da fame, ai contratti negati, ai ghetti, ai trasporti clandestini, alle schiavitù moderne che permettono di abbassare il prezzo di ciò che arriva sulle nostre tavole. Quattro uomini sono morti bruciati vivi. Se questa tragedia non diventerà una rivolta delle coscienze, allora il fuoco continuerà a bruciare anche oltre quella vettura: nelle campagne, nei supermercati e nelle nostre responsabilità. Fonte: Mosaico di pace Comune-info
June 3, 2026
Pressenza