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Report de La Via Campesina su sovranità alimentare, guerra, imperialismo e fame nel mondo
In occasione del 30° anniversario della Giornata internazionale delle lotte contadine, il 17 aprile 2026, La Via Campesina ha pubblicato il suo documento programmatico sulle guerre nel mondo. Nel 30° anniversario del massacro di Eldorado dos Carajás, un tragico evento che ha segnato la storia de La Vía Campesina, dove contadini senza terra in Brasile furono uccisi dalla polizia federale per aver difeso il loro diritto alla riforma agraria. A pochi chilometri di distanza e 30 anni dopo, il mondo continua a mietere vittime innocenti, in uno scenario sempre più critico, segnato dalla pressione del potere imperiale e dalle tensioni geopolitiche. La Via Campesina, movimento contadino ed ecologista internazionale che riunisce oltre 180 organizzazioni provenienti da 81 paesi e rappresenta più di 200 milioni di contadini, agricoltori, popolazioni indigene e comunità rurali, lancia l’allarme presentando un documento programmatico: “GLOBALIZATION OF WAR AND THE STARVATION OF PEOPLES Food Sovereignty Against Imperialism and Global Wars” (ovvero, “La sovranità alimentare di fronte alla guerra, all’imperialismo e alla fame dei popoli nel mondo”), un position paper che affronta elementi chiave per comprendere l’impatto delle guerre e del potere imperialista sulla sovranità alimentare dei popoli. In linea con la sua lotta centrale, “di fronte alle crisi globali, costruiamo la sovranità alimentare per garantire il futuro dell’umanità”, LVC sottolinea l’urgenza della situazione. Si legge nell’incipit: “Mai nella storia recente così tanti conflitti armati sono scoppiati simultaneamente in così tanti continenti. Le guerre a Gaza, in Libano, Mali, Ucraina, Sudan, Yemen, Myanmar, nel Sahel, nella Repubblica Democratica del Congo e in Siria non sono tragedie isolate. Sono manifestazioni sintomatiche di un unico sistema globale strutturalmente malato, costruito sulla logica dell’accumulazione illimitata di capitale, del razzismo strutturale, dell’escalation delle tensioni geopolitiche, dello sfruttamento delle risorse e del dominio neocoloniale imperialista. Oggi convergono 4 dinamiche che si rafforzano a vicenda: una crisi strutturale del capitalismo globale, l’escalation dell’imperialismo militare da parte delle potenze dominanti, lo sviluppo di tecnologie militari con effetti sempre più distruttivi e l’uso deliberato del cibo come arma. Queste dinamiche costituiscono una minaccia esistenziale non solo per i sistemi alimentari, ma anche per l’umanità e la natura stessa, con gravi violazioni dei diritti umani che eludono le convenzioni internazionali vincolanti. La difesa della terra e del cibo è stata storicamente parte integrante delle lotte dei popoli contro i colonizzatori. Fin dai primi tempi del colonialismo, terre, acque, foreste e territori sono stati conquistati per arricchire gli egemoni globali. Oggi, il neocolonialismo e il neoimperialismo continuano attraverso interventi militari e sistemi commerciali, istituzioni finanziarie e monetarie neoliberiste e multinazionali. Queste dinamiche fanno parte di ciò che Naomi Klein definisce “capitalismo dei disastri”, un sistema in cui le crisi vengono sfruttate per imporre privatizzazioni e deregolamentazione, garantendo che siano proprio loro a ricostruire e promuovere nuove tecnologie per un nuovo sistema di produzione alimentare.” Il documento ha preso in considerazione importanti dati forniti da rapporti del Comitato per la pesca della FAO, attraverso il suo rapporto sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo (SOFI), dello Stockholm International Peace Research Institute, dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), tra gli altri, riguardo ai conflitti globali e al loro impatto sui sistemi alimentari nei Paesi colpiti. “I poveri delle zone rurali, coloro che nutrono il mondo, stanno pagando il prezzo più alto.” – scrive La Via Campesina nel suo report – “Sono intrappolati nella povertà, nella fame e nei conflitti, che causano espropriazione e migrazioni forzate. (…) I fatti richiedono un’urgente chiarezza morale e politica.” Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) (1), i conflitti armati sono la principale causa di fame a livello globale. Sono: * 733 MILIONI persone che soffrono la fame nel mondo (FAO SOFI 2024); * 3,1 MILIARDI persone che non possono permettersi una dieta sana (FAO); * 60% le persone che soffrono la fame viventi in zone di conflitto (WFP); * e $2,44 TRILIONI spese militari globali nelle zone di conflitto 2023 (SIPRI ). Secondo La Via Campesina (LVC): “L’accumulazione di capitale, motore dell’ordine economico globale, si è sempre basata su due forme di espropriazione: lo sfruttamento del lavoro umano e la mercificazione della natura. Terra, acqua, semi, minerali, geni e spazio atmosferico sono stati tutti trasformati in risorse commerciabili. Quando queste risorse diventano scarse o quando gli stati potenti percepiscono una minaccia al loro approvvigionamento, la guerra diventa lo strumento prescelto.” È impossibile comprendere l’attuale proliferazione delle guerre senza confrontarsi con le profonde contraddizioni strutturali del capitalismo del XXI secolo. La globalizzazione della guerra nel mondo sta generando una pericolosa transizione dovuta alle dispute geopolitiche per il potere. Regioni come il mondo arabo e la sua sfera geopolitica, il Corno d’Africa, il Sahel, l’America Latina e il Sud-est e l’Est asiatico (l’Indo-Pacifico) sono diventate teatri centrali della competizione tra superpotenze. La LVC lancia l’allarme su come il multilateralismo sotto l’egida delle Nazioni Unite (ONU) sia effettivamente minacciato, subendo una pressione crescente da parte di potenze egemoniche concorrenti, che porta le Nazioni Unite ad essere irrilevanti nella regolamentazione e nella definizione delle relazioni internazionali. Con l’erosione dell’egemonia statunitense sotto il peso della finanziarizzazione, della deindustrializzazione, dell’ascesa della Cina come superpotenza economica e tecnologica e dell’emergere dei BRICS, la politica estera degli Stati Uniti è diventata sempre più assertiva. Come viene scritto nel report, la dinamica geopolitica è caratterizzata da quattro elementi strutturali: – Militarizzazione dell’economia globale: la spesa militare ha raggiunto la cifra record di 2.440 miliardi di dollari nel 2023 (SIPRI, 2024), mentre la FAO stima che porre fine alla fame nel mondo costerebbe 267 miliardi di dollari all’anno. La scelta di armare anziché nutrire non è una necessità economica, bensì una decisione politica. Riflette una prospettiva in cui il dominio della geopolitica è visto come una via per il dominio dell’economia globale. – L’ascesa del complesso militare-industriale: le lobby delle armi negli Stati Uniti, in Francia, in Israele e in altri paesi esercitano un’influenza significativa sulla politica estera. Le esportazioni di armi generano profitti nell’ordine delle centinaia di miliardi, mentre i territori che le ricevono si misurano in numero di vittime. La capacità distruttiva degli armamenti moderni è senza precedenti e mette il mondo intero a rischio nucleare. – La corsa alle risorse naturali: elementi delle terre rare, combustibili fossili, acqua e terreni agricoli sono la vera posta in gioco nella maggior parte dei conflitti contemporanei. Il blocco delle esportazioni di grano ucraino, la corsa al cobalto congolese e l’assedio delle zone di pesca di Gaza riflettono tutti questa logica. – Dipendenza strutturale dal Sud del mondo: decenni di aggiustamenti strutturali neoliberisti hanno eroso la sovranità alimentare delle nazioni in via di sviluppo, rendendole dipendenti da corridoi di importazione facilmente trasformabili in armi attraverso sanzioni, blocchi o interdizioni marittime. Oltre a questo, la globalizzazione della guerra porta inevitabilmente ad una catastrofe ecologica. “I conflitti armati accelerano la distruzione ambientale attraverso il bombardamento degli ecosistemi, la contaminazione del suolo e dell’acqua, la combustione di combustibili fossili in quantità massicce e il collasso della governance ambientale. Le zone di guerra diventano spesso siti di inquinamento tossico, deforestazione e perdita di biodiversità. Allo stesso tempo, l’accelerazione della crisi ecologica alimenta le tensioni geopolitiche. Con il superamento dei limiti planetari, tra cui l’instabilità climatica, la scarsità d’acqua, il degrado del suolo e la perdita di biodiversità, la competizione per le risorse naturali si intensifica.” In queste guerre si sta tornando ad un uso strategico della fame come arma di guerra. Se prima era una strategia usata dagli imperi nella storia per affamare e sottomettere i popoli,  questa antica logica viene applicata con precisione moderna: attraverso bombardamenti aerei dei sistemi di irrigazione, blocchi marittimi sulle importazioni di cibo, sanzioni che limitano l’accesso a fertilizzanti e pesticidi e il deliberato attacco a banche di semi, depositi di cereali, flotte pescherecce e mercati agricoli. LVC analizza i tre casi seguenti che dimostrano lo smantellamento deliberato dei sistemi alimentari come meccanismo di coercizione, punizione e controllo della popolazione: * A Gaza, la distruzione dell’80% dei terreni agricoli, il bombardamento dei pescherecci e il blocco dei corridoi umanitari costituiscono ciò che il Relatore Speciale delle Nazioni Unite ha definito “genocidio per fame”. * In Yemen, un decennio di blocco del porto di Hudaydah, punto di ingresso per il 70% delle importazioni alimentari, ha prodotto una delle peggiori carestie della storia moderna. * In Sudan, le Forze di Supporto Rapido hanno sistematicamente distrutto granai e saccheggiato terreni agricoli, trasformando un granaio in una catastrofe. “Questi non sono danni collaterali.” – scrive LVC – “Sono politiche deliberate e devono essere definite come tali: crimini di guerra.” La Via Campesina, in quanto movimento che riunisce le organizzazioni contadine a livello globale, ha riflettuto su questo tema e ha costantemente denunciato l’uso della fame come arma di guerra e il business che ne deriva. La distruzione e l’occupazione militare ne traggono vantaggio, alimentando genocidi in corso e perpetrando un numero incalcolabile di violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità, che rischiano di restare impuniti, con donne e bambini che rappresentano i soggetti più vulnerabili. Uniti contro l’imperialismo, il neocolonialismo, la criminalizzazione delle lotte e l’espropriazione dei territori, La Via Campesina invita le sue organizzazioni associate e le organizzazioni alleate a studiare e condividere il documento come strumento educativo divulgativo e come contributo della classe contadina globale, espresso con la sua stessa voce.   (1) Fonti: FAO State of Food Security 2024 | WFP Global Report 2024 | SIPRI Military Expenditure Database 2024   Comunicato di La Via Campesina: https://viacampesina.org/en/2026/04/food-sovereignty-in-the-face-of-war-imperialism-and-the-hunger-of-peoples-around-the-world/ Per scaricare position paper: EN_LVC_2026_04_17_Documento_di_posizione_LA_GLOBALIZZAZIONE_DELLA_GUERRA_E_LA_FAME Documento di posizione di EN LVC_La sovranità alimentare di fronte alla guerra Lorenzo Poli
April 23, 2026
Pressenza
Non l’hanno liberata, ma Aung San Suu Kyi è viva?
No, non l’hanno liberata. La giunta militare del Myanmar che ha posto fine a un decennio di quasi democrazia con il colpo di stato del 1° febbraio 2021 in quello stesso giorno imprigionò la Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi e il presidente democraticamente eletto U Win Myint. Nei giorni scorsi, Min Aung Hlain, il Presidente autoproclamato del nuovo governo militare del Myanmar, ha annunciato che in occasione della tradizionale amnistia per il primo dell’anno birmano che ricorre il 17 aprile, verranno liberati più di 4.000 detenuti- di questi solo 290 sono detenuti politici. Ma lei non c’è. Hanno rilasciato di prima mattina il presidente eletto U Win Myint e con il passare delle ore è diventato sempre più chiaro che la consigliera non era tra i detenuti liberati; non si sa se verrà nuovamente posta agli arresti domiciliari, come molti sperano. Il figlio più giovane di Aung San Suu Kyi, Kim Aris, il 19 aprile ha lanciato l’ennesima appello perché la giunta dia notizie sulle condizioni di salute della madre. In questi giorni sui social media giovani birmani  attivisti per i diritti civili hanno lanciato la campagna  “Proof of Life”: chiedono di fornire prove che la Consigliera di Stato sia ancora viva. Il 19 giugno compirà 81 anni. Da quando è stata arrestata la Cina ha fatto rinnovate richieste di poterla incontrare, ma senza successo. L’ultima notizia risale al 2023, quando il Ministro degli Esteri thailandesi disse che gli era stato concesso un incontro di un’ora con lei e ne diede conto in un incontro dell’ASEAN nel luglio di quell’anno. Agli appelli sul suo rilascio si sono aggiunti quelli ufficiali dell’ambasciata inglese a Yangon e quello della rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea, ma è evidente che l’Europa non è più interessata alle vicende di quella che considera una ex “paladina dei diritti umani”. Ignora che è proprio grazie ad Aung San Suu Kyi se generazioni di birmani hanno conosciuto prima e abbracciato poi le politiche dei diritti umani e sempre grazie a lei, dopo il colpo di Stato del 1° febbraio 2021 hanno dato vita a quel movimento nonviolento, unico nel suo genere oggi nel mondo, di difesa dei diritti umani, diventato la spina dorsale della Resistenza e che il 1° febbraio 2026 ha compiuto cinque anni: il Movimento di Disobbedienza Civile (CDM). Le reazioni si sono fatte sentire soprattutto in Asia, in particolare l’appello per il suo immediato rilascio dal Paese in carica per la presidenza dell’ASEAN (Association of South East Asia Nations), le Filippine. Il Myanmar è stato bandito dall’ASEAN a causa del continuo stato di violenza in cui versa il Paese e del suo rifiuto di rilasciare i numerosi prigionieri politici. Ciò nonostante, proprio in questi giorni Ming Aung Hlaing, in vesti civili, dismesse quelle di generale dell’esercito da quando si è proclamato Presidente, ha chiesto di poter tornare a far parte dell’ASEAN, nel tentativo di legittimare se stesso e il suo governo di militari. Questa richiesta fa parte del percorso in cui da qualche tempo si trova il Myanmar, una road map disegnata del suo potente partner commerciale, la Cina. Ma su di lui e altri undici membri del suo governo, pendono rinnovate sanzioni per crimini di guerra della Corte Penale Internazionale (ICP) e le accuse di genocidio in corso presso la Corte di Giustizia Internazionale (ICJ).     Fiorella Carollo
April 23, 2026
Pressenza
Usa: «Emergenza mondiale dopo 12 settimane di guerra»
Se ne sono accorti solo adesso? Scott Bessent, il Ministro del Tesoro degli Stati Uniti, aveva avvisato Trump dei danni che l’attacco all’Iran, quasi sicuramente, avrebbe provocato. Ma la cosa che fa più rabbia (e che indigna) è che Trump sia andato avanti lo stesso, specie dopo che Bessent gli […] L'articolo Usa: «Emergenza mondiale dopo 12 settimane di guerra» su Contropiano.
April 15, 2026
Contropiano
Premio Nobel per la Pace nel 2022 dichiarata «estremista» dalla Corte Suprema russa
Giovedì 9 aprile, la Corte Suprema russa ha dichiarato «estremista»1 l’organizzazione non governativa Memorial, che nel 2022 aveva vinto il premio Nobel per la Pace. La decisione impedisce ora all’organizzazione di operare nel paese ed espone inoltre i suoi finanziatori e sostenitori a multe, arresti e procedimenti penali. Nella sentenza, emessa giovedì durante un’udienza a porte chiuse, i giudici hanno scritto che l’attività di Memorial è «di natura chiaramente anti-russa»2, perché punta a «violare l’integrità territoriale ed erodere i valori storici, culturali, spirituali e morali»3 del paese. “Memorial (si pronuncia Memoriàl) fu fondata nel 1989 da Andrei Sacharov (che vinse il premio Nobel per la Pace nel 1975) e da altri attivisti per i diritti umani, in concomitanza con il declino dell’Unione Sovietica. L’intento era documentare e testimoniare i delitti e gli abusi dell’era sovietica, in particolare del periodo stalinista. Negli anni successivi divenne la più grande ong della Russia, aggiungendo alla sua attività di testimonianza e documentazione anche la difesa dei diritti umani e dei prigionieri politici”4. In passato avevano cercato di mettere in difficoltà il lavoro dell’organizzazione, infatti nel 2006 ricevette un ammonimento, mentre nel 2014 fu aggiunta alla lista degli “agenti stranieri”5, una formula che per la legge russa indica persone oppure organizzazioni che secondo il governo ricevono fondi dall’estero per svolgere attività antigovernativa, infine nel 2022 la sede russa di Memorial era stata chiusa dopo che il regime di Vladimir Putin aveva limitato l’attività delle ong e dei media a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Quello stesso anno, assieme all’attivista per i diritti civili bielorusso Ales Bialiatski e al Centro per le libertà civili ucraino, Memorial vinse il Premio Nobel per la Pace. In merito a quanto accaduto, il vicedirettore per l’Europa orientale e l’Asia centrale di Amnesty International, Denis Krivosheev, ha dichiarato: “Per quasi 40 anni, l’impegno instancabile di Memorial per documentare la repressione, passata e in corso, in Russia ha contribuito a far sì che le violazioni subite da milioni di persone non venissero dimenticate. Tra queste vi sono le persone colpite dal sistema dei gulag sotto Stalin, gli atti illegali e le violazioni dei diritti umani nei conflitti in Cecenia, Georgia e Ucraina, così come la detenzione arbitraria di centinaia di attuali voci critiche e oppositori politici. Organizzazione in prima linea nella difesa dei diritti umani, Memorial ha agito con coraggio nonostante gravi ritorsioni, tra cui la persecuzione, la detenzione e l’uccisione di suoi esponenti”. «“Etichettando Memorial come ‘estremista’, le autorità non stanno soltanto prendendo di mira una delle più antiche organizzazioni della società civile in Russia e co-vincitrice del premio Nobel per la pace 2022, ma stanno di fatto criminalizzando il lavoro sui diritti umani. D’ora in poi, mettere ‘mi piace’ o condividere contenuti di Memorial sui social media o altri suoi materiali, così come fare qualsiasi riferimento a essi in pubblicazioni senza menzionare lo status di ‘estremista’ dell’organizzazione, potrà essere perseguito penalmente. Questi tentativi evidenti da parte del Cremlino di mettere al bando Memorial e cancellare dalla sfera pubblica i suoi vasti archivi sulle violazioni dei diritti umani sono deplorevoli”. “Le autorità russe devono revocare immediatamente questa decisione inaccettabile e garantire che Memorial e le altre organizzazioni per i diritti umani possano operare liberamente, nel rispetto degli obblighi della Russia ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani”»6. Nel comunicato diffuso dal Memorial Human Rights Defence Centre, possiamo leggere: «Il 9 aprile 2026, la Corte Suprema russa ha designato il Movimento Pubblico Internazionale “Memorial” come organizzazione estremista. La causa si è svolta a porte chiuse ed è stata classificata come “segretissima”. All’avvocato non è stato permesso di partecipare al procedimento. Questa decisione illegittima segna una nuova fase di pressione politica sulla società civile russa. L’organizzazione citata nella sentenza del tribunale non esiste. Non sappiamo nemmeno di cosa sia accusata questa entità fittizia: il caso è segreto ed è stato impossibile esaminare le affermazioni dello Stato fino ad oggi. Tuttavia, non si può escludere che il regime repressivo di Putin possa ora prendere di mira i sostenitori e i partecipanti di diverse organizzazioni commemorative. A partire da oggi, il Memorial Human Rights Defence Centre cessa tutte le attività dirette in Russia. Non abbiamo dipendenti, membri o volontari in Russia. Non accettiamo donazioni tramite carte di credito russe, in quanto ciò potrebbe mettere a rischio i nostri donatori. Al di fuori della Russia di Putin, il Centro Memoriale per la Difesa dei Diritti Umani continuerà la sua attività, a prescindere da eventuali decisioni repressive da parte delle autorità statali russe. Memorial Human Rights Defence Centre»7 Articolo di Andrea Vitello   1. Cit da https://www.ilpost.it/2026/04/09/ong-memorial-estremista/ 2. Ibidem 3. Ibidem 4. Ibidem 5. Ibidem 6. Cit da https://www.amnesty.it/russia-lorganizzazione-premio-nobel-memorial-designata-come-estremista/ 7. Cit da https://it.gariwo.net/magazine/totalitarismi/sulla-designazione-di-memorial-come-organizzazione-estremista-29975.html Andrea Vitello
April 13, 2026
Pressenza
Degrado delle terre fertili, la crisi strisciante del Bangladesh è una responsabilità globale
> Esiste una contradizione segreta nel cuore del Bangladesh. È un paese > caratterizzato da terre fertili, create dai fiumi, rafforzate dai sedimenti e > tradizionalmente capaci di sfamare milioni di persone. Eppure, ora quella > stessa terra perde progressivamente la sua capacità di sostenere la vita non > in maniera repentina, ma attraverso un processo lento e cumulativo che è di > gran lunga più difficile da mettere a confronto: il degrado. Ogni anno, un’area pressappoco grande quanto la città di Dacca si deteriora. La fertilità del suolo diminuisce, la salinità si diffonde nelle zone costiere, l’erosione modella nuovamente il paesaggio, e i terreni adibiti alla coltivazione vengono sfruttati oltre il loro limite naturale. Più di tre quarti delle terre del paese sono oggi in qualche misura degradati. Non stiamo assistendo a sintomi ambientali isolati, ma essi rappresentano dei segnali di un profondo impatto sistemico. Il Bangladesh non è giunto fino a questo punto a causa di negligenza o incoscienza, ma al contrario ha dimostrato una notevole resilienza e progresso, in maniera particolare nell’assicurare il cibo necessario per una popolazione in rapido aumento. Si è assistito a un’intensificazione dell’agricoltura, all’estensione dei cicli delle coltivazioni e alla massimizzazione della produttività. Ma ora il prezzo del successo è sotto gli occhi di tutti. Eppure la sola dimensione ambientale non coglie appieno l’importanza della questione.  L’impatto del degrado delle terre in Bangladesh non è distribuito in maniera uniforme poiché esso segue dei modelli di diseguaglianza già esistenti rendendoli ancora più marcati. I piccoli proprietari terrieri e gli operai agricoli dipendono di più dalle terre subendo un conseguente calo dei redditi e una crescente vulnerabilità. Ma per le comunità già escluse dalla proprietà terriera le conseguenze sono di gran lunga più insostenibili. La comunità dei Bede ne è un duro esempio. La loro è una comunità tradizionalmente nomade che vive lungo i fiumi, essi sono stanziati ai margini sia delle terre che delle strutture governative. In assenza di diritti sicuri sulle terre, i Bede sono esclusi da sistemi di supporto formale, dall’accesso ai servizi e da opportunità economiche a lungo temine. Dal momento che l’erosine degli argini e la pressione ambientale diventa più intensa, il loro spostamento è diventato più frequente e permanente. Nel loro caso, il degrado delle terre non è solo una sfida ambientale, ma è diventata la strada diretta verso l’esclusione sociale. È qui che il Bangladesh rivela un importante nesso: il degrado ambientale e la diseguaglianza sociale sono questioni legate tra loro. Esse esprimono i risultati del modo in cui le terre sono state gestite, governate e fruite. Nonostante una serie di politiche agricole di utilizzo delle terre, di protezione ambientale e dello stato sociale, la sfida è ancora in atto. Non si tratta di mancanza di strutture, ma della frammentazione fra loro. Le terre vengono trattate con obiettivi settoriali: l’agricoltura cerca rese elevate, la politica ambientale è concentrata sulla conservazione, l’urbanistica favorisce l’espansione, e le politiche sociali affrontano il problema della povertà in modo isolato. Ma le terre non funzionano in settori, esse rappresentano un singolo sistema interconnesso. Con la mancanza d’integrazione e d’interventi mirati non faremo altro che danneggiare noi stessi. L’aumento dell’intensità agricola può compromettere la salute del suolo. L’espansione delle infrastrutture può ridurre la superficie dei terreni produttivi. Le misure di tutela ambientale potrebbero non essere in linea con le realtà locali in materia di mezzi di sussistenza. Il risultato è un sistema che continua a funzionare, ma in maniera incoerente. Ciò che sta accadendo in Bangladesh non deve essere considerato una questione nazionale isolata. Esso riflette infatti un fenomeno globale più ampio. È proprio qui che la cooperazione internazionale assume un ruolo fondamentale. Il sostegno al Bangladesh si è storicamente concentrato sulla resilienza climatica, sulla risposta alle catastrofi e sulla produttività agricola. Questi ambiti rimangono essenziali. Tuttavia, la natura della sfida sta evolvendo. Non è più sufficiente affrontare i sintomi in modo isolato. Ciò che occorre è un approccio più integrato che colleghi la sostenibilità ambientale alla governance e all’inclusione sociale. Ciò significa rafforzare la pianificazione dell’uso del territorio in tutti i settori, migliorare il coordinamento tra le istituzioni e garantire che le politiche non siano solo progettate, ma anche attuate. Significa anche riconoscere che le comunità locali, in particolare quelle più colpite, devono essere parte della soluzione. Il loro rapporto con la terra, le loro conoscenze e le loro priorità non sono secondari, ma sono fondamentali per qualsiasi percorso sostenibile verso il futuro. C’è anche una responsabilità più ampia. Le pressioni che gravano sul Bangladesh non sono esclusivamente interne. Le catene di approvvigionamento globali, i modelli di consumo e le dinamiche climatiche contribuiscono tutti a plasmare le realtà locali. In Bangladesh, la terra sembra ancora produttiva. I raccolti crescono, i mercati funzionano, la vita va avanti. Ma sotto quella superficie, il sistema è sotto pressione. La domanda non è se la terra possa continuare a sostenere le attuali esigenze, ma per quanto tempo e a quale prezzo. Affrontare questa sfida richiede più che semplici soluzioni tecniche. Richiede un cambiamento di prospettiva: dal considerare la terra come una risorsa da massimizzare, al comprenderla come un sistema che deve essere sostenuto. Richiede di colmare il divario tra politica e pratica, tra obiettivi ambientali e realtà sociali. In definitiva, il futuro del territorio del Bangladesh dipenderà dalla possibilità di riallineare questi elementi, per ripristinare non solo la salute del suolo, ma anche il legame tra territorio, governance e persone. Perché quando il territorio viene meno, l’impatto non si limita mai all’ambiente. Riorganizza le economie, sposta le comunità e ridefinisce il significato pratico dello sviluppo. In un mondo che affronta pressioni simili, le lezioni del Bangladesh non sono solo rilevanti: sono urgenti. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI MARIA ROSARIA LEGGIERI. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Fernando Carrera Vega
April 12, 2026
Pressenza
Basta speculazione sistemica sui prezzi di carburanti e bollette
L’associazione consumatori A.Ba.Co., insieme all’avvocato Vincenzo Perticaro e con la collaborazione di ASIA USB, ha recentemente presentato un esposto per denunciare la dinamica speculativa sui prezzi dell’energia: una situazione che sta procurando immensi profitti da parte dei colossi dell’energia a scapito della cittadinanza, approfittando della situazione di crisi internazionale. L’esposto è […] L'articolo Basta speculazione sistemica sui prezzi di carburanti e bollette su Contropiano.
April 1, 2026
Contropiano
Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato
“L’unico vero maestro non è in nessuna foresta, in nessuna capanna, in nessuna caverna di ghiaccio dell’Himalaya… È dentro di noi!” -Tiziano Terzani- Il 23 marzo 2026 è andato in onda su Rai 3 il programma Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli, dal titolo Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto in presenza del grande storico fiorentino Franco Cardini. Premettendo il profondo rispetto e la profonda stima per Franco Cardini, di cui condivido spesso analisi, idee, opinioni, oltre ad essere uno dei più importanti lucidi e critici intellettuali contemporanei in Italia; e la stima per il giornalista Paolo Mieli, come uomo di cultura nonchè tra i più importanti divulgatori storici, non posso non criticare il servizio che è stato prodotto su Tiziano Terzani. Per quanto il format di Passato e Presente consista in una mezz’oretta e che quindi sia sempre ben poco il tempo per approfondire in modo dettagliato la vita dei personaggi che si trattano, le mancanze profonde del servizio televisivo ci dicono ben altro: ovvero che si è capito ben poco della storia, del pensiero, dell’esperienza e del messaggio del grande Tiziano Terzano e del suo “giornalismo anomalo” fuori dagli schemi assetato di scoperta del mondo. Il servizio, dal punto di vista cronostorico non pecca di nulla, ma cade in basso nei contenuti storiografici e tenta di banalizzare, di ridurre e decomplessificare la figura di Tiziano Terzani. Già il fatto che venga definito, per tutto l’arco del servizio, come un reporter indica che i relatori non avevano piena coscienza delle molteplici dimensioni di Tiziano Terzani: una figura difficilmente classificabile secondo categorie precise e difficilmente etichettabile proprio perchè fuori dagli schemi del giornalismo di allora. Il Nostro inizia la sua ascesa da giornalista qualificato come reporter ma, al momento della propria morte avvenuta nel 2004, era diventato ben altro: un giornalista, un inviato di guerra, un attivista, un filosofo, un maestro spirituale, un saggio dei nostri tempi e soprattutto un precursore di un nuovo pensiero politico per salvare l’umanità. Il tentativo del servizio Rai di assimilare Terzani ad una figura ben vista dal sistema mainstream è a dir poco imbarazzante. Tiziano Terzani, oltre alla grande collaborazione con l’Astrolabio del grande partigiano azionista Ferruccio Parri, non ebbe mai collaborazioni mainstream italiane. In Italia Terzani era visto come un giornalista “sessantottino”, polemista e critico: caratteristiche non sono mai piaciute al mainstream italiano, in cui invece è richiesta all’unisono l’obbedienza e il tener fede alla “linea editoriale”. Terzani non fu mai obbediente e per questo venne assunto dal settimanale tedesco Der Spiegel perchè in Italia il mainstream non lo voleva. Solo negli ultimi anni della sua vita – quando Terzani era “Tiziano Terzani” -, iniziò a collaborare con il Corriere della Sera. Sostanzialmente, dato il nome e la fama di giornalista professionista che lo precedevano e che lo avevano fatto conoscere in giro per il mondo, non potevano più negargli alcuna collaborazione. Per il resto, Terzani fu un grande critico della comunicazione mainstream e del giornalismo nostrano,  (o “di massa”), accusandoli di essere diventati strumenti di disinformazione, di paura, di spettacolarizzazione del dolore e di conformismo culturale: uno strumento più propenso a fornire “notizie in tempo reale” che fornire analisi approfondite; uno strumento mancante di contesto volto a dare narrazioni preconfezionate che non aiutano a comprendere le reali dinamiche storiche, culturali e umane dei luoghi. Terzani aveva un approccio diverso al giornalismo che potremmo chiamare, citando Raimon Panikkar, pluriversale. Quando Paolo Mieli afferma a Passato e Presente che Tiziano Terzani aveva uno “spirito americano-tedesco del giornalismo”, ovvero “quel giornalismo sul campo che stava tra la gente”, dice un’assurdità. Nè l’America nè la Germania dovevano insegnare nulla a Terzani, il quale già nel suo inconscio aveva presente quale sarebbe stato il suo destino. Io ho la fortuna di aver parenti che sono stati amici intimi di Tiziano Terzani ai tempi del suo ruolo di manager all’Olivetti che possono testimoniare che Terzani più volte gli confidava che il suo ruolo di manager non fosse il lavoro della sua vita. Lui era consapevole che la sua vita sarebbe stata quella di viaggiare, per scoprire mondi e per raccontarli. Tiziano Terzani è tra i padri ante-litteram del giornalismo non-embedded, una pratica in cui l’inviato di guerra sta tra le bombe, tra la gente, tra i fatti vissuti e racconta la propria esperienza sul campo descrivendo ciò che vede. Si tratta di un approccio molto diverso da quello che invece, nel 2003 con la guerra in Iraq, verrà chiamato giornalismo “embedded”, ovvero la pratica secondo cui il giornalista – l’inviato di guerra – si limita a fare informazione dagli uffici-stampa adibiti diventando megafono di veline scritte da altri. Il giornalismo embedded è la pratica in cui i reporter seguono i conflitti bellici aggregati alle unità militari, vivendo e spostandosi con le truppe: la presstitute. Non è un caso che nel 1992 Terzani si sente stanco, dubbioso sul senso del suo lavoro e gli torna in mente proprio quella famosa profezia che un indovino gli disse nel 1976: “Attento. Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare mai”. Così coglie l’occasione per guardare il mondo con occhi nuovi: non con i propri occhi, ma con gli occhi degli altri. Decide di non prendere aerei per un anno, senza rinunciare al suo mestiere e il risultato di quell’esperienza è un libro che è insieme romanzo d’avventura, autobiografia, racconto di viaggio e reportage che è Un indovino mi disse. E’ proprio in questo capolavoro che racconta come quell’ “anno senza aerei” – senza quel mezzo che “scorcia tutto, anche la comprensione delle cose” (come scrive) – lo mette in contatto con una diversa maniera di concepire la realtà. Come ha dichiarato l’ecofilosofa Gloria Germani, la più grande esperta del pensiero di Tiziano Terzani che vergognosamente non è mai stata citata una volta nel servizio di Passato e Presente: “Terzani fa spesso un parallelo interessante: quello tra gli scienziati moderni che studiano in laboratorio la materia attraverso la sperimentazione e la razionalità basata sui sensi, e invece i sapienti orientali che se ne stanno nella natura e indagano la propria mente. Attraverso la meditazione, arrivano a scoprire la non–materialità, e quindi che gli opposti (giorno e notte, luce e tenebra, vita e morte) sono tutt’uno e non si possono separare. È il senso del simbolo dello Ying e dello Yang, a cui Terzani teneva moltissimo, perché gli opposti coesistono, e la vita è la meravigliosa unione degli opposti. Tutto è Uno significa dunque uscire dall’apparato logico-linguistico (tipico del tradizione occidentale a partire da Aristotele) e accedere a un altro piano.” Gloria Germani Nel servizio si afferma che Terzani ad un certo punto si improvvisa “asceta” e abbandona il suo nome preferendo il nome Anam (il senza nome, in sanscrito), per poi concludere con le parole di Cardini: “Terzani cercava sè stesso, ma non si sa se sia riuscito a trovarlo, perchè nessuno di noi ci si riesce”. Questa è una personale opinione di Cardini, ma non la pensa così chi invece Terzani lo ha conosciuto profondamente e con lui ha avuto modo di cogliere qualcosa in più in lui. La scelta di prendere il nome Anam va ben oltre le banalità retoriche sul fiorentinismo e sul suo – pur vero – “amore/odio/disprezzo per Firenze” di cui parla Cardini. Tiziano Terzani per molti è un stato un grande maestro spirituale, un bodhisattva della Terra che, negli ultimi anni della sua vita, ha raggiunto la bodhicitta, ovvero l’intenzione sincera e la motivazione altruistica, tipica del Buddhismo Mahāyāna, di raggiungere l’illuminazione (Buddhità) per liberare tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza attraverso la compassione attiva, la saggezza e trasformando la vita quotidiana in un percorso di risveglio. La dimensione spirituale e interiore di Tiziano Terzani; la sua esperienza con la meditazione; l’incontro con Swami Dayananda Saraswati, un noto maestro indiano della tradizione del Vedanta (non-dualismo) di cui racconta nel libro Un altro giro di giostra; il suo approccio spirituale, umano e filosofico di affrontare la malattia; l’uso consapevole dell’ayurveda e delle medicine alternative non vengono mai nemmeno accennati nel servizio di Passato e Presente, come non viene accennata l’importanza che per lui riveste l’India e la cultura indiana. Quando nel servizio si continua a mettere enfasi sulle “delusioni” che Terzani, da uomo di sinistra, avrebbe avuto della Rivoluzione culturale di Mao Zedong in Cina, della rivoluzione socialista di Ho Chi Min in Vietnam e della repressione di Pol Pot in Cambogia, si vuole raccontare una verità a metà. La sua “delusione” non era legata a quello che visse e che vide in quelle parti del mondo, non era legata alle culture che toccò con mano, ma al fatto che queste rivoluzione socialiste tradirono i loro ideali di rinnovamento sociale e culturale e di rottura radicale con il colonialismo e l’imperialismo. La delusione di Terzani consistette nel fatto che, sebbene tutte queste rivoluzioni avevano scacciato l’Occidente fuori dalla porta di casa loro, l’Occidente era rientrato dalla finestra sotto abiti diversi. L’Occidente era stato in grado di colonizzare le menti con l’importazione del modello capitalistico globale, del modello estrattivo e della società industriale di massa, con la concezione economicista-sviluppista. Le rivoluzioni socialiste in Asia, al posto di mettere in discussione tutto questo, copiarono l’esempio per riprodurlo sotto altre vesti. A tal proposito, in realtà, Tiziano Terzani non ebbe mai una vera e propria delusione perchè mai si fece illusioni a riguardo. Tiziano Terzani ha raccontato seriamente e fattualmente quella parte di mondo che l’Occidente vedeva con presunzione, arroganza, sentimento di superiorità e in modo stereotipato. Era questo approccio del giornalismo occidentale e della visione colonialista occidentale che deludeva fortemente Terzani: lui criticò fortemente la colonizzazione dell’immaginario che l’occidente aveva agito sul mondo intero, con la pretesa di creare – in 400 anni di storia – un “mondo di occidentali”. Di questo si accorge perfettamente quando tocca con mano la realtà del Giappone e i suoi mutamenti tecno-antropologici: una popolazione che ha dimenticato se stessa per aderire ciecamente alla modernizzazione capitalista e industriale occidentale. Nel servizio non si parla minimamente del fatto che proprio dalla sua esperienza vissuta sul campo, Tiziano Terzani divenne un grande critico del paradigma riduzionista, materialista, meccanicista e dualista su cui si fonda epistemologicamente la visione dell’Occidente, opposta invece al grande bagaglio culturale e spirituale dell’Asia (come ha giustamente qui fatto notare Franco Cardini). L’Asia non è spinta dal mito dello sviluppo, ma dal mito dell’eterno. Come ha dichiarato l’ecofilosofa Gloria Germani: “Credo che (n.d.a. : la svolta di Tiziano verso la Natura) sia rintracciabile chiaramente nella fine del comunismo, nel 1991, quando Gorbaciov venne deposto. Terzani allora stava compiendo un lungo viaggio nelle regioni più orientali dell’Unione Sovietica, descritto nel libro Buonanotte Signor Lenin. Quando, dopo due mesi, raggiunse Mosca, ebbe delle intuizioni che segneranno tutto il suo pensiero successivo. Capì che tanto il capitalismo – di cui aveva fatto esperienza vivendo in Giappone dal 1985 al 1990 – quanto il comunismo di Lenin, di Mao, di Ho Chi Minh, di Pol Pot credono solo nella materia, che la realtà sia solo materiale. Eppure, la fisica quantistica ci dice, almeno dal 1930, che mente e materia non sono separabili, tutto è interconnesso e impermanente, la natura non è là “fuori” di noi.” E’ in questo contesto che si colloca anche la critica epistemologica e culturale di Terzani allo scientismo e alla scienza occidentale di stampo cartesiano-newtoniana che definirà “nuovo oppio dei popoli” in Un altro giro di giostra: “Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così lei stessa è diventata l’ “oppio dei popoli”, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos’è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare? Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che presto si saprà.” Anche di questo non parla minimamente il servizio della Rai. Non si fa nemmeno un parola sul fatto che Tiziano Terzani è considerato – oltre che uno dei più importanti esponenti della visione no-global, della nonviolenza e del pacifismo contemporaneo – come uno dei precursori della decrescita e dell’ecologia profonda: ovvero un modo completamente diverso di concepire il mondo che si vuole costruire rifacendo pace con la Terra, con gli ecosistemi e con i popoli che la vivono. Per non parlare inoltre sugli strafalcioni sui fatti dell’11 settembre 2001, momento in cui Tiziano Terzani fa sentire la sua voce contro la logica del terrore dell’Occidente contro il “nuovo nemico necessario”: l’Islam. Non è vero che Tiziano Terzani inizia ad occuparsi l’8 ottobre 2001 dei fatti dell’11 settembre 2001. Nel suo articolo pubblicato il 16 settembre 2001, – dopo i fatti dell’11 settembre, dal titolo “Quel giorno tra i seguaci di Bin Laden” sul Corriere della Sera – Terzani affermava la necessità di “capire le ragioni degli Altri”, ed ora lo ribadiva con grande chiarezza: “Se vogliamo capire il mondo  in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista” (1). E più oltre: “Il  problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del “Bene”, fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. Al contrario, “solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove siamo” (2). Questo è solo l’anteprima di quelle che furono le sue risposte dall’8 ottobre 2001 alle posizioni neo-con della giornalista fiorentina Oriana Fallacci, che lui accusava di non conoscere il mondo che aveva percorso in lungo e in largo. Dopo l’11 settembre, Terzani ha criticato duramente il modo in cui i media hanno amplificato la paura, allineandosi alle logiche della guerra al terrore invece di cercare una comprensione più profonda delle cause. Nascerà così Lettere contro la guerra: una raccolta di una grande presa di consapevolezza scaturita proprio da un confronto acceso con Oriana Fallaci e sul crollo della Torri Gemelle a New York, esprimendo un’opposizione sistematica e non-negoziabile della guerra e del paradigma di mondo che porta con sè: erosione delle libertà costituzionali e dei diritti umani, crescita del mito della sicurezza e la paura come mezzo per raccontare il mondo. Temi che oggi sono più attuali che mai. Per concludere, io credo personalmente che i libri che sono stati consigliati alla fine del servizio Rai non siano assolutamente significati della vita, della storia e della filosofia perenne di Tiziano Terzani, ma piuttosto dei tentativi di lettura che non colgono la complessità del personaggio. Spiace veramente che non siano stati invece consigliati i bellissimi libri biografici scritti dalla ecofilosofa Gloria Germani che invece – come ha scritto anche Angela Staude, moglie di Terzani – forse più di tutti ha colto il pensiero di Tiziano. A maggio 2024 è uscita infatti la sua ultima sua fatica: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”, una nuova riflessione che scava nella vita e nel pensiero di Tiziano Terzani, offrendo una visione complessiva del meraviglioso insegnamento e percorso intellettuale ed esperienziale di Terzani, a vent’anni dalla morte: il pensiero del non-dualismo, del Tutto è Uno, che rompe la tradizione scientista e materialista della modernità e ci suggerisce un nuovo modello di vita lontano dalle logiche del consumismo, della guerra, dell’avidità e del successo a ogni costo, in una nuova visione che riconcilia il pensiero orientale con quello occidentale. Terzani aveva capito che è più importante essere che avere. Questo dimostra che Tiziano Terzani ha cercato l’Assoluto e l’ha trovato eccome, cogliendo appieno il senso della vita oltre le superficialità e oltre il superfluo della vita moderna contemporanea.   (1) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 29. (2) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 31 e p.33..   Fonti: Gloria Germani, Tiziano Terzani e “il trucco della candela” la meditazione come via di conoscenza e di vera libertà https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/tiziano-terzani-10-lezioni-di-vita/ https://www.pressenza.com/it/2015/05/la-rivoluzione-interiore-di-tiziano-terzani/       Lorenzo Poli
March 31, 2026
Pressenza
Verdure invece di mitragliatrici: costruire la pace con l’agricoltura biologica
Laddove prima infuriava una guerra civile, ora non c’è più fame, poca povertà e praticamente nessuna criminalità. Ciò che un sindaco filippino ha realizzato con il suo programma “Arms to Farms” nella città di Kauswagan, che conta 27.000 abitanti e 13 villaggi (barangay), non ha eguali. È la storia di successo di un comune dell’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine, che si propone come modello a livello mondiale per la risoluzione delle sfide sociali. Dimostra inoltre che le cause dei conflitti bellici spesso risiedono in tutt’altro rispetto a quanto sembri a prima vista. L’iniziatore e la mente dietro questo successo ispiratore è il sindaco Rommel C. Arnado. L’uomo d’affari di successo si è rivelato un grande visionario e un pragmatico uomo d’azione. Aveva vissuto con la sua famiglia negli Stati Uniti per 28 anni, finché durante una visita nella sua terra d’origine non trovò condizioni desolate: una guerra civile decennale tra ribelli islamici e truppe governative aveva il suo epicentro nella provincia di Lanao del Norte e in particolare nella sua città natale. Quando i ribelli del Moro-Islamic Liberation Front (MILF) occuparono la città e presero 300 ostaggi, il presidente filippino si recò personalmente a Kauswagan e dichiarò letteralmente al MILF la «guerra totale». Ciò non portò alla pace, ma solo al protrarsi del conflitto violento e delle uccisioni. Rommel Arnado, invece, aveva una visione di «pace totale». Sebbene non avesse alcuna esperienza politica, decise di assumersi delle responsabilità. Nel 2010 si candidò a sindaco. Secondo le sue parole, la motivazione principale era un profondo senso di giustizia e responsabilità politica per il benessere delle persone – ma soprattutto la sua fede cristiana. Mentre tutti vedevano nella guerra civile principalmente un conflitto tra religione cristiana e islamica, Arnado giunse a una diversa conclusione, ovvero che le cause effettive degli scontri sanguinosi erano la grave povertà, la fame estrema e la corruzione dilagante. Ha così avviato l’audace e ambizioso progetto “From Arms to Farms”, che può essere descritto in modo più appropriato con lo slogan del movimento per la pace della DDR “Trasformare le spade in aratri”. L’AGRICOLTURA BIOLOGICA PORTA PACE, SALUTE E BENESSERE Il sindaco riuscì inizialmente a instaurare un dialogo con i capi ribelli, estremamente diffidenti e delusi da accordi politici o promesse non mantenute, e a conquistarli poco a poco alla sua idea: portare pace e benessere a Kauswagan e nella regione circostante attraverso l’agricoltura e una politica responsabile. All’inizio era rischioso raggiungere i campi dei ribelli nella giungla. Probabilmente sarebbe stato ucciso già lungo il tragitto se non avesse conosciuto alcuni dei “kumander” dai tempi della scuola e dal campo da basket. Una consulente per l’agricoltura biologica accanto a un ribelle a Kauswagan. © Bernward Geier Per il sindaco Arnado era chiaro che il suo programma agricolo sarebbe stato sostenibile solo se basato sui metodi naturali dell’agricoltura biologica e non gravato dai costi elevati di fertilizzanti, sementi e pesticidi. I capi ribelli della regione e le loro truppe si sono quindi fatti formare all’agricoltura biologica e reintegrare nei loro villaggi. Alla fine, 15 “kumander” del MILF con le loro truppe aderirono al programma “From Arms to Farms”, grazie al quale circa 5.000 guerriglieri smisero di combattere e uccidere e si impegnarono per la pace. Il sindaco Rommel non ottenne il consenso con l’approccio pacifista «creare la pace senza armi», poiché non aveva chiesto ai combattenti di consegnare le armi. Al contrario, li esortò dicendo: «Non voglio che consegniate le vostre armi, ma che apriate i vostri cuori». Questo approccio si rivelò vincente. Quando si apre il proprio cuore al nemico, non si vuole più ucciderlo. E l’incredibile è avvenuto: oggi cristiani e musulmani vivono insieme nella regione di Kauswagan in modo pacifico, solidale e amichevole. “Non solo ha trasformato i guerriglieri in agricoltori biologici. Nel suo consiglio comunale, in una regione a maggioranza musulmana, un quarto dei membri sono donne e ha riservato un seggio nel consiglio a un giovane, che può essere eletto dai giovani a partire dai 15 anni”, così il leader ribelle “Kumander Bravos” descrive la sua visione dello sviluppo avviato da Arnado e da “Arms to Farms”. «Ogni villaggio è rappresentato nel consiglio comunale da un “capitano” eletto dagli abitanti», continua. Rommel ha anche avviato un ampio programma di formazione in cui giovani e adulti possono qualificarsi per diverse professioni. Le esperienze con l’agricoltura biologica hanno portato anche a una protezione sistematica della natura a Kauswagan. «Così, quasi tutta la costa è stata dichiarata riserva naturale». LA FIDUCIA È IL FONDAMENTO DELLA PACE La maggior parte dei ribelli è tornata alle proprie radici come agricoltori. Non solo hanno ricevuto una formazione sull’agricoltura biologica, ma hanno anche ottenuto assistenza tecnica da un consorzio di macchine agricole, oltre a prestiti per l’acquisto di sementi e fertilizzanti biologici. Ciò è stato possibile, tra l’altro, grazie al sostegno della Fondazione cattolica Francesco d’Assisi. Gli ex combattenti hanno così sperimentato per la prima volta nella loro vita che un politico mantiene le promesse. Grazie a questa base di fiducia, in un tempo straordinariamente breve è stato possibile convertire al 100% l’agricoltura di Kauswagan ai metodi biologici. L’organizzazione per l’agricoltura biologica di Kauswagan durante la distribuzione di piantine. © Comune di Kauswagan, Lanao del Norte, via FB Ciò ha portato a un aumento significativo della produzione alimentare, incrementando così del 40% il reddito degli agricoltori. Insieme ai programmi per circa 150 pescatori, ciò ha contribuito in modo significativo a far sì che oggi a Kauswagan non ci sia più fame. Tutto questo è stato reso possibile soprattutto grazie al potenziamento del dipartimento agricolo dell’amministrazione comunale. Dei 300 dipendenti del municipio, ben 50 concentrano le loro energie e il loro lavoro sul settore agricolo, compreso un liceo agrario con 120 studenti. Attualmente, in collaborazione con l’Università statale di Mindanao, è in fase di realizzazione un campus dedicato all’agricoltura. Ulteriore prosperità è derivata dall’insediamento di una centrale a carbone, che oggi dà lavoro a 500 persone, nonché dalla rinascita del turismo, che si era arrestato durante la guerra civile. Sulla scia della ripresa sono sorte molte piccole imprese e attività commerciali nei settori più disparati, che a loro volta garantiscono posti di lavoro sicuri e un reddito agli abitanti. Di conseguenza, dal suo primo mandato nel 2010 (nel frattempo è stato rieletto quattro volte), il sindaco ha aumentato in modo significativo il gettito fiscale della città, che era praticamente pari a zero, consentendo oggi numerosi investimenti nell’ulteriore sviluppo di Kauswagan. L’ISTRUZIONE È LA BASE DELLO SVILUPPO Per gli enormi progressi nel campo dell’alfabetizzazione, Kauswagan è stata insignita per quattro volte del premio nazionale per l’istruzione. Il sindaco è riuscito a tenere sotto controllo anche il problema della tossicodipendenza, grave anche nelle Filippine. Da un lato, il consumo di droga è strettamente legato alla povertà e, dall’altro, con il “Balay Silangan Center” ha creato un centro di riabilitazione noto ben oltre i confini di Kauswagan, dove anche persone provenienti da altre città e province possono seguire una terapia di disintossicazione gratuita. Ormai in città non c’è praticamente più criminalità. Campagna pubblicitaria del Comune di Kauswagan contro il consumo di droga. © Comune di Kauswagan, Lanao del Norte, via FB «Il sindaco Arnado è un dono del cielo», afferma con entusiasmo l’ex tesoriere comunale Laudacio Lacang descrivendo i cambiamenti avvenuti nell’ex città fantasma. «Ha trasformato questo comune dalle ceneri in un paradiso. È un modello di eccellenza, un pacificatore e un promotore dello sviluppo economico». Il sindaco Arnado è sinonimo di lungimiranza, coraggio, saggezza e umanesimo vissuto. Egli stesso, tuttavia, non lascia dubbi sul fatto che tutto ciò sia stato possibile solo perché si sono riunite persone accomunate da un sogno di pace. La storia di successo di Kauswagan ha quindi un padre e molti genitori. In primo luogo i leader ribelli e i capi di quartiere (Barangay Captains), nonché il consiglio comunale e i dipendenti dell’amministrazione comunale. Il processo di pace e lo sviluppo sostenibile esemplare di Kauswagan hanno ormai raggiunto un alto grado di notorietà nelle Filippine e in Asia. L’anno scorso Kauswagan ha vinto (tra quasi 1.500 candidati) il concorso nazionale per il comune più innovativo e sostenibile del Paese. A dicembre, a Ginevra, Rommel Arnado ha ricevuto l’International Policy Award del World Future Council, noto anche come «Oscar della politica». Questo evento è un chiaro segnale che il mondo può trarre ispirazione e motivazione dall’iniziativa «Arms to Farms». INTERVISTA A ROMMEL ARNADO Bernward Geier: Signor Arnado, quando nel 2010 è diventato sindaco di Kauswagan, si è trovato di fronte a una sfida enorme. Qual era? Arnado: All’inizio ero un vero e proprio novellino in politica. La gente viveva in uno stato di paura costante e spesso scappava letteralmente per salvarsi la vita, perché la nostra regione era l’epicentro di una guerra civile. Non c’era alcuna fiducia nel governo locale e regionale. La sfida principale era ristabilire la pace e l’ordine e organizzare la ricostruzione. Qual era la causa della violenza e della distruzione? Il motivo principale era la situazione disperata della popolazione a causa della grande povertà. Il fallimento totale della politica e dell’amministrazione aveva portato addirittura a una carestia e questa, a sua volta, alla guerra civile. Nel suo piano per la pace e la ricostruzione, l’agricoltura biologica ha svolto un ruolo centrale. Perché? Dovevo ricostruire la fiducia nella politica e restituire dignità alle persone. Volevamo che Kauswagan diventasse non solo una regione di pace, ma anche un centro per la produzione di alimenti sicuri e sani. La visione del programma «From Arms to Farms» si basa su due pilastri: la pace e lo sviluppo sostenibile. Era chiaro per noi che l’agricoltura biologica fosse una chiave per combattere la fame. Grazie all’agricoltura biologica siamo riusciti a evitare la dipendenza, i costi e il degrado ambientale causati dai metodi di coltivazione industriali, aumentando così in modo significativo il reddito delle famiglie contadine. Ciò ha portato sicurezza alimentare e progresso sostenibile. Cosa offriva il programma «From Arms to Farms»? Abbiamo offerto ai ribelli di deporre le armi in cambio di terra e formazione in agricoltura biologica. Inizialmente hanno accettato alcuni comandanti e 100 guerriglieri. Poi sono diventati 600 e alla fine migliaia di guerriglieri hanno deposto le armi. Al Global Forum for Food and Agriculture (GFFA) nel gennaio 2025, il sindaco Arnado ha parlato su invito del Ministero federale tedesco dell’economia. © GFFA Com’è oggi la situazione a Kauswagan? Qual è il tasso di povertà? I nostri programmi hanno cambiato radicalmente in meglio la situazione socio-economica della popolazione. Il tasso di povertà è sceso in nove anni da quasi l’80% al 9%. Ciò è stato possibile, tra l’altro, grazie al fatto che tutte le famiglie sono ora in grado di produrre autonomamente i propri generi alimentari. Con il nostro programma di formazione non abbiamo raggiunto solo gli ex ribelli, ma alla fine tutti gli abitanti della regione. Abbiamo creato orti comunitari nei villaggi e da cinque anni è obbligatorio per ogni famiglia aderirvi, se non è in grado di provvedere al proprio sostentamento con il proprio orto. In città non c’è più fame. Collaborate anche con Demeter, Naturland e Misereor. A quale scopo? Con Demeter International collaboriamo soprattutto per migliorare la nostra agricoltura biologica e stiamo passando gradualmente, insieme, alla coltivazione biodinamica. Stiamo inoltre sviluppando congiuntamente un sistema di certificazione. Con Naturland e Misereor abbiamo concluso un progetto per l’istituzione di un sistema di controllo partecipativo per la commercializzazione locale e regionale dei prodotti dei nostri agricoltori biologici. Attualmente stiamo valutando la possibilità di proseguire questa collaborazione significativa. La vostra storia di successo può servire da ispirazione per altre regioni? Molte città e regioni del nostro Paese stanno già adottando le nostre strategie. Attualmente, circa 500 sindaci fanno parte dell’Associazione Nazionale dei Sindaci Biologici. Inoltre, intratteniamo rapporti a livello mondiale con Paesi interessati come Colombia, Guatemala, Cina, Mongolia e Brasile. Siamo lieti di trasmettere le nostre conoscenze ed esperienze, in particolare nelle regioni in guerra, che purtroppo al momento sono più di 30 in tutto il mondo. Quali sono i vostri progetti per il futuro? Stiamo lavorando affinché Kauswagan diventi un centro nazionale e internazionale per l’apprendimento ecologico e sostenibile. A tal fine, stiamo anche creando un istituto per l’agricoltura biologica in collaborazione con l’università. In questo modo vogliamo aiutare molte regioni a intraprendere il percorso verso un’agricoltura biologica al 100%. Ha qualche consiglio da dare anche al Nord del mondo? Il mio consiglio ai politici è soprattutto quello di ascoltare le persone, ma anche di far seguire alle parole i fatti. È di fondamentale importanza garantire il soddisfacimento dei bisogni essenziali. Storicamente, il Nord del mondo ha sfruttato in modo estremo e brutale le risorse naturali e le persone del Sud attraverso il colonialismo, cosa che vale in modo particolare per il mio Paese. Purtroppo, in definitiva, questo accade ancora oggi e deve finire. Cosa dovrebbe cambiare? La maggior parte dei paesi del Sud del mondo desidera svilupparsi in modo ecologico e sostenibile. A tal fine, è necessario rafforzare in modo significativo il sostegno proveniente dal Nord. L’Europa, e in particolare la Germania, con la sua forte economia, dovrebbero sostenere maggiormente questo sviluppo sostenibile e la lotta contro la catastrofe climatica a livello mondiale. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Bernward Geier è, fin da giovane, un pacifista impegnato, attivista ambientale e pioniere dell’agricoltura biologica, giornalista, autore di libri e regista. È stato per 18 anni direttore della Federazione Internazionale dei Movimenti per l’Agricoltura Biologica (IFOAM – Organics International) e vive in una fattoria biologica in Germania. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Pressenza Muenchen
March 29, 2026
Pressenza
Una guerra senza vittoria: quali potrebbero essere le conseguenze del conflitto tra USA, Israele e Iran
Le sirene ululano nelle città, i missili solcano il cielo notturno, i droni ronzano sopra le nostre teste e il fumo si alza dagli edifici in rovina. Le telecamere riprendono le scie luminose dei razzi nel cielo, che a volte sembrano fuochi d’artificio agli occhi di chi osserva da lontano. Eppure, dietro quelle immagini drammatiche si nasconde una realtà cupa: la distruzione di vite umane, di città e dell’idea stessa di progresso che il 21° secolo pretende di rappresentare. Il confronto in corso che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran è entrato in una fase di escalation. Gli scambi di missili e droni sono diventati frequenti e la pressione psicologica causata da allarmi e bombardamenti costanti è entrata a far parte della vita quotidiana dei civili. Il costo umano – bambini che piangono, famiglie spaventate che si precipitano nei rifugi e città che vivono all’ombra dell’incertezza – ci ricorda che la guerra moderna, nonostante la sua tecnologia avanzata, produce ancora la stessa antica tragedia. Nelle ultime settimane si è inasprita anche la retorica politica. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e altri leader americani hanno lanciato severi moniti e minacce con l’intento di costringere l’Iran alla resa. Tuttavia, anziché fare marcia indietro, l’Iran sembra aver irrigidito la propria posizione. Le informazioni disponibili indicano che gli attacchi missilistici iraniani si sono estesi a diverse città israeliane, mettendo a dura prova i sistemi di difesa aerea di Israele. Anche le reti di difesa missilistica più sofisticate incontrano dei limiti quando devono affrontare attacchi prolungati e su larga scala. Ciò solleva una questione fondamentale sulla natura della guerra moderna: se nessuna delle due parti è disposta ad arrendersi, cosa significa in realtà “vittoria”? Da tempo Israele fa affidamento sulla propria superiorità tecnologica e sul forte sostegno occidentale per garantire la propria sicurezza. Tuttavia, un conflitto prolungato esercita un’enorme pressione su qualsiasi paese, indipendentemente dalla sua potenza militare. Se la guerra dovesse protrarsi e il sostegno esterno diventasse incerto, Israele potrebbe trovarsi ad affrontare gravi sfide strategiche ed economiche. D’altra parte, anche l’Iran sta correndo un rischio enorme. Un confronto prolungato sia con Israele che con gli Stati Uniti potrebbe esporlo a una devastante rappresaglia militare e a gravi conseguenze economiche. La strategia dell’Iran sembra basarsi sulla resilienza: assorbire la pressione continuando a dimostrare che non può essere facilmente costretto alla resa. La prospettiva più spaventosa in questo conflitto è l’escalation a livello nucleare. Se la guerra dovesse arrivare al punto in cui si prendesse anche solo in considerazione l’uso di armi nucleari o radioattive, le conseguenze sarebbero catastrofiche non solo per il Medio Oriente, ma per il mondo intero. La distruzione anche di una sola grande città provocherebbe crisi umanitarie, politiche e ambientali che potrebbero protrarsi per generazioni. Un altro scenario possibile è il ritiro degli americani. Se gli Stati Uniti decidessero che i costi del conflitto superano i benefici strategici e si ritirassero dal coinvolgimento diretto, Israele potrebbe trovarsi in una posizione molto più vulnerabile. Un simile sviluppo ridisegnerebbe gli equilibri strategici in Medio Oriente. Allo stesso tempo, una guerra prolungata potrebbe imporre pesanti oneri finanziari e politici agli stessi Stati Uniti. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno già dimostrato come i conflitti di lunga durata possano mettere a dura prova anche la più grande economia e potenza militare del mondo. Un nuovo e prolungato confronto in Medio Oriente potrebbe aggravare le divisioni interne e accelerare i dibattiti sul ruolo globale dell’America. In definitiva, questo conflitto potrebbe non avere un chiaro vincitore sul piano militare. Potrebbe invece trasformare il panorama geopolitico della regione e forse segnare un cambiamento nelle dinamiche di potere globali. Le vere vittime, tuttavia, rimarranno le persone comuni: coloro che perdono le loro case, le loro famiglie e il loro futuro in una guerra alimentata da ambizioni politiche e calcoli strategici. La storia dimostra ripetutamente che le guerre iniziano con il linguaggio della vittoria, ma spesso finiscono con la realtà dell’esaurimento. La domanda urgente oggi non è chi si arrenderà, ma se i leader mondiali troveranno la saggezza necessaria per prevenire una catastrofe che potrebbe ridisegnare il Medio Oriente – e l’ordine globale – per i decenni a venire. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Irshad Ahmad Mughal
March 20, 2026
Pressenza
AFGHANISTAN: ATTACCHI PAKISTANI SU LARGA SCALA. COLPITE KABUL E KANDAHAR.
Guerra aperta tra Pakistan e Afghanistan. Islamabad hanno condotto raid aerei contro obiettivi militari in Afghanistan e dichiara di aver ucciso 274 talebani tra Kabul, Kandahar e Paktia. Il ministero della difesa di Kabul afferma di aver risposto con raid aerei in Pakistan. I due eserciti si sarebbero affrontati anche via terra nella zona del valico di frontiera di Torkham. “La pazienza è finita” dice il Governo pakistano, tornato a schierare il proprio potenziale militare a seguito di un attacco suicida rivendicato dai talebani pakistani, autonomi ma affiliati a quelli afghani, che ha ucciso più di 30 persone in una moschea sciita di Islamabad.  Sull’altro fronte il governo talebano afghano sostiene di “volere una soluzione pacifica”, ha dichiarato il portavoce Zabihullah Mujahid in una conferenza stampa, confermando inoltre la presenza di “aerei pachistani in volo sopra l’Afghanistan”. Difficile al momento capire esattamente cosa stia accadendo sul terreno afghano dove da decenni è presenti l’ong italiana Emergency. I centri sanitari dell’organizzazione hanno ricevuto finora nove feriti, ma il bilancio è fortemente parziale. “Nella notte tre pazienti sono giunti al nostro ospedale di Kabul dall’area di Pul-e-Charkhi, zona est della capitale, e sei hanno raggiunto il nostro posto di primo soccorso a Gardez (provincia di Paktia, a sud di Kabul)”, spiega Dejan Panic, direttore del programma di Emergency in Afghanistan. “Quattro di questi sono stati già trasferiti a Kabul e due arriveranno nelle prossime ore”, ha precisato, aggiungendo che è probabile che “il numero di feriti possa aumentare”. Emergency, ha affermato poi Panic, chiede “la fine immediata delle ostilità” tra i due Paesi, sostenendo che “questa nuova escalation di violenza rischia di far ripiombare” l’Afghanistan “nell’incubo della guerra” e che un eventuale allargamento del conflitto può avere “conseguenze imprevedibili” sull’intera regione. Su Radio Onda d’Urto l’intervista al giornalista Emanuele Giordana, già direttore di Lettera 22, e attuale direttore di Atlanteguerre.it. Ascolta o scarica
February 27, 2026
Radio Onda d`Urto