Dall’Azad Kashmir all’Italia, la voce di chi continua a lottare
MATTEO DEL VECCHIO 1
Il Pakistan sta reprimendo ferocemente il Joint Awami Action Committee (JAAC),
movimento politico nato nel 2023 che unisce lotta di classe ed indipendentismo
kashmiro. Dallo scorso giugno, il Kashmir amministrato dal Pakistan è
attraversato da una nuova ondata di proteste e violenze: il JAAC ha promosso
mobilitazioni per chiedere maggiori diritti politici ed economici per la
popolazione locale, oltre a riforme del sistema elettorale. La repressione delle
autorità pakistane ha raggiunto un nuovo livello da giugno, quando il governo ha
dichiarato il JAAC un’organizzazione terroristica e ha iniziato ad applicare la
legge antiterrorismo contro i suoi esponenti e la popolazione kashmira. A
luglio, secondo il JAAC e gruppi locali della società civile, le forze di
sicurezza hanno aperto il fuoco contro manifestanti disarmati, causando almeno
30 morti in due giorni. Le autorità hanno inoltre imposto un blackout delle
comunicazioni e proceduto ad arresti di massa, mentre organizzazioni per i
diritti umani hanno chiesto un’indagine indipendente e il ripristino delle
comunicazioni. Il governo pakistano ha respinto le accuse di un coinvolgimento
delle forze di sicurezza nelle uccisioni e ha sostenuto che le proteste fossero
sostenute dall’India.
In questa intervista ad Adil Bashir, comunista kashmiro rifugiato in Italia e
attivista del JAAC, ripercorriamo l’origine e le istanze di questo movimento,
che si è reso vocale anche in Italia attraverso le manifestazioni della diaspora
kashmira a Bologna e Torino.
Adil Bashir è nato nell’Azad Kashmir, una regione del Kashmir amministrata dal
Pakistan dal 1947 e già suo padre era impegnato nella lotta per la liberazione.
All’università è entrato a far parte di gruppi politici indipendentisti, ma in
cui ci si confrontava anche sulla politica internazionale, l’economia e la
filosofia politica. È in questo contesto che ha sviluppato il proprio
posizionamento comunista e maturato la convinzione dell’importanza della
solidarietà internazionalista nella politica globale contemporanea e, in
particolare, in quella regionale dell’Asia Meridionale.
Giunto in Italia tramite la rotta balcanica, dove ha conosciuto i soprusi e le
violenze della polizia croata al confine con la Bosnia, Adil continua a
dedicarsi alla causa, portando la voce delle rivendicazioni del Joint Awami
Action Committee.
D. QUAL È LA STORIA DIETRO ALLE RIVENDICAZIONI KASHMIRE?
R. «A differenza di India e Pakistan, il Kashmir era uno stato principesco, un
dominio indiretto di Londra su cui regnava un Maharaja. Nel 1947, quando i
britannici lasciarono il subcontinente indiano, il Pakistan tentò di conquistare
il Kashmir e il Maharaja chiese aiuto all’India. Ci fu una guerra e il Kashmir
venne spartito. India e Pakistan si impegnarono con l’Onu perché avesse luogo un
referendum in cui i Kashmiri avrebbero deciso tra indipendenza o annessione.
Questo non accadde mai perché nessuno dei due ritirò le proprie forze. Da allora
l’occupazione viene motivata con argomenti securitari, infusi di accuse
reciproche, in cui i kashmiri sono dipinti come cooptati agli interessi rivali.
In quegli stessi anni, mentre la promessa del referendum rimaneva lettera morta,
molti popoli nel mondo si autodeterminavano. I kashmiri volevano lo stesso e non
hanno mai smesso di volerlo. Allo stesso tempo in Kashmir c’era una tradizione
di lotta di classe già sotto il Maharaja. Per questi motivi i kashmiri si sono
sempre dimostrati politicamente attivi e non hanno mai smesso di lottare per i
propri diritti, come quello di autodeterminarsi secondo il diritto
internazionale».
E IL JOINT AWAMI ACTION COMMITTEE, QUANDO NASCE E PERCHÉ?
«Il JAAC nacque ufficialmente nel 2023 a Rawalakot per riunire varie istanze
sentite tra la gente a causa delle difficoltà economiche. Volevamo creare un
movimento di massa capace di attuare la lotta di classe. Riunimmo tutta la
società civile. Nel 2024 ci furono delle grandi mobilitazioni per boicottare le
bollette elettriche e perché il prezzo del grano fosse calmierato. Inizialmente
Islamabad pensò che bastasse abbassare il prezzo del grano per qualche mese e
tutto sarebbe rientrato. Ma i kashmiri sanno che il potere se dà qualcosa se lo
riprende in sordina poco tempo dopo. Nel 2025 vennero presentate al governo 38
richieste: investimenti per sanità, istruzione, infrastrutture, un taglio alle
appropriazioni indebite da parte dell’establishment e soprattutto l’abolizione
di 12 seggi (su 53 totali dell’assemblea legislativa dell’Azad Kashmir n.d.r.)
riservati ai kashmiri provenienti dall’area occupata dall’India e rifugiatisi in
Pakistan. Questi seggi sono lo strumento dell’establishment pakistano per
controllare l’assemblea».
COME HA REAGITO IL POTERE?
«I colloqui col governo si bloccarono sulla richiesta relativa ai 12 seggi.
Organizzammo una grande marcia che da tutto il Kashmir sarebbe confluita a
Muzaffarabad. Il 5 giugno il governo dichiarò il JAAC e un’organizzazione
terroristica e impose il blocco delle comunicazioni. Quella notte in un raid fu
ucciso uno dei leader del JAAC. Il suo corpo non venne restituito alla famiglia
perché questa si rifiutò di firmare un documento in cui si riconosceva
l’appartenenza del morto a un’organizzazione terroristica. La repressione è
esplosa e non sembra arrestarsi. Da giugno le nostre manifestazioni vengono
attaccate, subiamo esecuzioni sommarie, alle famiglie non vengono riconsegnate
le salme e non sappiamo nulla dei nostri compagni arrestati. Prosegue il blocco
di internet e ai media esteri è impedito recarsi in Azad Kashmir. Abbiamo perso
più di cento compagni. Gli apparati di sicurezza pakistani colpiscono i leader
del movimento e coloro che provano a diffonderne il messaggio. Tra questi Usama
Jamil, un ricercatore della Quaid-e-Azam University di Islamabad ucciso durante
le manifestazioni».
QUAL È LA TUA PROSPETTIVA?
I Kashmiri sono abituati a resistere, a fare affidamento sulle proprie forze e a
sostenersi reciprocamente. Hanno capito che il potere non gli darà condizioni
di vita dignitose e perciò supportano in massa l’indipendenza. Lenin diceva che
un movimento nazionalista non può vincere se non è supportato dalla lotta di
classe delle masse. La nostra lotta non può prescindere dalla lotta di classe
che ci accomuna con il popolo indiano e pakistano. Tutta l’asia meridionale ha
molti grandi problemi comuni tra i vari stati. Perché i kashmiri siano
indipendenti devono lottare per i bisogni che li accomunano alle classi
subalterne degli altri paesi della regione, fino a lottare con esse. Per questo
il Pakistan, ma anche l’India, teme tanto il contagio che la nostra lotta può
innescare. Per questo per noi la solidarietà è vitale. Non ci aspettiamo che
l’UE e l’Onu si attivino improvvisamente. Però non smettiamo di richiamarle ai
loro valori. Puntiamo alla solidarietà con i giovani europei, con altri
lavoratori immigrati in Europa dall’Asia meridionale e nelle manifestazioni di
Bologna e Torino la abbiamo ricevuta».
Il 30 agosto, nei giorni in cui questa intervista veniva realizzata, si è tenuta
a Torino una manifestazione per l’indipendenza del Kashmir e per la fine della
repressione e delle violenze a cui la popolazione kashmira e i membri del Joint
Awami action Committee sono sottoposti. Parteciparvi è stato cruciale per dare
un volto e concretezza al racconto di Adil sulla lotta che i kashmiri portano
avanti anche all’estero. Il corteo era partecipato da lavoratori immigrati della
comunità kashmira di Torino e da tantissimi giunti dal resto d’Italia e
dall’Europa.
Con loro portavano la forza della convinzione che ogni sforzo per diffondere la
voce di ciò che accade dal 1947, e di ciò che accade da giugno a questa parte,
nell’Azad Kashmir sia un atto rivoluzionario. Hanno sfilato con gioia e coraggio
le loro bandiere e i loro slogan chiedendo di essere ascoltati e di essere
capiti. Pur non mancando gli appelli all’UE e alle organizzazioni
internazionali, la voce del corteo era diretta in primo luogo alla cittadinanza
italiana e europea.
Perché, come spiega anche Adil, quella dei kashmiri e del JAAC è la lotta di
classe di un popolo che ha smesso di chiedere il permesso al potere che da
settant’anni li opprime e inganna. In questo era possibile ravvisare
similitudini con altri movimenti rivoluzionari dell’area dell’Asia meridionale:
le sollevazioni dei lavoratori in Bangladesh, il movimento degli scarafaggi in
India, le rivolte in Nepal. Movimenti che in Europa ricevono una lettura
parziale quando non inesistente, ma la cui energia ci può raggiungere e ispirare
solo se entriamo in contatto solidale con le parole e gli atti di chi li anima.
1. Dopo una laurea triennale in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee
alla Statale di Milano, ho completato una laurea magistrale in International
Security Studies all Univerzita Karlova di Praga con una tesi sulla
manipolazione politica dell’identità nazionale in Turchia dagli anni
Settanta ad oggi. Mi interessa la politica internazionale e in particolare
mi concentro sulle narrazioni politiche che la animano in tutte le sue
dimensioni. ↩︎