Io gli istituti li ho visti

Comune-info - Thursday, September 10, 2026
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Io gli istituti li ho visti. Ho visto le classi speciali. E ho avuto la fortuna di assistere, almeno in parte, a uno dei processi più importanti di trasformazione della nostra società: quello in cui alcune persone hanno cominciato a mettere in discussione un mondo che sembrava naturale e invece era costruito sulla separazione e discriminazione. E ho visto che effetti straordinari ha avuto questo cambiamento sulla vita di tanti bambini e persone!

Oggi usiamo spesso la parola «inclusione». Ma forse dovremmo stare attenti anche a questa parola. Chi includiamo? E chi siamo noi per decidere chi deve essere incluso nel nostro mondo? Per secoli siamo stati noi a decidere per loro. Noi stabilivamo dove dovessero vivere, con chi, che cosa fosse meglio per loro, quale grado di autonomia potessero avere, quale vita fosse loro consentita. Costruivamo il mondo a nostra immagine e somiglianza e poi chiamavamo «diversi» quelli che non vi entravano.

La segregazione non è soltanto separazione. La segregazione è violenza. Anche quando si presenta con buone intenzioni. Anche quando viene chiamata protezione. Anche quando viene accompagnata dalla parola «carità». Perché togliere a una persona la possibilità di vivere insieme agli altri, di scegliere, di sbagliare, di desiderare, di avere relazioni, di occupare uno spazio nella comunità significa decidere che qualcun altro sa meglio di lei quale vita debba vivere.

Il cambiamento è cominciato quando alcune persone hanno smesso di accettarlo. È nato dal basso: insegnanti, operatori sociali, psichiatri, famiglie, persone che sperimentavano possibilità diverse. Ci sono stati pensatori come Foucault, Laing, Basaglia, ma soprattutto ci sono state persone che si sono messe in gioco, hanno rischiato, hanno lottato, si sono assunte la responsabilità di rompere una consuetudine secolare.

E allora succedeva una cosa che oggi facciamo sempre meno. Ci si incontrava. Le discussioni non si esaurivano nei talk show. Erano assemblee. I corpi erano presenti. Si incontravano e qualche volta si scontravano. Ma si confrontavano. Non si parlava soltanto degli altri: si stava insieme agli altri. E anche gli intellettuali, almeno alcuni, non erano lì per sentenziare dall’alto. Si mettevano in relazione. Entravano nel conflitto, ascoltavano, si lasciavano interrogare dalla realtà. Non erano tanti. Ma potevano essere una nave pilota. Indicavano una direzione. E quella direzione non era la perfezione. Era l’idea che una società potesse cambiare se le persone avessero il coraggio di mettersi in gioco e di mettere in discussione ciò che sembrava immutabile.

Poi sono arrivate le leggi. Importanti, necessarie. Ma la legge è arrivata dopo che qualcosa si era mosso nella società. Per questo oggi non mi interessa soltanto sapere chi ha previsto la crescita dell’estrema destra, chi ha sbagliato, chi ha perso le elezioni. Mi interessa sapere che cosa faremo noi quando qualcuno comincerà a dirci che alcune conquiste sono troppo costose, troppo complicate, troppo difficili da mantenere. Perché la storia sta tornando indietro. E può farlo persino usando parole rassicuranti.

Io gli istituti li ho visti. E non voglio che si torni a decidere per qualcuno che cosa sia meglio per lui. Non voglio che si torni a costruire una società a immagine e somiglianza di chi ha il potere di definirne la normalità. Non voglio che ci si dimentichi che la segregazione è violenza.

Forse dovremmo tornare a incontrarci. A discutere. A scontrarci, se necessario. Ma con i corpi, con le vite, con le differenze reali davanti a noi. Perché il cambiamento non è mai garantito. E quella nave pilota non dovevamo lasciarla andare. Non dovevamo mollare. Forse dobbiamo ritrovare quella nave pilota che abbiamo abbandonato.

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