Aria di cambiamento

Comune-info - Wednesday, September 9, 2026

Ella Adoo-Kissi-Debrah ha nove anni quando nel 2013 muore dopo un grave attacco d’asma. Sul suo certificato di morte, per la prima volta al mondo, appare una causa nuova: inquinamento atmosferico. “Non è aria fritta” è un progetto che propone non solo di indossare un piccolo sensore collegato allo smartphone e misurare, in tempo reale, la propria esposizione alle polveri sottili durante i percorsi di ogni giorno, ma coinvolge anche medici di famiglia e apre spazi di parola, proposta e azione sulla qualità dell’aria

Foto di Luis Gherasim su Unsplash

Mi destai di soprassalto nel cuore della notte. Non riuscivo a respirare. Puntuale, ogni primavera, quando il polline dei pioppi imbiancava ogni cosa. “Saranno i miei polmoni fragili”, mi dicevo. E aspettavo che passasse. Notte dopo notte, primavera dopo primavera. Non potevo capire.

Come avrei potuto? Il vero responsabile era invisibile. Era l’aria della Pianura Padana. Quella della ricchezza: allevamenti sempre più intensivi, capannoni sempre più grandi, trasporti su gomma sempre più fitti. Nessun medico me ne aveva mai parlato. Ci vollero anni. E Londra.

Alla London School of Hygiene & Tropical Medicine trovai le prove. Le polveri sottili non sono responsabili solo dell’asma: aumentano il rischio di infarto, di parti prematuri e perfino di demenza.

Fu lì che conobbi la storia di Ella Adoo-Kissi-Debrah. Aveva nove anni quando morì (2013) dopo un grave attacco d’asma. Sul suo certificato di morte, per la prima volta al mondo, una causa che nessuno avrebbe voluto leggere: l’inquinamento atmosferico. L’aria che respirava. Quell’aria che respiriamo tutti, ogni minuto di ogni giorno.

Restare a guardare non era più un’opzione. Così, insieme ad altri professionisti dell’ambiente e della salute pubblica, è nata un’associazione dedicata alla salute planetaria: l’idea che la salute delle persone e quella dell’ambiente siano inseparabili.

Ma da dove si comincia? Da una domanda semplice: come si combatte un nemico invisibile? Conoscendolo. E per conoscerlo bisogna misurarlo. È da questa idea che nasce «Non è aria fritta», il nostro primo progetto, realizzato a Torino (con il sostegno della Compagnia di San Paolo).

Chiunque può indossare un piccolo sensore collegato allo smartphone e misurare, in tempo reale, la propria esposizione alle polveri sottili durante i percorsi di ogni giorno: andando al lavoro, accompagnando i figli a scuola, aspettando il tram o passeggiando in un parco. Più persone parteciperanno, più capiremo dove e quando il rischio è maggiore. E più solide saranno le proposte che potremo portare a chi amministra la città. Ma i numeri, da soli, non bastano. Per questo il progetto coinvolge anche i medici di famiglia, formati seguendo le lezioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e apre spazi di parola: luoghi dove dirci che effetto fa scoprire che l’aria non è né trasparente né innocente. Perché i dati hanno valore solo quando diventano conoscenza. E la conoscenza può diventare azione. Azioni che riguardano tutti: la città, chi la vive e perfino gli insetti impollinatori, che nell’aria inquinata non riconoscono più il profumo dei fiori. E no, non basta la pioggia. Può ridurre temporaneamente l’esposizione, ma non risolve il problema.

Lo sforzo per riportare il problema entro limiti accettabili, ha una data: il 2030, quando Torino dovrà raggiungere gli standard europei sulla qualità dell’aria. Per riuscirci serviranno scelte concrete: favorire il trasporto pubblico, monitorare qualità dell’aria e salute, rendere le aree verdi più presenti e accessibili. Perché nessun bambino debba più svegliarsi nel cuore della notte senza riuscire a respirare. E credere che sia colpa sua.

[Davide Z. & Ghasal J. per il Planetary Health Challenge/PHC]

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