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NO TAV: MIGLIAIA IN MARCIA DAL FESTIVAL ALTA FELICITÀ DI VENAUS VERSO I CANTIERI DELLA TORINO-LIONE
A Venaus, in Val di Susa, è iniziata lo scorso giovedì 23 luglio la decima edizione del Festival Alta Felicità organizzato dal Movimento No Tav. Le prime due giornate sono state segnate dalla partecipazione ai concerti, ai dibattiti e agli altri eventi culturali da parte di migliaia di persone, ma anche dalle provocazioni della polizia. Controlli, posti di blocco e perquisizioni sono stati svolti sulla strada statale che porta in Valle e alla stazione ferroviaria di Torino Porta Nuova. Il questore di Torino ha emesso 14 misure repressive, tra daspo urbano e fogli di via, nei confronti di altrettanti attivisti e attiviste che stavano raggiungendo il campeggio. A questo si aggiunge un’ordinanza della Prefettura torinese che vieta la vendita di alcoolici nei comuni di Venaus, Susa, Chiomonte, Giaglione, Bussoleno, San Didero, per tutta la durata del Festival. Nonostante la repressione e le provocazioni, oggi, sabato 25 luglio, è il giorno della marcia popolare No Tav. Migliaia di persone sono in partenza, come ogni anno, dal presidio storico di Venaus – dove si svolge il Festival – per raggiungere i cantieri della Torino – Lione, la grande opera inutile e dannosa contro cui il movimento si batte da decenni. In mattinata, in attesa della manifestazione, al campeggio si è tenuta un’assemblea nazionale dei movimenti di lotta per la casa. Dalla Val di Susa, la corrispondenza per Radio Onda d’Urto di Alice, attivista del centro sociale Magazzino 47 di Brescia. 
July 25, 2026
Radio Onda d`Urto
L’indecenza della delazione e la tutela della sfera privata del corpo docente
L’anno scolastico appena conclusosi, caratterizzato dall’impressionante mobilitazione del mondo della scuola contro il genocidio a Gaza, è stato segnato da diversi tentativi di censura e repressione delle voci di docenti e studenti che hanno manifestato la propria solidarietà nei confronti della popolazione palestinese e condannato le politiche di riarmo del nostro governo. Il caso qui in esame rappresenta un’ulteriore e preoccupante torsione in senso illiberale della postura repressiva che gli apparati dello stato hanno adottato nei confronti del mondo della scuola, vessato negli ultimi anni dall’introduzione di norme sempre più punitive nel Codice di comportamento dei dipendenti pubblici. Riassumiano brevemente i fatti (vedi anche qui, qui e qui). Siamo a Torino, pochi giorni dopo la manifestazione del 31 gennaio a sostegno di Askatasuna a seguito dello sgombero del centro sociale e della militarizzazione del quartiere Vanchiglia. Melania Rovelli, insegnante dell’Istituto Comprensivo “Borgaretto” di Beinasco (TO), trova online una foto che ritrae i due “poliziotti-simbolo” della manifestazione, Lorenzo Birgulti e Alessandro Calista, appena dimessi dall’ospedale dopo la colluttazione avvenuta alla fine del corteo. La foto, corredata da parole che mettono in dubbio l’entità delle lesioni da loro riportate, è condivisa sul proprio “stato” WhatsApp dalla docente, che vi aggiunge un commento indignato. Qualcuno tra i contatti dell’insegnante fa uno screenshot e, sotto falso nome, lo invia al Ministero dell’Istruzione e del Merito e all’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte, innescando una reazione a catena al termine della quale la docente è destinataria da parte della sua Dirigente Scolastica di un procedimento disciplinare che si conclude con un provvedimento di censura, motivato dall’aver agito con «un apprezzabile grado di imprudenza» in violazione del suddetto codice di comportamento, in quanto «il post nuoce al prestigio e al decoro della pubblica amministrazione e utilizza un linguaggio non consono al ruolo educativo del docente» (benché con tutta probabilità esso non fosse visibile da parte delle/degli allieve/i). La sanzione disciplinare irrogata alla collega si configura come un intervento fuori luogo, eccessivo, immotivato, coerente però con la grande macchina repressiva che negli ultimi mesi ha travolto il centro sociale Askatasuna e quella parte della cittadinanza che si è schierata contro lo sgombero e contro l’inasprimento delle misure di gestione dell’ordine pubblico anche a seguito degli scioperi autunnali (per la peculiarità del caso torinese si veda qui) La docente è stata sanzionata per avere espresso tramite un canale privato, non istituzionale, normalmente utilizzato in quanto cittadina e non come docente, una posizione di dissenso rispetto alla vittimizzazione degli agenti, sapientemente operata dai media mainstream nei minuti immediatamente successivi ai fatti in questione (la cui dinamica è stata immediatamente messa in discussione e chiarita dall’ottimo lavoro della giornalista Rita Rapisarda in questo articolo). La netta contrapposizione tra una piazza criminalizzata per la sua presunta “violenza” e forze dell’ordine che avrebbero agito con il solo obiettivo di garantire la sicurezza della cittadinanza è stato il mantra delle istituzioni nei mesi successivi. Evidentemente chi, come la professoressa Rovelli, si è permesso di mettere in discussione questa narrazione, è stato facile preda del tritacarne repressivo che rappresenta oggi un pericolo reale per chi esprima, pur in modo pacifico ed esercitando un diritto costituzionalmente garantito, forme più o meno aspre di dissenso nei confronti del potere. Al netto della strategia che la collega e i suoi legali adotteranno su un piano giudiziario, questa vicenda è importante per tutte/i le lavoratrici e i lavoratori del pubblico impiego e in particolare della scuola per diverse ragioni. La prima riflessione da fare riguarda l’ostilità nei confronti della docente, che è stata vittima di una delazione in puro stile fascista, evidentemente e scientemente volta a danneggiarla sul lavoro, con l’aggravante dell’anonimato dietro cui il delatore ha nascosto, tramite il ricorso a uno pseudonimo, la propria identità: al momento non è dato sapere in che modo MIM e USR abbiano verificato chi sia l’autore della segnalazione, ma sarebbe importante capirlo. La CUB SUR parla nel proprio comunicato di “grande fratello informatico” ed è questo uno degli aspetti più significativi della questione, che ci porta direttamente al cuore del problema, vale a dire i possibili profili di incostituzionalità del nuovo Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (DPR n. 81 del 13 giugno 2023) che introduce importanti modifiche rispetto al vecchio Codice (DPR n. 62 del 16 aprile 2013). L’aspetto rilevante in questa sede è il disciplinamento del «crescente fenomeno della digitalizzazione del lavoro e con l’introduzione di misure in materia di utilizzo delle tecnologie informatiche, dei mezzi di informazione e in particolare dei social media». Se si conferma che i dipendenti pubblici sono tenuti al rispetto dei doveri di «diligenza, lealtà, imparzialità e buona condotta» (mutuati dall’articolo 97 della Costituzione), la novità è «la precisazione che tali doveri debbano essere osservati non solo quando si è in servizio, ma anche nei comportamenti che si pongono in essere nella vita quotidiana, al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione». Nello specifico tale precisazione è contenuta nell’articolo 11-ter del Codice, di cui riportiamo i commi 1 e 2: > 1. Nell’utilizzo dei propri account di social media, il dipendente utilizza > ogni cautela affinché le proprie opinioni o i propri giudizi su eventi, > cose o persone, non siano in alcun modo attribuibili direttamente alla > pubblica amministrazione di appartenenza. > 2. In ogni caso il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o > commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine > dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in > generale. La lettura di queste poche righe ci conduce direttamente al punctum dolens della questione, che possiamo formulare così: quanto il Codice di comportamento, nella sua attuale formulazione, è compatibile con il dettato costituzionale e in particolare con l’articolo 21 sulla libertà d’espressione? Se la gerarchia delle fonti del diritto prevede che la norma suprema sia la Costituzione, è accettabile che i dipendenti pubblici vedano così limitato e minato il proprio diritto di parola e di espressione da una norma di rango inferiore? Quanto è grande il rischio che la «cautela» a cui fa riferimento l’articolo 11-ter induca nelle lavoratrici e nei lavoratori atteggiamenti di autocensura? Quanto è legittimo che, in definitiva, i pubblici dipendenti siano paradossalmente “discriminati” rispetto alle/agli altri cittadine/i per la propria condizione lavorativa che ne subordina alcune libertà fondamentali a un codice di condotta? Quanto la “fedeltà” che si richiede ai pubblici dipendenti è assimilabile a forme di obbedienza acritica e inquadramento totalizzante in una sorta di “stato etico”, che tende a sovrapporsi in quanto tale alla Repubblica democratica fondata sul lavoro, perno della Costituzione, a cui sola le e i cittadini devono fedeltà? Sono domande a cui chiaramente non è possibile dare risposta in questa sede, ma il caso della professoressa Rovelli è inquietante perché mette a nudo la violenza di un sistema che “sorveglia e punisce” non solo con i manganelli e gli idranti, ma anche in modi più sottili, subdoli, pervasivi e minacciosi per la libertà delle persone, costringendole a sperimentare forme di solitudine e sospetto nei confronti del prossimo che sono in completa antitesi con la natura dell’uomo come animale sociale. Sarebbe poi tutta da indagare la questione di cosa si intenda per “decoro” della pubblica amministrazione in un momento storico in cui il Governo italiano, complice diretto di un genocidio, partorisce a ciclo continuo decreti sicurezza finalizzati a colpire chiunque denunci il grande scandalo della guerra e dell’ingiustizia sociale. Viene in mente la provocazione di Socrate che invocò come alternativa alla pena di morte il suo mantenimento a pubbliche spese nel Pritaneo, come benefattore della polis. E invece il premio è toccato ad altri: i poliziotti Birgulti e Calista hanno ricevuto attestati di stima e solidarietà dalle istituzioni, sono stati premiati a Padova durante la festa per il 174° anno dalla fondazione della Polizia di Stato, hanno ricevuto l’attestato di civica benemerenza dal comune di Torino per l’anno 2026 (vedi qui e qui). Come Osservatorio continueremo a seguire la vicenda della collega torinese, a cui esprimiamo la nostra solidarietà, ma invitiamo chi ci legge a non piegarsi a forme di sopraffazione che in tutta evidenza tenderanno a riproporsi con sempre maggiore frequenza nell’immediato futuro e che colpiranno nel segno se troveranno individui resi fragili da silenzio e isolamento. Per questo è importante fare emergere queste storie, perchè quella che dobbiamo intraprendere è una battaglia politica e culturale che i singoli non possono affrontare da soli: contrastare il dispositivo di controllo in cui viviamo immersi richiede la difesa collettiva di spazi di libertà che anche il processo di militarizzazione delle scuole e delle università, che qui denunciamo, tende a limitare ed erodere. La traiettoria della militarizzazione incrocia la logica dell’autoritarismo, della censura, dell’obbedienza acritica, ed è per questa ragione che riteniamo fondamentale che nel mondo della scuola si diffondano gli strumenti di resistenza che qui mettiamo a disposizione di quante/i vogliano impegnarsi nella difesa della libertà di insegnamento, pensiero, parola ed espressione. Scarica qui: * vademecum per contrastare la militarizzazione delle scuole * appunti resistenti per continuare a praticare la libertà d’insegnamento Irene Carnazza e Maria Pastore, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Puntata del 21/07/2026@0
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Sandro, lavoratore in università di Torino iscritto al sindacato di base CUB. Con lui abbiamo commentato quanto riportato nel loro ultimo comunicato: “La gestione del cambio d’appalto per i servizi di portierato e supporto logistico dell’Università di Torino è inaccettabile. Tra proroghe infinite e totale mancanza di comunicazioni ufficiali, i lavoratori si trovano ad affrontare un momento delicato basandosi solo su voci di corridoio. Ricordiamo alla nuova azienda subentrante che esistono diritti che NON possono essere messi in discussione: Salvaguardia del contratto e dell’anzianità Mantenimento delle mansioni Nessuna riduzione di ore o stipendio“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello dei controlli dell’Ispettorato del Lavoro, infatti in compagnia telefonica di Valeria, Ispettrice iscritta al sindacato USB, siamo andati a discutere su come vengono fatti i controlli, con che limiti e come si potrebbero migliorare le cose. Abbiamo voluto fare questo approfondimento per fare capire in quali condizioni versa questo istituto, che se organizzato e finanziato meglio di come lo è allo stato attuale, potrebbe essere davvero efficace per sgominare situazioni criminogene o rischiose per chi lavora e per la popolazione in generale. Buon ascolto
Puntata del 21/07/2026@1
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Sandro, lavoratore in università di Torino iscritto al sindacato di base CUB. Con lui abbiamo commentato quanto riportato nel loro ultimo comunicato: “La gestione del cambio d’appalto per i servizi di portierato e supporto logistico dell’Università di Torino è inaccettabile. Tra proroghe infinite e totale mancanza di comunicazioni ufficiali, i lavoratori si trovano ad affrontare un momento delicato basandosi solo su voci di corridoio. Ricordiamo alla nuova azienda subentrante che esistono diritti che NON possono essere messi in discussione: Salvaguardia del contratto e dell’anzianità Mantenimento delle mansioni Nessuna riduzione di ore o stipendio“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello dei controlli dell’Ispettorato del Lavoro, infatti in compagnia telefonica di Valeria, Ispettrice iscritta al sindacato USB, siamo andati a discutere su come vengono fatti i controlli, con che limiti e come si potrebbero migliorare le cose. Abbiamo voluto fare questo approfondimento per fare capire in quali condizioni versa questo istituto, che se organizzato e finanziato meglio di come lo è allo stato attuale, potrebbe essere davvero efficace per sgominare situazioni criminogene o rischiose per chi lavora e per la popolazione in generale. Buon ascolto
Contro Torino 2033. Un diario sulla candidatura a capitale europea della cultura
(collage di stefania spinelli) Mercoledì 10 giugno in piazza della Repubblica, sera. Sono alla tettoia dei contadini. La tettoia ospita ogni mattina il mercato dei contadini che giungono dalle campagne della cintura metropolitana. Oggi è il primo giorno del Festival di Porta Palazzo, una celebrazione dell’aura culturale del quartiere organizzata dalla Città di Torino. Leggo dal programma: “Un’occasione per condividere storie, sapori e tradizioni, valorizzando la ricchezza culturale che caratterizza Porta Palazzo”.  Questa sera si prevede una “cena delle comunità”, ovvero “un appuntamento pensato per favorire il dialogo e la convivialità tra le numerose realtà che animano quotidianamente il quartiere”. Ci sono due lunghi tavoli apparecchiati sotto la tettoia e intorno sono poste, come confine, delle grate. Su ogni grata sono appesi dei pannelli che appartengono alla campagna pubblicitaria dedicata ai mercati urbani. Queste pubblicità sono rivolte agli avventori, io sto al di fuori del recinto e vedo solo il dorso bianco. Quello che accade oltre le barriere è visibile tra gli interstizi. Un ingresso è presidiato dalla polizia municipale, l’altro dallo staff del festival che controlla gli inviti. I guardiani dell’ingresso dicono che hanno accesso alla cena solo i venditori e gli operatori del mercato, ma io vedo anche i soliti volti del terzo settore di quartiere, un accademico, politici locali. Al di là del recinto ecco apparire Chiavarino, assessore al commercio. È intervistato da una tv locale: muove le braccia in ampi circoli e mostra all’occhio meccanico una sequenza cangiante di espressioni eloquenti con occhi spalancati e bocca allargata. Gli avventori hanno preso posto e la cena inizia: arrivano le prime portate.  Giovedì 11 giugno, sera a Porta Palazzo. Adesso sotto la tettoia il festival propone un dj set in collaborazione con il Kappa Future Festival. Si vendono panini con carne di maiale, birre, spritz, mojito. Non ci sono più le grate, ora i passanti possono liberamente accedere allo spazio attraversato dai suoni diffusi dalle casse. Di fronte alla tettoia c’è una pescheria costosa che propone anche un servizio di ristorazione. Un tempo la pescheria aveva il banco presso il mercato ittico della piazza, ma anni fa ha lasciato quel luogo e ha aperto il locale qui, al piano terra del social housing di Compagnia di San Paolo. Vedo bodyguard di un’azienda di sicurezza: controllano l’area del dj set e redarguiscono chi beve birre in bottiglia; si possono bere solo le bibite vendute allo stand. L’azienda dei bodyguard si chiama SIVIS Security & Facility Management. Due auto della SIVIS, poste di traverso rispetto alla carreggiata, chiudono la strada che circonda la tettoia. Non c’è la polizia municipale. La classe sociale dei giovani che ballano e consumano è davvero omogenea e poco ha a che vedere con le persone giunte da oltremare che ancora vivono qui o frequentano il mercato durante il giorno.  Venerdì 12 giugno, tardo pomeriggio. Sotto la tettoia dei contadini è stato montato uno schermo. Sarà proiettato un film su una mercante di Porta Palazzo, film fiabesco e rasserenante molto apprezzato dalle istituzioni. In fondo, accanto ai bagni, è stato allestito un buffet con vini e pietanze che verranno servite poco prima della proiezione. Gli addetti del catering mandano via più volte una donna con una lunga gonna colorata che si avvicina al cibo, la scacciano come si fa con le mosche. La proiezione è introdotta da un dibattito con accademici e dirigenti di enti culturali cittadini. Anche Chiavarino, l’assessore al commercio, intrattiene il pubblico presente. «Porta Palazzo è un luogo iconico della nostra città – esordisce –. Un luogo legato al sistema del commercio, delle bancarelle belle, colorate, piacevoli o dei negozi prospicienti. È un luogo straordinario dove la cultura è caratterizzata dalle genti, dai rapporti umani, dai rapporti negoziali e commerciali, dalle etnie con le proprie tradizioni e con un proprio retroterra storico, culturale». L’ossessione per la cultura è una traccia da seguire. «Ora – continua Chiavarino – Porta Palazzo è una piccola Versailles, vedrete che bellezza, che cornice! Bisogna gustare i colori, i sapori, gli odori, i profumi di questa bella Porta Palazzo. Il mercato di Porta Palazzo, il primo a livello europeo come mercato a cielo scoperto, primo in Europa! Apprezzatissimo dai turisti che vengono qua per tutti questi begli aspetti». IL MODELLO CAPITALE DELLA CULTURA Scrivo un diario, raccolgo immagini e appunti, trascrivo dichiarazioni di piccoli gestori del potere per cogliere il senso nelle loro parole, per individuare il concreto piano delle istituzioni riguardo al quartiere, alla città. Trovo un indizio quando Chiavarino menziona un luogo vicino alla tettoia, dall’altra parte della piazza: il dismesso mercato ittico. «Un lavoro supplementare ulteriore – informa Chiavarino – riguarda il mercato ittico che è stato rimesso in sesto e riaperto con una funzione che non è più prettamente commerciale. Temporaneamente lo sperimentiamo come luogo della cultura. Tant’è che daremo vita a iniziative di carattere convegnistico, a delle mostre». Dove un tempo c’erano i pescivendoli sorgerà un “hub culturale” per accogliere, probabilmente, «la sede dell’ufficio che si occuperà del dossier per candidare Torino a capitale europea della cultura nel 2033». Ecco uno stimolo solido per elaborare un’interpretazione: la Città vuole candidarsi a divenire capitale europea della cultura nel 2033 e ha individuato proprio Porta Palazzo – crocevia di culture, tradizioni culinarie e mescolanze migratorie, dicono gli amministratori – come centro simbolico e operativo. La Città ha ufficializzato la candidatura nel novembre 2023, ma il desiderio era già espresso nel programma elettorale del sindaco Lo Russo. Con una delibera di giunta del dicembre 2023 la Fondazione per la Cultura ottiene il coordinamento della candidatura. Più di un anno dopo, nel febbraio 2025, è approvato un protocollo di intesa tra la Città, la Regione, le due fondazioni bancarie, i due atenei e la Camera di Commercio: una ufficiale unità di intenti in vista della competizione per l’investitura a capitale europea. Nel maggio 2025 si palesa il direttore della candidatura: è Agostino Riitano, già direttore di Procida capitale italiana della cultura nel 2022 e stretto collaboratore di Paolo Verri, il coordinatore dell’ultima capitale europea della cultura in Italia, Matera nel 2019. Nella primavera del 2025 si annuncia che il quartiere di Porta Palazzo sarà il “cuore pulsante” di Torino 2033: “Metteremo al centro i legami internazionali e interculturali di Torino e quello sarà il luogo paradigmatico”, afferma Riitano sui giornali. In un’intervista a La Stampa del giugno 2025 Riitano sostiene che l’eventuale investitura può portare alla Città finanziamenti per cento milioni di euro. Nel gennaio 2026 Paolo Verri scrive un articolo per La Stampa e pronostica che, in caso di vittoria, Torino 2033 saprà attrarre finanziamenti per duecento milioni di euro. Nel 2019 Verri e il suo gruppo dirigente hanno costituito a Matera una fondazione privata partecipata dagli enti pubblici che ha raccolto circa cinquanta milioni di euro dallo stato italiano (il finanziatore più consistente), dalla Regione Basilicata e dalla Città di Matera. Tre milioni sono stati impiegati nei costi di gestione della fondazione, il resto è servito a finanziare i progetti culturali, la promozione e il marketing urbano. Per un anno a Matera si sono tenuti eventi e progetti culturali in gran parte effimeri, inconsistenti e vacui, incapaci di lasciare una traccia sulla città e sulla parte di popolazione, di fatto maggioritaria, che non è stata coinvolta nell’organizzazione. In compenso sono aumentate le visite brevi a Matera, il valore della filiera turistica è raddoppiato, i Sassi – privi ormai di residenti – hanno consolidato la tendenza a diventare scenario attraente con offerte alberghiere di lusso. I contadini furono rimossi nel dopoguerra perché i Sassi erano la “vergogna d’Italia”, ora le case e i vicinati sono così affascinanti da ospitare per poche notti le ricche élite internazionali.  Il modello “capitale europea della cultura” nasce negli anni Ottanta su iniziativa del Consiglio dell’Unione europea e rappresenta per ogni città l’opportunità di esporsi in vetrina al fine di aumentare il carisma internazionale e incentivare flussi turistici e investimenti immobiliari. Torino, città inquieta tra macerie industriali, tenta da decenni di risollevarsi da una crisi economica strutturale scommettendo sulla cultura come forma di consumo e sulla crescita del mercato turistico. Porta Palazzo è un emblema di questo processo: negli ultimi anni ha accolto in piazza della Repubblica un ostello di lusso, un social housing di Compagnia di San Paolo e il Mercato Centrale dell’imprenditore Montano. Nel frattempo gli sgomberi delle occupazioni e gli sfratti in zona sono stati violenti e centinaia di venditori poveri sono stati allontanati con schieramenti di forza pubblica in assetto antisommossa. La “cultura”, a Torino come a Matera, è un fenomeno interessante: prima si allontanano le classi popolari, che vengono esiliate in modo coatto, e poi si costruisce un sistema simbolico nostalgico ispirato alle forme di vita che non ci sono più o che stanno scomparendo. Così gli spettatori paganti possono giungere a godere di proiezioni simulacrali emanate in un deserto sociale.  IL FESTIVAL DI ARCHITETTURA Martedì 7 luglio 2026, ore 18, Porta Palazzo. Il vecchio mercato ittico si trova nell’angolo opposto di piazza della Repubblica rispetto alla tettoia dei contadini. Questa struttura ottocentesca ha ospitato, fino alla pandemia, i venditori del pesce, che disponevano i loro banchi ai due lati del corridoio che attraversa l’edificio. Alcuni hanno lasciato il mercato prima della chiusura, come la pescheria Gallina che ha aperto il ristorante davanti alla tettoia dei contadini, altri invece hanno sbaraccato quando la Città non ha rinnovato la concessione. Dopo anni di chiusura il mercato riapre come “hub culturale” e oggi la sua nuova funzione è inaugurata dal Festival dell’architettura. Il festival, organizzato dall’Ordine degli architetti e dalla Fondazione per l’architettura, accoglie per tre giorni lezioni e discorsi di esperti sulle politiche immobiliari, con particolare attenzione alle strategie urbane da dedicare alle case disabitate. “Chi abiterà le case vuote?” è il titolo del festival che è inserito – e non è un caso – nell’ambito del percorso di candidatura della città a capitale europea della cultura. Il logo di Torino 2033 appare in fondo alle locandine e ai depliant informativi.  Sono vicino all’ingresso. Una donna canta con accompagnamento di piano. Nei vani che un tempo accoglievano i banchi dei pescivendoli ci sono mostre di fotografia urbana, esempi di progetti di architettura innovativa e l’esposizione di un giornale del 1972 sulla lotta per la casa a Torino. Osservo con attenzione quest’ultimo pannello: il titolo del numero era “The struggle for housing”, un fotoromanzo realizzato da un gruppo di architetti ed esposto al MOMA di New York. La storia racconta delle condizioni penose di vita degli immigrati nella città piemontese, delle speculazioni immobiliari dell’epoca e delle rivendicazioni avanzate dalla classe operaia. Ecco passa vicino Maurizio Marrone, assessore regionale alle politiche sociali: un fascista fautore, con la collaborazione della giunta torinese, dei recenti sgomberi delle occupazioni negli appartamenti delle case popolari. Sul lato opposto del corridoio il sindaco Lo Russo taglia il nastro prima di tenere il suo discorso. Camminano accanto architetti e professionisti del settore immobiliare, accademici in visita al festival. Uomini in mocassini o completi blu, camicie aperte sul petto che mostrano collanine d’oro; donne in tailleur o vestito lungo che muovono con spossatezza i ventagli. Attorno il mercato conserva alcuni segni materiali che notavo quando venivo a comprare il pesce. Ci sono ancora le piastrelle azzurre e hanno lasciato le insegne. Ne leggo una: “Pescheria P. G. & Giosuè. Servizi ristorante. Consegna a domicilio”. In alto altre piastrelle colorate formano una scena di pesca in mezzo al mare. I pescivendoli non ci sono più, come gli straccivendoli più poveri fuori in strada e i materani nei Sassi, ma restano i loro segni trasformati in scenografia. Mentre intervengono le autorità, nel vecchio mercato si aggirano gli assessori: Chiavarino, Tresso e Mazzoleni. Chiude gli interventi istituzionali proprio Riitano: «Il mio non è un discorso, ma una piccola testimonianza per aggiornare chi di voi non sia sintonizzato sul percorso che la Città di Torino sta facendo ormai da qualche anno per candidarsi al titolo di capitale europea della cultura. […]. Abbiamo trovato questa intesa con la Fondazione per l’architettura perché abbiamo raccolto la volontà di rendere il festival un’occasione connessa alle riflessioni che stiamo facendo sui temi della candidatura. “Chi abiterà le case vuote” non è una questione […] meramente abitativa, ma è una questione squisitamente culturale. Dare una risposta credibile, sensata, per noi è elemento vitale per costruire un pezzo di questo percorso. Perché la candidatura a capitale europea della cultura non consiste nell’organizzare un super-cartellone di eventi con migliaia di appuntamenti, non è un tema muscolare, ma è l’occasione per fare una riflessione profonda sull’immaginario da tratteggiare insieme per i prossimi anni. Strumenti come i festival […] sono l’occasione per porci delle domande, in alcuni casi scomode, a cui collettivamente dobbiamo provare a dare una risposta». Una tecnica interpretativa da tenere a mente per i prossimi anni: i discorsi di Riitano devono essere rovesciati per individuare sprazzi di verità tra le frasi rimasticate.  Sono affaticati gli applausi finali, appesantiti dal caldo di un sole che tramonta. Un rinfresco con vino bianco attende il pubblico nell’angolo di un vecchio banco del pesce. Torino è probabilmente la candidatura più forte tra le altre in Italia ed è coordinata da dirigenti d’esperienza. Mi guardo intorno, osservo le immagini degli anni Settanta sulle lotte per la casa. Che cos’è, in questo luogo e tra queste persone, la cultura? Un discorso egemone per manipolare e controllare i simboli e le parole che emergono dal passato o che sorgono nel nostro tempo, annullando ogni potenziale spinta di trasformazione della società. La cultura m’appare come un vasto e capillare processo di traduzione, efficace per quanto in apparenza insulso e retorico. Prevedo allora che Torino 2033 sarà un’infrastruttura discorsiva utile a legittimare una città aperta ai capitali di investimento e violenta contro le classi più deboli. Eppure, Torino 2033 non sarà soltanto un sistema di pubblicità turistica e di manipolazione simbolica. I milioni che giungeranno serviranno a cooptare i creativi, gli intellettuali, gli operatori del terzo settore e in generale chi elabora i linguaggi urbani. Per un anno vedremo una penosa corsa ai bandi per ottenere qualche migliaio di euro in più, mentre le voci dissidenti saranno ancora più isolate e flebili. Questo esito, tuttavia, non è inesorabile. È necessario lanciare subito un allarme e dialogare con chi non guadagnerà nulla dalla trasformazione di Porta Palazzo e di altri quartieri popolari in scenari per un consumo spettacolare. Ostacolare Torino 2033 adesso è una strategia più efficace di quanto potrà esserlo un’opposizione organizzata tra sette anni, quando sarà ormai in moto un colossale macchinario simbolico votato all’ottundimento. (francesco migliaccio)
July 23, 2026
Napoli MONiTOR
L’insurrezione dei giovani è in corso
DAL 24 AL 26 LUGLIO, VENAUS OSPITA LA DECIMA EDIZIONE DEL FESTIVAL ALTA FELICITÀ. TRE GIORNI DI MUSICA, CULTURA E RESISTENZA NO TAV CON INIZIATIVE DEDICATE A GAZA, CAMBIAMENTO CLIMATICO, GUERRA, DIRITTO ALL’ABITARE, ANTIFASCISMO… CON MOLTI OSPITI E SOPRATTUTTO TANTI CONCERTI. MIGLIAIA DI RAGAZZI E RAGAZZE SARANNO IN VAL DI SUSA PERCHÉ IL FESTIVAL È UN LUOGO DOVE NON TROVA SPAZIO L’ARROGANZA DEL POTERE, DOVE È POSSIBILE COSTRUIRE RELAZIONI AUTENTICHE, QUALCOSA DI NON MERCIFICATO. “MI PIACE PENSARE CHE I RAGAZZI, NON ANCORA ESPROPRIATI DI UN IRREPRIMIBILE ISTINTO ALLA VITA E SPINTA ALLA FELICITÀ, DELLA PROPRIA NATURALE CAPACITÀ BIOLOGICA DI DISCERNERE COSA SIA VERO E AUTENTICO RISPETTO A COSA SIA FINZIONE, NON ABBIANO RINUNCIATO PER SEMPRE AL SOGNO E AL DESIDERIO, COME INVECE HANNO FATTO MOLTI DEI LORO GENITORI… – SCRIVE MATTEO ROSSI, RIPENSANDO AL FESTIVAL 2025 – CHE LE VALLI E I QUARTIERI DEL MONDO POSSANO ESSERE TANTE VALSUSE. PERCHÉ NELLE LORO LOTTE C’È GIOIA, SPERANZA, VOGLIA DI VIVERE…” Foto di Luca Perino, scattata al concerto di Francamente al Festival Alta Felicità 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Il 25 e 26 luglio 2025 ho partecipato al Festival dell’Alta Felicità a Venaus, spinto ancora una volta dal coraggio, dalla caparbietà e dalla continua capacita di resistenza e ogni volta di rilancio del movimento No Tav. Mi piace pensare a una valle non normalizzata, non assuefatta, non domata che diventa epicentro di incontro, reciproco incoraggiamento e rafforzamento di tante lotte e territori. Sul treno a Porta Nuova incontro decine di ragazzi e ragazze con zaini, tende e sacco a pelo. La cosa mi mette allegria. Questa sensazione cresce mano a mano che ne cresce il numero. A Susa sono centinaia. E continuano ad arrivare… Riempiono i treni, riempiono le navette, stringendosi per lasciare posto ad altri. Molti si incamminano a piedi. A Venaus diventano migliaia…. migliaia di ragazzi e ragazze. Migliaia di tende colorate che gradualmente riempiono il prato pronto ad ospitarle. Sembra un sogno vedere tanti ragazzi insieme, in un paese di vecchi e depressi, la cui crescita demografica va sotto zero (questo dato da solo esemplifica l’andamento e la traiettoria della nostra civiltà). Mi chiedo cosa porti tanti ragazzi a essere qui. Forse si tratta di un fenomeno naturale, semplice e profondo allo stesso tempo. Come l’acqua di un fiume che esonda va spontaneamente, per un principio fisico, dove ci sono spazi liberi e ancora da colmare, allo stesso modo i ragazzi e le ragazze vanno verso luoghi non ancora occupati dall’arroganza degli adulti e del potere, luoghi dove c’è qualcosa di vero e autentico, qualcosa di non mercificato, a tratti magico, dove c’è spazio per esserci davvero coi propri corpi. Un luogo dove musica, lotta, natura, convivenza si mischiano e dove tutto non sia già previsto come in qualsiasi altro luogo dove il copione è già scritto, l’esito scontato e ogni dinamica sotto controllo. Il loro. E siccome non tutto è previsto, a Venaus c’è uno spazio per l’inaspettato: nel dipanarsi dei dibattiti, nel continuo evolversi del cielo e delle condizioni climatiche, nella persona che incontrerai nella lunga tavolata, nell’esito della marcia. Qui si tratta di scrivere insieme e per davvero una storia a più voci, si tratta di sentirsi parte di qualcosa di grande: di un’insurrezione in corso che ne contiene tante altre e che prende corpo… tanti corpi, tanti sorrisi, tanto coraggio. Scopri che assuefazione, rassegnazione, disincanto sono le più efficaci armi del potere per scoraggiare, per convincerci che tutto è inutile, che niente serve a niente, che ognuno è nessuno… Scopri che questa storia come altre sono vere e non scontate. Scopri che questa volta siamo tanti, tantissimi e tantissime. Tutti e tutte diversi e diverse, ciascuno e ciascuna unico e unica. C’è tanto rispetto e ognuno se la vive a suo modo. Chi chiacchiera in campeggio, chi partecipa ai tanti incontri sulla Palestina, sul lavoro, sulle lotte ambientali, sulla guerra, chi gioca a pallavolo, chi si sperimenta con acrobazie e giocoleria, chi ozia sulla amache, chi canta e balla all’arena, chi da una mano nei tendoni a fianco di chi potrebbe essere il proprio nonno o la propria nonna. Tante file ordinate davanti alla cucine, tanta attenzione alla pulizia dei prati e alla raccolta differenziata, segno di una disciplina interiorizzata e praticata. Ogni incontro è davvero piacevole e inaspettato. Storie di rappers che esprimono con le rime la propria rabbia, storie di precariato e di insoddisfazione delle prime esperienze nel mondo del lavoro, storie di fatica e di ricerca di senso nei percorsi universitari, storie di ritorno alla terra… in tutte c’è un rifiuto e una via a esso collegata che parla anche di ricerca e di speranza. Pochi smart e tecnologie, sono i ragazzi a insegnare ai propri genitori che ne sono schiavi, che tecnologia, social, intelligenza artificiale e algoritmi si dimenticano facilmente quando la cornice è ricca, libera e accogliente. Perché è tutta una questione di cornici. I ragazzi vivono gran parte della loro vita in cornici asettiche, artificiali, dove la finzione e il raggiro che stanno alla base del mercato, incidono anche sulle relazioni, dove tutto è un fatto statistico e tu sei strumento dello strumento, algoritmo di un algoritmo. Se ci sei o non ci sei non cambia nulla. Nessuno ti cerca o ti chiede come stai e come la pensi. Quando cambia la cornice e tutto diventa più vero, più naturale, più bello, più umano, cambiano anche le dinamiche, le relazioni, perfino lo stato d’animo e le espressioni del viso. Vuoi mettere la dimensione delle mensa di una scuola, con la cucina di un presidio NoTav? Sabato pomeriggio campeggio e tendoni si svuotano. In migliaia sono i ragazzi e le ragazze a scegliere di partecipare e di esprimere materialmente il proprio dissenso alla devastazione, coi propri corpi, noncuranti di rischi, decreti, repressione e dei tanti chilometri a piedi… C’è tanta allegria e determinazione: chi canta, chi è trascinato dai ritmi incontenibili e irriverenti della murga, “Toute le monde detest la police!”, “Sulle barricate sventola la bandiera dei notav”, “I popoli in rivolta scrivono la storia” “La Valsusa paura non ne ha”, “Non ci prenderanno mai i Cacciatori di Sardegna!”, “No tav fino alla vittoria”. E sono tante e tanti a partecipare alle azioni di sabatoggio dei cantieri, chi direttamente, chi indirettamente, chi a non sentirsi a proprio agio con queste pratiche, chi a dire che alcune azioni rischiano di far male all’ambiente che vogliamo difendere… ma se ne discuterà dopo. Tutte e tutti sono presenti. In migliaia! Non importa quante migliaia ma tutti e tutte convinti e convinte che non può essere l’ennesima marcia silenziata dai media e che migliaia di No al tav non possono passare ancora inascoltati e in sordina. Violento ed ecocida è chi si ostina a costruire e devastare rifiutando ogni forma di dialogo vero che non sia raggiro, convincimento e repressione a colpi di fogli di via, arresti, lacrimogeni, incendi dei presidi, sgomberi e tante tante bugie sul main stream. Il popolo notav continua a rigenerarsi. Ne reprimono dieci ne spuntano Sempre più giovani. All’indomani sermoni e processi in prima pagina su tutte le testate bempensanti del nostro bel paese: sono i ragazzi e le ragazze il problema, saranno loro i primi a essere copiti dal DDL 660 grazie alle irreprensibili indagini scientifiche del premiato corpo poliziesco. Il potere indignato: sarà fatta giustizia! Saranno i giovani notav il capro espiatorio di questo paese di politici, dirigenti, giornalisti, statisti falliti, lugubri, marci dentro, senza pudore e senza dignità. Mi chiedo: se avete raccontato solo gli incidenti forse quello serviva per accorgersi di migliaia di ragazzi che hanno detto un altro No alla TAV? A quanti e quali altri no si associa questo No che ne è simbolo? Perché non mettersi in ascolto? Non interrogarsi sul mondo che noi adulti e le generazioni prima di noi, abbiamo creato? Ci siamo accorti piuttosto di un paesaggio che si uniforma e impoverisce ogni giorno, di spazi di incontro e cultura che si chiudono, di nuove gabbie e prigioni che ogni giorno limitano le nostre libertà e speranze, di zone rosse che si costruiscono ovunque a difesa di chissachi, di militari per le strade, telecamere e forze di polizia ovunque, di un vuoto fatto di solitudine, ritiro sociale, antidepressivi, abbandoni scolastici, un deserto di possibilità e di orizzonti che avanza inesorabile mentre il mercato pervade e mercifica ogni ambito delle vite, volendo ogni ragazzo cliente assuefatto e obbediente? Anche alla guerra… Non si tratta di mettere un altro decreto (il primo emesso dal governo appena insediato è stato quello contro i rave…) o un altro dispositivo per il vostro controllo e la vostra sicurezza che crea sempre più insicurezze e infelicità, un’altra odiosa norma per rendere difficile incontrarsi, cucinare, fare musica e cose insieme, un altro ostacolo per incutere paura, per inibire l’intraprendenza, per imprigionare corpi e creatività e mortificare l’immaginazione. Non serve un nuovo software, non serve sostituire l’intelligenza artificiale al posto di quella quella ecologica e innata che ha bisogno di essere coltivata anziché sopita, non serve un nuovo algoritmo per esercitare il controllo e prevedere il futuro, un nuovo mondiale per club per inchiodarli a un monitor. I giovani scappano all’estero, si prendono spazi sui social, nelle montagne, nei quartieri, cercando dove non essere controllati, vanno in Romagna ad aiutare per le alluvioni senza chiedere permessi o doversi iscrivere o assicurare a protocolli nazionali. Se ne vanno all’estero a lavorare in posti e università migliori. Vogliono una scuola diversa da quella che li vede tutti i giorni seduti a un banco, tra quattro mura asettiche di cemento, in attesa di un insegnante motivato e di ruolo che dia senso e continuità ai loro studi. Non si mortificano a competere per il merito e non vogliono essere istruiti per essere occupabili al fine di procrastinare il sistema che porta inesorabilmente alla crisi climatica, alla guerra, all’estinzione della specie, alla catastrofe. A nulla servono le politiche attuate da politici disperati nei confronti del grande e crescente esercito dei NEET (Not in Education, Emplyoment or Trainng) che racconta di disagio, rifiuto e ritiro sociale. Politiche, programmi, bandi promossi da diversi enti pubblici e privati che non si pongono interrogativi sulla cornice sistemica da cui i ragazzi e le ragazze fuggono ma rappresentano tentativi ma di cooptazione, reinserimento forzato e reintegrazione in un sistema del lavoro putrido e ingiusto che non riesce a essere fonte di desiderio e nel quale i ragazzi non riescono a trovare spazi per esprimere le proprie capacità e a proiettare il proprio futuro e la propria felicita. Si tratterebbe per la politica e per la generazione di adulti e nonni che ha fatto nascere questi giovani, di attuare un profondo cambio di predisposizione, riconoscere il proprio fallimento, fermarsi, far crollare la grande prigione che abbiamo costruito ai giovani e a noi stessi. Credo che i ragazzi siano portatori di una profonda e invisibile saggezza. Sanno qualcosa che ancora non non si è trasformato in progetto ma forse stanno anche dicendoci che il disastro non può sempre essere razionalizzato e la soluzione non può essere quella pianificata a tavolino. Si tratta di rimettere tutto in discussione anche a partire dal proprio sentire, dalle proprie emozioni, quelle che senti dentro e quelle che, invisibili, accomunano il tuo gruppo. Ripartire da quello che ti libera facendoti stare bene, non da un progetto politico che alla fine forse ti libererà mentre ti aliena tutti i giorni. Ben oltre le categorie del materialismo storico e della lotta di classe, si tratta di partire dalle emozioni, dalla voglia di esserci qui ed ora e di cercare la propria forma di insurrezione… Se i sentieri si tracciano camminando, è il caso di tornare a camminare con la proprie gambe tenendosi stretta la preziosa sfiducia, la giusta diffidenza verso gli adulti, le istituzioni e i professionisti della politica (e non solo) che nel migliore dei casi ti prendono in giro. Cosa resta da fare ai propri genitori se non provare a stare meglio, essere più sereni, cambiare vita e lavoro e dare un esempio migliore ai propri figli? Mi piace pensare che i ragazzi, non ancora espropriati di un irreprimibile istinto alla vita e spinta alla felicità, della propria naturale capacità biologica di discernere cosa sia vero e autentico rispetto a cosa sia finzione, non abbiano rinunciato per sempre al sogno e al desiderio, come invece hanno fatto molti dei loro genitori. Credo che i ragazzi abbiano la saggezza di sapere dove andare, là dove possano decidere realmente cosa fare, come crescere, come uscire dall’assuefazione e dall’assurdità di una vita artefatta, al di fuori dal supermercato che ogni cosa mercifica e trasforma in feticcio, in un surrogato di qualcosa che sia umano e reale. Non serve l’intelligenza artificiale per simulare l’amicizia con un cane. Serve semplicemente un cane con cui fare amicizia! Spero che i ragazzi possano sperimentare e inventare percorsi per non essere risucchiati nella megamacchina, disumana, votata alla guerra e alla catastrofe. In che altro modo interpretare la presenza e la lotta di migliaia di ragazzi in Valsusa? Che le valli e i quartieri del mondo possano essere tante Valsuse, in grado di ospitare i corpi, il dissenso contro gli scellerati progetti del potere, le coospirazioni dei ragazzi e delle ragazze contro un modello e una civiltà che hanno perso e in cui non vale la pena vivere. Perché nelle loro lotte c’è gioia, speranza, voglia di vivere. Basterebbe sapere ascoltare: i ragazzi, i nostri pensieri, il nostro spirito, i 40° in cui ci tocca vivere… È l’ambiente stesso a dircelo in tanti modi e ciascuno di noi lo vede, lo sente tutti i giorni: non c’è più tempo! 10, 100, 1000 Valsuse che diano spazio a sogni, immaginazioni, percorsi di cambiamento e trasformazione del presente, per prefigurare presenti e futuri possibili. E che il mondo degli sconfitti, che ancora con la verità in tasca ci porta verso il baratro, anziché prendersela coi ragazzi, possa fare un passo indietro, mettersi in ascolto e cambiare in profondità. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI CHIARA SASSO: > Un’esperienza comunitaria grande come una valle -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’insurrezione dei giovani è in corso proviene da Comune-info.
July 22, 2026
Comune-info
Ondate di calore, politiche dell’energia, ingiustizie climatiche. Il caso di Torino.
All’Università di Torino è stato organizzato un incontro pubblico, definito assemblea scientifica-popolare, per affrontare il tema del cambiamento climatico, dell’innalzamento delle temperature repentino e delle isole di calore che propone una lettura di classe della geografia cittadina. I punti del dibattito organizzato da docenti quali Dario Padovan, Angelo Tartaglia e Maria Cristina Caimotto, sono molteplici: il ruolo dei gestori delle infrastrutture elettriche cittadine, le isole di calore e i blackout, il consumo di suolo e il nuovo piano regolatore e una riflessione attorno alle scelte politiche dell’amministrazione comunale e alle possibili strategie energetiche realmente sostenibili. Sono stati invitati a partecipare per l’occasione comitati e realtà del territorio che si occupano di difesa del verde cittadino e di questioni energetiche. Dario Padovan, docente di sociologia a Unito, ai nostri microfoni ne fa una presentazione approfondita:
LOTTE OPERAIE: MERCOLEDI 15 LUGLIO SCIOPERO DEI RIDER. INIZIATIVE A MILANO, BOLOGNA , FIRENZE E TORINO
Mercoledi 15 luglio i rider di Milano (ma anche di Firenze, Bologna e Torino) saranno in sciopero e saliranno in sella alle biciclette per un corteo che partirà alle 18 da Piazzale Duca d’Aosta e si concluderà in Largo Cairoli. Lo sciopero arriva alla vigilia dell’incontro convocato al ministero con le parti sociali e le piattaforme, ma la protesta va ben oltre l’emergenza caldo: al centro ci sono il modello contrattuale, le retribuzioni e le tutele economiche di chi consegna cibo in città. A fermarsi saranno soprattutto i fattorini di Glovo e Deliveroo. Non quelli di Just Eat, almeno non formalmente. “Alcuni lavoratori di Just Eat erano presenti all’assemblea, sostengono chiaramente l’iniziativa ma Just Eat i dipendenti li assume, quindi è un quadro differente”, spiega Andrea Bacchin, del Nidil Cgil Milano. Una distinzione che fotografa anche la diversa natura del rapporto di lavoro: dipendenti da una parte, lavoratori autonomi dall’altra. La parola d’ordine della mobilitazione è semplice: se qualcuno impone ai rider di fermarsi per il caldo, quel tempo deve essere retribuito. Perché la tutela della salute, sostengono i lavoratori, non può tradursi in una perdita di reddito. Abbiamo presentato lo sciopero con lo stesso Andrea Bacchin del Nidil Cgil Milano Ascolta o scarica  Ma il caldo è soltanto una faccia della protesta. Sul tavolo ci sono anche le condizioni economiche e contrattuali. Per i rider è necessario superare definitivamente il modello del cottimo e riconoscere una retribuzione basata sulle ore di lavoro effettivamente prestate, in linea con le indicazioni della normativa europea e nazionale. I rider denunciano inoltre un progressivo peggioramento delle condizioni economiche, con compensi sempre più bassi. Sentiamo Angelo Avelli, rider di Milano Ascolta o scarica 
July 14, 2026
Radio Onda d`Urto
Questo caldo è una scelta
Torino, 13/07/2026 – Extinction Rebellion incolla sui muri della città manifesti colorati per portare l’attenzione sulle reali cause e responsabilità del caldo estremo delle ultime settimane. Scritte molto dirette, come “Questo caldo è una scelta” e “Questo caldo è gentilmente offerto da Governo e Regione Piemonte” il cui obiettivo è sottolineare che quanto stiamo vivendo deriva dalle scelte politiche degli ultimi anni. Nella notte i muri di Torino, da Quadrilatero ad Aurora, si sono ancora una volta ricoperti dei manifesti colorati di Extinction Rebellion. “Questo caldo è una scelta” e “Questo caldo è stato gentilmente offerto da  Governo e Regione Piemonte” sono alcune delle scritte che sono comparse nella notte. “Un modo per portare l’attenzione non solo sul caldo asfissiante che da settimane attanaglia l’Europa, ma anche sulle responsabilità politiche e sulle conseguenze sulla vita delle persone” afferma Extinction Rebellion. Le ultime settimane hanno infatti mostrato che in Piemonte il caldo estremo non è più un’eccezione. La terza ondata di calore, dopo quelle di maggio e di fine giugno, si è abbattuta in questi giorni sulle nostra regione, con picchi previsti oltre i 40°C, mentre l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha dichiarato un’emergenza sanitaria in tutta Europa, con aumento di accessi al pronto soccorso e morti per il caldo.  Le dichiarazioni e del Presidente del Senato Ignazio La Russa “Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che morirermo” e dell’assessore all’Ambiente Matteo Marnati “Invito tutti a seguire alcune semplici precauzioni, prestando particolare attenzione alle persone più fragili”, sono state criticate da molti osservatori, tra cui il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, poiché minimizzerebbero la gravità della situazione, sottovalutando il disagio e la sofferenza della popolazione. Nell’ondata di caldo di fine giugno a Torino è stato rilevato, per gli ultimi dieci giorni del mese, un incremento del 35% dei decessi, in particolare tra gli over 65, pari a 83 persone che hanno perso la vita. Inoltre, uno studio dell’Istat sui dati del 2025, evidenzia come il caldo a Torino non colpisca tutti allo stesso modo. Tra la collina e alcune zone periferiche, come Mirafiori Sud, si registrano differenze di temperatura al suolo che superano i 15 gradi, il divario più elevato rilevato in Italia. “Queste ondate di calore, così intense e prolungate, rendono finalmente ovvio che la crisi ecoclimatica è una tragica realtà – dichiara Alan – Il dibattito pubblico si sta però concentrando sulla mitigazione delle temperature in città, mentre le cause e le responsabilità politiche sembrano passare in secondo piano: dipendenza dalle fonti fossili, consumo di suolo, infrastrutture urbane che moltiplicano il calore, investimenti in modelli produttivi inquinanti, ritardi sistematici nell’adattamento delle città”. Sotto accusa è quindi la politica energetica del Governo che privilegia le fonti fossili, potenziando le importazioni di metano liquido da Stati Uniti e Qatar e rimandando al 2038 la chiusura della centrali a carbone, programmata per il 2025 e quindi ritardandola di 13 anni.  Per quanto riguarda il Piemonte, il 52% dell’energia elettrica deriva dalla combustione di gas metano e gli investimenti e il sostegno a industrie dal grande impatto ambientale e fortemente energivore, come quella dello sci, sono consistenti: 50 milioni con il Bando Neve del 2025. “Il caldo estremo è parte di una crisi climatica che accentua l’ingiustizia sociale, quando gli effetti vengono scaricati su chi ha meno risorse per affrontarli. La scelta, adesso, è tra continuare a lasciare che il caldo peggiori la nostra vita oppure cambiare rotta, seguendo la scienza e costruendo città più vivibili, verdi, giuste e capaci di proteggere tutte e tutti” dichiara Extinction Rebellion. Extinction Rebellion
July 13, 2026
Pressenza