Bollitori, reti, tonnare. Le tecniche di polizia nel corteo a TorinoFoto di Delio Garofano
La dinamica del corteo contro il riarmo che si è tenuto a Torino sabato 24
ottobre è facile da riassumere: il corteo, convocato con un mese di anticipo, è
stato tenuto in scacco per un’ora e mezza abbondante in piazza Castello. Tutti i
punti di accesso alle vie dello shopping (tra cui via Roma, che il 17 ottobre
non ha subito alcun danno ma è stata teatro di una lunga e gioiosa corsa) sono
presidiati dai reparti delle forze dell’ordine, con la sola eccezione di viale
Primo Maggio, che dal lato del palazzo del governo scende verso i giardini reali
e si conclude su corso Regina Margherita.
L’intento delle forze dell’ordine è quello di permettere al corteo di sfilare
verso nord, verso Porta Palazzo e Barriera di Milano, impedendo qualsiasi
tentativo di riguadagnare il centro. È così che si spiegano i brevi confronti
tra manifestanti e forze dell’ordine che si verificano in prossimità di quegli
incroci che permetterebbero di risalire verso il centro cittadino. Costretto il
corteo ad attraversare la Dora, i mezzi delle forze dell’ordine si dispongono su
tutti i ponti proprio per impedire qualsiasi tentativo di tornare in centro
città.
Il ponte su corso Principe Oddone è letteralmente l’ultimo passaggio utile per
attraversare il fiume e riguadagnare il centro: a differenza degli altri ponti
sulla Dora, è molto largo, perché convoglia il traffico su una delle arterie
viarie più importante nella parte nord di Torino. Questo ponte, rispetto agli
altri, è ancor più presidiato: è chiaro che se si vuole sciogliere il corteo è
questo il punto ideale. Infatti le forze dell’ordine colgono la palla al balzo.
Su corso Principe Oddone si scatena la furia di lacrimogeni, idranti, sirene,
cariche a piedi: il corteo arretra su piazza Baldissera ed è costretto a
risalire lungo corso Vigevano, anche perché alle spalle sono bloccati corso
Venezia e via Stradella. Per chi scrive, il corteo potrebbe dirsi concluso qui.
Ma mentre risale su corso Vigevano, le forze dell’ordine incalzano a colpi di
candelotti, imponendo un’accelerazione fino a piazza Crispi. Questa, però, è
chiusa su due lati. Mentre la camionetta risale, alcune persone che stanno
girando a destra vengono aggredite da alcuni carabinieri intruppati e respinti
nella piazza, che ora è diventata una trappola: un muro di mezzi e uomini a
chiudere due lati, una cortina di lacrimogeni alle spalle del corteo. Non ci
sono più giornalisti. Anche l’immancabile diretta di Local Team si interrompe
proprio mentre i carabinieri spingono indietro due o tre ragazzi.
A Torino da quasi due anni la questura ha scoperto la pratica del kettling,
presa in prestito dal contesto anglosassone e inventata per contenere gli
hooligans: si tratta di chiudere un gruppo in uno spiazzo e contenerlo lì, senza
dover per forza intervenire fisicamente. Alle forze dell’ordine sotto la Mole
sembra piacere particolarmente, perché consente di vanificare qualsiasi
tentativo di resistenza: basta lasciare le persone a cuocere a fuoco lento per
ore in attesa che le esigenze dell’ordine pubblico lo richiedano. È già stato
provato al Politecnico di Torino durante l’inaugurazione dell’anno accademico
2025, su poco più di cinquanta persone; nell’estate 2026, oltre duecento persone
in una manifestazione antifascista hanno subito la stessa sorte in piazza
Foroni. Ora circa lo stesso numero si trova in una situazione simile, ma presto
lo scenario si evolve in qualcosa di molto più pericoloso, al punto che qualcuno
dirà, senza scherzare, che le forze dell’ordine in piazza Crispi potevano
tranquillamente ammazzarci.
I carabinieri che risalgono da corso Vercelli, infatti, impattano sul gruppo di
testa, manganellandolo per farlo indietreggiare verso il muro di mezzi blindati
alla loro destra; sparano anche diversi candelotti lacrimogeni, a distanza di
meno di due metri dalle persone e ad altezza uomo. Non c’è alcuna via di fuga,
se non un passaggio, non più largo di due metri, tra due camionette: tutte e
tutti corrono verso quel buco, manganellate e gasate alla loro destra e pressate
alle spalle dal gas. Chi passa riesce a ricompattarsi diverse centinaia di metri
dopo, all’angolo con corso Giulio Cesare, dove vengono prestati i primi
soccorsi. Anche perché, nonostante sia evidente che non c’è più alcun corteo,
l’ordine deve pur sempre essere quello di disperdere la folla, e allora i lanci
di lacrimogeni continuano.
Alcune persone si allontanano definitivamente, altre riprendono a sfilare in
ordine sparso e a gruppi di amici, o di persone che si stanno aiutando, lungo
corso Giulio Cesare, in direzione di corso Brescia, da dove si vede il ponte
Mosca ancora blindato. Sono da poco passate le otto di sera, e Barriera di
Milano è trafficata, ma soprattutto ci sono tante persone a spasso, sedute al
bar, o a fare compere nei negozi che ancora non hanno chiuso. Quello che accade
qui non poteva, non doveva accadere nel centro cittadino: non importa se nel
quartiere più povero della città qualcuno si dovrà respirare il gas.
Le persone che si ritrovano tra corso Giulio Cesare e corso Brescia si stanno
salutando: è un gruppo ancora abbastanza cospicuo, ma ognuno sta prendendo
congedo da amici e compagni; la camionetta è stata fermata in piazza Crispi
mezz’ora prima, della folla del pomeriggio non è rimasto granché, le persone
sono più preoccupate a telefonare a chi non vedono da un po’, a sedersi sui
marciapiede per riprendere fiato e commentare quello che hanno appena vissuto. È
a questo punto che comincia il secondo atto di quella che, secondo alcune
persone, richiama una gestione francese dell’ordine pubblico, che ha anche un
nome: se i poliziotti inglesi hanno, forse, inventato il kettling, quelli
francesi hanno perfezionato la nasse (“rete”, ma secondo alcune voci francesi
avrebbe anche i significati più figurati – eppure molto concreti – di “arresto”,
“uccisione” o “trauma collettivo”).
A differenza del kettling la nasse può essere molto più aggressiva, lasciando
una stretta via di fuga attraverso la quale costringere le persone a passare
previa identificazione, ma anche nel caso del kettling questa misura
amministrativa di identificazione di gruppo sembra essere piuttosto opzionale,
rendendo le pratiche assimilabili a dei sequestri di massa e alla conclusione
forzata di una manifestazione. Alcuni dicono che la nasse sia stata importata da
Israele intorno al 2007, e che le forze dell’ordine transalpine l’avrebbero
sperimentata la prima volta durante le rivolte delle banlieues, anche se
potrebbe essere apparsa in Europa negli anni Ottanta in maniera indipendente.
Vale la pena di notare che, in ogni caso, si tratta di una pratica, o un insieme
di pratiche, che rimanda agli ambiti semantici della cucina (il bollitore, in
inglese kettle, in tedesco kessel) o a quello del contenimento del bestiame
(corraling), o ancora a quello della raccolta del pescato (nasse e, in italiano,
magari, tonnara). Le manifestazioni sembrano allora intese come liquidi da
portare a bollore, o come mandrie sulle quali è lecito imporsi con una violenza
razionale a contrastarne l’intrinseca, presunta, irrazionalità. La questura di
Torino, prima a importare il kettling in ambito non sportivo, il 24 ottobre ha
provato un nuovo giocattolo: non la carica d’alleggerimento, non il lancio di
lacrimogeni né l’idrante, o i fermi di manifestanti, ma un insieme di tutte
queste cose in un quartiere di cui si parla molto, senza saperne granché, in un
quartiere povero, contro un corteo che protestava contro il riarmo e il
carovita.
A questo si aggiunge un corollario tutto italiano, che abbiamo visto a Milano
proprio il 17 ottobre e che ha richiamato a momenti di altissima tensione
sociale dei tempi andati: il carosello. Mezz’ora dopo la nasse in piazza Crispi,
infatti, i mezzi blindati di polizia e carabinieri hanno svoltato a sirene
spiegate e a forte velocità da corso Novara su corso Giulio Cesare, puntando
dritto su quello che rimaneva del corteo. A quel punto è stato il fuggi fuggi
generale: gli uomini dei reparti sono scesi dai mezzi e hanno cominciato a
rincorrere (sparando lacrimogeni) le poche persone ormai nel panico e in fuga. È
cominciata una vera e propria caccia all’uomo nelle vie adiacenti a corso
Brescia, fin verso Borgo Rossini.
Questi i fatti. Il mattino dopo torno in piazza Crispi. C’è un vantaggio nel
vivere in un quartiere in cui la nettezza urbana è molto più saltuaria che
altrove: a più di dodici ore dalla nasse ci sono ancora le tracce di quello che
è successo. I giornali, ovviamente, raccontano di scontri, di “lanci di
bottiglie e pietre”, una frase ormai idiomatica del giornalismo italiano. Ma
proprio nel punto in cui è avvenuto il contatto tra i carabinieri e quelle poche
persone che stavano cercando di girare su corso Vercelli, ci sono solo due
bottiglie rotte, nei pressi di quei punti in cui le persone sono state spinte
contro i mezzi, e un tappeto di dischetti lacrimogeni. Risalendo su corso
Vigevano è la stessa cosa: la maggior parte dei proiettili lanciati si trova sul
lato destro del corso, guardando piazza Baldissera; l’odore del gas sale ancora
dalle foglie cadute negli ultimi giorni di vento, che nascondono decine di
candelotti e dischetti, ma neanche un oggetto atto a offendere. Sul lato opposto
si notano meno tracce del passaggio dei reparti, ma non è inutile segnalare che
il più cospicuo numero di candelotti e dischetti con relative bruciature è tra
le automobili parcheggiate, in un punto in cui diversi minimarket e alcuni
ristoranti sono aperti fino a tardi. Proprio lì dove il corteo aveva cominciato
la sua risalita per evitare di essere gasato ulteriormente in piazza Baldissera.
Il governo e i media commentano che al netto di qualche scontro è andato tutto
bene. Eppure, a Bologna un ragazzo è finito in ospedale in codice giallo per
aver battuto la testa, a Torino un’auto civetta della polizia per poco non
investiva qualcuno sfrecciando attraverso una piazza Castello piena di
manifestanti, senza rallentare. È andato tutto bene, dicono, perché le vetrine e
il commercio sono salvi, perché lo struscio del sabato è stato garantito, perché
vale di più una vetrina nella quale specchiarsi – perché di più non puoi fare –
della vita di una ragazza asmatica che nel fumo piange e non riesce a respirare,
più dell’incolumità di un paramedico aggredito dalla polizia, più
dell’incolumità di duecento persone sulle quali sperimentare nuove pratiche di
contenimento. (delio garofano)