Il progetto Aurora-Barriera. La riqualificazione e le sue retoriche a Torino nord(disegno di diego miedo)
È domenica 7 giugno, un promemoria mi ricorda che alle 10 l’assessora comunale
alle politiche educative, giovanili, rigenerazione urbana e periferie, Carlotta
Salerno, terrà un incontro pubblico per parlare di “Aurora-Barriera”, il nuovo
progetto di rigenerazione dei due quartieri che si estendono a nord di Torino.
L’incontro si svolge alla Fondazione Giorgio Amendola, una delle più consolidate
realtà del terzo settore attive a Barriera di Milano.
Esco in anticipo e mi incammino verso l’appuntamento partendo dal Lungo Dora
Firenze, che segna il confine tra Aurora e il centro. Da qui sono visibili due
simboli della riqualificazione urbana operata nell’ultimo decennio da grossi
privati i cui interessi hanno incontrato i favori della politica: la
ristrutturazione della sede storica dell’Italgas, all’incrocio tra corso Palermo
e corso Regio Parco; la Nuvola Lavazza, nuovo centro direzionale della società
che ha preso il posto di una centrale elettrica Enel, tra via Bologna e corso
Palermo. Attorno alle due strutture sono sorte opere di ripavimentazione, nuovi
elementi di arredo urbano, installazioni artistiche, dispositivi di sorveglianza
di ultima generazione. Svoltando su corso Brescia e procedendo verso corso
Verona, davanti alla ex sede dell’ufficio per l’immigrazione della questura e a
una nuova enorme palestra di proprietà spagnola, vedo gli esiti di finanziamenti
che hanno dotato il quartiere di nuove fioriere, giochi per bambini, piste
ciclabili che si interrompono all’improvviso. Lungo il tragitto, i segni della
rigenerazione si arrampicano sulle facciate di alcuni edifici, sotto forma di
una street art normata dall’alto e per questo educata.
Il tempo stringe e accelero il passo. Per arrivare alla Fondazione Amendola
attraverso corso Novara, che marca il confine tra Aurora e Barriera, e imbocco
la strada della destinazione finale, via Tollegno. In questo isolato un tempo
c’erano lo stabilimento produttivo e gli uffici della Lavazza. Di recente la
proprietà degli stabili è passata a Relife, uno Student Housing inaugurato nel
2024. Qui una camera costa tra 630 e 800 euro al mese, uno “studio privato” con
“kitchenette” (angolo cottura) 813 euro. Ma non si tratta di un semplice
studentato – leggo nel sito web –, perché Relife ha inventato un “sistema di
punteggi” tramite il quale gli studenti che partecipano a “progetti sociali
locali” ottengono in cambio l’accesso a “servizi esclusivi e vantaggi speciali
nel campus”.
Nella stessa via Tollegno c’è anche la sede della ex scuola elementare Salvo
D’Acquisto, aperta nel 1968, famosa per il suo approccio pedagogico sperimentale
e per un impianto sportivo con piscina allora ritenuto “sproporzionato” rispetto
a quelli di altre scuole. Chiusa nel 2018 per problemi strutturali, la scuola fu
occupata dagli anarchici nel marzo 2019 dopo lo sgombero dall’Asilo di via
Alessandria. Gli occupanti lasciarono lo spazio spontaneamente tre mesi dopo, ma
tra i primi a chiederne lo sgombero immediato vi fu proprio Carlotta Salerno,
allora presidente della circoscrizione. Nel 2020 una parte dello stabile venne
ristrutturata dalla Vertigimn e da allora è una palestra specializzata in
discipline aeree e acrobatiche.
Arrivo alla Fondazione Amendola, intestata a colui che fu tra i massimi
esponenti del Pci e tra i membri della Costituente. Inaugurata nel 1982, la
fondazione vanta una conoscenza profonda della complessità del quartiere, e
cerca di affrontarla seguendo “i valori del pensiero amendoliano”; tra questi –
riporto dal sito web – il rispetto dell’autodeterminazione dei cittadini e
l’attenzione alle esigenze di giustizia sociale. Grazie a finanziamenti pubblici
e privati e a collaborazioni con istituzioni, terzo settore e imprese di vario
tipo, essa organizza convegni, iniziative culturali, promuove ricerche, pubblica
libri e periodici. La sua sede ospita anche l’associazione lucani del Piemonte
Carlo Levi e una biblioteca del circuito nazionale. Tra le sue iniziative più
recenti c’è il Torino Podcast Festival, volto a “promuovere inclusione e
rigenerazione culturale”. Tra i partner dell’iniziativa c’è anche la vicina
Relife. È all’interno di questo programma che si inserisce l’incontro sul
progetto di rigenerazione “Aurora-Barriera”.
Le notizie su questo nuovo progetto, finanziato dal Programma nazionale Metro
Plus 2021-2027, circolano da un anno almeno. Quasi ventisei milioni di euro
saranno spesi lungo corso Palermo, nei tre chilometri che collegano Aurora e
Barriera, in un tratto considerato strategico per il futuro collegamento con la
linea 2 della metropolitana, ma “problematico”. Area rurale fino a metà
Ottocento, industriale fino agli anni Ottanta, e oggi soprattutto commerciale,
il quartiere è spesso raccontato – e uso le parole di giornalisti e politici –
come un inferno, un far west in cui gli stranieri hanno invaso il tessuto
sociale originario stravolgendolo con i loro affari legali e illegali e la loro
inciviltà. Chi contraddice questa narrazione lo dipinge come crocevia
multiculturale e dinamico dove il terzo settore democratico e inclusivo può
esprimere il suo impegno sociale. Sebbene opposti, entrambi i discorsi diventano
funzionali alla volontà politica di fare di Barriera il nuovo campo di
sperimentazione dell’innovazione sociale.
Obiettivo del progetto è “restituire alla cittadinanza luoghi più sicuri,
accessibili e vivibili”. Nel concreto si prevede la piantumazione di
quattrocento nuovi alberi, più illuminazione, un nuovo percorso ciclabile, un
graffito chilometrico, il recupero di spazi dismessi e locali chiusi. «Se uno la
guarda dall’alto sembra Broadway», commentò il sindaco Lo Russo lo scorso
luglio, quando venne presentato il masterplan a cui hanno lavorato la società
Infra.To, lo studio Carlo Ratti Associati, la cooperativa Liberitutti e altre
due agenzie (West8 e Mic). L’inizio dei lavori è fissato tra fine anno e i primi
mesi del 2027.
Tra le parole chiave del progetto incontriamo “arte”, “verde”, “attrattività”,
“sostenibilità”, “inclusione”, l’immancabile “sicurezza urbana”. Ma il suo
cavallo di battaglia è la “partecipazione”. Il piano generale, consegnato a
luglio 2025, si vantano i promotori, è stato partorito a seguito di una lunga
fase di ascolto degli abitanti, coinvolti anche in una serie di iniziative
affidate ad Avventura Urbana, società specializzata in “pianificazione
strategica e territoriale” e “processi partecipativi e inclusivi”. Negli ultimi
mesi, la stessa Salerno ha coordinato quattro incontri di “co-progettazione” per
consentire ai cittadini, “in particolare ai giovani”, di contribuire alla
definizione degli interventi.
L’incontro è mediato da Domenico Cerabona, direttore della fondazione, che con
domande basilari prova ad animare una conversazione informale. L’assessora lo
prende in parola e, nel corso dell’intervista, intervalla le frasi d’ordine che
il suo ruolo le impone con aneddoti legati alla storia della sua famiglia,
qualche battuta ironica e diverse risate. Aurora-Barriera, dice lei, è un
progetto complesso che rischia di non essere immediatamente comprensibile alla
cittadinanza. Concentrare i lavori sull’asse di corso Palermo serve quindi a
rendere gli interventi più facilmente individuabili. Il potenziamento
dell’illuminazione, gli alberi e le piste ciclabili rispondono alle richieste
degli abitanti, che avrebbero insistito anche sul tema della sicurezza. Ci sarà
poi «uno spazio dedicato alle persone», «una parte di illuminazione artistica
molto potente» e un intervento artistico più ampio che non si può svelare,
perché i progettisti ci stanno ancora lavorando.
A interloquire con l’assessora sono stati invitati “alcuni giovani del
territorio”: Adele, studentessa fuori sede (lucana, precisa il presentatore),
che dopo un tirocinio in circoscrizione adesso fa il servizio civile presso
l’ente che ospita l’incontro; lei esprime fiducia nei confronti della bellezza,
dell’estetica e della rigenerazione, afferma la necessità di comunicare bene
l’identità di Barriera e critica i giornalisti che mettono in evidenza gli
aspetti negativi anziché i sacrifici del terzo settore. Federico, un giovane
medico appena laureato, che vive a Torino da un anno e lavora all’ospedale Don
Bosco, confessa di sentirsi ben accolto: frequentando le associazioni del
quartiere, il comitato di Barriera e la fondazione stessa, ha scoperto di «poter
essere parte attiva della città» pur non essendo di Torino. E infine Simona, una
studentessa che vive a Torino da due anni, introdotta come “residente di
Relife”; anche lei è affascinata dai murales commissionati dall’amministrazione
e insiste sulla necessità di aumentare la sorveglianza, perché in certe strade
del quartiere «c’è tanta diversità». Nel corso della discussione, tutti e tre
guardano Salerno con ammirazione, annuiscono alle sue affermazioni, ridono alle
sue battute.
Quando la conversazione si sposta sul piano della narrazione viene menzionato il
bando “Bella storia”. Per cambiare l’immagine negativa di Barriera, il bando sta
distribuendo tre milioni di euro a venticinque enti del terzo settore (tra
questi la Fondazione Amendola) ingaggiati nella promozione di attività
artistiche, culturali e sportive, di “prevenzione del disagio psicosociale e
delle dipendenze da sostanze”. Secondo l’assessora è necessario «non mitizzare
un passato che non c’era», ma incentivare «il racconto onesto, trasparente, di
quello che c’è».
L’incontro va avanti per qualche minuto ancora, ma quello che ho sentito finora
mi basta. Il ritornello della partecipazione civica e della co-progettazione è
una farsa insopportabile se si pensa al modo in cui questa giunta e i suoi
alleati stanno ignorando le istanze formali dei comitati che contestano i loro
piani, dal piano regolatore generale a progetti come quello del nuovo ospedale
di Torino Nord, che Comune e Regione, con il benestare di tutti i partiti,
vogliono costruire a tutti i costi dentro il parco della Pellerina. Credo che
gli annunci di nuovi alberi in corso Palermo e tutta la retorica green possano
disturbare chi da molti anni sta lottando per opporsi al taglio insensato di
alberi sani imposto dal regolamento per il verde urbano; e certamente fanno
inorridire chi ha presentato ricorsi e si è beccato denunce, multe e
manganellate per opporsi alla devastazione del parco del Meisino, adesso
Cittadella per lo sport grazie al Pnrr. E allora si consolida la certezza che
l’unica partecipazione ammessa dalle istituzioni è quella che si limita a
confermare le loro ambizioni. Del resto, tra le sue ultime battute, la stessa
Salerno una verità se la fa scappare, quando afferma che «con Aurora-Barriera
stiamo tentando di dare risorse a chi qui lavora, e come dico ogni tanto ai miei
colleghi e alle persone che incontro, non è detto che vi piaccia, e non è detto
che vi debba piacere».
Prima di andare via mi soffermo a guardare le opere esposte alle pareti; molte
sono di artisti indiani, egiziani e di altri paesi extraeuropei. Poi mi fermo al
banchetto allestito all’ingresso per scansionare il QR code che rimanda al
questionario di rito, creato per ricevere pareri sul festival. Al tavolo ci sono
tre ragazzi e ci scambio qualche parola, lavorano per la fondazione. Il colore
della loro pelle, diverso dal mio e da quello del pubblico presente
all’incontro, mi suggerisce che la scelta di piazzare proprio loro all’ingresso
è casuale quanto quella di far parlare i tre giovani ingenui che ho ascoltato
poco prima. E allora mi tornano in mente altre affermazioni dell’assessora
dedicate alla necessità di cambiare la narrazione di Barriera: «Siamo nella
dittatura di chi ha più voce. Le persone caucasiche, adulte, over 50, hanno
spazi di narrazione che i ragazzi spesso non hanno, e quindi il racconto di
Barriera è fatto solo da una parte, che per di più è quella nostalgica […]. A me
interessa la complessità, che questa complessità esca e che escano tutte le
voci». Io però di voce ne ho sentita solo una, omogenea e compatta. (alessandra
ferlito)