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Ciao Alex
Ecco un ulteriore approfondimento in ricordo di Alex, a seguito della sua scomparsa pochi giorni fa. Alex è stato un compagno impegnato a Torino su tanti fronti, tra cui quello sindacale, lottando fianco a fianco a lavoratori, lavoratrici e lavoratorx. Ne parliamo con Elisa della Cub Sanità, che ricorda la sua capacità di creare reti e alleanze, di affiancare le persone, lasciandole sempre protagoniste dei percorsi di lotta da attraversare. Questo ricordo è anche un invito a partecipare a una commemorazione collettiva, che si terrà sabato 12 settembre dalle 19 ai giardini reali (lato fenix), Torino.
September 10, 2026
Radio Blackout - Info
Aria di cambiamento
ELLA ADOO-KISSI-DEBRAH HA NOVE ANNI QUANDO NEL 2013 MUORE DOPO UN GRAVE ATTACCO D’ASMA. SUL SUO CERTIFICATO DI MORTE, PER LA PRIMA VOLTA AL MONDO, APPARE UNA CAUSA NUOVA: INQUINAMENTO ATMOSFERICO. “NON È ARIA FRITTA” È UN PROGETTO CHE PROPONE NON SOLO DI INDOSSARE UN PICCOLO SENSORE COLLEGATO ALLO SMARTPHONE E MISURARE, IN TEMPO REALE, LA PROPRIA ESPOSIZIONE ALLE POLVERI SOTTILI DURANTE I PERCORSI DI OGNI GIORNO, MA COINVOLGE ANCHE MEDICI DI FAMIGLIA E APRE SPAZI DI PAROLA, PROPOSTA E AZIONE SULLA QUALITÀ DELL’ARIA Foto di Luis Gherasim su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Mi destai di soprassalto nel cuore della notte. Non riuscivo a respirare. Puntuale, ogni primavera, quando il polline dei pioppi imbiancava ogni cosa. “Saranno i miei polmoni fragili”, mi dicevo. E aspettavo che passasse. Notte dopo notte, primavera dopo primavera. Non potevo capire. Come avrei potuto? Il vero responsabile era invisibile. Era l’aria della Pianura Padana. Quella della ricchezza: allevamenti sempre più intensivi, capannoni sempre più grandi, trasporti su gomma sempre più fitti. Nessun medico me ne aveva mai parlato. Ci vollero anni. E Londra. Alla London School of Hygiene & Tropical Medicine trovai le prove. Le polveri sottili non sono responsabili solo dell’asma: aumentano il rischio di infarto, di parti prematuri e perfino di demenza. Fu lì che conobbi la storia di Ella Adoo-Kissi-Debrah. Aveva nove anni quando morì (2013) dopo un grave attacco d’asma. Sul suo certificato di morte, per la prima volta al mondo, una causa che nessuno avrebbe voluto leggere: l’inquinamento atmosferico. L’aria che respirava. Quell’aria che respiriamo tutti, ogni minuto di ogni giorno. Restare a guardare non era più un’opzione. Così, insieme ad altri professionisti dell’ambiente e della salute pubblica, è nata un’associazione dedicata alla salute planetaria: l’idea che la salute delle persone e quella dell’ambiente siano inseparabili. Ma da dove si comincia? Da una domanda semplice: come si combatte un nemico invisibile? Conoscendolo. E per conoscerlo bisogna misurarlo. È da questa idea che nasce «Non è aria fritta», il nostro primo progetto, realizzato a Torino (con il sostegno della Compagnia di San Paolo). Chiunque può indossare un piccolo sensore collegato allo smartphone e misurare, in tempo reale, la propria esposizione alle polveri sottili durante i percorsi di ogni giorno: andando al lavoro, accompagnando i figli a scuola, aspettando il tram o passeggiando in un parco. Più persone parteciperanno, più capiremo dove e quando il rischio è maggiore. E più solide saranno le proposte che potremo portare a chi amministra la città. Ma i numeri, da soli, non bastano. Per questo il progetto coinvolge anche i medici di famiglia, formati seguendo le lezioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e apre spazi di parola: luoghi dove dirci che effetto fa scoprire che l’aria non è né trasparente né innocente. Perché i dati hanno valore solo quando diventano conoscenza. E la conoscenza può diventare azione. Azioni che riguardano tutti: la città, chi la vive e perfino gli insetti impollinatori, che nell’aria inquinata non riconoscono più il profumo dei fiori. E no, non basta la pioggia. Può ridurre temporaneamente l’esposizione, ma non risolve il problema. Lo sforzo per riportare il problema entro limiti accettabili, ha una data: il 2030, quando Torino dovrà raggiungere gli standard europei sulla qualità dell’aria. Per riuscirci serviranno scelte concrete: favorire il trasporto pubblico, monitorare qualità dell’aria e salute, rendere le aree verdi più presenti e accessibili. Perché nessun bambino debba più svegliarsi nel cuore della notte senza riuscire a respirare. E credere che sia colpa sua. -------------------------------------------------------------------------------- [Davide Z. & Ghasal J. per il Planetary Health Challenge/PHC] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Aria di cambiamento proviene da Comune-info.
September 9, 2026
Comune-info
Torino. Vannacci in cattedra, per i poliziotti
Il convegno di Torino sulla sicurezza urbana, o meglio su “Insicurezza urbana: il ruolo delle istituzioni e degli imprenditori”, organizzato dal sindacato di polizia Fsp (Federazione Sindacale di Polizia) è diventato una bella rogna sia per la Questura torinese che il Ministero degli Interni. Al centro della polemica è l’annunciata […] L'articolo Torino. Vannacci in cattedra, per i poliziotti su Contropiano.
September 9, 2026
Contropiano
La polizia vannacciana avanza
A Torino un convegno con Roberto Vannacci è stato riconosciuto dalla Questura come aggiornamento professionale per i poliziotti. Il questore è annunciato per i saluti. Il SILP CGIL chiede la …
September 8, 2026
Osservatorio Repressione
La repressione dei venditori informali a Torino, sfumature di un’arte secolare
(dettaglio da un dipinto di Giovanni Michele Graneri) Le piazze più note del centro di Torino sono piene di mercati all’aperto. Qui, tra i banchi di legno oppure per terra, disposti su grandi teli o dentro sacchi e ceste, si trovano generi alimentari di ogni tipo. Alcuni venditori riparano le merci sotto tende di tela bianca, altri stazionano allo scoperto con carri colmi di legna o enormi botti di vino, o transitano con cavalli carichi di anfore e stoviglie. In postazioni sparse sono piazzati fabbri, arrotini, filatrici. Davanti ai banchi i clienti si fermano a trattare e conversare. A intrattenerli arrivano commedianti in maschera che recitano in corteo o su palcoscenici improvvisati, musicanti con i loro strumenti, cantastorie e saltimbanchi. In mezzo a loro ci sono uomini che giocano a carte, donne che allattano i figli, bambini che giocano, adulti che litigano picchiandosi vigorosamente, preti che intervengono per redarguirli, cani che si agitano tra tutti questi corpi e le loro cose: una folla vivace in cui si incontrano tutti i ceti sociali, anche se non sempre si parlano, e non sempre in modo pacifico. È tra le collezioni storiche dei musei pubblici e privati della città che trovo queste scene, protagoniste dei dipinti di Pietro Domenico Olivero e un suo allievo, Giovanni Michele Graneri. Entrambi furono attivi nella prima metà del Settecento, quando Torino era già diventata capitale del Regno di Sardegna, e loro opere, etichettate come “bambocciate”, ossia scene di genere che ritraggono la vita quotidiana della società civile, erano molto apprezzate dall’aristocrazia e dai mercanti d’arte, che trovavano quei soggetti curiosi e divertenti. Le autorità cittadine commissionavano le scene con i mercati – incorniciati dalle architetture che ancora oggi rendono famosa Torino – per celebrare la ricchezza della cittadella sabauda in espansione, ma anche per uno scopo più alto, legato alla morale del tempo. In quei decenni migliaia di persone si riversavano in città dalle campagne circostanti devastate da continue guerre, epidemie e carestie, e il loro arrivo era sinonimo di povertà da gestire. Le ricerche storiche che hanno analizzato gli “ordinati” (i verbali delle sedute del Consiglio di Città, oggi custoditi dall’Archivio di Stato di Torino) rilevano che furti, risse, truffe, accattonaggio, prostituzione e altri reati legati al “malaffare” erano all’ordine del giorno. Alcuni di questi studi (in particolare i volumi di Giuseppe Ricuperati e Donatella Balani) evidenziano, tra le altre, la presenza di “numerosissimi ambulanti che vendevano abusivamente ogni sorta di prodotti di modesto valore agli angoli delle strade e nelle piazze” e le numerose denunce che negozianti e privati cittadini sporgevano contro di loro. Per mantenere l’ordine, dagli anni Venti del Settecento, Vittorio Amedeo II e poi il figlio e successore Carlo Emanuele III fissarono norme e pene sempre più stringenti e severe, incentivarono la delazione e ridefinirono gli organi di controllo e gestione della città centralizzando progressivamente i poteri nelle proprie mani e in quelle dello stato sabaudo. Le arti visive vennero chiamate a costruire l’immagine di Torino come capitale della giustizia e dell’ordine pubblico, così, tra il 1736 e il 1740, la città commissionò a Olivero e Graneri dei quadri destinati all’ufficio del Vicariato. In quegli anni, l’ente municipale che dal Quattrocento aveva amministrato la cittadella era da poco passato sotto il controllo statale e aveva assunto competenze di “politica e polizia”; i dipinti in questione dovevano quindi rappresentare “la politica e il buon governo”, ovvero l’autorità del Vicariato e “i castighi” previsti per i trasgressori. È il ciclo di opere in cui tra i mercati cittadini si vedono comparire figure assenti in altri dipinti simili: le guardie, in divisa e munite di armi di repressione. Le tele di Olivero sono un condensato di punizioni esemplari. Nella piazza dell’antica torre comunale, una guardia prova a fermare tre giovani che, nello scappare, hanno ribaltato il banco di una venditrice; altre due hanno arrestato un uomo mettendogli grosse catene ai polsi; un’altra ancora sta sanzionando un venditore di pane. In secondo piano, un uomo condannato alla gogna viene tirato su con una carrucola e tenuto a penzolare dalla torre col corpo accartocciato su sé stesso. In un’altra piazza idealizzata, tra architetture che evocano le forme di Palazzo Madama e le Torri palatine, queste ultime allora adibite a carcere, le guardie arrestano una donna che, mentre viene portata via, si copre il volto. Poco distanti, un ragazzo viene bastonato mentre cade tentando la fuga, altri giovani vengono tirati dai polsi e portati alla torre carceraria, dove un uomo mezzo nudo viene al contempo fustigato; un venditore con carro al seguito viene minacciato di fare la stessa fine e, sullo sfondo, a un altro commerciante vengono confiscate delle ceste d’uva. Scene simili si ripetono nelle tele di Graneri. Al mercato di Porta Palazzo, in mezzo ai banchi dei venditori, l’arresto di una prostituta elegantemente vestita, anche lei col volto semicoperto, vede le guardie impegnate a bastonare e spingere energicamente chi cerca di ostacolarne l’operazione. In piazza del Municipio, i tutori dell’ordine presidiano la folla mentre alcune venditrici, accusate di vendere uova marce, subiscono dagli stessi cittadini una sassaiola fatta con la merce sequestrata, secondo l’usanza del tempo. In un’altra piazza affollata, la vita commerciale è scombussolata dall’arresto di sei ladri legati dalla stessa lunga catena, che gli stringe caviglie e polsi. In questi ultimi dipinti, alle solite guardie con uniforme verde scuro e cappello a tricorno se ne aggiungono altre, anch’esse armate, ma con una divisa di colore e taglio diverso. Sulla loro bandoliera è riconoscibile lo stemma della corte sabauda: un’aquila nera entro cui è inscritta una croce bianca su ovale rosso. Le forze allora operative in strada erano in effetti diverse, ma il dato iniziale sulla committenza suggerisce che quelle ritratte fossero le guardie del Vicariato e la sua “polizia urbana”, antenati dell’attuale polizia locale: a loro spettava il compito di sorvegliare i mercati, allontanare i questuanti, espellere gli “stranieri” senza casa e lavoro, tenere separati gli ebrei dagli altri abitanti, arrestare “donne di mal partito”, ladri e truffatori, giocatori d’azzardo, venditori abusivi, “zingari e vagabondi” e tutti gli “oziosi” i cui comportamenti erano ritenuti devianti o sospetti. Chiunque fossero realmente quegli agenti dell’ordine – ammettono gli studi specialistici –, gli effetti della loro sorveglianza quotidiana e delle numerose norme a tutela dei cittadini “di buona condizione e fama” si rivelarono poco soddisfacenti per tutto il secolo. L’aspetto più politico di queste rappresentazioni rimane giusto accennato negli studi esistenti, né il Museo civico di Palazzo Madama, che oggi possiede buona parte di questo patrimonio, si è preoccupato di valorizzarne la fruizione, anzi; visitare le sue sale espositive significa imbattersi in schede informative che non rispondono all’allestimento attuale e un personale di sala poco istruito a colmare le lacune. L’ultima edizione del catalogo della collezione, poi, risale al 1963 e sul sito web ufficiale molte delle opere catalogate non sono né visibili né descritte. Eppure, il ciclo dedicato al “buon governo” può dirci qualcosa di interessante anche sul presente. Nel rivelare assonanze notevoli con le cronache giornalistiche che riportano i numerosi sgomberi e le sanzioni a danno degli abitanti più poveri, questi documenti visivi confermano che le ambizioni del potere, nonostante secoli di norme fallimentari, non sono mutate e, soprattutto, che le strategie di sopravvivenza e resistenza alla repressione, organizzate o spontanee che siano, si rigenerano di continuo. Oggi, a essere cambiate sono più che altro le sfumature del discorso attraverso cui le politiche e le azioni punitive vengono raccontate. La storia dell’arte, in questo caso, ci mostra un passato in cui il potere era forse più brutale nel suo modo di esprimersi, ma di certo più onesto nell’autorappresentarsi: agli artisti ingaggiati non si chiedeva di edulcorare la violenza di cui esso era capace. Quest’anno, con l’arrivo della primavera, le forze istituzionali del contrasto al “degrado urbano” hanno trovato nuovi luoghi e soggetti contro cui accanirsi. All’area dei mercati storici di Porta Palazzo e del Balon, dove venditori informali di cibo, erbe aromatiche, abbigliamento e oggetti usati continuano a garantirsi guadagni minimi nonostante le vessazioni da parte della polizia locale, e talvolta anche di quella di stato, si sono aggiunte altre vie e piazze centrali, ugualmente celebri ma destinate a un pubblico più borghese e turistico. A far scattare l’allarme, questa volta, sono stati alcuni nomi illustri della cultura torinese. È inizio aprile quando la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin, riferisce ai giornali di avere già fatto numerose segnalazioni al comando della polizia locale: l’ingresso del museo – parole sue – è assediato da venditori abusivi di gadget e souvenir; a lamentarne la presenza sarebbero gli stessi visitatori. “Basta! – sbotta lei nel corso di una intervista – È un’attività illegale. […] I nostri prodotti sono sostenibili, la merce che vendono loro invece probabilmente non lo è”. A darle man forte è il direttore del museo, Christian Greco, e a darle ragione è il sindaco Lo Russo, che sollecita l’assessore alla sicurezza Porcedda affinché vengano intensificati i controlli e le sanzioni. Quest’ultimo promette dunque interventi rafforzati, a piedi, con pattugliamenti e con le unità cinofile. A esasperare tutti loro è il fatto che, spesso, quando arrivano i vigili, i venditori riescono a scappare, dato che espongono la merce su teli facilmente richiudibili o in cassette di plastica agilmente trasportabili. E quando la municipale va via, i venditori tornano. Nelle settimane successive i giornalisti riportano nuove denunce con titoli sensazionalistici: “Gli abusivi cacciati dall’Egizio ora assediano gli altri musei”. I nuovi articoli ne registrano la presenza in piazza Castello, piazza San Carlo, davanti al Museo del cinema e alla Mole, davanti ai Musei Reali e in altre “zone iconiche del centro”, come via Roma appena pedonalizzata, “proprio davanti alle vetrine scintillanti dei grandi marchi”. In attesa del Salone del libro, la presidente di Ascom insiste sul danno economico e di immagine che gli abusivi produrranno per i commercianti regolari e la città, mentre sarà piena di visitatori. Ogni articolo è corredato dalle cifre che misurano gli sforzi di chi sorveglia e sanziona: 250 pezzi confiscati da inizio anno, 84 controlli ad aprile, 100 paia di occhiali da sole sequestrati in una settimana. “Gli abusivi però continuano a comparire”, conclude l’ultimo articolo passato in rassegna. In queste cronache, ad avere voce sono solo i rappresentanti istituzionali e il compito di esplicitare ciò che non è detto con le parole è affidato alle immagini. Se le loro denunce si limitano a nominare dei generici “abusivi”, le foto a corredo mostrano che si tratta di persone di origine africana. Con uno di questi venditori chiacchiero il 2 giugno; si è piazzato con i suoi pochi oggetti sotto i portici di piazza Carlo Alberto, davanti al Museo del Risorgimento. C’è solo lui a vendere, la festa nazionale forse impegna la municipale altrove e, finché questa non arriva, se ne sta tranquillo. Mi dice che sta vendendo poco, ma che è meglio di niente; è arrivato in Italia molti anni fa e non riesce a trovare un lavoro stabile. Allora, penso, la scelta di suggerire l’associazione tra “abusivi” e “africani” senza nominarla è un escamotage discorsivo che i democratici, politici o giornalisti che siano, trovano forse efficace per distinguersi dai loro avversari politici, dalle destre razziste che amano precisare la provenienza geografica dei rei solo quando questi sono “immigrati”. In questo caso, omettere un dato che risulterebbe inopportuno permette a chi parla di sorvolare sulle ragioni che portano questi venditori a lavorare senza autorizzazione, a soprassedere sulle responsabilità di chi governa le loro esistenze in città. E non sorprende neanche che la stessa strategia connoti le scelte delle istituzioni culturali sedicenti inclusive. Il 20 giugno, dopo avere fatto sgomberare l’area dalle presenze indesiderate, il Museo Egizio ha potuto celebrare in pace la Giornata mondiale del rifugiato con l’iniziativa annuale intitolata “Io sono il benvenuto”. (alessandra ferlito)
September 2, 2026
Napoli MONiTOR
Manifestazione nazionale di sensibilizzazione sul Kashmir
Nel pomeriggio di domenica 30 agosto 2026 si è tenuta a Torino la manifestazione nazionale di sensibilizzazione sul Kashmir Il colorato corteo, composto principalmente da Kashmiri, è partito da Piazza della Repubblica e si è snodato per via Milano terminando in Piazza Castello con un breve comizio. Lo scopo del corteo era sensibilizzare l’opinione pubblica torinese e in generale quella italiana sulla situazione che si vive il Kashmir. > Nel Kashmir amministrato dal Pakistan, soprattutto a Rawalakot, la popolazione > protesta per i propri diritti fondamentali e per condizioni di vita dignitose. > > Disoccupazione giovanile altissima, infrastrutture carenti, frequenti > blackout, aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e bollette sempre più > pesanti colpiscono una popolazione che denuncia anche una progressiva > limitazione dell’autonomia e della rappresentanza politica della regione. > > A queste rivendicazioni si è risposto con una dura repressione. Secondo le > segnalazioni riportate, circa 100 persone sarebbero state uccise, oltre 1.000 > arrestate e più di 110 sarebbero vittime di sparizione forzata. > > A rendere ancora più grave la situazione è l’isolamento della regione: il > blocco di internet ostacola le comunicazioni con le famiglie e la circolazione > delle informazioni, mentre media e giornalisti incontrano forti difficoltà > nell’accedere alle zone interessate e nel documentare liberamente ciò che sta > accadendo. Anche le limitazioni all’ingresso di viveri e beni essenziali > aggravano le condizioni della popolazione. > > Chiediamo il rispetto dei diritti umani e della libertà di informazione, la > protezione dei civili, informazioni immediate sulle persone scomparse, la > tutela dei detenuti e il libero accesso a cibo, medicinali e beni di prima > necessità. Chiediamo inoltre un’indagine internazionale indipendente, > imparziale e trasparente e che sia garantito l’accesso libero e sicuro a > giornalisti, media e osservatori indipendenti.[1] Per questa prima manifestazione nazionale in Italia è stata scelta Torino in quanto città antifascista e medaglia d’oro della Resistenza e per queste caratteristiche in qualche modo sensibilizzata a quelle che sono le rivendicazioni del Kashmir; rivendicazioni che non sono portate avanti da organizzazioni terroristiche come racconta il governo pakistano, ma dalla popolazione civile del Kashmir che vuole ottenere la propria libertà e la propria indipendenza. [1] Dal manifesto di convocazione della manifestazione Giorgio Mancuso
September 1, 2026
Pressenza
Prima le comunità
ABBIAMO NUMEROSI CASI DI CREAZIONE IN BASSO DI FORZE SOCIALI, POLITICHE E CULTURALI A PROVA DI TENUTA, FONDATE IN VIA PRIORITARIA SU RELAZIONI DI FIDUCIA RECIPROCA. DALLE COMUNITÀ NO TAV, IN VAL SUSA, PASSANDO PER IL COLLETTIVO DI LAVORATORI DELLA EX-GKN DI FIRENZE, FINO AL CASO DI SPIN TIME, A ROMA, SOLO PER FARE ALCUNI ESEMPI. I CAMBIAMENTI PROFONDI DI CUI ABBIAMO BISOGNO – CONTRO LA GUERRA, CONTRO IL RAZZISMO ISTITUZIONALE E POPOLARE, CONTRO IL COLLASSO CLIMATICO E AMBIENTALE – POSSONO NASCERE SOLTANTO IN COMUNITÀ APERTE DI QUESTO TIPO. SCRIVE GUIDO VIALE: “UNA COMUNITÀ DI LOTTA COSTITUITA PER RISPONDERE AD ALCUNE ESIGENZE DEI SUOI MEMBRI NON VA PENSATA COME UNA CELLULA SOCIALE, CON UN TERRITORIO E UNA POPOLAZIONE CHIUSI NEI PROPRI CONFINI… CONFLITTO E PARTECIPAZIONE SONO L’ANIMA DI OGNI COMUNITÀ E CRESCONO CONTESTUALMENTE: NON SI DÀ L’UNO SENZA L’ALTRA…” Foto SPIN TIME LABS -------------------------------------------------------------------------------- Dobbiamo imparare a valorizzare le esperienze in corso. Una comunità di lotta costituita per rispondere ad alcune esigenze dei suoi membri non va pensata come una “cellula sociale”, con un territorio e una popolazione chiusi nei propri confini. Va pensata piuttosto come un addensamento dinamico di relazioni di reciprocità, di riconoscimento e di mutuo sostegno, tendenzialmente estensibili a una moltitudine di attori diversi. Una comunità orientata alla sostenibilità del proprio territorio non può evitare di includere tra gli agenti dei processi che la coinvolgono la vita che lo popola, con tutto quello che esige per essere salvaguardata e quello che può offrire in termini di sostentamento, qualità della vita, bellezza, insegnamento. Conflitto e partecipazione sono l’anima di ogni comunità e crescono contestualmente: non si dà l’uno senza l’altra; e viceversa. Ma è sempre la qualità delle relazioni di reciproca fiducia, con la loro ineludibile componente personale, emozionale e affettiva, a tenerla in vita, a costituirne la forza, l’attrattività e la capacità di durare nel tempo. Mano a mano che la crisi climatica e ambientale renderà più ostiche le condizioni della vita quotidiana, comunità con queste caratteristiche dovranno – e in parte già lo fanno – giocare un ruolo insostituibile nel conflitto sociale. Abbiamo ormai numerosi casi di creazione “dal basso” di forze sociali, politiche e culturali a prova di tenuta, fondate in via prioritaria su relazioni di fiducia reciproca. L’ultimo caso è quello di Spin Time, un’esperienza costruita su una perfetta combinazione di tre elementi: la risposta ai bisogni abitativi di un insieme altamente disomogeneo di occupanti, famiglie e single, di svariate nazionalità e culture, che hanno trovato in quell’edificio l’ambito di una forma avanzata di convivenza e di reciproca acculturazione; una serie di servizi – “ristorante”, palestra, asilo, scuola, laboratori, rivista – funzionali alla costruzione di un legame con il territorio; un centro di elaborazione politica e culturale di valenza internazionale anche grazie alla disponibilità di un ampio anfiteatro e di diversi locali per riunioni e convegni. Il primo di questi casi, per importanza e durata nel tempo, è quello delle comunità NoTav della Valle di Susa: un faro puntato sull’incapacità di comprenderne le ragioni e gli sviluppi dimostrata da tutte le forze istituzionali impegnate nel tentativo di stroncarlo e ben sintetizzata dall’esclamazione stupita e stupida di Luigi Bersani di fronte alla pervasività e alla durata di quella mobilitazione: “Ma è solo un treno!”. No, non è solo un treno: è una comunità di lotta per la difesa del proprio territorio dalla devastazione e dalla speculazione, ma soprattutto di costruzione e di autoaffermazione di una propria autonomia sociale, politica e culturale, che si è andata costituendo nella contrapposizione frontale all’insensata quanto compatta ostinazione di tutto l’establishment nazionale ed europeo. Poi c’è la vicenda della ex-Gkn, in lotta da cinque anni contro lo smantellamento della fabbrica e della sua forza operaia; un’esperienza che ha visto espandersi a livello locale, nazionale e internazionale la sua influenza e il suo impegno su un numero enorme di temi: produzioni alternative ed ecologiche, studenti, clima, altre fabbriche in crisi, guerre, armi, Palestina, fino all’invenzione geniale del festival della letteratura working class. L’asse portante di quegli sviluppi è una semplice domanda, rivolta a tutti i possibili alleati, che non chiede astratte “solidarietà”, ma offre la prospettiva concreta del mutuo sostegno nell’affrontare le difficoltà di ciascuno: “E tu, come stai?”. L’approccio che vede nella costruzione di comunità aperte, fondate su fiducia, mutuo sostegno, replicabilità e adattabilità delle pratiche a contesti differenti apre la strada a una duplice prospettiva: la pratica dell’obiettivo con la creazione di aggregati politico-sociali forti, capaci di imporsi o di non soccombere nel conflitto che li contrappone alle rispettive controparti; e lo sviluppo, combinando conflittualità e partecipazione, di una consapevolezza diffusa dell’interconnessione di tutti i problemi più importanti che la specie umana – e soprattutto la parte di essa che subisce le decisioni dei pochissimi “padroni del mondo” – si trova a dover affrontare. Con una risposta “dal basso”, adeguata sia in termini di mitigazione che di adattamento, al collasso climatico e ambientale; e con il ripudio generalizzato della guerra e del ricorso alle armi: non solo nella risoluzione delle vertenze internazionali tra Stati, ma innanzitutto nella gestione della più grande questione sociale dei decenni a venire: abbandonare la vana, dispendiosa e crudele guerra ai migranti. Con l’accoglienza, il riconoscimento e la valorizzazione delle decine di migliaia, oggi, e dei milioni, domani, delle “persone”, ciascuna con la propria storia, la propria cultura, i propri bisogni, che sono alla ricerca di contesti che solo una comunità aperta può offrire; dove potersi costruire una vita diversa, ma anche dove trovare condizioni per poter fare volontariamente ritorno – dove ancora è possibile, e in molte regioni lo è – nelle loro terre di origine per lavorare al loro risanamento materiale e sociale; con la libertà di movimento, i mezzi materiali e tecnici e, soprattutto, il “mutuo appoggio” delle comunità ospiti. Dunque, comunità, e comunità di comunità, sia come pratica dell’obiettivo che come “visione” di un orizzonte comune da perseguire insieme. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MASSIMO DE ANGELIS: > Quella capacità di decidere insieme sulle condizioni di vita -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Prima le comunità proviene da Comune-info.
August 23, 2026
Comune-info
L’accanimento continua: Giorgio di nuovo in carcere
Nella serata di venerdì, senza alcuna avvisaglia, Giorgio è stato prelevato dai Carabinieri di Susa dalla sua dimora sopra la Credenza a Bussoleno e tradotto nel carcere delle Vallette. A determinare il ritorno in casa circondariale è stata la revoca della misura alternativa concessagli dal Tribunale di Sorveglianza, a seguito […] L'articolo L’accanimento continua: Giorgio di nuovo in carcere su Contropiano.
August 22, 2026
Contropiano