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TORINO: NUOVA UDIENZA PROCESSO SOVRANO BIS. INTERVISTA A SARA MUNARI
Si è svolta lunedi 26 ottobre al Tribunale di Torino una nuova udienza del processo d’appello per l’operazione Sovrano che vede sul banco degli imputati il centro sociale Askatasuna, il Movimento No Tav e lo Spazio Popolare Neruda. La sentenza di primo grado aveva escluso l’esistenza dell’associazione a delinquere contestata agli imputati. Oggi, in appello, l’accusa torna a chiedere che quella lettura venga ribaltata, “proiettando sul conflitto sociale lo spettro di una presunta organizzazione criminale” sostengono le realta’ di movimento torinesi. Prossima udienza il 30 novembre. Sul banco degli imputati anche Sara Munari che da venerdi scorso si trova agli arresti domiciliari. L’abbiamo intervistata Ascolta o scarica  IL COMUNICATO DEL MOVIMENTO NO TAV Si è svolta oggi un’ulteriore udienza del processo d’appello per l’operazione Sovrano. Dopo la testimonianza di Giorgio, uno degli imputati, si sono tenute le requisitorie della pubblica accusa e delle parti civili. Dalle requisitorie emerge, ancora una volta, la sostanziale continuità con l’impostazione accusatoria del primo grado: le condanne richieste sono rimaste invariate in alcuni casi e sono state ridotte solo leggermente in altri. Nessun ripensamento sostanziale, dunque, rispetto a un impianto che il Tribunale, in primo grado, aveva già ridimensionato in modo significativo, assolvendo tutti gli imputati dall’accusa di associazione a delinquere, contestata ai sensi dell’articolo 416 del codice penale. In appello, la Procura torna invece a insistere sulla necessità di riconoscere quel capo d’imputazione, riproponendo una lettura che tende a ricondurre a un’unica presunta trama criminale esperienze, percorsi e pratiche politiche differenti: il centro sociale Askatasuna, il Movimento No Tav e le lotte sociali che attraversano la metropoli. Particolarmente significativo, in questa prospettiva, è stato il riferimento alla necessità di arrivare a condanne importanti anche per il capo 1, quello relativo all’associazione a delinquere, evocando lo scenario di future mobilitazioni contro il nucleare o di una possibile diffusione delle proteste contro il caro vita. Il messaggio politico che emerge da questo ragionamento è tutt’altro che secondario: la risposta penale viene chiamata in causa non soltanto per giudicare fatti contestati, ma anche in relazione a conflitti che potrebbero svilupparsi in futuro. Come se le lotte di domani fossero già un problema di ordine pubblico da prevenire attraverso le condanne di oggi. Una lettura che cancella deliberatamente le ragioni delle lotte, i contesti in cui nascono e la capacità di chi le attraversa di organizzarsi collettivamente. Tutto diventa funzionale al teorema accusatorio, persino le relazioni tra realtà che condividono battaglie e momenti di mobilitazione. E così il conflitto sociale, anziché essere riconosciuto come espressione di una società attraversata da contraddizioni, viene trattato come un problema di ordine pubblico da reprimere. Non meno surreale il quadro emerso dalle requisitorie delle parti civili, dove la storica emittente torinese Radio Blackout è stata ribattezzata, nella rappresentazione accusatoria, radio “black block”: uno strumento funzionale all’associazione che viene descritta come sovversiva nei fatti, ma a delinquere per la legge. Una rappresentazione che dice molto del tentativo di riscrivere il ruolo degli spazi sociali, delle radio indipendenti e delle reti di movimento, trasformando strumenti di comunicazione, luoghi di confronto e relazioni politiche in elementi di un presunto apparato criminale. Insomma, la solita retorica, accompagnata dalla consueta ipocrisia: mentre si moltiplicano i richiami alla democrazia e alla libertà, si pretende di circoscrivere sempre più lo spazio legittimo del conflitto sociale, fino a trattare come una minaccia ciò che nasce dalla capacità delle persone di unirsi e agire collettivamente. La sentenza di primo grado aveva escluso l’esistenza dell’associazione a delinquere contestata agli imputati. Oggi, in appello, l’accusa torna a chiedere che quella lettura venga ribaltata, proiettando sul conflitto sociale lo spettro di una presunta organizzazione criminale. Prossime udienza il 30 novembre per le arringhe delle difese. Si parte si torna insieme, Avanti NO Tav!
October 27, 2026
Radio Onda d`Urto
TORINO: OCCUPATO IL CAMPUS UNIVERSITARIO EINAUDI “CONTRO IL CAROVITA DI GUERRA”.
Nuove occupazioni nelle scuole superiori, da Roma (oggi il Mamiani e Croce Aleramo) a Reggio Emilia (il Chierici), mentre nella serata di lunedì 26 ottobre a Torino occupato il Campus universitario Einaudi contro il “carovita di guerra”. “Il Campus Einaudi è occupato e, come assemblea Cps – Cultura, politica e società dell’Università di Torino, dichiariamo – spiegano studentesse e studenti – che lo rimarrà fino al momento in cui Unito, Edisu, il Miur e il Governo non daranno ascolto alle nostre vertenze. Continueremo pubblicare le nostre analisi rispetto ai punti espressi nelle rivendicazioni. Partecipa all’occupazione del Campus per opporti all’economia di guerra e costruire insieme un futuro diverso”. Tra le richieste avanzate il no al 5% in armi imposto dalla Nato e al piano ReArm Europe, con soldi invece per istruzione, ricerca e sanità, oltre che per ridurre le accise sui carburanti, congelare gli affitti e bloccare gli sfratti”. Al ministero dell’Università e della Ricerca chiedono poi “che il 96% dei 33mila studentati costruiti coi fondi Pnrr, in mano ai privati, vengano posti sotto controllo pubblico. Mancano poi altri 27mila posti letto promessi dal Pnrr ma mai realizzati”. Dal campus universitario Einaudi arriva poi un appello: “Vogliamo che la mobilitazione ottenga dei risultati, su tutti i piani su cui riusciamo ad intervenire attraverso questa iniziativa. Vogliamo risposte chiare dalla rettrice Prandi e da Regione ed Edisu. Vogliamo il soddisfacimento delle richieste avanzate al governo Meloni e le sue immediate dimissioni. Invitiamo tutte le università d’Italia a iniziare una mobilitazione permanente con rivendicazioni chiare”. Da Torino su Radio Onda d’Urto la corrispondenza con Nicola, compagno dell’Assemblea Cps del campus Einaudi. Ascolta o scarica
October 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Torino. La macchina lanciatasi contro i manifestanti potrebbe non essere di un “automobilista incazzato”
La macchina bianca che si è lanciata contro i manifestanti durante il corteo di sabato scorso a Torino investendo diverse persone, non sarebbe stata di un generico automobilista incazzato con i manifestanti ma potrebbe essere della DIGOS. A seguito di una inchiesta svolta direttamente sulla targa del veicolo, GV476VF, la […] L'articolo Torino. La macchina lanciatasi contro i manifestanti potrebbe non essere di un “automobilista incazzato” su Contropiano.
October 27, 2026
Contropiano
Bollitori, reti, tonnare. Le tecniche di polizia nel corteo a Torino
Foto di Delio Garofano La dinamica del corteo contro il riarmo che si è tenuto a Torino sabato 24 ottobre è facile da riassumere: il corteo, convocato con un mese di anticipo, è stato tenuto in scacco per un’ora e mezza abbondante in piazza Castello. Tutti i punti di accesso alle vie dello shopping (tra cui via Roma, che il 17 ottobre non ha subito alcun danno ma è stata teatro di una lunga e gioiosa corsa) sono presidiati dai reparti delle forze dell’ordine, con la sola eccezione di viale Primo Maggio, che dal lato del palazzo del governo scende verso i giardini reali e si conclude su corso Regina Margherita. L’intento delle forze dell’ordine è quello di permettere al corteo di sfilare verso nord, verso Porta Palazzo e Barriera di Milano, impedendo qualsiasi tentativo di riguadagnare il centro. È così che si spiegano i brevi confronti tra manifestanti e forze dell’ordine che si verificano in prossimità di quegli incroci che permetterebbero di risalire verso il centro cittadino. Costretto il corteo ad attraversare la Dora, i mezzi delle forze dell’ordine si dispongono su tutti i ponti proprio per impedire qualsiasi tentativo di tornare in centro città. Il ponte su corso Principe Oddone è letteralmente l’ultimo passaggio utile per attraversare il fiume e riguadagnare il centro: a differenza degli altri ponti sulla Dora, è molto largo, perché convoglia il traffico su una delle arterie viarie più importante nella parte nord di Torino. Questo ponte, rispetto agli altri, è ancor più presidiato: è chiaro che se si vuole sciogliere il corteo è questo il punto ideale. Infatti le forze dell’ordine colgono la palla al balzo. Su corso Principe Oddone si scatena la furia di lacrimogeni, idranti, sirene, cariche a piedi: il corteo arretra su piazza Baldissera ed è costretto a risalire lungo corso Vigevano, anche perché alle spalle sono bloccati corso Venezia e via Stradella. Per chi scrive, il corteo potrebbe dirsi concluso qui. Ma mentre risale su corso Vigevano, le forze dell’ordine incalzano a colpi di candelotti, imponendo un’accelerazione fino a piazza Crispi. Questa, però, è chiusa su due lati. Mentre la camionetta risale, alcune persone che stanno girando a destra vengono aggredite da alcuni carabinieri intruppati e respinti nella piazza, che ora è diventata una trappola: un muro di mezzi e uomini a chiudere due lati, una cortina di lacrimogeni alle spalle del corteo. Non ci sono più giornalisti. Anche l’immancabile diretta di Local Team si interrompe proprio mentre i carabinieri spingono indietro due o tre ragazzi. A Torino da quasi due anni la questura ha scoperto la pratica del kettling, presa in prestito dal contesto anglosassone e inventata per contenere gli hooligans: si tratta di chiudere un gruppo in uno spiazzo e contenerlo lì, senza dover per forza intervenire fisicamente. Alle forze dell’ordine sotto la Mole sembra piacere particolarmente, perché consente di vanificare qualsiasi tentativo di resistenza: basta lasciare le persone a cuocere a fuoco lento per ore in attesa che le esigenze dell’ordine pubblico lo richiedano. È già stato provato al Politecnico di Torino durante l’inaugurazione dell’anno accademico 2025, su poco più di cinquanta persone; nell’estate 2026, oltre duecento persone in una manifestazione antifascista hanno subito la stessa sorte in piazza Foroni. Ora circa lo stesso numero si trova in una situazione simile, ma presto lo scenario si evolve in qualcosa di molto più pericoloso, al punto che qualcuno dirà, senza scherzare, che le forze dell’ordine in piazza Crispi potevano tranquillamente ammazzarci. I carabinieri che risalgono da corso Vercelli, infatti, impattano sul gruppo di testa, manganellandolo per farlo indietreggiare verso il muro di mezzi blindati alla loro destra; sparano anche diversi candelotti lacrimogeni, a distanza di meno di due metri dalle persone e ad altezza uomo. Non c’è alcuna via di fuga, se non un passaggio, non più largo di due metri, tra due camionette: tutte e tutti corrono verso quel buco, manganellate e gasate alla loro destra e pressate alle spalle dal gas. Chi passa riesce a ricompattarsi diverse centinaia di metri dopo, all’angolo con corso Giulio Cesare, dove vengono prestati i primi soccorsi. Anche perché, nonostante sia evidente che non c’è più alcun corteo, l’ordine deve pur sempre essere quello di disperdere la folla, e allora i lanci di lacrimogeni continuano. Alcune persone si allontanano definitivamente, altre riprendono a sfilare in ordine sparso e a gruppi di amici, o di persone che si stanno aiutando, lungo corso Giulio Cesare, in direzione di corso Brescia, da dove si vede il ponte Mosca ancora blindato. Sono da poco passate le otto di sera, e Barriera di Milano è trafficata, ma soprattutto ci sono tante persone a spasso, sedute al bar, o a fare compere nei negozi che ancora non hanno chiuso. Quello che accade qui non poteva, non doveva accadere nel centro cittadino: non importa se nel quartiere più povero della città qualcuno si dovrà respirare il gas. Le persone che si ritrovano tra corso Giulio Cesare e corso Brescia si stanno salutando: è un gruppo ancora abbastanza cospicuo, ma ognuno sta prendendo congedo da amici e compagni; la camionetta è stata fermata in piazza Crispi mezz’ora prima, della folla del pomeriggio non è rimasto granché, le persone sono più preoccupate a telefonare a chi non vedono da un po’, a sedersi sui marciapiede per riprendere fiato e commentare quello che hanno appena vissuto. È a questo punto che comincia il secondo atto di quella che, secondo alcune persone, richiama una gestione francese dell’ordine pubblico, che ha anche un nome: se i poliziotti inglesi hanno, forse, inventato il kettling, quelli francesi hanno perfezionato la nasse (“rete”, ma secondo alcune voci francesi avrebbe anche i significati più figurati – eppure molto concreti – di “arresto”, “uccisione” o “trauma collettivo”). A differenza del kettling la nasse può essere molto più aggressiva, lasciando una stretta via di fuga attraverso la quale costringere le persone a passare previa identificazione, ma anche nel caso del kettling questa misura amministrativa di identificazione di gruppo sembra essere piuttosto opzionale, rendendo le pratiche assimilabili a dei sequestri di massa e alla conclusione forzata di una manifestazione. Alcuni dicono che la nasse sia stata importata da Israele intorno al 2007, e che le forze dell’ordine transalpine l’avrebbero sperimentata la prima volta durante le rivolte delle banlieues, anche se potrebbe essere apparsa in Europa negli anni Ottanta in maniera indipendente. Vale la pena di notare che, in ogni caso, si tratta di una pratica, o un insieme di pratiche, che rimanda agli ambiti semantici della cucina (il bollitore, in inglese kettle, in tedesco kessel) o a quello del contenimento del bestiame (corraling), o ancora a quello della raccolta del pescato (nasse e, in italiano, magari, tonnara). Le manifestazioni sembrano allora intese come liquidi da portare a bollore, o come mandrie sulle quali è lecito imporsi con una violenza razionale a contrastarne l’intrinseca, presunta, irrazionalità. La questura di Torino, prima a importare il kettling in ambito non sportivo, il 24 ottobre ha provato un nuovo giocattolo: non la carica d’alleggerimento, non il lancio di lacrimogeni né l’idrante, o i fermi di manifestanti, ma un insieme di tutte queste cose in un quartiere di cui si parla molto, senza saperne granché, in un quartiere povero, contro un corteo che protestava contro il riarmo e il carovita. A questo si aggiunge un corollario tutto italiano, che abbiamo visto a Milano proprio il 17 ottobre e che ha richiamato a momenti di altissima tensione sociale dei tempi andati: il carosello. Mezz’ora dopo la nasse in piazza Crispi, infatti, i mezzi blindati di polizia e carabinieri hanno svoltato a sirene spiegate e a forte velocità da corso Novara su corso Giulio Cesare, puntando dritto su quello che rimaneva del corteo. A quel punto è stato il fuggi fuggi generale: gli uomini dei reparti sono scesi dai mezzi e hanno cominciato a rincorrere (sparando lacrimogeni) le poche persone ormai nel panico e in fuga. È cominciata una vera e propria caccia all’uomo nelle vie adiacenti a corso Brescia, fin verso Borgo Rossini. Questi i fatti. Il mattino dopo torno in piazza Crispi. C’è un vantaggio nel vivere in un quartiere in cui la nettezza urbana è molto più saltuaria che altrove: a più di dodici ore dalla nasse ci sono ancora le tracce di quello che è successo. I giornali, ovviamente, raccontano di scontri, di “lanci di bottiglie e pietre”, una frase ormai idiomatica del giornalismo italiano. Ma proprio nel punto in cui è avvenuto il contatto tra i carabinieri e quelle poche persone che stavano cercando di girare su corso Vercelli, ci sono solo due bottiglie rotte, nei pressi di quei punti in cui le persone sono state spinte contro i mezzi, e un tappeto di dischetti lacrimogeni. Risalendo su corso Vigevano è la stessa cosa: la maggior parte dei proiettili lanciati si trova sul lato destro del corso, guardando piazza Baldissera; l’odore del gas sale ancora dalle foglie cadute negli ultimi giorni di vento, che nascondono decine di candelotti e dischetti, ma neanche un oggetto atto a offendere. Sul lato opposto si notano meno tracce del passaggio dei reparti, ma non è inutile segnalare che il più cospicuo numero di candelotti e dischetti con relative bruciature è tra le automobili parcheggiate, in un punto in cui diversi minimarket e alcuni ristoranti sono aperti fino a tardi. Proprio lì dove il corteo aveva cominciato la sua risalita per evitare di essere gasato ulteriormente in piazza Baldissera. Il governo e i media commentano che al netto di qualche scontro è andato tutto bene. Eppure, a Bologna un ragazzo è finito in ospedale in codice giallo per aver battuto la testa, a Torino un’auto civetta della polizia per poco non investiva qualcuno sfrecciando attraverso una piazza Castello piena di manifestanti, senza rallentare. È andato tutto bene, dicono, perché le vetrine e il commercio sono salvi, perché lo struscio del sabato è stato garantito, perché vale di più una vetrina nella quale specchiarsi – perché di più non puoi fare – della vita di una ragazza asmatica che nel fumo piange e non riesce a respirare, più dell’incolumità di un paramedico aggredito dalla polizia, più dell’incolumità di duecento persone sulle quali sperimentare nuove pratiche di contenimento. (delio garofano)
October 27, 2026
Napoli MONiTOR
Caccia ai giovani e città militarizzate. Cronaca da un paese trasformato in caserma
L’isterica militarizzazione che il governo ha imposto sulle principali città italiane in risposta alle manifestazioni e agli scontri della scorsa settimana, ha prodotto risultati diversificati. Il clima plumbeo intorno alla misteriosa convocazione di una nuova giornata di turbolenze sociali da parte del Movimento 17 ottobre, ha visto migliaia di agenti […] L'articolo Caccia ai giovani e città militarizzate. Cronaca da un paese trasformato in caserma su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
“Minerva – La Scuola”: la denuncia di una docente contro la serie
Pubblichiamo una lettera anonima di una docente di Torino che, in seguito alla denuncia da parte l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università della costruzione di un clima militaristico nel nostro Paese attraverso i luoghi della formazione, si mostra preoccupata per i valori che la serie Minerva fa passare tra le giovani generazioni. Per segnalare iniziative militaristiche nelle scuole e per inviare lettere a supporto dell’impegno pacifista, antimilitarista e nonviolento dell’Osservatorio scrivere a osservatorionomili@gmail.com. Sono una insegnante di scuola primaria in provincia di Torino. Scrivo per segnalare che dal 22 settembre viene trasmessa su Netflix la serie tv italiana “Minerva – La Scuola”, finanziata dal Ministero della Cultura e destinata principalmente a ragazzi e ragazze in età adolescenziale. I protagonisti della serie sono tre ragazzi frequentanti il liceo militare “Minerva” di Napoli. Tra questi, il personaggio principale è Salvo, che si iscrive alla scuola per scoprire la verità su un suo amico scomparso proprio dal liceo tempo prima e per cercare di costruirsi un futuro lontano dalla strada (a questo proposito, difficile non pensare alle parole del Ministro della Difesa Guido Crosetto, che in più occasioni ha dichiarato che la leva militare può costituire una possibilità di riscatto per i giovani provenienti da contesti difficili, per esempio in questa intervista: Crosetto: “La Nato si trasformi per garantire la pace”). I temi ricorrenti in questa serie afferenti all’ambiente militare sono soprattutto l’enfasi sulle regole e sulla disciplina, l’esaltazione della prestanza fisica e, ovviamente, l’addestramento all’uso delle armi. In questo senso, mi sembra che tale serie – pur con le dovute differenze – richiami la docu-serie tedesca “Generation Wehrdienst”, promossa dalla Bundeswehr e lanciata a luglio 2026. Della serie italiana mi ha colpito innanzitutto l’uso del genere teen drama (presenza di intrecci sentimentali tra giovani, conflitti con i genitori e più in generale con gli adulti, rappresentazione di feste in cui circolano alcol e droghe ecc…) che rende probabilmente più accattivante per i giovani spettatori la rappresentazione della vita militare. Inoltre, un altro aspetto – più sottile – che colpisce è la neutralizzazione del dissenso. Infatti, a prima vista pare che la serie si proponga di criticare diverse problematiche dell’ambiente militare, come per esempio il nonnismo, l’omofobia, il maschilismo e il razzismo. Tuttavia, progressivamente pare emergere come le voci critiche vengano accolte solo di facciata, per poi essere marginalizzate, in modo che l’Istituzione-scuola possa perpetuarsi sempre uguale a se stessa, mantenendo quindi intatte le sue gerarchie. Quel che forse è peggio è che il finale sembrerebbe suggerire che tutti ragazzi e le ragazze abbiano compiuto, proprio grazie alla frequenza di un anno di scuola militare, una maturazione interiore, e siano infine capaci di effettuare scelte ormai autonomi dagli adulti, avendo imparato ad esercitare senso critico proprio in una scuola che all’inizio era stata accusata di formare “piccoli soldatini”, addestrati dunque soltanto ad eseguire ordini. Concludo segnalando l’unico articolo che ho trovato in rete che offre, a mio parere, uno sguardo critico sulla serie per quel che riguarda la scelta di rappresentare la vita quotidiana in un liceo militare: Minerva La scuola, e che Mameli ci perdoni. Un cordiale saluto. Per contattare l’Osservatorio e segnalare eventi che prevedono la presenza nelle scuole di forze armate e di corpi di sicurezza o comunicare iniziative di contrasto alla militarizzazione puoi scriverci a: osservatorionomili@gmail.com Per i rapporti con gli organi di stampa l’indirizzo mail è il seguente: stampa.osservatorionoms@gmail.com Per seguire le nostre attività a livello nazionale: Seguici e metti un like su Facebook Seguici su Instagram Seguici su Telegram -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Guerra e Riarmo, studentesse e studenti verso il 24 ottobre
Dalla Francia all’Italia, le mobilitazioni che stanno animando le piazze sono sicuramente incentrate, tra le altre, sulla contrarietà a guerra e riarmo. Approfittiamo di un articolo dello scorso venerdì, uscito per il Manifesto, per approfondire questo tema e cercare di capire cosa ne pensano gli italiani, con particolare riferimento a giovani e auniversitari3. In altre parole, che tipo di legittimità ottengono le scelte in materia di sicurezza all’interno della società? L’indagine affronta diversi argomenti, ci siamo soffermati sulla percezione delle minacce e la contrarietà all’aumento delle spese militari. Ne parliamo con uno studente dell’assemblea di CPS dell’università di Torino.
October 23, 2026
Radio Blackout - Info