Tag - inquinamento

Quanto inquina davvero l’intelligenza artificiale?
L’intelligenza artificiale ha un’impronta fatta di miniere, semiconduttori, energia e acqua utilizzata. Valutarla richiede tuttavia un confronto con le altre attività quotidiane e… L'articolo Quanto inquina davvero l’intelligenza artificiale? sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 7, 2026
L'INDISCRETO
La guerra uccide anche l’ambiente: Luca Mercalli al Film Festival della Lessinia
In una piazza gremita di spettatori, Luca Mercalli, in un dialogo con lo speleologo Francesco Sauro, ha presentato il suo nuovo libro sulla storia del clima in Italia e ha parlato di come il Paese si trova ad affrontare la crisi climatica tra negazionismo, disinformazione e soldi spesi in armamenti. La conferenza-dialogo tra il climatologo Luca Mercalli e lo speleologo Francesco Sauro intitolata La guerra uccide anche l’ambiente era prevista per le 11.00, ma già alle 10.30 i posti a sedere nel tendone delle conferenze del Film Festival della Lessinia erano esauriti, così come la fila di panche supplementari allestite dall’organizzazione nella piazza e persino gli spazi della retrostante ‘Biblioteca della montagna’. Davanti a questa folla di spettatori il climatologo, venuto a presentare il suo nuovo libro Breve storia del clima in Italia (Einaudi, 2025), esordisce citando una recente dichiarazione di un politico italiano che esortava a parlare “dell’Italia e degli italiani” piuttosto che del clima ed evidenziando come parlare di clima in Italia significhi soprattutto parlare del futuro dell’Italia e degli italiani: “Se l’ambiente collassa, collassa tutto quello che ci sta sopra: economia, società, e tutto il resto”, dice Mercalli. Il climatologo prosegue poi spiegando che cosa comporta l’aumento delle emissioni di CO2 e delle temperature globali e cita, smentendole, alcune teorie negazioniste, come la famosa dichiarazione del fisico Carlo Rubbia su Annibale e gli elefanti, sostenendo che anche un esperto si può sbagliare se parla di cose che esulano dal suo campo di competenza e che purtroppo è prassi comune “ribaltare la realtà storica piegandola alle esigenze mediatiche del momento”. Riguardo ai costi ambientali delle guerre, Mercalli spiega innanzitutto che molte guerre si fanno proprio per garantirsi l’accesso ai combustibili fossili e prosegue dicendo che se l’Italia diventasse più indipendente dal fossile “avremmo enormi vantaggi” sia sul piano ambientale, perché consumare meno combustibili fossili significa ridurre le emissioni, sia sul piano geopolitico, perché ci renderebbe più immuni alle pressioni di potenze straniere e infine anche sul piano economico: la bolletta energetica, cioè i soldi che regaliamo ai Paesi che ci forniscono gas e petrolio, è nell’ordine di decine di miliardi di euro; il climatologo stima che quest’anno si avvicinerà ai 50 miliardi di euro e dice: “Pensate a cosa potremmo fare con questi soldi se rimanessero in Italia”. “Perché non ci sono mai abbastanza soldi nel budget per la transizione energetica, che ci renderebbe indipendenti e invece non si esita mai a investire in armi? La guerra produce prima di tutto inquinamento: aerei e mezzi militari vanno a gasolio e kerosene, portaerei e sottomarini a energia nucleare. C’è un dispendio di energia immediato nelle operazioni militari, ma anche un enorme dispendio di energia nella costruzione degli armamenti. Le risorse nel mondo sono in esaurimento, le più facili da estrarre si stanno già esaurendo e l’appropriazione di queste risorse da parte dell’industria militare metterà in crisi tutte le altre industrie civili. Inoltre non sono riciclabili: quando un missile o un drone esplodono i loro pezzi non si recuperano più, finiscono ad inquinare la terra. Buttiamo via una quantità enorme di metalli e inquiniamo i terreni in modo permanente.” “Le emissioni del settore militare non si conoscono, sono dati secretati”; le stime si possono fare soltanto sui soldi spesi per gli armamenti: 2.850 miliardi di dollari nel 2025, che facendo le proporzioni significano emissioni pari a uno Stato che sarebbe il quinto più inquinante al mondo. “Come cittadini siamo chiamati a fare sacrifici per ridurre le emissioni, ma un missile che esplode brucia il tuo budget di risparmio emissioni di tutto un anno.” Infine, a prescindere da tutto il resto, la guerra è sempre sbagliata, dice Mercalli citando  la Costituzione italiana e aggiungendo un omaggio alle Donne in Nero presenti con i loro cartelli nella piazza. Si lascia poi spazio alle domande dal pubblico, che evidenziano una consapevolezza della criticità della crisi climatica, ma anche una buona dose di smarrimento quando si tratta di capire cosa possiamo fare noi cittadini per combatterla nel totale disinteresse dei media e dei politici. Nelle sue risposte, Mercalli fa riferimento alle buone pratiche che possiamo attuare a livello individuale: investire i risparmi nell’efficientamento energetico delle nostre case, evitare i trasporti più inquinanti (lui stesso dice di non prendere un aereo da nove anni), mangiare meno carne ed evitare di comprare oggetti inutili. Ma dice anche che i cittadini devono pretendere soluzioni dal mondo politico: “Se ci dicono che non ci sono soldi per la transizione energetica, chiediamogli quanto costa un F35.” “Si è diffusa l’idea che tutte le scelte ambientali siano un fastidio e un ostacolo per l’economia”. Sia la destra che la sinistra hanno in testa solo l’economia: alla prima difficoltà l’ambiente viene tolto dall’agenda politica. Ma “l’economia va male proprio perché noi non facciamo i conti con la nostra impronta ecologica”. Sul ruolo dei media, dice che la disinformazione è una delle minacce più grandi per l’umanità e una grande piaga in Italia. “Io metterei al governo chi dice la verità sul clima e lavora per ridurre la nostra dipendenza dall’estero”, dice, esortando ad informarsi e leggere i programmi dei partiti “che non è detto che poi li rispetteranno, ma ci tocca scegliere il meno peggio.” FONTI: * Carlo Rubbia https://www.climalteranti.it/2019/03/21/anche-un-premio-nobel-puo-raccontare-cose-sbagliate-su-clima/ * IPCC https://ipccitalia.cmcc.it/ipcc-special-report-global-warming-of-1-5-c/ * https://www.qualenergia.it/articoli/dipendenza-energetica-italia-75-percento-italia-quali-scelte-2030/ * Bolletta energetica 2024 https://www.ilsole24ore.com/art/energia-2024-bolletta-italiana-scende-485-miliardi-cala-spesa-petrolio-e-gas-AGLlASfB * Donne in Nero https://it.wikipedia.org/wiki/Donne_in_nero     Mara Zanella
August 31, 2026
Pressenza
Il liberalismo: mobilitazione delle energie individuali e collasso del sistema ecologico
Spesso mi capita di parlare del carattere obsoleto del liberalismo e dell’immagine del mondo liberale e individualista riguardo a questioni particolari. Tuttavia, l’inadeguatezza e il carattere obsoleto del liberalismo appartengono al piano generalissimo della forma della civiltà occidentale alle prese con le sfide del XXI secolo. La questione ecologica è […] L'articolo Il liberalismo: mobilitazione delle energie individuali e collasso del sistema ecologico su Contropiano.
August 18, 2026
Contropiano
L’Italia invasa dai data center
Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero […] L'articolo L’Italia invasa dai data center su Contropiano.
August 3, 2026
Contropiano
Roma Sud brucia, Roma Sud affoga nel cemento
Domenica 26 luglio, poco dopo le 13:30, un vasto incendio si è sviluppato lungo via Laurentina, nel tratto tra l’Eur e Tor Pagnotta, spinto dal vento e dalle temperature altissime che da settimane mettono a dura prova la città. Le fiamme hanno raggiunto in poco tempo il Grande Raccordo Anulare, obbligando alla chiusura del tratto tra gli svincoli Laurentina e Pontina in entrambe le direzioni, con code chilometriche e traffico paralizzato sotto il sole. FUOCO, FUMO E DIOSSINA: L’EMERGENZA AMBIENTALE DEL MUNICIPIO IX Il giorno dopo, lunedì 27, un secondo fronte ha interessato un terreno in cui si sospetta la presenza di rifiuti interrati, complicando ulteriormente le operazioni di bonifica dell’area. Non ci sono dubbi sulla natura dolosa dei roghi, in una stagione che, secondo i dati forniti dalla Protezione civile del Lazio, ha già fatto contare centinaia di incendi nella regione dalla metà di giugno, molti dei quali di tipo boschivo. A distanza di qualche giorno arriva il dato più preoccupante: il campionatore installato dall’ARPA Lazio lungo via Laurentina ha misurato, tra il 27 e il 28 luglio, una concentrazione di diossine pari a 0,39 picogrammi per metro cubo, superiore alla soglia di 0,3 pg/m³ che la stessa agenzia regionale indica come segnale della presenza di una fonte emissiva localizzata, riconducibile alla combustione del rogo. Sono ancora in corso le verifiche di laboratorio su benzo(a)pirene e policlorobifenili. > Per giorni i residenti delle zone limitrofe – Vallerano, Castel di Leva, > Spinaceto, Torrino – hanno segnalato un odore acre persistente, mal di gola, > mal di testa e nausea, ricevendo dal Comune l’indicazione di tenere le > finestre chiuse e lavare accuratamente frutta e verdura coltivate in zona. Consiglieri comunali e municipali hanno chiesto interventi urgenti a tutela della salute pubblica, ma la lentezza della risposta istituzionale nei giorni successivi al rogo si è fatta sentire forte e chiara. Una gestione dell’emergenza che si intreccia con un problema più strutturale: la manutenzione insufficiente delle aree verdi e incolte di questo quadrante, terreno ideale per la rapida propagazione delle fiamme. IL QUARTIERE DORMITORIO CHE NON DOVEVA ESSERE: LA CEMENTIFICAZIONE DI FONTE LAURENTINA Quello che brucia non è un’area marginale e disabitata, ma il cuore di uno dei processi di espansione edilizia più intensi degli ultimi vent’anni a Roma sud. Fonte Laurentina nasce all’interno di un piano di zona, sul terreno dell’antica tenuta di Tor Pagnotta, e prende il nome da una sorgente di acque minerali chiusa nel 2004 per inquinamento dovuto a infiltrazioni fognarie: quella sorgente, con un paradosso che racconta bene il rapporto tra Roma e il suo territorio, è oggi ricoperta di cemento e trasformata nel parcheggio di un centro commerciale, proprio davanti agli edifici residenziali. > Pensato come quartiere modello, capace di offrire servizi e spazi comuni, si è > trasformato – secondo le denunce ripetute negli anni dal comitato di quartiere > e dagli stessi residenti – in un “quartiere dormitorio”: palazzine costruite > in sequenza senza che venissero mai completati i servizi pubblici né gli spazi > di aggregazione previsti nei piani originari, mentre i casali storici > dell’Agro romano, che avrebbero potuto diventare luoghi di cultura e > socialità, restano da anni in stato di abbandono. Non è un caso isolato. Pochi chilometri più a nord, il quartiere Laurentino racconta da decenni una parabola simile: un progetto urbanistico di grande scala, pensato negli anni Settanta per ospitare decine di migliaia di persone, che non è mai riuscito a dotarsi dei servizi collettivi previsti nel progetto originario ed è diventato, anch’esso, sinonimo di periferia dormitorio e di abbandono istituzionale. È lo schema che si ripete in tutta la fascia sud della città: costruire prima, e spesso mai dotare il territorio delle infrastrutture necessarie a sostenerlo. BLACKOUT E RETI AL COLLASSO: QUANDO IL CEMENTO SUPERA LA CAPACITÀ DELLA CITTÀ La stessa logica di crescita senza pianificazione si misura oggi anche sul fronte energetico. Da settimane Roma è alle prese con blackout diffusi in più zone della città, aggravati dal caldo eccezionale e dal conseguente aumento dei consumi per il condizionamento: la rete gestita da Areti ha più volte toccato i propri picchi massimi di potenza immessa, con centinaia di squadre tecniche impegnate a fronteggiare guasti che si susseguono senza sosta. > Cabine elettriche datate e cavi sotterranei, surriscaldati dal calore > accumulato nel sottosuolo, cedono uno dopo l’altro, lasciando interi palazzi > senza corrente per ore: cibo che va perso nei frigoriferi, ascensori bloccati, > difficoltà per gli anziani, semafori spenti. Le segnalazioni sono arrivate da > diversi quadranti della città, dal centro alla periferia, comprese le zone di > Roma sud. Diffusione crescente di condizionatori, aumento delle colonnine di ricarica per veicoli elettrici ma soprattutto costruzione di decine di nuove abitazioni sono i principali fattori di stress su una rete infrastrutturale mai davvero adeguata alla crescita edilizia degli ultimi decenni. È qui che il cortocircuito si chiude: quartieri come Fonte Laurentina e i suoi dintorni sono cresciuti senza che venissero potenziati, di pari passo, gli impianti e le reti chiamate a sostenerli. Il risultato è una città che aumenta i propri volumi edilizi senza aumentare, nella stessa proporzione, la capacità reale di reggerli – né sul piano ambientale, né su quello dei servizi essenziali. Un esempio recente di questa dinamica arriva proprio dal quartiere Papillo, in via Giorgio Vigolo, dove da anni è in corso un processo di trasformazione edilizia che i residenti raccontano come emblematico di questo modello di sviluppo. IL CASO PAPILLO: UN CANTIERE INFINITO TRA CEMENTO E ASSENZA DI SERVIZI Lì dove, secondo il progetto originario, avrebbero dovuto sorgere degli spazi polisportivi, oggi si erge un serpentone di oltre 130mila metri cubi di cemento. Gli abitanti denunciano un cantiere aperto ormai da anni, la sostituzione quasi integrale del verde con superfici cementificate che raggiungono quasi il 100% della totalità del lotto, disagi quotidiani legati a polveri sottili e rumore e lamentano che l’ennesimo grande volume edilizio si aggiunga a una rete di servizi – dall’illuminazione alla fornitura elettrica – che nello stesso quartiere ha già mostrato in passato segni di cedimento. Negli anni i residenti hanno presentato numerose segnalazioni relative alla sicurezza del cantiere, denunciando la presenza di operai visti lavorare privi delle dotazioni di protezione individuale, in bilico su semplici tavole di legno a diversi metri di altezza. Ricorrenti anche le proteste per il mancato rispetto degli orari consentiti per i lavori rumorosi, oltre alle critiche sull’impatto estetico del complesso, giudicato dagli abitanti fuori scala e in evidente contrasto con lo stile delle altre costruzioni della zona. A oggi, secondo quanto riferito dai residenti, una parte del comprensorio risulta parzialmente abitata dopo un ritardo nella consegna di oltre diciotto mesi rispetto ai tempi previsti, mentre l’altra metà del complesso è ancora un cantiere aperto. Il complesso residenziale c’è. I servizi previsti da regolamento no. Secondo la normativa regionale sull’urbanizzazione secondaria, ogni costruttore privato è obbligato a fornire servizi collettivi di quartiere a causa dell’allargamento della domanda futura di infrastrutture: asili e scuole dell’obbligo, mercati di quartiere, presidi socio sanitari, parchi pubblici. > Nel quartiere, che potremmo definire senza errori, “quartiere fantasma” sono > assenti le più basilari strutture. Non c’è infatti un supermercato, un > tabaccaio, un mercato, un luogo di ritrovo. Dal 2006, anno di costruzione del > primo lotto abitativo, è stata costruita una sola scuola primaria e il > quartiere è collegato esclusivamente da una linea bus, definita dai residenti > «ai limiti del tollerabile». Inoltre, Secondo il Regolamento edilizio di Roma Capitale sulla Sostenibilità, nei lotti liberi ogetto di nuova costruzione è richiesta al costruttore una quota minima di superficie permeabile non inferiore al 50% e l’inserimento di alberi per mitigare le isole di calore. Allo stato attuale niente di tutto questo è stato fatto per la collettività, ma molto è stato fatto per il profitto privato. Si tratta di un vissuto locale, riportato dai comitati di quartiere e dagli stessi residenti, che meriterebbe verifiche puntuali da parte degli enti competenti – a partire dalla direzione lavori e dagli organi di vigilanza sulla sicurezza nei cantieri. Se confermato nei suoi dettagli, il caso Papillo rappresenterebbe un ulteriore tassello dello stesso modello di sviluppo urbano già visto a Fonte Laurentina e al Laurentino, in cui il cemento cresce più velocemente dei servizi, della sicurezza e della cura del territorio. UN UNICO PROBLEMA: IL TERRITORIO SACRIFICATO AGLI INTERESSI PRIVATI Incendi, cementificazione e blackout non sono tre emergenze separate, ma tre facce dello stesso fallimento nel governo del territorio. Per anni le amministrazioni che si sono succedute a Roma hanno autorizzato la costruzione in aree agricole e semi-naturali dell’Agro romano, spesso a ridosso di terreni incolti o boschivi che oggi si rivelano tra i più esposti al rischio di incendio, anche a causa di una carente manutenzione ordinaria del poco verde esistente. > Ogni nuova lottizzazione riduce gli spazi naturali che fungono da cuscinetto > ecologico, mentre aumenta il carico su reti idriche, elettriche e di trasporto > pensate per una città più piccola. Il cambiamento climatico non fa che amplificare le crepe di un sistema già fragile: ondate di calore più lunghe e intense, vegetazione secca pronta a incendiarsi, reti energetiche progettate per un clima che non esiste più. In questo contesto, ogni ettaro di verde ceduto a nuovi complessi residenziali o commerciali non è solo la perdita di uno spazio naturale, ma un moltiplicatore di rischio per tutta la città che verrà. La vicenda della Laurentina, con la sua diossina nell’aria e i suoi quartieri costruiti in fretta e mai completati, resta la fotografia più nitida di cosa succede quando l’urbanistica smette di essere pianificazione collettiva e diventa terreno di conquista per pochi: a pagarne il prezzo, ancora una volta, sono l’ambiente, la salute pubblica e chi in quei quartieri ci vive ogni giorno. la copertina è di un residente e si riferisce all’incendio di un ristorante nel quartiere Valleranello, Roma Sud. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Roma Sud brucia, Roma Sud affoga nel cemento proviene da DINAMOpress.
August 1, 2026
DINAMOpress
Earth Overshoot Day, si aggrava lo stato del pianeta
Il benemerito Global Footprint Network (la rete mondiale sull’impronta ecologica) ogni anno calcola e annuncia l’Earth Overshoot Day. È il giorno dell’anno nel quale le risorse che l’umanità consuma superano la capacità di rigenerazione delle stesse risorse da parte del pianeta Terra. Vale a dire, da quel giorno si supersfrutta, si crea ulteriore debito ecologico, si aggrava lo stato del pianeta. Per il 2026 questo giorno è il giovedì 30 luglio. Da qui al 31 dicembre si compie lo scempio, il saccheggio, solo che ciò non viene considerato alla stessa stregua da governi, élite dominanti, capitalisti, finanza, complessi militar-industriali, giornalisti e intellettuali al loro servizio ecc. Esistono naturalmente movimenti, studiosi, organismi, media che prendono sul serio la cosa e si comportano coerentemente. Sorprendentemente, ma non troppo, tuttavia molta sinistra non è di questo avviso. Centro-sinistra sicuramente, ma anche settori di sinistra alternativa, affetti da industrialismo e da sviluppismo. Per alcuni, malattie inguaribili. Naturalmente la parola e la nozione “umanità” è generalizzazione. È la solita media. C’è chi gozzoviglia e c’è chi vive sobriamente. O perché costretta dalle condizioni materiali di esistenza o perché sceglie deliberatamente di rispettare natura e ambiente (e, importante, rispettare l’intera società). La metafora che abbiamo spesso usata è quella del Titanic. Prima che affondasse, la nave rispecchiava la stratificazione sociale della divisione in classi nella terraferma. La prima classe era costituita da esponenti della classe dominante soprattutto statunitense, la seconda classe da turisti e borghesi in generale, la terza classe da poveri migranti in cerca di fortuna negli Usa. Infine, molto in basso, i fuochisti, i lavoratori manovali che a turno dovevano costantemente alimentare con palate di carbone le macchine a vapore. A salvarsi naturalmente con le scialuppe di salvataggio furono soprattutto componenti delle prime due classi. Va da sé. Allora ricapitoliamo. Se l’intera umanità consumasse e sfruttasse come uno statunitense occorrerebbero 5,1 pianeti terra, se tedesco e italiano da 2,8 a 3,2 pianeti, se indiano 0,7-0,8, se cinese 2,3-2,4. Con il necessario rilievo che il cinese produce anche per il consumo occidentale e che comunque sono impressionanti i dati attuali cinesi sulla transizione ecologica, sull’uso dell’energia verde ecc. Malgrado ciò i soliti progressisti, “democratici”, perbenisti Pd ecc. stigmatizzano sempre la Cina. Un unico esempio: la guerrafondaia Tonia Mastrobuoni, corrispondente da Berlino per il giornale “Repubblica”, considera eguali Usa e Cina nell’inquinamento e nello sfruttamento ambientali. Solo che la nostra prode “democratica” mette sullo stesso piano i 349 milioni di abitanti degli Usa con i 1.412 milioni della Cina. Come insegnano le procedure delle istituzioni di ricerca l’impatto ambientale e climatico si calcola sempre pro-capite. Un’ultima osservazione. Le diseguaglianze caratterizzano il capitalismo storico all’interno di ogni singolo Paese e nella scala mondiale tra aree e regioni, tra centri e periferie, tra Nord Globale e Sud Globale. All’inizio degli anni Ottanta esisteva una piramide mondiale, dal lato del consumo di energia. Energia in senso complessivo, comprendente quindi anche l’energia spesa per produrre merci e per assicurare i servizi ecc. Questa piramide costituisce una gerarchia mondiale, sul piano materiale e sul piano del potere. Uno statunitense consumava tanta energia quanta l’energia consumata da 2 tedeschi, da 3 svizzeri, da 4 italiani, da 60 indiani, da 160 tanzaniani, da 1.100 ruandesi. Oggi questa gerarchia è sicuramente attenuata nel rapporto tra aree dell’Occidente collettivo ed entro i Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e tuttavia è aggravata in rapporto al resto del mondo. Un solo richiamo finale a proposito del rapporto tra centri e periferie. È difficile per un occidentale, anche di sinistra, concepire che i popoli delle periferie rivendichino il debito coloniale, per i 4-5 secoli di rapina e di trasferimento di risorse a causa del colonialismo e dell’imperialismo. E che parallelamente rivendichino il debito ecologico, a causa delle emissioni di gas serra e della distruzione ambientale operate per lo sviluppo dei centri capitalistici. Tuttavia ciò è ineludibile. Giustizia sociale, giustizia ecologico-climatica, giustizia colonial-imperialistica, pace e fine delle guerre si intrecciano e non sono separabili. “Nel capitalismo tutto si tiene”, elementare verità.               Giorgio Riolo
July 30, 2026
Pressenza
L’Ilva è un pericolo per la salute, la Corte d’Appello: bonifica o deve chiudere
La produzione dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto dovrà fermarsi entro tre mesi, a meno che non si provveda alla bonifica dell’amianto ancora presente negli impianti e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili entro i livelli ritenuti compatibili con una produzione di sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Milano, che ha accolto i ricorsi presentati da due gruppi di cittadini tarantini. Secondo la Corte, come riportato nella sentenza, l’amianto è legato al mesotelioma, presente a Taranto e Statte in misura quattro volte superiore all’atteso. Restano circa 2.000 chili di materiale da smaltire, che l’azienda ritiene eliminabili solo a fine ciclo degli impianti. La Corte ha inoltre evidenziato che l’attuale sistema produttivo non è sostenibile nemmeno dal punto di vista climatico. Nello specifico, il provvedimento concerne il cuore produttivo dello stabilimento, in cui hanno luogo le lavorazioni degli altiforni. La riapertura degli impianti sarà possibile solo dopo la completa rimozione dell’amianto e l’adozione delle misure necessarie per riportare le concentrazioni di PM10 e PM2,5 entro i limiti di sicurezza previsti dalle norme ambientali. «Appare evidente che la domanda dei cittadini, come formulata nella memoria del 30 settembre 2025 e ribadita in sede di reclamo, è stata comunque motivata, prima e dopo l’Aia 2025, dal rischio di pregiudizio del diritto alla salute e del diritto al clima – si legge nella sentenza -. Le domande dei cittadini non possono essere considerate generiche perché sono state puntualmente dedotte le ragioni in base alle quali la gestione dello stabilimento genera il rischio di danno alla salute, con specifico riferimento, tra l’altro, a svariate e individuate sostanze nocive», nonché «l’inadeguatezza, tempo per tempo, degli accorgimenti utilizzati da Ilva per scongiurare il pericolo di malattie legate all’inquinamento» e «le ingiustificate dilazioni nella realizzazione di interventi idonei a scongiurare i rischi, come consentite da disposizioni dell’Aia 2025 in tesi illegittime». I giudici hanno puntualizzato come l’amianto risulti «l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto), che si presenta in misura quattro volte superiore, rispetto all’atteso, nella popolazione di Taranto e Statte». Secondo la Corte, la «omessa prescrizione sulla rimozione dell’amianto nell’Aia 2025 si pone in aperto contrasto, per due profili, con le statuizioni della sentenza Corte di Giustizia Ue pronunciata nel corso del procedimento di primo grado, a seguito del rinvio pregiudiziale operato dal Tribunale». «Deve darsi per scontato che le polveri sottili sono nocive e che presentano rischio per la salute – scrivono ancora i giudici -. Basti considerare che le varie Aia che si sono succedute nel tempo hanno prescritto continui monitoraggi: all’evidenza essi non sarebbero stati necessari se si trattasse di emissioni innocue». Nel provvedimento si legge che le Valutazioni di danno sanitario (Vds) succedutesi nel tempo «hanno dato atto che, nonostante il mancato superamento dei valori limite di cui al dlgs 155/2010, si sono verificate nelle aree a rischio eccessi di mortalità e spedalizzazione in percentuale significativamente maggiore rispetto ad altre zone più lontane dallo stabilimento». La decisione della Corte d’Appello ha spinto il governo Meloni a intervenire con urgenza per limitare le conseguenze sul futuro dell’ex Ilva. Dopo una riunione straordinaria a Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri ha infatti dato l’ok a un nuovo finanziamento da 100 milioni di euro per garantire la continuità operativa del comparto a freddo, confermando il tavolo di confronto con i sindacati. La sentenza, infatti, rischia di compromettere anche il percorso di cessione dell’azienda, avviato nei mesi scorsi nell’ambito dell’amministrazione straordinaria. Negli ultimi mesi l’esecutivo aveva portato avanti una trattativa con potenziali investitori internazionali al fine di individuare un acquirente dell’intero gruppo e rilanciare la produzione. Finora il governo aveva autorizzato altri due prestiti: 149 milioni di euro ad aprile e 100 milioni di euro nelle settimane successive. Le garanzie per migliaia di lavoratori, preoccupati dal rischio di nuovi periodi di cassa integrazione o della perdita del posto di lavoro, saranno al centro del confronto con le organizzazioni sindacali, le quali chiedono che la tutela dell’ambiente e della salute pubblica proceda di pari passo con la salvaguardia dell’occupazione e della capacità produttiva del polo siderurgico. The post L’Ilva è un pericolo per la salute, la Corte d’Appello: bonifica o deve chiudere appeared first on L'INDIPENDENTE.
July 28, 2026
L'INDIPENDENTE
Diciotto mesi dopo la sentenza Cedu. Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi?
A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con oggettività ciò che si sta facendo, […] L'articolo Diciotto mesi dopo la sentenza Cedu. Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi? su Contropiano.
July 28, 2026
Contropiano
Napoli. Divieto di balneazione sull’intero litorale sangiovannese, pericolo sanitario in vista
Ci risiamo: le acque di Pietrarsa sono tornate non balneabili, estendendo il divieto all’intero litorale sangiovannese. A vietare la balneazione è un’ordinanza del Sindaco di Napoli, emanata proprio nel giorno della festività del Patrono di San Giovanni a Teduccio. Come è noto, la tradizione vuole che la statua del santo […] L'articolo Napoli. Divieto di balneazione sull’intero litorale sangiovannese, pericolo sanitario in vista su Contropiano.
June 26, 2026
Contropiano
Il fallimento dello Stato italiano: tre casi sotto gli occhi
I braccianti bruciati vivi; due famiglie sotto i riflettori (e con le istituzioni in tilt); e la vicenda dei morti per inquinamento industriale: Savona, Taranto e la provincia di Alessandria sono le “primatiste”. Riprendiamo due articoli di Umberto Franchi   PRIMO EPISODIO: STRAGE DEI BRACCIANTI. CHI SONO GLI ASSASSINI ?   In galera  ci sono i due caporali esecutori dei