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Milano, il mattone e l’inclusione: i rom devono andarsene, gli interessi immobiliari possono restare
A Milano ci sono case che esistono da oltre vent’anni ma devono scomparire e case che esistono soltanto nei progetti, ma hanno già un posto nel futuro della città. Le prime appartengono ai rom del Villaggio delle Rose a Chiesa Rossa. Le seconde compaiono nei progetti immobiliari intorno a Cascina Basmetto, poco distante. Mettere queste due storie una accanto all’altra permette di guardare la vicenda di Chiesa Rossa da un’angolazione rimasta fuori dal dibattito. Il Villaggio delle Rose è un insediamento autorizzato e allestito dal Comune. Le famiglie hanno acquistato le proprie abitazioni prefabbricate, le hanno sistemate, ci hanno cresciuto figli e nipoti. Quando, nel dicembre 2024, l’amministrazione ha deciso il «superamento» del campo, gli abitanti hanno proposto una cooperativa a proprietà indivisa: mettere in comune le case, assumersi la gestione del villaggio, realizzare gli adeguamenti necessari con risorse proprie. Sessantatré famiglie hanno formalizzato il proprio interesse. È stato coinvolto l’architetto Giovanni La Varra, è stato elaborato un progetto e sono stati raccolti fondi. Festa di compleanno al Villaggio delle Rose Una proposta che prende sul serio proprio l’obiettivo dichiarato dal Comune: superare il campo. Trasformare un luogo amministrato come un problema sociale in una comunità che governa il proprio abitare. Il Comune ha aperto il confronto. Poi il percorso si è arenato sulla questione ambientale. La presenza di contaminanti nel sottosuolo è stata presentata come ragione per sgomberare l’intera area, ma nella risposta ricevuta dalla comunità, ARPA ha chiarito che non esiste un divieto generale di effettuare la caratterizzazione in presenza di persone, purché siano garantite le condizioni di sicurezza. Bisogna dunque stabilire come eseguire le indagini e quali precauzioni adottare. L’obbligo tecnico di mandare via tutti non esiste. Gli abitanti chiedono di conoscere i dati prima di perdere le case. Fare la caratterizzazione, valutare il rischio, capire se e dove occorra intervenire, riprendere il progetto della cooperativa sulla base dei risultati. Nel frattempo, il Comune assegna con insistenza 60 alloggi temporanei a famiglie che un’abitazione la possiedono già. In una città attraversata dall’emergenza abitativa, con quasi 500 famiglie in attesa di un alloggio SAT, anche questa scelta merita una spiegazione. Nel racconto pubblico tornano criminalità, degrado, bambini che non vanno a scuola. Gli episodi di criminalità vanno affrontati individuando i responsabili. È folle pensare che un criminale smetta di essere criminale se lo si mette in una casa popolare. Le difficoltà scolastiche vanno ricostruite insieme alla soppressione dello scuolabus, alle richieste delle famiglie di ripristinarlo e ai molti progetti inutili e strafinanziati negli anni, che sono serviti a tutti meno che ai bambini e ai genitori. Le condizioni ambientali vanno lette anche attraverso le denunce formali degli abitanti contro gli sversamenti intorno al campo commessi da quelli che arrivano da fuori e i solleciti per ottenere interventi sulle fogne. La storia documentata del Villaggio contiene tutto questo. Ridurla a quelle poche parole d’ordine, oltre a esprimere razzismo, rende più facile sgomberare e più difficile capire. Poi c’è il territorio intorno. Lo studio AG&P pubblica un progetto del 2011 intitolato «Urbanizzazioni Cascina Basmetto»: superficie indicata di 30.000 metri quadrati, cliente URBAM, progetto architettonico di Dante O. Benini & Partners. Nel 2017 l’Associazione per il Parco Sud Milano descriveva una proposta della cooperativa CMB da 435 appartamenti in edifici di sette piani. Sono documenti di una lunga vicenda progettuale, non la prova di un cantiere imminente, ma l’interesse a costruire in quella zona ha nomi, numeri e una storia. E ha una cornice urbanistica. Il PA4 Basmetto prevede diritti edificatori e ne disciplina l’utilizzo, consentendo anche il trasferimento parziale in altre aree della città. Le modifiche del 2019 hanno introdotto tutele e possibilità di diversa localizzazione, senza cancellare quei diritti. Nella proposta comunale per il superamento di Chiesa Rossa compare, inoltre, una formula che merita attenzione: «mancata valorizzazione delle proprietà comunali». Il patrimonio e il suo valore fanno dunque parte delle motivazioni scritte dall’amministrazione. Non abbiamo documenti che dimostrino che lo sgombero sia stato deciso per favorire un operatore immobiliare. Abbiamo però elementi sufficienti per porre una questione: quali interessi economici possono beneficiare della scomparsa del Villaggio? Non occorre costruire sulle sue case. Se la presenza rom viene considerata un ostacolo alla vendita delle abitazioni vicine, il pregiudizio può diventare un vantaggio economico per chi riesce ad allontanarla. A Chiesa Rossa le famiglie rischiano di perdere un patrimonio reale: case acquistate, risparmi investiti, relazioni costruite. Intorno a Cascina Basmetto esiste una prospettiva di valorizzazione immobiliare. Prima di chiamare tutto questo «inclusione», sarebbe necessario spiegare quale valore si vuole proteggere, quale si accetta di distruggere e a beneficio di chi. Redazione Milano
October 22, 2026
Pressenza
Oltre 25.000 tarantini in corteo dicono No alla produzione inquinante di acciaio
Abbiamo pianto. Abbiamo pianto tutti, probabilmente in momenti diversi, durante i tre chilometri di corteo che separano Piazzale Democrate da Piazza Maria Immacolata. Lacrime di commozione, talune di gioia, altre di dolore. Sabato 17 ottobre Taranto era in strada, dietro uno striscione che dice tanto della nostra lotta: “Ci avete tolto tanto, ci riprenderemo tutto!” Tra le altre cose tolte, la visibilità: nel silenzio dei media nazionali (tranne due eccezioni), abbiamo gridato, una volta ancora, il nostro desiderio di voltare pagina rispetto a quel catorcio inquinante che continuano a chiamare fabbrica, con una spropositata dose di spudoratezza. Non sappiamo cosa ci sia dietro l’accanimento terapeutico a tenere in vita un siderurgico cerebralmente morto già alcuni anni fa, che ha generato dolore, malattie e morti: dati sconvolgenti se messi a confronto con l’incidenza di tutte le patologie da fonti inquinanti della regione. Quello che sappiamo è che a Genova non andò così nel 2005 e le “mamme di Cornigliano” trovarono il sostegno dei sindacati e delle istituzioni locali per far chiudere l’area a caldo che fu spostata a Taranto, raddoppiando inquinamento e capacità produttiva del polo siderurgico jonico. Sui sindacati confederali (+Usb) tarantini ci sarà modo e tempo di commissionare uno studio socio-antropologico approfondito che aiuterà a comprenderne obiettivi e valori di base, se la vita dei propri iscritti non vale il lavoro che difendono, ma la manifestazione di sabato è stata un momento di luce. Abbiamo l’obbligo di portare la lente sulla pacifica, coreografica, gioiosa onda del futuro che ha sommerso e continuerà a sommergere il buio che pure ha provato ad avvolgerci, per qualche periodo. La pressione della società civile, che prima d’ora aveva raggiunto punte altissime nel 2012, qui in Puglia non era riuscita a far chiudere i cancelli del “mostro”, come usiamo chiamare uno dei più grandi sterminatori di esseri viventi costruito da mano umana. Tra le 25 e le 30mila persone hanno camminato lente ed è stato bello rivedere volti cari con accanto figlie e figli adolescenti che il 15 dicembre del 2012 avevamo nei passeggini o tenuti stretti per mano; ragazze e ragazzi con il volto colorato con le tinte dell’arcobaleno o d’azzurro, com’è il nostro cielo anche ora che il catorcio è semispento. Alcune ragazze hanno scritto con il rossetto su una guancia ‘Ilva is’ e sull’altra ‘a KILLER’: uno dei due slogan più urlati dalla fiumana umana, che prima ancora che partisse il corteo aveva dovuto riversarsi sul “ponte di pietra”, uno dei due passaggi per la città vecchia di Taranto, che vive su un’isola. La città continuava a scendere in strada e Piazzale Democrate non bastava più: occorreva occupare la prima parte del percorso della manifestazione. Decine di croci bianche erano visibili da lontano, perché erano sul punto più alto del ponte: avevano nomi al posto di INRI e foto di bambini al posto del Cristo. Tutti bambine e bambini morti: i morti nostri! I loro nomi, quelli di coloro che avrebbero potuto fare e non hanno fatto – come recita un’iscrizione su marmo sotto la finestra di Peppino Corisi, morto di cancro ai Tamburi – sono stati abbondantemente ricordati durante il corteo. Il furgoncino apripista, su cui erano posizionate due grosse casse acustiche, era appena sceso dal ponte di pietra sulle note di “Live is life” svoltando a destra per il litorale alto dell’isola – che a Taranto chiamiamo “la ringhiera” – quando ha dovuto silenziare la musica: dal corteo si è alzato impetuoso l’inno di lotta di questi quattordici anni, “Taranto libera.” Braccia al cielo e cuori palpitanti: ognuno ha trovato vicino un compagno di lotta da abbracciare, sussurrando nell’orecchio “Ci siamo! È arrivato il nostro momento”. I ragazzi hanno pianto di gioia, perché a loro tocca salire sull’altare senza i tormenti e le ferite delle battaglie perse; le mamme con le croci in mano hanno pianto il destino infame, perché a loro hanno squartato il cuore in due; tutti gli altri hanno pianto di commozione per tutte le pietre su cui abbiamo inciampato, perché la strada è stata lunga e vigliacca. Tanti anziani erano alle finestre, agitavano fazzoletti bianchi, salutavano o mandavano baci ai nipoti in corteo. Un uomo sugli ottanta ha urlato: “Siamo vecchi, ma camminiamo sulle vostre gambe: portateci lontano!” Dalla marea di umanità si è staccata una ragazza che gli ha fatto un inchino e poi con un megafono in miniatura, tirato fuori chissà da dove, gli ha risposto: “Se siamo qui è perché ci avete insegnato come si combatte per il bene di tutti: grazie, nonno di tutti noi!” La città vecchia era oramai alle spalle e con lei il ponte girevole, buono per farci gonfiare il petto: i droni dei cineoperatori hanno ripreso per più di venti minuti il serpentone umano che entrava nel Borgo di Taranto. Il furgoncino capofila sparava con tutti i decibel concessi dalle casse “La mia terra” di Antonio Diodato, che era tra i manifestanti e si destreggiava tra un’intervista e l’altra. Si è cantato con una sola voce: “Per questa terra faremo la guerra e questa terra non avrà più pace se non nella guerra (…) Non si è mai spezzato questo sogno fatato che ci tiene legati con tutto l’amore alla terra che non abbiamo difeso e ora è un campo minato su cui crescono fiori bellissimi”. A poche ore dal pronunciamento finale della Corte di Cassazione sulla chiusura definitiva dell’area a caldo dell’ex-Ilva, quello che un’intera città ha voluto raccontare è che il futuro, dopo essere stata zona di sacrificio – come la definì David Boyd, relatore delle Nazioni Unite – non può essere deciso sui tavoli della politica, che già farnetica di navi rigassificatrici, dri, aree a caldo 2.0, ma va deciso dal basso, nelle strade della città, nei comitati, nelle piazze partecipate. E quindi stavolta il futuro lo decidiamo noi!   Mimmo Laghezza
October 20, 2026
Pressenza
Furundulla 342- Nooo…bel colpo…
…Navi Pillay non è in buona compagnia ma… di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) “Se applaudite un po’ più forte” Telemorte “La Corte Penale Internazionale? Penalizziamola internazionalmente!” Mondo pacco     L’origine del nome dato alla rubrica Furundulla: hastagasa La Furundulla precedente:
October 15, 2026
La Bottega del Barbieri
Furundulla 341-Lupi vestiti da agnelli…
…agnelli vestiti da lupi di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Cess…. Francesco     Avevo già inserito una Furundulla pensando a questo 800° anniversario, nella furundulla  312, purtroppo la diffida non ha funzionato, hanno certi avvocati che non bastano neanche
Lavori nell’aeroporto di Venegono (Varese), la protesta dei cittadini
Non un mero intervento di adeguamento tecnico né un’ordinaria manutenzione, ma una profonda trasformazione territoriale e geopolitica destinata a modificare l’equilibrio della Piana di Venegono. È la posizione netta emersa durante il partecipato incontro pubblico promosso dal Comitato spontaneo “Meno Pista Più Paesaggio e Pace”, nato per chiedere trasparenza e partecipazione sulle decisioni relative ai lavori nell’area aeroportuale di Venegono. La presenza attenta di una cinquantina di cittadini lascia ben sperare gli organizzatori. Nel mirino dei cittadini e dei promotori dell’iniziativa c’è il cantiere commissionato da Leonardo Spa e autorizzato dal Comune tramite una Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA) per manutenzione straordinaria: un’opera da circa 2 milioni di euro che prevede la realizzazione di una zona di overrun (un’area di sicurezza di 180 metri a nord della via De Gasperi nel caso la corsa dei velivoli superi la pista esistente), lo spostamento della struttura LOC (per la guida coassiale alla pista), delle antenne ILS (utilizzate per l’atterraggio strumentale) oltre la pista di overrun e il posizionamento di una barriera d’arresto sulla pista già esistente. Ad aprire la serata è stato Fabio Mattiuzzo, progettista ed esperto di Architettura del Paesaggio, che ha ricostruito le tappe dell’iniziativa fin dai primi movimenti di bonifica riscontrati a marzo 2026. Un’alterazione del suolo agricolo «Sappiamo perfettamente che tecnicamente non si tratta di un prolungamento della lunghezza nominale di decollo, ma non vogliamo giocare con le parole. Nei fatti assistiamo a un netto aumento del suolo artificializzato. Un pezzo di prato stabile, storicamente agricolo e a uso pubblico, viene sbancato, consolidato con uno spesso strato di pietrisco e recintato per diventare un’infrastruttura a servizio dei velivoli» ha denunciato Mattiuzzo. In effetti, le opere realizzate non possono essere considerate un normale intervento di manutenzione straordinaria, autorizzabili con SCIA, perché modificano in modo permanente la superficie e l’idrogeologia di quello che era un terreno agricolo. Mattiuzzo ha evidenziato diverse presunte criticità urbanistiche e procedurali: * Vincoli di PGT: L’area interessata risulta classificata come agricola (C1) nel PGT vigente, senza che sia stata adottata alcuna variante urbanistica preventiva. * Assenza di VIA: Non è stata attivata la procedura di verifica di assoggettabilità a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), obbligatoria per legge quando le modifiche comportano consumo di suolo inedificato o alterazione dello stato dei luoghi. * Classificazione paesaggistica anomala: L’area gode della sensibilità paesistica minima nel PGT (livello 1), in forte contrasto con l’ampio valore panoramico e naturalistico della Piana. Il passaggio al Demanio Civile e i nodi militari L’analisi dell’operazione si è poi allargata al contesto industriale e militare con l’intervento di Elio Pagani, presidente dell’associazione Abbasso la guerra OdV. Pagani ha ripercorso il passaggio dell’infrastruttura dal Demanio Militare a quello Civile (formalizzato nell’agosto 2024), spiegando il paradosso normativo che ne è derivato. Con la dismissione militare, l’aeroporto è passato sotto la giurisdizione dell’ENAC, perdendo le deroghe di sicurezza militari. L’adeguamento della pista è diventato così un “atto dovuto” per la normativa civile ICAO. Tuttavia, le relazioni tecniche indicano che le opere rispondono agli standard necessari per testare i velivoli ad alte prestazioni e di nuova produzione di Leonardo (come l’addestratore M346 e la sua versione armata). «Il passaggio al civile, in una situazione di crescente importanza militare dell’aeroporto, è servito di fatto a favorire le esigenze industriali e i test di volo della società, deresponsabilizzando le istituzioni locali e limitando il dibattito pubblico» ha dichiarato Pagani. Inquinamento, rischi e democrazia negata La critica alla gestione politica della vicenda si è inasprita con l’intervento di Carlo Incarbone, ripreso anche da altri del Comitato. Incarbone ha sottolineato le profonde ripercussioni concrete sulla quotidianità dei residenti: il peggioramento della vivibilità a causa del rumore e dell’inquinamento, le modifiche alla viabilità locale e il nodo della sicurezza. «Perché non siamo stati consultati di fronte a scelte così complesse e pareri discordi? Perché si è lasciato che prevalesse l’interesse del più forte, rompendo anche quella storica linea di fermezza e collaborazione che ha sempre caratterizzato i nostri Comuni? Si sarebbe potuta garantire la sicurezza semplicemente mantenendo le attività nei limiti attuali, senza espandersi a scapito del territorio verde». Giorgio Gallo ha posto l’accento sulla necessità di applicare il principio di precauzione su una struttura direttamente legata alla filiera degli armamenti: * Rischio di incidenti rilevanti: L’infrastruttura rappresenta un «obiettivo sensibile» e richiede un aggiornamento urgente dei Piani aziendali e di Protezione Civile per comprendere i nuovi scenari di rischio. * Valutazione d’Impatto Sanitario (VIS): È stata lanciata la proposta di attivare una VIS su area vasta per stimare gli effetti a lungo termine di emissioni e rumori, ipotizzando anche l’istituzione di un fondo fidejussorio a garanzia di eventuali ripristini ambientali. * Peso sociale delle multinazionali: È stata denunciata la difficoltà dei decisori pubblici nel mantenersi immuni dalle pressioni dei grandi gruppi industriali, richiamando l’esigenza di non “svendere” i servizi ecosistemici del territorio in cambio di compensazioni irrisorie. La sintesi e la svolta legale: depositato un esposto-diffida In chiusura, Carlo Benedusi e Roberto Restelli hanno tirato le fila dell’incontro, riassumendo la posizione del comitato su tre pilastri fondamentali: la mancanza di informazione e trasparenza da parte dell’Amministrazione, le gravi implicazioni ambientali e sanitarie, e la battaglia etica per la pace e contro la rassegnazione di fronte alla “logica di guerra”, per uscire dalla “gabbia bellica”. Schematizzando, i tre pilastri della protesta sono: 1. TRASPARENZA: Mancato coinvolgimento dei cittadini e dubbi sulle procedure amministrative (SCIA anziché Variante e VIA). 2. AMBIENTE E SALUTE: Consumo di suolo agricolo, rumore, inquinamento e richiesta di una Valutazione di Impatto Sanitario (VIS). 3. ETICA E SICUREZZA: Opposizione all’asservimento del territorio all’industria bellica e aggiornamento dei Piani di Sicurezza. La mobilitazione non si fermerà alle sole serate informative. Il comitato ha infatti annunciato di aver già depositato un esposto-diffida in Comune. L’obiettivo dichiarato non è lo scontro frontale, ma spingere l’Amministrazione a prendere atto dei punti d’ombra procedurali, sospendere i lavori e riaprire un tavolo di confronto pubblico ed etico alla luce del sole. Abbasso la Guerra
October 7, 2026
Pressenza
Data center in terra e nello spazio
La proliferazione incontrollata dei data center per l’intelligenza artificiale, in Italia e nel resto del mondo, sta creando grande preoccupazione per il loro insostenibile impatto ambientale: sono infrastrutture estremamente energivore, grandi consumatrici di acqua e di suolo, potenti generatrici di isole di calore, nonché in grado di degradare fortemente il territorio urbano o periurbano in cui vengono create. Esistono però dei progetti alternativi e paralleli, ancora sconosciuti al grande pubblico e credo anche ai politici nostrani, che prevedono di posizionare i data center nello spazio circumterrestre eliminando, almeno sulla carta, alcuni dei problemi succitati, come la “fame” energetica, in quanto sfrutterebbero l’inesauribile energia solare e il consumo di acqua perché il calore verrebbe disperso nel vuoto spaziale. Quindi, a una analisi superficiale, questi progetti sembrerebbero valide alternative ai Data Center “terrestri”. Ma è solo un’illusione. Fra i diversi progetti in corso di sviluppo, il più importante (e inquietante) è quello di SpaceX di Elon Musk (tanto per cambiare), denominato StarMind, che prevede il lancio in orbita fino ad 1 milione di data center. Un tale numero di satelliti orbitali non consumerebbe suolo, ma spazio orbitale, aggravando il già serio problema del sovraffollamento nelle orbite e la conseguente preoccupazione per la cosiddetta sindrome di Kessler: più oggetti si trovano in orbita, più aumenta il rischio di collisioni, le quali comportano la creazione di numerosi detriti secondari che a loro volta aumentano il rischio di collisioni… Sarebbe un processo esponenziale che oltre una certa soglia renderebbe le orbite inutilizzabili. Già oggi tutti i satelliti in orbita bassa o medio-bassa sono costretti ad effettuare parecchie manovre al giorno per evitare scontri con altri satelliti, ma non riescono a vedere i detriti di piccole o piccolissime dimensioni. Comunque, la prima generazione di Space Data Center, denominata AI1, consisterà in satelliti imponenti, 4 tonnellate di peso, struttura centrale di 30 metri di lunghezza e apertura “alare” di 75 metri con i pannelli solari dispiegati. Non si tratta di un progetto futuribile; è già in fase operativa, poiché le autorizzazioni sono già state richieste agli enti statunitensi FAA (Federal Aviation Administration, che rilascia i permessi per i lanci spaziali commerciali), FCC (Federal Communications Commission, che rilascia i permessi di occupazione delle frequenze) e NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration, che autorizza il telerilevamento spaziale). Non c’è da illudersi che tali enti mettano dei freni a questi folli progetti, come dovrebbero e come facevano, poiché Trump li ha ridimensionati e “convinti” a essere molto più elastici rispetto al passato. Inoltre è in costruzione un’apposita fabbrica in Texas, la Bastrop Gigasat Factory, per la produzione di questi satelliti. I primi prototipi sono previsti per il 2027, la produzione in serie a fine 2027 e il lancio sempre nel 2027. Non c’è ancora una data ufficiale per il dispiegamento completo di questo milione di satelliti, ma si parla dei prossimi anni. Al momento la timeline sembra essere la seguente: * 2027: lancio dei primi prototipi di test. * 2028-2030: lanci sempre più frequenti e prime applicazioni commerciali. * 2030-2037: dispiegamento completo. Per lanciare un milione di satelliti in così pochi anni, SpaceX dovrà utilizzare il suo nuovissimo e gigantesco razzo StarShip V3 interamente riutilizzabile, in avanzata fase di sviluppo, in grado di trasportare 60-80 data center per lancio (in configurazione ripiegata). Si renderanno necessari tra i 10.000 e 20.000 lanci in 10 anni (4-6 lanci al giorno per 10 anni ininterrottamente). Tutto dipenderà dall’effettiva funzionalità dimostrata dai primi prototipi. Questi data center spaziali non comunicheranno direttamente con il suolo, ma sfrutteranno la costellazione satellitare StarLink, sempre di SpaceX, che attualmente consta in circa 10.000 satelliti in orbita, con permessi già acquisiti per arrivare a 42.000. I data center orbitali avranno bisogno della prossima generazione V3, i cui permessi di lancio sono in via di acquisizione, che prevede una costellazione di ben 100.000 satelliti da 2 tonnellate e 60 metri di apertura, anch’essi lanciati da StarShip. I primi 26 prototipi sono già in orbita. Attualmente c’è una sola rampa di lancio operativa per il razzo StarShip e si trova a StarBase Boca Chica, in Texas, a brevissima distanza dal confine messicano. StarBase non è solo una base spaziale, ma grazie ai maneggi di Elon Musk è diventata un vero e proprio Comune a sé stante con tanto di sindaco, il che garantisce molta più autonomia gestionale e riservatezza. Le associazioni ambientaliste locali tentano di arginare lo strapotere di SpaceX per limitare l’impatto ambientale delle sue attività, ma è una lotta impari. Una seconda rampa è in costruzione nella stessa StarBase, altre tre lo sono a Cape Canaveral in Florida, altre due a Vandenberg in California e altre 10 lo saranno prossimamente in Louisiana, nell’oasi naturistica di Vermillion Parish. Tutte queste rampe saranno indispensabili per sostenere i ritmi di lancio previsti e probabilmente ne occorreranno delle altre. Da tenere inoltre presente che le costellazioni non saranno mai completate perché i satelliti saranno periodicamente sostituiti per obsolescenza, per guasti o per collisioni spaziali. L’inquinamento causato da tutto questo traffico spaziale sarà mostruoso. Ad ogni lancio StarShip brucia 3.650 tonnellate di ossigeno liquido e 1.600 tonnellate di metano liquido, generando 2.700-3.500 tonnellate di CO2, che diventano 3.900-15.800 a seconda del tipo di energia utilizzata per liquefare i combustibili e per far funzionare tutte le infrastrutture di terra. Equivale a 17-20 voli di linea intercontinentali andata e ritorno. Inoltre tutti questi satelliti saranno in orbita bassa o quasi bassa, e quindi, a causa dell’attrito atmosferico residuale, destinati comunque a rientrare in atmosfera nel giro di 5- 15 anni, in funzione dell’altezza dell’orbita e dell’attività solare o perché si decide semplicemente di rottamarli. Quando un satellite rientra nell’atmosfera brucia completamente (o quasi, a seconda delle sue dimensioni) nella mesosfera, tra i 50-80 km di altezza, rilasciando un finissimo particolato composto soprattutto di metalli pesanti, che resta a quelle quote perché non vi sono meccanismi naturali di rimozione. Si tratta di una nuova forma di inquinamento (già presente), ma le cui conseguenze sono del tutto ignote. Fa scuola il problema del buco dell’ozono, di cui ci si è accorti quando si era già formato. Che impatto avrà questo tipo di inquinamento con l’abnorme numero di lanci e di satelliti del futuro prossimo nessuno è in grado di dirlo. Speriamo almeno di accorgercene in tempo. Si tenga presente che dal 1957, lancio del primo satellite, lo Sputnik1, al 2017 sono stati lanciati “solo” circa 8.300 satelliti in totale da parte di tutte le nazioni del mondo messe insieme. Attualmente SpaceX, che è un’azienda privata, possiede più satelliti (circa 10.000) del totale delle nazioni del pianeta ed è in grado di condizionare le comunicazioni strategiche di Paesi sovrani, come la guerra in Ucraina ha dimostrato. Se il progetto StarMind decollerà, SpaceX avrà un monopolio di fatto sull’intelligenza artificiale e sulle comunicazioni globali, tenendo sotto scacco intere nazioni. Tutto quanto sopra riguarda SpaceX, ma molti altri soggetti stanno percorrendo la stessa strada: le Big Tech in primis (Amazon, Google, Apple, etc..) nonché la potenze statali, Cina, Russia, anche se attualmente frenata dalla guerra in Ucraina e a grande distanza anche l’Europa. Nessuno vuole rinunciare all’orgia tecnologica. Infine, un impatto molto forte si avrà nei confronti delle comunità degli astronomi e degli astrofili, i quali avranno molta difficoltà ad effettuare osservazioni di cielo profondo perché la volta celeste sarà disturbata, molto di più di quanto lo sia attualmente, dalle scie luminose di queste miriadi di satelliti. Oltre al danno, anche la beffa: potrebbe succedere che, se i data center spaziali prenderanno piede, quelli terrestri potrebbero diventare obsoleti più rapidamente di come stanno crescendo, lasciando i territori devastati da cattedrali tecnologiche abbandonate.   Ovidio Scarpulla
October 5, 2026
Pressenza
Colleferro (RM). L’Hyperscale Data Center è una nuova fabbrica della guerra invisibile
Ci è stato raccontato che il bando internazionale promosso dal Comune di Colleferro per l’attrazione di investimenti legati ai Data Center e ai Supercomputer, è “parte di una strategia di sviluppo orientata all’innovazione tecnologica” e ospitare un mega Data Center Hyperscale da 150 Megawatt (MW), non è altro che il […] L'articolo Colleferro (RM). L’Hyperscale Data Center è una nuova fabbrica della guerra invisibile su Contropiano.
October 2, 2026
Contropiano
Crescono le rivolte contro i data center dell’AI
 Il conflitto sui data center sta ormai cambiando natura: non riguarda più soltanto gruppi ambientalisti o singoli comitati locali, ma mette in discussione il rapporto tra intelligenza artificiale, infrastrutture fisiche e comunità che devono ospitarle. Le ragioni sono molte, ma semplici. L’intelligenza artificiale appare immateriale: una domanda digitata, una risposta […] L'articolo Crescono le rivolte contro i data center dell’AI su Contropiano.
October 1, 2026
Contropiano
CHIARI (BS): OLTRE 144MILA TONNELLATE DI RIFIUTI SVERSATI SUI TERRENI AGRICOLI DI 8 COMUNI. SEQUESTRATO IMPIANTO A BIOGAS
Per la seconda volta in pochi mesi, un impianto a biogas a Chiari (BS) finisce sotto sequestro preventivo per “traffico illecito di rifiuti”. Era già accaduto a febbraio con un altro impianto del territorio. L’operazione si è svolta martedì 29 settembre e, dall’inchiesta, risulta siano state smaltite illecitamente oltre 144.000 tonnellate di rifiuti sui terreni agricoli di otto comuni siti tra Brescia e Bergamo. Sversamenti illeciti andati avanti per circa un triennio che, secondo l’accusa, avrebbero fruttato alla Green Energy di Chiari un profitto illecito di oltre 800mila euro, nonché causato una «concreta esposizione a rischio della pubblica incolumità e/o dell’integrità dell’ambiente»: si parla di concentrazioni di azoto sino a 4 volte superiore a quanto dichiarato. Non solo, secondo quanto emerge dall’indagine, i responsabili finiti sotto inchiesta avrebbero continuato ad operare nonostante controlli, notifiche ed avvisi. Per Legambiente questa nuova inchiesta “squarcia un velo, non solo sulle responsabilità penali dei gestori dell’impianto, che dovranno essere accertate dalla magistratura e in caso sanzionate, ma su un sistema malato, quello della agrozootecnia lombarda. Ben vengano gli accertamenti giudiziari, ma servono politiche per ricondurre l’intera filiera agrozootecnica lombarda sui binari della sostenibilità”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Giuseppe Ramera, presidente circolo di Legambiente “Chiari ambiente ovest bresciano aps” Ascolta o scarica
September 30, 2026
Radio Onda d`Urto
Taranto, dopo la sentenza il problema resta politico – di Franco Oriolo
La decisione assunta il 27 luglio dalla Corte d’Appello di Milano modifica profondamente lo scenario dell’ex Ilva. Dopo il rigetto dell’11 settembre della prima richiesta di sospensione, Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia hanno presentato una nuova istanza per rinviare lo stop dell’area a caldo. La Corte d’Appello la esaminerà il 30 settembre, [...]
September 30, 2026
Effimera