Roma Sud brucia, Roma Sud affoga nel cementoDomenica 26 luglio, poco dopo le 13:30, un vasto incendio si è sviluppato lungo
via Laurentina, nel tratto tra l’Eur e Tor Pagnotta, spinto dal vento e dalle
temperature altissime che da settimane mettono a dura prova la città. Le fiamme
hanno raggiunto in poco tempo il Grande Raccordo Anulare, obbligando alla
chiusura del tratto tra gli svincoli Laurentina e Pontina in entrambe le
direzioni, con code chilometriche e traffico paralizzato sotto il sole.
FUOCO, FUMO E DIOSSINA: L’EMERGENZA AMBIENTALE DEL MUNICIPIO IX
Il giorno dopo, lunedì 27, un secondo fronte ha interessato un terreno in cui si
sospetta la presenza di rifiuti interrati, complicando ulteriormente le
operazioni di bonifica dell’area. Non ci sono dubbi sulla natura dolosa dei
roghi, in una stagione che, secondo i dati forniti dalla Protezione civile del
Lazio, ha già fatto contare centinaia di incendi nella regione dalla metà di
giugno, molti dei quali di tipo boschivo.
A distanza di qualche giorno arriva il dato più preoccupante: il campionatore
installato dall’ARPA Lazio lungo via Laurentina ha misurato, tra il 27 e il 28
luglio, una concentrazione di diossine pari a 0,39 picogrammi per metro cubo,
superiore alla soglia di 0,3 pg/m³ che la stessa agenzia regionale indica come
segnale della presenza di una fonte emissiva localizzata, riconducibile alla
combustione del rogo. Sono ancora in corso le verifiche di laboratorio su
benzo(a)pirene e policlorobifenili.
> Per giorni i residenti delle zone limitrofe – Vallerano, Castel di Leva,
> Spinaceto, Torrino – hanno segnalato un odore acre persistente, mal di gola,
> mal di testa e nausea, ricevendo dal Comune l’indicazione di tenere le
> finestre chiuse e lavare accuratamente frutta e verdura coltivate in zona.
Consiglieri comunali e municipali hanno chiesto interventi urgenti a tutela
della salute pubblica, ma la lentezza della risposta istituzionale nei giorni
successivi al rogo si è fatta sentire forte e chiara. Una gestione
dell’emergenza che si intreccia con un problema più strutturale: la manutenzione
insufficiente delle aree verdi e incolte di questo quadrante, terreno ideale per
la rapida propagazione delle fiamme.
IL QUARTIERE DORMITORIO CHE NON DOVEVA ESSERE: LA CEMENTIFICAZIONE DI FONTE
LAURENTINA
Quello che brucia non è un’area marginale e disabitata, ma il cuore di uno dei
processi di espansione edilizia più intensi degli ultimi vent’anni a Roma sud.
Fonte Laurentina nasce all’interno di un piano di zona, sul terreno dell’antica
tenuta di Tor Pagnotta, e prende il nome da una sorgente di acque minerali
chiusa nel 2004 per inquinamento dovuto a infiltrazioni fognarie: quella
sorgente, con un paradosso che racconta bene il rapporto tra Roma e il suo
territorio, è oggi ricoperta di cemento e trasformata nel parcheggio di un
centro commerciale, proprio davanti agli edifici residenziali.
> Pensato come quartiere modello, capace di offrire servizi e spazi comuni, si è
> trasformato – secondo le denunce ripetute negli anni dal comitato di quartiere
> e dagli stessi residenti – in un “quartiere dormitorio”: palazzine costruite
> in sequenza senza che venissero mai completati i servizi pubblici né gli spazi
> di aggregazione previsti nei piani originari, mentre i casali storici
> dell’Agro romano, che avrebbero potuto diventare luoghi di cultura e
> socialità, restano da anni in stato di abbandono.
Non è un caso isolato. Pochi chilometri più a nord, il quartiere Laurentino
racconta da decenni una parabola simile: un progetto urbanistico di grande
scala, pensato negli anni Settanta per ospitare decine di migliaia di persone,
che non è mai riuscito a dotarsi dei servizi collettivi previsti nel progetto
originario ed è diventato, anch’esso, sinonimo di periferia dormitorio e di
abbandono istituzionale. È lo schema che si ripete in tutta la fascia sud della
città: costruire prima, e spesso mai dotare il territorio delle infrastrutture
necessarie a sostenerlo.
BLACKOUT E RETI AL COLLASSO: QUANDO IL CEMENTO SUPERA LA CAPACITÀ DELLA CITTÀ
La stessa logica di crescita senza pianificazione si misura oggi anche sul
fronte energetico. Da settimane Roma è alle prese con blackout diffusi in più
zone della città, aggravati dal caldo eccezionale e dal conseguente aumento dei
consumi per il condizionamento: la rete gestita da Areti ha più volte toccato i
propri picchi massimi di potenza immessa, con centinaia di squadre tecniche
impegnate a fronteggiare guasti che si susseguono senza sosta.
> Cabine elettriche datate e cavi sotterranei, surriscaldati dal calore
> accumulato nel sottosuolo, cedono uno dopo l’altro, lasciando interi palazzi
> senza corrente per ore: cibo che va perso nei frigoriferi, ascensori bloccati,
> difficoltà per gli anziani, semafori spenti. Le segnalazioni sono arrivate da
> diversi quadranti della città, dal centro alla periferia, comprese le zone di
> Roma sud.
Diffusione crescente di condizionatori, aumento delle colonnine di ricarica per
veicoli elettrici ma soprattutto costruzione di decine di nuove abitazioni sono
i principali fattori di stress su una rete infrastrutturale mai davvero adeguata
alla crescita edilizia degli ultimi decenni. È qui che il cortocircuito si
chiude: quartieri come Fonte Laurentina e i suoi dintorni sono cresciuti senza
che venissero potenziati, di pari passo, gli impianti e le reti chiamate a
sostenerli. Il risultato è una città che aumenta i propri volumi edilizi senza
aumentare, nella stessa proporzione, la capacità reale di reggerli – né sul
piano ambientale, né su quello dei servizi essenziali.
Un esempio recente di questa dinamica arriva proprio dal quartiere Papillo, in
via Giorgio Vigolo, dove da anni è in corso un processo di trasformazione
edilizia che i residenti raccontano come emblematico di questo modello di
sviluppo.
IL CASO PAPILLO: UN CANTIERE INFINITO TRA CEMENTO E ASSENZA DI SERVIZI
Lì dove, secondo il progetto originario, avrebbero dovuto sorgere degli spazi
polisportivi, oggi si erge un serpentone di oltre 130mila metri cubi di cemento.
Gli abitanti denunciano un cantiere aperto ormai da anni, la sostituzione quasi
integrale del verde con superfici cementificate che raggiungono quasi il 100%
della totalità del lotto, disagi quotidiani legati a polveri sottili e rumore e
lamentano che l’ennesimo grande volume edilizio si aggiunga a una rete di
servizi – dall’illuminazione alla fornitura elettrica – che nello stesso
quartiere ha già mostrato in passato segni di cedimento.
Negli anni i residenti hanno presentato numerose segnalazioni relative alla
sicurezza del cantiere, denunciando la presenza di operai visti lavorare privi
delle dotazioni di protezione individuale, in bilico su semplici tavole di legno
a diversi metri di altezza. Ricorrenti anche le proteste per il mancato rispetto
degli orari consentiti per i lavori rumorosi, oltre alle critiche sull’impatto
estetico del complesso, giudicato dagli abitanti fuori scala e in evidente
contrasto con lo stile delle altre costruzioni della zona. A oggi, secondo
quanto riferito dai residenti, una parte del comprensorio risulta parzialmente
abitata dopo un ritardo nella consegna di oltre diciotto mesi rispetto ai tempi
previsti, mentre l’altra metà del complesso è ancora un cantiere aperto.
Il complesso residenziale c’è. I servizi previsti da regolamento no. Secondo la
normativa regionale sull’urbanizzazione secondaria, ogni costruttore privato è
obbligato a fornire servizi collettivi di quartiere a causa dell’allargamento
della domanda futura di infrastrutture: asili e scuole dell’obbligo, mercati di
quartiere, presidi socio sanitari, parchi pubblici.
> Nel quartiere, che potremmo definire senza errori, “quartiere fantasma” sono
> assenti le più basilari strutture. Non c’è infatti un supermercato, un
> tabaccaio, un mercato, un luogo di ritrovo. Dal 2006, anno di costruzione del
> primo lotto abitativo, è stata costruita una sola scuola primaria e il
> quartiere è collegato esclusivamente da una linea bus, definita dai residenti
> «ai limiti del tollerabile».
Inoltre, Secondo il Regolamento edilizio di Roma Capitale sulla Sostenibilità,
nei lotti liberi ogetto di nuova costruzione è richiesta al costruttore una
quota minima di superficie permeabile non inferiore al 50% e l’inserimento di
alberi per mitigare le isole di calore. Allo stato attuale niente di tutto
questo è stato fatto per la collettività, ma molto è stato fatto per il profitto
privato.
Si tratta di un vissuto locale, riportato dai comitati di quartiere e dagli
stessi residenti, che meriterebbe verifiche puntuali da parte degli enti
competenti – a partire dalla direzione lavori e dagli organi di vigilanza sulla
sicurezza nei cantieri. Se confermato nei suoi dettagli, il caso Papillo
rappresenterebbe un ulteriore tassello dello stesso modello di sviluppo urbano
già visto a Fonte Laurentina e al Laurentino, in cui il cemento cresce più
velocemente dei servizi, della sicurezza e della cura del territorio.
UN UNICO PROBLEMA: IL TERRITORIO SACRIFICATO AGLI INTERESSI PRIVATI
Incendi, cementificazione e blackout non sono tre emergenze separate, ma tre
facce dello stesso fallimento nel governo del territorio. Per anni le
amministrazioni che si sono succedute a Roma hanno autorizzato la costruzione in
aree agricole e semi-naturali dell’Agro romano, spesso a ridosso di terreni
incolti o boschivi che oggi si rivelano tra i più esposti al rischio di
incendio, anche a causa di una carente manutenzione ordinaria del poco verde
esistente.
> Ogni nuova lottizzazione riduce gli spazi naturali che fungono da cuscinetto
> ecologico, mentre aumenta il carico su reti idriche, elettriche e di trasporto
> pensate per una città più piccola.
Il cambiamento climatico non fa che amplificare le crepe di un sistema già
fragile: ondate di calore più lunghe e intense, vegetazione secca pronta a
incendiarsi, reti energetiche progettate per un clima che non esiste più. In
questo contesto, ogni ettaro di verde ceduto a nuovi complessi residenziali o
commerciali non è solo la perdita di uno spazio naturale, ma un moltiplicatore
di rischio per tutta la città che verrà. La vicenda della Laurentina, con la sua
diossina nell’aria e i suoi quartieri costruiti in fretta e mai completati,
resta la fotografia più nitida di cosa succede quando l’urbanistica smette di
essere pianificazione collettiva e diventa terreno di conquista per pochi: a
pagarne il prezzo, ancora una volta, sono l’ambiente, la salute pubblica e chi
in quei quartieri ci vive ogni giorno.
la copertina è di un residente e si riferisce all’incendio di un ristorante nel
quartiere Valleranello, Roma Sud.
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere
la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo,
anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul
banner qui sotto per fare una donazione.
Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580
L'articolo Roma Sud brucia, Roma Sud affoga nel cemento proviene da DINAMOpress.