
Dentro l’apocalisse
Comune-info - Saturday, August 29, 2026
Foto di Hardingferrent su UnsplashDal “tetto del mondo”, in Nepal, si è staccato un ghiacciaio e ha sommerso un’intera vallata, con le sue case, le sue strade, i suoi abitanti. Era già successo altre volte. Succederà ancora, sempre più spesso, ovunque: ai ghiacciai, alle terre congelate, alle calotte polari, alle banchise; che si scioglieranno e non si riformeranno più per millenni. Ha fatto un caldo insopportabile per tutta l’estate. Ne farà di più le prossime estati; sempre di più, per decenni, fino, forse, all’irreversibilità. Sta cambiando il regime delle acque: sempre meno regolare, alternano siccità e alluvioni. Il ghiaccio perduto farà aumentare il livello dei mari, inondando città e pianure costiere; e quei mari non si ritireranno più. Si moltiplicheranno gli incendi boschivi, senza acqua a disposizione per domarli. Cambieranno habitat flora e fauna in forme imprevedibili e con conseguenze incontrollabili. Decine di migliaia di abitanti della Terra oggi, milioni e miliardi domani, saranno costretti ad abbandonare le loro terre per cercare di sopravvivere in altri paesi, dove nessuno li vuole. Per questo si stanno preparando stragi e stermini di massa di cui oggi assistiamo solo alla sperimentazione. Questi sviluppi gli scienziati li hanno visti da tempo (forse non così precipitosi) e ce li hanno raccontati. Ma in molti non li hanno voluti ascoltare; e altri hanno fatto finta di farlo, senza mai adoperarsi per un cambio di rotta: troppo radicale per farsene carico. Meglio aspettare gli eventi… Eccoli.
Quello che né gli scienziati, né i politici, né i media hanno cercato di fare è descrivere – se non per allusioni, senza mai dirlo in modo chiaro: troppo difficile e troppo impegnativo – le condizioni in cui si troveranno a svolgersi le nostre vite in quel contesto apocalittico. Ci sarà ancora acqua per tutti? A tutte le ore o solo ogni tanto? Che cosa si potrà ancora coltivare e mangiare? Si potrà ancora destinare il 70 per cento del suolo coltivabile agli allevamenti per produrre e mangiare carne? Ci si potrà ancora riscaldare tutti d’inverno e rinfrescare d’estate? Dove andranno ad abitare i milioni di famiglie la cui casa sarà stata distrutta dalle intemperie o dal fuoco o sommersa dalle acque? Chi si prenderà cura di loro? Ci si sposterà ancora tutti (10 miliardi) in auto, magari elettriche, o non sarà il caso di cercare di garantire la mobilità di tutti con mezzi condivisi? E il turismo verso mete diventate pericolose, sgradevoli, impraticabili continuerà a essere il settore portante di tante economie locali e nazionali? Che ne sarà degli sport invernali, della nautica da diporto, degli aerei manageriali? E si continuerà a sostenere che il pericolo maggiore è l’aggressività del “nemico”? Si continuerà a produrre sempre più armi, scannandoci a vicenda, invece di metterci al riparo dal collasso? Sono queste le cose di cui bisognerebbe discutere ogni giorno e ovunque. Se il Green Deal fosse stato fatto in modo serio, la prima misura da finanziare sarebbe stata un’informazione e un dibattito approfonditi, nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici, nei paesi e nei quartieri, su questi argomenti.
Solo pensarli dà i brividi; si capisce la riluttanza generale ad affrontarli. Mettono in ridicolo le diatribe che monopolizzano i discorsi e i conflitti politici correnti; e soprattutto la grottesca autorità di tanti personaggi che oggi pontificano sul futuro geopolitico dell’Europa e del mondo senza nemmeno nominare – non dico rifletterci su – la crisi climatica: pifferai che guidano e trascinano interi popoli verso l’olocausto ambientale.
È difficile dire queste cose, ma qualcuno deve pur cominciare a farlo. E a ricondurre, senza rinnegarla e anzi potenziandola alla luce di questo scenario, la rivendicazione di una giustizia sociale fatta di redditi decenti, salute, istruzione, cultura e dignità per tutti. È chiaro che per questo non si può contare sui governi nazionali, locali e sovranazionali, né su partiti, corporation e finanza. E nemmeno sulla religione, soprattutto da quando l’ecologia integrale di Francesco è stata messa da parte, riconducendola a una sacrosanta ma insufficiente campagna per la pace.
Per reagire a tanta inerzia ci vuole un cambio generazionale. Molti tra le ultime generazioni denigrate da politici e media tronfi del proprio monopolio sulla parola hanno dimostrato di saper cogliere l’essenza del problema; ma si sono ritrovati disarmati di fronte a tanta pervicace inerzia. Per cambiare rotta occorre un rinnovamento intellettuale, morale, sociale ma soprattutto vitale, valorizzando la naturale generosità che la parte migliore delle ultime generazioni ha dimostrato di avere.
I disastri a venire metteranno alla prova la capacità e la disponibilità ad affrontarli senza deleghe: con il mutuo soccorso, con la mobilitazione della parte più attiva della popolazione, e dunque dei giovani, per supplire a ciò che governi e partiti hanno dimostrato di non saper fare nemmeno a livello locale. È in queste attivazioni che si possono creare le condizioni di nuove realtà sociali, di nuove comunità, fondate sul reciproco riconoscimento, il mutuo sostegno, il rispetto del proprio territorio, della vita che lo abita, della Terra tutta. Comunità e comunità di comunità: l’embrione di una nuova formazione sociale attraverso cui realizzare non il “sole dell’avvenire”, ma una convivenza che permetta di attrezzarsi per far fronte al progredire del collasso.
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