
Per una fotografia delle relazioni
Comune-info - Friday, August 28, 2026Viviamo immersi in un flusso ininterrotto di immagini che anestetizza la nostra capacità di attenzione. Ma la fotografia è anche in grado di deviare questo flusso: accade con la cosiddetta fotografia umanista, quella che mostra le persone nella loro vita di ogni giorno, le loro relazioni con gli altri e con il mondo, una fotografia che non si limita a documentare una realtà ma cerca di restituirne la dimensione umana. Scrive Massimo Tennenini, antropologo, fotografo e filmaker, che accompagna la vita di Comune da molti anni: «Il fotografo non dovrebbe cercare semplicemente di “rubare” un’espressione o di catturare un volto, ma costruire le condizioni perché quella persona possa mostrarsi. La fotografia nasce allora da una forma di ascolto…»
Messico – Chiapas, nella Selva LacandonaLa fotografia umanista può essere definita come una forma di fotografia che pone l’essere umano nella sua vita quotidiana, le sua relazioni con gli altri e con il mondo al centro dello sguardo fotografico. Non si limita a documentare una realtà, ma cerca di restituirne la dimensione umana.
Un elemento fondamentale è quindi lo sguardo. La fotografia nasce da uno sguardo partecipe, attento e rispettoso, che non considera la persona fotografata come un semplice oggetto da rappresentare, ma come un soggetto portatore di una storia, di una memoria e di una propria dignità. Cerca di suscitare una relazione emotiva e una riflessione sulla condizione umana.
La realtà viene interpretata attraverso la sensibilità del fotografo, attraverso la scelta dell’istante, dell’inquadratura, della luce e soprattutto attraverso la relazione che si stabilisce con il soggetto. Una fotografia fatta attraverso uno sguardo umano: uno sguardo capace di osservare, comprendere e restituire dignità alla persona e alla realtà che la circonda.
Il rapporto tra fotografo e soggetto è forse il punto più delicato della fotografia. Nel ritratto, infatti, il fotografo non si trova semplicemente davanti a una persona: si trova davanti a un’altra soggettività. Fotografare significa quindi stabilire, anche se per poco tempo, una relazione. Ogni ritratto è dunque il risultato di un incontro tra due sguardi. Questo aspetto assume un’importanza particolare. Il fotografo non dovrebbe cercare semplicemente di “rubare” un’espressione o di catturare un volto, ma costruire le condizioni perché quella persona possa mostrarsi. La fotografia nasce allora da una forma di ascolto: prima ancora di premere il pulsante, occorre osservare, aspettare, comprendere.
È particolarmente importante distinguere tra guardare e vedere. Guardare può essere un atto rapido e superficiale; vedere implica invece attenzione. Un volto non è soltanto una fisionomia: porta con sé segni, esperienze, appartenenze, emozioni, silenzi. Nel ritratto, il fotografo cerca di attraversare quella superficie senza pretendere di possederne il significato. Questo è ancora più evidente quando si fotografano persone appartenenti a culture lontane da quella del fotografo. Esiste sempre il rischio di trasformare l’altro in un’immagine esotica, in una rappresentazione stereotipata della diversità. La fotografia dovrebbe invece cercare di restituire al soggetto la sua individualità: non “un indigeno”, non “un contadino”, non “un povero”, ma quella precisa persona, con il proprio sguardo e la propria storia.
Nel ritratto, quindi, l’etica e l’estetica finiscono per incontrarsi. Come fotografiamo qualcuno dipende anche da come lo consideriamo. Una persona fotografata con rispetto può conservare nella fotografia una presenza, una dignità e una complessità che vanno oltre l’immagine stessa. In questa prospettiva, il ritratto non è semplicemente la fotografia di qualcuno, ma la fotografia di un incontro. Il volto che appare nell’immagine appartiene al soggetto, ma l’immagine appartiene anche alla relazione che si è stabilita tra chi ha fotografato e chi ha accettato di essere fotografato.
Anche quando fotografa persone appartenenti a realtà lontane dalla propria, dovrebbe cercare di riconoscere nel soggetto una persona con una propria individualità, una propria storia e una propria dignità. Si crea così una relazione reciproca perché io guardo te e tu guardi me mentre ti guardo. In quel breve istante entrambi partecipano alla costruzione dell’immagine.
Ciò che conta è la capacità del fotografo di cogliere qualcosa che vada oltre la superficie del volto: uno sguardo, una tensione, una fragilità, una fierezza. Non quando il fotografo riesce semplicemente a “rubare” un’espressione, ma quando riesce a creare le condizioni perché l’altro possa mostrarsi, anche solo per un istante, nella propria irriducibile individualità. Forse è proprio questo che rende il ritratto così affascinante: fotografare il volto dell’altro significa confrontarsi con ciò che dell’altro non potremo mai possedere completamente. L’immagine ce ne restituisce una traccia, un frammento, una presenza; tutto il resto rimane al di là della fotografia.
In questo tipo di fotografia lo sguardo non dovrebbe essere soltanto curioso, ma attento e partecipe. Guardare l’altro significa cercare di avvicinarsi alla sua realtà senza pretendere di possederla o di comprenderla completamente. È uno sguardo che riconosce una distanza che può essere culturale, sociale, geografica, talvolta anche emotiva, ma cerca di trasformarla in una possibilità di incontro.
Qui entra in gioco l’empatia. Essere empatici non significa necessariamente identificarsi con la persona fotografata, significa piuttosto riconoscere che davanti all’obiettivo c’è un individuo portatore di una propria storia, di una memoria, di emozioni e di una propria visione del mondo. Significa anche che a volte il gesto più rispettoso può essere quello di non scattare
Articolo scritto in occasione della Giornata mondiale della fotografia si celebra ogni anno il 19 agosto per ricordare l’invenzione del dagherrotipo nel 1839.

Massimo Tennenini, antropologo, fotografo e filmaker, si occupa da molti anni dei popoli nativi dell’America Latina e in particolare delle popolazioni Maya del Guatemala e del Sud-Est messicano. Ha collaborato con la cattedra di Antropologia Economica e con quella di Antropologia Culturale presso la facoltà di “Scienze della comunicazione” dell’Università La Sapienza di Roma. Aiuto regista e autore dei testi, ha lavorato, tra l’altro, per la Rai (nella realizzazione di alcune inchieste), il ministero dell’Ambiente, la Cgil e alcune Ong (ha collaborato, tra l’altro, con organizzazioni indigene del Chiapas per la creazione di diverse “Case di salute”). Ha realizzato numerose mostre fotografiche e diversi audiovisivi. Il suo sito è www.tennenini.it. Un anno fa abbiamo scelto una fotografia di Massimo Tennenini per la copertina del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (ed. Eleuthera), che raccogli testi di Marco Calabria.
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