
Fuga dal lavoro sociale
Comune-info - Tuesday, August 25, 2026Le persone in strada aumentano ovunque e il loro disagio è sempre più complesso. Eppure, osserva Roberto De Lena, assistente sociale, sono poche le persone che si avvicinano al lavoro sociale. Le cause sono tante, del resto non è facile proteggere il senso della solidarietà e il valore del lavoro sociale in una società che insegna ad essere performativi e che ha per bussola la città attrattiva
Termoli (Cb), maggio 2026: assemblea in piazza per dire che la salute non è una merceAbdel si è steso sul marciapiede e di tanto in tanto rotola in mezzo alla strada, bloccando il traffico. Lo incontriamo nel nostro consueto giro di strada: è giovanissimo, molto trasandato, un sorriso strampalato stampato sul viso. Un sorriso che viene da non so dove; gli occhi, in realtà, stanchi. Ci diamo appuntamento in stazione. Non arriverà. Poco prima, Angelo l’ho incrociato steso in una cunetta, tra il muro e l’erba, con delle buste addosso. Ha la faccia rossa, gonfia di alcol, sembra stremato. Quando sono ripassato non c’era più, ho saputo che era già intervenuta la polizia.
Abdel e Angelo sono “solo” due tra le persone in strada, un lunedì di metà agosto in una cittadina di mare della provincia del sud Italia. Insieme a loro c’è anche Mohamed, poco più che un ragazzino, che racconta di essere stato recluso nei Centri di detenzione in Albania (quelli che vorrebbero diventare modello per l’intera Europa) e che ora ha iniziato a bere fortissimo; non sa se riuscirà a regolarizzare la sua posizione con i documenti, intanto lava i piatti nei locali sul mare, dorme in mezzo alla strada, e beve. Beve forte. E con loro molti altri, uomini per lo più, spesso con problemi di salute fisica e mentale. Ma anche intere famiglie, costrette a tornare in Italia dalla Germania (che calvario!).
Mentre a pochi metri da loro la città-vetrina si consuma di aperitivi e concerti, si ritagliano anfratti in quel che resta della città turistificata. Spesso sono costretti a spostarsi perché danno fastidio e fanno una brutta impressione. E poi sta cominciando (finalmente, dopo giorni di caldo torrido!) un po’ di pioggia.
Fuga
Quel che tuttavia mi preoccupa maggiormente del mio lavoro con le persone senza dimora a Termoli (Campobasso, Molise) non è tanto il fatto che da alcune settimane le persone in strada e in dormitorio aumentano costantemente. Non è nemmeno il fatto che alcune di queste persone esprimono un disagio molto molto importante e complesso, di cui si tamponano solo alcuni sintomi ma di cui si fa fatica a prendersi cura. Tutto ciò preoccupa, ma non è al momento la mia principale preoccupazione. Le cose che mi preoccupano di più sono la sensazione e il fatto che siano poche le persone che si avvicinano a questo lavoro, disposte e interessate a fare lavoro sociale di bassa soglia con le marginalità estreme. Cercando di coniugare passione ed etica, impegno civico e politico, spirito critico e professionalità. Sporcandosi le mani nelle sofferenze e nelle contraddizioni. Da quel che ne so, si tratta, peraltro, di un problema abbastanza diffuso a livello nazionale per molte professioni socio-sanitarie, e non solo.
La questione ha molte sfaccettature (modello di welfare, questione sindacale), e qui non è possibile affrontarle tutte (anche se sarebbe bello e utile poterlo fare): «fra il 2023 e il 2024 sono diminuiti del 35% i candidati all’abilitazione e gli assistenti sociali abilitati sono scesi di oltre il 40%. Numeri che preoccupano per la tenuta del welfare territoriale» (vita.it); «Il problema è strutturale, e sta a monte: in un sistema di finanziamenti pubblico del welfare che continua a premiare il ribasso invece della qualità, che finanzia i progetti e lascia scoperte le persone, che chiede a chi si prende cura degli altri di farlo senza che nessuno si prenda cura di loro. Il risultato è una crisi silenziosa ma profonda: mancano educatori, mancano infermieri, mancano assistenti sociali. I giovani faticano a scegliere queste strade. Chi le ha percorse spesso le abbandona, non per mancanza di passione, ma per eccesso di solitudine, di fatica, di promesse mancate» (Vita, maggio 2026).
Dis-agio degli operatori
Gli operatori che restano cominciano a “invecchiare” senza aver aiutato altre persone a formarsi; spesso rimaniamo noi stessi ingabbiati in strada insieme alle persone marginalizzate (marginalizzati con loro), con poche o nulle prospettive evolutive. E con una enorme responsabilità sulle spalle. Le ragioni di ciò sono molteplici e molte risiedono anche nella debolezza delle nostre, in alcuni casi piccole, organizzazioni. Così come, certamente, nella debolezza della politica (locale e nazionale) che spesso si rifiuta di mettere la questione delle marginalità al centro del discorso pubblico. Ma, forse, una delle principali ragioni sta nel fatto che oggi si è (definitivamente?) smarrito il senso della solidarietà e del valore del lavoro sociale in una società che ci ha insegnato solo ad essere performativi. E che continuamente ci ripete che “la società non esiste, esistono solo gli individui” in competizione tra loro. Una ideologia che ha marginalizzato il lavoro sociale come costruzione di processi di cura, di relazionalità e reciprocità. La crisi delle professioni del welfare è, così, il sintomo della crisi della società contemporanea.
Scrive Marco Rovelli nel suo libro, bellissimo (e consigliatissimo), Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti (Laterza, 2025):
«Disagio: non essere a proprio agio. L’etimologia ci rivela che parlare di disagio è quanto mai adeguato: agio – dal provenzale aize, a sua volta derivato dal tardo latino adiacens – è una situazione confortevole, dovuta alla vicinanza, alla prossimità. Disagevole, produttore di disagio, è ciò che non è prossimo. Nella non prossimità si vedono due aspetti distinti. Il primo è la non prossimità di ciò che ancora non siamo, e dunque l’individuazione di un orizzonte da raggiungere, un avvenire da realizzare – e questo è il disagio creativo, non solo necessario ma immanente all’essere umano, il quale si trasforma in relazione a un mondo cui dare forma. Il disagio dovuto alla mancanza di una forma riconoscibile è quel muove alla trasformazione e alla produzione di un mondo nuovo. Il secondo aspetto della non prossimità è non trovarsi prossimi ad alcunché: a un mondo, a un altro soggetto. Non sento nulla e nessuno vicino, non c’è nulla e nessuno che mi tocchi: non c’è contatto, non c’è connessione. Una connessione profonda, non quella immaginaria di un occhio disincarnato. Questo aspetto del disagio che è il sentirsi sconnessi, isolati, è allora l’isolamento di una società che ha fatto dell’individuo e del proprio successo l’unico valore. E questo isolamento, questa sconnessione, retroagisce negativamente anche sul primo aspetto del disagio: perché in una società fatta di individui che non sanno pensarsi come preceduti da una dimensione relazionale, e che impone all’individuo di costruire se stesso e il proprio successo, immaginare un avvenire e una forma possibile diventa un peso sempre più grande, e sempre più spesso intollerabile. E sotto questo peso ci si schianta».
Una questione culturale e politica
Il problema della fuga dal lavoro sociale diventa, in quest’ottica, più fondamentale (culturale, politico); e si estende anche a chi il lavoro sociale continua a farlo (ma con quale approccio metodologico?). Perché non si tratta “solo” di aiutare il prossimo (cosa necessaria), ma di comprendere la dimensione collettiva e trasformativa del nostro agire nelle pratiche sociali.
Di comprendere, sul piano locale, che c’è un’incompatibilità di fondo tra il modello di città attrattiva e quello della città solidale (che vorremmo, e dovremmo, costruire con le nostre organizzazioni). Parlo della cittadina dove abito, ma forse la questione è estendibile anche ad altri territori. Prendiamo, ad esempio, l’housing first, che le missioni del PNRR hanno permesso di implementare in varie città: sono ottimi i nostri tentativi di sperimentare questo modello (prima la casa!) in favore di persone senza dimora, ma questi progetti come potranno avere gli effetti davvero sperati se non si pone concretamente (politicamente) il discorso del diritto all’abitare per tutte e per tutti? La cittadina di mare, attrattiva per i turisti ed espulsiva per i residenti, perde infatti abitanti, ma negli anni si è continuato a costruire case e interi complessi edilizi (la cementificazione è molto dannosa e pericolosa con la crisi climatica in corso) destinandoli per lo più alla turistificazione, con ciò facendo aumentare i costi delle case stesse e generando ulteriore disagio abitativo. Quanto si è investito (anche in termini di pensiero), invece, sull’abitare pubblico e cooperativo? Poco o nulla. Tale questione dovrebbe essere centrale, perché ha a che fare con il diritto alla città; mentre sembra lasciata in secondo piano. Un discorso simile riguarda il grande tema del lavoro: noi, dal “sociale”, possiamo (e dovremmo, aggiungo) promuovere varie forme di inserimenti lavorativi in favore di persone in condizione di svantaggio, ma come può ciò risultare davvero efficace se lo facciamo senza contrastare pubblicamente le varie di forme di sfruttamento lavorativo (a partire da quelle che avvengono nei “nostri” mondi del sociale), che generano ancora e ancora sofferenze ed esclusione sociale? E, al contrario, quante energie dedichiamo al promuovere la nascita di forme di lavoro cooperative e inclusive?
Il senso trasformativo del lavoro sociale
Noi che ci occupiamo, a vari livelli e con diverse responsabilità, di politiche sociali dovremmo insomma comprendere e far comprendere che queste sono il motore di una città più giusta e solidale, e non il tappeto sotto cui nascondere i mali o, peggio, uno strumento di controllo sociale. E dovremmo intrecciare lavoro sociale e lavoro culturale, altrimenti rimarremo in pochi (e sempre più frustrati) a occuparci di lavoro di cura. Con il rischio, già sotto i nostri occhi, da un lato, della delegittimazione del lavoro sociale stesso (“è tutto un business”) e, dall’altro, dell’intimizzazione delle pratiche solidali (“preferisco fare del bene da sola e con riservatezza”).
Ma qui, siamo, appunto, già su un altro campo, quello dove il discorso ideologico neoliberista e neoautoritario ha già vinto.
Riferimenti
- Rovelli M., Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti, editori Laterza, Bari-Roma, 2025
- Vita, Social Worker, senza di loro perdiamo tutti, maggio 2026
- https://www.vita.it/crolla-il-numero-degli-aspiranti-assistenti-sociali/
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