USA, stretta sulle università: il Pentagono indaga su 30 atenei per i rapporti con la Cina

L'INDIPENDENTE - Friday, August 21, 2026

Il Pentagono entra nelle università americane e mette sotto esame i loro rapporti con Pechino. Trenta atenei, tra cui alcuni dei nomi più prestigiosi della ricerca mondiale come Harvard, MIT, Johns Hopkins, Cornell, Berkeley e Georgetown dovranno passare al setaccio entro il 31 agosto collaborazioni accademiche, finanziamenti e progetti scientifici con istituzioni straniere considerate a rischio per la sicurezza nazionale. Nel mirino ci sono soprattutto università ed enti cinesi, oltre alle organizzazioni riconducibili ai vecchi Confucius Institutes. Chi non individuerà e interromperà eventuali partnership giudicate problematiche rischia di perdere l’accesso ai futuri finanziamenti federali.

L’ordine è partito il 17 agosto dall’Office of the Under Secretary of War for Research and Engineering e riguarda i rapporti con gli enti inseriti nella cosiddetta Section 1286 list, creata in seguito al National Defense Authorization Act del 2019. Il Pentagono l’ha aggiornata a luglio portandola a 130 istituzioni accademiche e di ricerca situate in Cina, Russia e Iran che, secondo Washington, si sono rese protagoniste di «attività che aumentano la probabilità che gli sforzi di ricerca e sviluppo finanziati dal governo statunitense vengano illecitamente sottratti». Dall’anno fiscale 2026, il Pentagono non può finanziare ricerca fondamentale condotta in collaborazione con questi enti e a luglio sono entrate nell’elenco anche università cinesi prestigiose come Fudan, Shanghai Jiao Tong e Shandong. I trenta atenei interessati dovranno ora verificare anche l’eventuale esposizione di ricerche sensibili o sottoposte ai controlli sulle esportazioni e predisporre misure correttive, fino alla rescissione delle collaborazioni contestate. «Abbiamo tolleranza zero per le partnership accademiche che compromettono la nostra sicurezza nazionale», ha dichiarato Emil Michael, responsabile per la ricerca e l’ingegneria del Pentagono. L’obiettivo dichiarato è impedire che investimenti pagati dai contribuenti americani possano favorire trasferimenti tecnologici non autorizzati, furti di proprietà intellettuale o lo sfruttamento della ricerca da parte di potenze rivali.

Il provvedimento si inserisce in una stretta ben più ampia sui rapporti tra il sistema accademico statunitense e la Cina. Particolare attenzione viene riservata alle organizzazioni collegate ai Confucius Institutes, i centri culturali sostenuti da Pechino, che per anni hanno operato nei campus occidentali e che negli Stati Uniti sono stati progressivamente chiusi dopo le accuse di essere strumenti di influenza del Partito comunista cinese. Washington vuole ora verificare se alcune di quelle strutture abbiano semplicemente cambiato nome continuando a operare attraverso nuove partnership. Il mondo accademico, però, contesta il modo in cui è stata presentata l’operazione. Sarah Spreitzer, vicepresidente dell’American Council on Education, ha criticato l’impostazione dell’operazione, osservando che l’annuncio del Pentagono sembra suggerire, «senza alcuna prova», che gli atenei coinvolti si siano già resi responsabili di comportamenti illeciti. L’associazione ricorda inoltre di aver collaborato con il governo proprio alla costruzione dei sistemi di sicurezza della ricerca e sostiene che molti atenei abbiano già interrotto negli anni passati le relazioni considerate più controverse.

Pechino, da parte sua, denuncia la politicizzazione degli scambi scientifici e accusa Washington di voler trasformare la cooperazione accademica in un nuova guerra fredda. La vicenda supera infatti il perimetro dei trenta atenei: università e laboratori sono diventati luoghi in cui si giocano interessi che vanno ben oltre la ricerca. Intelligenza artificiale, semiconduttori, biotecnologie e informatica quantistica significano ormai vantaggio economico, autonomia strategica e supremazia tecnologica.

Il giro di vite del Pentagono certifica così il tramonto di uno dei dogmi della globalizzazione: dopo chip, terre rare e catene di approvvigionamento, anche la conoscenza scientifica diventa una risorsa strategica da sottrarre ai rivali e mettere a disposizione degli alleati. Mentre Washington riduce le collaborazioni accademiche e tecnologiche con Pechino, procede infatti nella direzione opposta con Israele. Nella versione del National Defense Authorization Act (NDAA) 2027, la legge annuale che definisce politiche e finanziamenti della difesa americana, approvata dalla Camera, compare la controversa Sezione 219, che istituisce la “United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative” e punta ad accelerare l’integrazione tecnologica e industriale nel settore della difesa tra i due Paesi. Prende così forma una nuova geografia della ricerca, ridisegnata lungo le linee delle alleanze geopolitiche, in cui il controllo dell’innovazione è destinato a pesare sugli equilibri globali quanto il possesso di materie prime, territori o rotte commerciali.


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