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Se bombardo “non reagite”, sennò crollo
Il petrolio viaggia verso i 100 dollari al barile, mentre le riserve strategiche Usa – nonostante la rapina a mano armata compiuta in Venezuela – sono scese al livello più basso dal 1982, a causa dei continui prelievi di emergenza volti a far fronte alla carenza energetica globale. La notizia […] L'articolo Se bombardo “non reagite”, sennò crollo su Contropiano.
September 2, 2026
Contropiano
La fine dell’impero
In un mondo dove il novanta per cento delle merci viaggia via mare, gli Stati Uniti rappresentano ormai un paradosso geopolitico, provando ad agire come l’unico soggetto militare che controlla la navigazione globale mentre le fondamenta economiche di tale primato si sgretolano sotto il peso di contraddizioni strutturali insanabili. Da […] L'articolo La fine dell’impero su Contropiano.
September 2, 2026
Contropiano
I giudici riconoscono che il Governo USA voleva punire Anthropic
Anthropic può tirare un sospiro di sollievo e godersi una prima fase di “riscatto”: Rita Faye Lin, giudice della Corte distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto settentrionale della California, ha definito giuridicamente che la decisione del Governo statunitense di inserire l’azienda nella “lista nera” dei fornitori sia scaturita da una logica punitiva e non, come sostenuto dalle autorità, da un concreto rischio per la sicurezza della filiera. La decisione è stata formalizzata giovedì 27 agosto con la pubblicazione di una sentenza di 59 pagine che smantella in gran parte la posizione del Governo, il quale – e questo è stato un punto fondamentale nella decisione giudiziaria – da un lato accusa Anthropic di rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale e dall’altro continua a servirsi dei suoi servizi come se nulla fosse, integrandoli anche in contesti particolarmente sensibili. “Le parole e i fatti degli imputati confermano che le azioni contestate erano motivate dal desiderio di fare di Anthropic un esempio pubblico per la sua ‘arroganza’ nel criticare il governo“, ha scritto la giudice Lin. La vicenda ha preso forma il 27 febbraio, quando il presidente statunitense Donald Trump ha ordinato l’inserimento dell’azienda nella lista dei fornitori che mettono a rischio la sicurezza nazionale – posizione che ha assunto valore esecutivo pochi giorni dopo, il 3 marzo, con il Segretario alla Guerra Pete Hegseth che ha ufficialmente ordinato alle agenzie federali di interrompere entro 180 giorni l’utilizzo dei modelli di IA sviluppati da Anthropic. Cadendo questa scadenza a fine settembre, il Governo non ha mai dovuto davvero rinunciare agli strumenti in questione, tuttavia gli avvocati dell’Amministrazione sostengono che i modelli dell’impresa siano stati progressivamente dismessi nel corso dei mesi, in vista dell’abbandono definitivo. Questa linea dura era stata inizialmente giustificata asserendo che Anthropic avrebbe potuto mantenere un accesso aziendale ai servizi erogati, arrogandosi di fatto il diritto di intervenire sul prodotto a proprio piacimento una volta integrato nelle operazioni federali e militari. Quando è diventato evidente che non vi fossero prove che l’operato dell’azienda differisse in qualche modo da quello offerto delle realtà concorrenti, la linea difensiva è cambiata, concentrandosi sull’idea che l’atteggiamento “sempre più ostile” adottato pubblicamente da Anthropic nei confronti delle richieste del Pentagono rendesse impossibile per il Dipartimento della Guerra “fidarsi di Anthropic per garantire l’integrità dei suoi modelli”. La colpa di Anthropic, va ricordato, è stata quella di applicare una politica aziendale che impedisce al Governo di utilizzare i suoi servizi per la sorveglianza di massa dei cittadini statunitensi e per guidare sistemi d’arma autonomi. La giudice Lin ha ora ordinato la revoca di tutte le linee guida, le direttive, le comunicazioni e le istruzioni che avevano inserito Anthropic nella lista nera governativa, annullando di fatto la decisione dell’esecutivo. L’Amministrazione è altresí in attesa dell’esito di un’azione legale analoga e parallela depositata a Washington, inoltre può appellarsi alla sentenza californiana, certa che l’attuale Corte Suprema, incline ad assecondare il Governo, garantirebbe un trattamento di favore ai diktat Repubblicani. Non è però detto che il Pentagono abbia davvero interesse a percorrere questa strada. Quando il caso è esploso, l’opinione pubblica si è schierata in massa a favore di Anthropic, dipingendo – erroneamente – l’azienda come ultimo baluardo etico del settore: una reazione così forte che persino la rivale OpenAI ha dovuto rivedere i propri rapporti con il Governo per limitare il danno reputazionale. Non solo: Anthropic ha da tempo annunciato l’intenzione di debuttare in Borsa, un percorso che, secondo le sue stime aziendali, porterebbe a una valutazione di riferimento pari a 2.000 miliardi di dollari. L’impresa sostiene che l’inserimento nella lista nera dei fornitori abbia già contribuito alla perdita e alla cancellazione di contratti per centinaia di milioni di dollari; un ulteriore colpo in tal senso rischierebbe quindi di minare la fiducia del mercato nei confronti di Anthropic, con un danno che colpirebbe non solo l’azienda, ma rischierebbe di riflettersi sull’intero settore dell’IA – un settore che non solo intrattiene preoccupanti rapporti incestuosi tra aziende, ma sta anche cercando di espandersi, con qualche insuccesso notevole, verso una dimensione di finanziarizzazione e di credito che lega direttamente i flussi di denaro ai successi e ai fallimenti delle imprese coinvolte. The post I giudici riconoscono che il Governo USA voleva punire Anthropic appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 28, 2026
L'INDIPENDENTE
USA, stretta sulle università: il Pentagono indaga su 30 atenei per i rapporti con la Cina
Il Pentagono entra nelle università americane e mette sotto esame i loro rapporti con Pechino. Trenta atenei, tra cui alcuni dei nomi più prestigiosi della ricerca mondiale come Harvard, MIT, Johns Hopkins, Cornell, Berkeley e Georgetown dovranno passare al setaccio entro il 31 agosto collaborazioni accademiche, finanziamenti e progetti scientifici con istituzioni straniere considerate a rischio per la sicurezza nazionale. Nel mirino ci sono soprattutto università ed enti cinesi, oltre alle organizzazioni riconducibili ai vecchi Confucius Institutes. Chi non individuerà e interromperà eventuali partnership giudicate problematiche rischia di perdere l’accesso ai futuri finanziamenti federali. L’ordine è partito il 17 agosto dall’Office of the Under Secretary of War for Research and Engineering e riguarda i rapporti con gli enti inseriti nella cosiddetta Section 1286 list, creata in seguito al National Defense Authorization Act del 2019. Il Pentagono l’ha aggiornata a luglio portandola a 130 istituzioni accademiche e di ricerca situate in Cina, Russia e Iran che, secondo Washington, si sono rese protagoniste di «attività che aumentano la probabilità che gli sforzi di ricerca e sviluppo finanziati dal governo statunitense vengano illecitamente sottratti». Dall’anno fiscale 2026, il Pentagono non può finanziare ricerca fondamentale condotta in collaborazione con questi enti e a luglio sono entrate nell’elenco anche università cinesi prestigiose come Fudan, Shanghai Jiao Tong e Shandong. I trenta atenei interessati dovranno ora verificare anche l’eventuale esposizione di ricerche sensibili o sottoposte ai controlli sulle esportazioni e predisporre misure correttive, fino alla rescissione delle collaborazioni contestate. «Abbiamo tolleranza zero per le partnership accademiche che compromettono la nostra sicurezza nazionale», ha dichiarato Emil Michael, responsabile per la ricerca e l’ingegneria del Pentagono. L’obiettivo dichiarato è impedire che investimenti pagati dai contribuenti americani possano favorire trasferimenti tecnologici non autorizzati, furti di proprietà intellettuale o lo sfruttamento della ricerca da parte di potenze rivali. Il provvedimento si inserisce in una stretta ben più ampia sui rapporti tra il sistema accademico statunitense e la Cina. Particolare attenzione viene riservata alle organizzazioni collegate ai Confucius Institutes, i centri culturali sostenuti da Pechino, che per anni hanno operato nei campus occidentali e che negli Stati Uniti sono stati progressivamente chiusi dopo le accuse di essere strumenti di influenza del Partito comunista cinese. Washington vuole ora verificare se alcune di quelle strutture abbiano semplicemente cambiato nome continuando a operare attraverso nuove partnership. Il mondo accademico, però, contesta il modo in cui è stata presentata l’operazione. Sarah Spreitzer, vicepresidente dell’American Council on Education, ha criticato l’impostazione dell’operazione, osservando che l’annuncio del Pentagono sembra suggerire, «senza alcuna prova», che gli atenei coinvolti si siano già resi responsabili di comportamenti illeciti. L’associazione ricorda inoltre di aver collaborato con il governo proprio alla costruzione dei sistemi di sicurezza della ricerca e sostiene che molti atenei abbiano già interrotto negli anni passati le relazioni considerate più controverse. Pechino, da parte sua, denuncia la politicizzazione degli scambi scientifici e accusa Washington di voler trasformare la cooperazione accademica in un nuova guerra fredda. La vicenda supera infatti il perimetro dei trenta atenei: università e laboratori sono diventati luoghi in cui si giocano interessi che vanno ben oltre la ricerca. Intelligenza artificiale, semiconduttori, biotecnologie e informatica quantistica significano ormai vantaggio economico, autonomia strategica e supremazia tecnologica. Il giro di vite del Pentagono certifica così il tramonto di uno dei dogmi della globalizzazione: dopo chip, terre rare e catene di approvvigionamento, anche la conoscenza scientifica diventa una risorsa strategica da sottrarre ai rivali e mettere a disposizione degli alleati. Mentre Washington riduce le collaborazioni accademiche e tecnologiche con Pechino, procede infatti nella direzione opposta con Israele. Nella versione del National Defense Authorization Act (NDAA) 2027, la legge annuale che definisce politiche e finanziamenti della difesa americana, approvata dalla Camera, compare la controversa Sezione 219, che istituisce la “United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative” e punta ad accelerare l’integrazione tecnologica e industriale nel settore della difesa tra i due Paesi. Prende così forma una nuova geografia della ricerca, ridisegnata lungo le linee delle alleanze geopolitiche, in cui il controllo dell’innovazione è destinato a pesare sugli equilibri globali quanto il possesso di materie prime, territori o rotte commerciali. The post USA, stretta sulle università: il Pentagono indaga su 30 atenei per i rapporti con la Cina appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 21, 2026
L'INDIPENDENTE
#stopthegenocideingaza🇵🇸 Megacentro dati dell’Università di #Palermo con la multinazionale contractor del #Pentagono e #Israele 27.07.26 - Antonio Mazzeo #unipa Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli Studi di Palermo e la piattaforma #HPE Private Cloud AI.https://www.pressenza.com/it/2026/07/megacentro-dati-delluniversita-di-palermo-con-la-multinazionale-contractor-del-pentagono-e-israele/
July 29, 2026
Antonio Mazzeo
Megacentro dati dell’Università di Palermo con la multinazionale contractor del Pentagono e Israele
Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli Studi di Palermo e la piattaforma HPE Private Cloud AI. «Si tratta di una delle infrastrutture universitarie più avanzate in Italia e tra le più significative nel panorama europeo», scrive l’ufficio stampa dell’ateneo siciliano: «Un investimento complessivo di 3 milioni di euro che rafforza la capacità di UNIPA di sviluppare ricerca, innovazione e servizi basati sull’intelligenza artificiale, garantendo al tempo stesso autonomia tecnologica, sicurezza dei dati e pieno controllo delle informazioni». Il nuovo Data Center ospita circa quaranta rack (armadi tecnologici) che contengono i server e gli apparati informatici dell’Ateneo (comprese le piattaforme dedicate ai progetti di ricerca) ed è dotato di sistemi di alimentazione e di emergenza che ne dovrebbero assicurare il funzionamento anche in caso di blackout o guasti. «Il cuore tecnologico del nuovo ecosistema è rappresentato dalla HPE Private Cloud AI, una piattaforma progettata per sviluppare e gestire applicazioni di intelligenza artificiale in modo semplice e sicuro», aggiunge l’ufficio stampa di UNIPA. «La nuova infrastruttura è equipaggiata con 16 GPU NVIDIA H200, tra i processori più avanzati oggi disponibili per l’intelligenza artificiale, ma è predisposta per crescere fino a 64 GPU, quadruplicando la capacità di calcolo. Essa garantirà di sviluppare ed eseguire interamente i servizi dell’Ateneo senza dipendere da piattaforme esterne, garantendo la piena sovranità del dato e la tutela della riservatezza delle informazioni». L’Università di Palermo punta ad impiegare il Data Center e la piattaforma AI anche a sostegno di progetti di innovazione per imprese, pubbliche amministrazioni e altri enti, comprese forze armate e di sicurezza. È stato avviato il percorso di qualificazione presso l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale con l’obiettivo di conseguire una certificazione Tier III, tra i più elevati per questo tipo di infrastrutture. Per la realizzazione del nuovo Data Center sono stati spesi un milione di euro mentre gli altri due milioni sono stati utilizzati per la piattaforma HPE Private Cloud AI, di cui 1,65 milioni finanziati dal progetto “ITSERR – Italian Strengthening of the ESFRI RI Resilience”, sostenuto dai fondi PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), e 350 mila euro con fondi propri dall’Università. L’Ateneo palermitano sta inoltre valutando un nuovo investimento di circa 2,5 milioni di euro per realizzare due ulteriori sale computazionali predisposte per il raffreddamento a liquido. Sarà possibile così ospitare fino a 4000 GPU di ultima generazione, raggiungendo una capacità computazionale complessiva paragonabile a quella del supercomputer “Leonardo” operativo presso il Consorzio interuniversitario CINECA di Bologna per finalità di ricerca “duale”, civile e militare. Ovviamente, anche il Data Center di Palermo pone profonde criticità etiche e politiche. L’enorme mole dei dati che vi possono essere elaborati esercita non potrà non esercitare una forte attrazione sul comparto militare-industriale, sulle forze armate e le grandi agenzie militari internazionali, NATO in testa. Anche dal punto di vista della “sovranità” tecnologica, del controllo dei dati e della loro privacy sono forti le preoccupazioni, considerato soprattutto che per i programmi del Data Center l’Ateno di Palermo ha scelto come partner strategico una delle principali multinazionali dell’informatica, con quartier generale negli Stati Uniti d’America e contratti ultramilionari con il Pentagono, il governo e le forze armate di Israele e le stesse forze armate italiane. L’identità della società USA è venuta fuori durante la conferenza dal titolo “Sovranità digitale e intelligenza artificiale”, organizzata nell’Ateneo palermitano, presenti il rettore Massimo Midiri e l’assessore comunale all’Innovazione digitale Fabrizio Ferrandelli. Relatori i docenti universitari Pietro Paolo Corso, Fabrizio D’Avenia e Riccardo Uccello che hanno presentato la piattaforma HPE Private Cloud AI “assieme a Mauro Colombo, Alessandro Lasagni e Alessandro Moriondo di HPE”. L’acronimo HPE? Si tratta del noto colosso mondiale dell’informatica Hewlett Packard Enterprise Company (sede centrale a Spring, Texas), attivo sia nel mercato dell’hardware che in quello del software e dei relativi servizi collegati per le aziende e gli alti comandi militari. Ergo, l’HPE Private Cloud AI è un prodotto della società statunitense. La conferenza stessa è stata organizzata dal Dipartimento di scienze Umanistiche in collaborazione con HPE e con la società HS Sistemi di Torino, tra i leader nazionali nella fornitura di soluzioni e servizi per l’infrastruttura IT. La netta vocazione di HPE – Hewlett Packard Enterprise Company verso la ricerca e la produzione a fini bellico-militari è confermata da quanto riportato nella pagina web istituzionale da HPE Italia S.r.l., la controllata italiana con sede a Milano e fatturato annuo superiore ai 540 milioni di euro. «Offriamo soluzioni e tecnologie IT che consentono alle organizzazioni nei settori della difesa e della sicurezza nazionale di operare in modo più rapido, efficiente e resiliente», vi si legge. «Dalle piattaforme per l’edge sicure fino all’AI e all’analisi data-first, contribuiamo a modernizzare il comando, il supporto logistico e la preparazione, fornendo soluzioni che proteggono le persone, preservano il vantaggio e accelerano il raggiungimento degli obiettivi della missione (…) Le nostre soluzioni trasformano i dati di origine in informazioni fruibili, per decisioni più rapide e consapevoli lungo l’intera supply chain militare, in modo che le risorse appropriate vengano distribuite al momento giusto, con risultati migliori sia per il personale sia per i civili».  Cloud e AI per le guerre globali moderne, sempre più disumanizzate e disumane. Una ingente documentazione è stata prodotta per denunciare inoltre il coinvolgimento diretto delle aziende e dei prodotti a marchio HPE nelle campagne di sterminio del popolo palestinese da parte delle autorità israeliane. «HPE è complice dell’occupazione israeliana, dell’apartheid e del regime coloniale di insediamento a Gaza e in West Bank», denuncia BDS Italia, organizzazione a guida palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. «HPE fornisce servizi alla polizia israeliana e ai servizi carcerari. HP Inc. è stata coinvolta nella fornitura di computer alle forze di occupazione israeliane (…) Dopo la campagna BDS, molti contratti tra le aziende a marchio HP e il regime israeliano di apartheid si sono conclusi. Ciò include i contratti con la Marina israeliana che mantiene l’assedio di Gaza, il contratto che riguarda il Sistema Basel per l’identificazione biometrica utilizzata ai posti di blocco militari israeliani e, più recentemente, il contratto che riguarda il Sistema Aviv tra HPE e l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione. HPE continua però a fornire servizi alle carceri e alla polizia israeliane nonostante sia pienamente consapevole delle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate da entrambi». Il Data Center dell’Università di Palermo nasce proprio sotto una cattiva stella, anzi sotto le cinquanta stelle della bandiera USA e quella ad esagramma dello Stato sionista di Israele. Antonio Mazzeo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Mega Centro dati dell’Università di #Palermo con la multinazionale contractor del #Pentagono ed #Israele di Antonio Mazzeo #unipa Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli Studi di Palermo e la piattaforma HPE Private Cloud AI. https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/07/mega-centro-dati-delluniversita-di.html
July 22, 2026
Antonio Mazzeo
#unipa Mega Centro dati dellUniversità di #Palermo con la multinazionale contractor del #Pentagono ed #Israele Di Antonio Mazzeo - Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli Studi di Palermo e la piattaforma #HPE Private Cloud AI. “Si tratta di una delle infrastrutture universitarie più avanzate in Italia e tra le più significative nel panorama europeo”, scrive l’ufficio stampa dell’ateneo siciliano. https://www.stampalibera.it/2026/07/21/mega-centro-dati-delluniversita-di-palermo-con-la-multinazionale-contractor-del-pentagono-ed-israele/
July 21, 2026
Antonio Mazzeo
Il modello sbagliato. Quando la scelta di un’intelligenza artificiale diventa una decisione di guerra
Dal caso Anthropic-Grok all’Operazione Epic Fury, la guerra automatizzata mostra il suo nodo politico: non è la macchina a togliere responsabilità all’uomo, ma l’uomo a delegarle alla macchina. A febbraio 2026 il governo degli Stati Uniti ha posto fine al contratto con Anthropic, comunicandole che le sue condizioni — niente sorveglianza di massa, niente armi autonome senza supervisione umana — erano incompatibili con le esigenze operative del Pentagono. Cinque giorni dopo la firma del contratto sostitutivo con xAI, il 28 febbraio, è partita l’Operazione Epic Fury. Grok, il modello di Elon Musk, ha contribuito alla selezione di oltre duemila obiettivi in novantasei ore, integrato nel sistema Project Maven di Palantir, la suite progettata per la cosiddetta “kill chain”. Lo ha rivelato una dichiarazione giurata depositata in un tribunale federale dal responsabile del digitale e dell’intelligenza artificiale del Pentagono, Cameron Stanley, ed è emerso non da un’audizione parlamentare ma dalle carte di una causa civile per emissioni nocive avanzata dalla NAACP contro i data center di xAI. Abbiamo saputo che un sistema di intelligenza artificiale ha avuto voce nella scelta di chi vive e chi muore perché qualcuno si era lamentato dell’inquinamento atmosferico di Memphis. La fonte è singola, non è stata sottoposta a verifica indipendente, ed è stata prodotta all’interno di una strategia legale. Vale tenerlo a mente, perché la qualità dell’informazione su cui si giudica conta quanto quella dell’arma su cui si discute. Ma la struttura degli eventi — la rescissione del contratto con Anthropic, la firma con xAI, l’integrazione di Grok in Maven, il raid del 28 febbraio — è documentata da fonti convergenti: Euronews, Washington Times, Military Times. Tre mesi dopo questi eventi, l’azienda Emergence AI ha pubblicato i risultati di un esperimento denominato Emergence World: cinque modelli di intelligenza artificiale messi a governare altrettante società simulate, ciascuna con quaranta luoghi, dieci abitanti, meccanismi di voto, risorse scarse, accesso in tempo reale alle notizie, più di cento strumenti di interazione. Ogni simulazione durava quindici giorni. I risultati, resi noti da Fortune il 28 maggio 2026, disegnano traiettorie molto distanti tra loro. Claude, il modello di Anthropic, ha concluso la simulazione senza un solo reato, con la più alta partecipazione civica e le proposte approvate al novantotto per cento. Grok ha accumulato centottantatré crimini e ha portato la propria popolazione all’estinzione nel giro di quattro giorni, tentando sistematicamente di aggirare le regole imposte fino a quando non è rimasto nessuno da governare. Occorre la stessa onestà intellettuale usata per la fonte militare: si tratta di un singolo studio, pubblicato dalla stessa azienda che ha condotto l’esperimento, non ancora sottoposto a peer review. E lo stesso Claude, in simulazioni miste con altri modelli, ha mostrato comportamenti di intimidazione e furto. Non è la prova che un modello sia strutturalmente buono e un altro strutturalmente cattivo. È qualcosa di più utile, e più scomodo: la dimostrazione misurabile che sistemi diversi, messi davanti alle stesse regole e alle stesse pressioni, sviluppano comportamenti divergenti in misura tale da produrre esiti radicalmente incomparabili. E che alcuni di quei comportamenti finiscono in un cimitero. Il punto politico non è tecnologico. Non riguarda quale architettura di linguaggio sia preferibile, né se la Constitutional AI di Anthropic — il metodo con cui il modello impara a criticare le proprie risposte alla luce di un insieme dichiarato di principi — sia la soluzione corretta al problema dell’allineamento. Il governo degli Stati Uniti aveva davanti due sistemi, conosceva le condizioni poste da ciascuno, disponeva di dati sulle loro traiettorie comportamentali, e ha scelto con piena consapevolezza quello che non si poneva il problema di distinguere una scuola da un bersaglio. Quella è una decisione politica, non un errore tecnico occorso per difetto di informazione o di tempo. Il 15 maggio 2026 Leone XIV ha pubblicato l’enciclica Magnifica Humanitas, primo documento del magistero a prendere posizione esplicita sull’intelligenza artificiale militare. Il quinto capitolo dichiara superata la teoria della guerra giusta — quella costruita nei secoli da Agostino e da Tommaso — di fronte a sistemi che comprimono la decisione letale in tempi sottratti alla deliberazione umana. Il principio enunciato è formulato in termini netti: non è ammissibile affidare decisioni irreversibili e letali a sistemi di intelligenza artificiale. Il documento si innesta nella Pacem in Terris di Giovanni XXIII e nella posizione di Francesco al G7 di Borgo Egnazia nel 2024 contro le armi autonome letali. Non è il pronunciamento di chi teme la tecnologia, ma di una tradizione che ragiona sulla guerra da quindici secoli e che, di fronte a questa tecnologia, ha sentito il bisogno di porre un limite che la velocità della macchina non consente di spostare. Il Pentagono ha definito l’Operazione Epic Fury una dimostrazione di “greatly increased operational efficiency”. Duemila obiettivi in novantasei ore sono, in effetti, efficienti. Il problema è che l’efficienza misura la velocità di esecuzione di un processo, non la qualità del giudizio che lo governa, e quando la velocità operativa supera i tempi fisiologici della valutazione umana, la supervisione formalmente prevista si svuota di contenuto reale: un comandante che riceve mille opzioni già corredate di coordinate, analisi di intelligence e giustificazione legale non ha davanti a sé le condizioni per esercitare un controllo sostanziale, ma solo per approvare un pacchetto già chiuso. Resta sospesa, e probabilmente irrisolvibile, la domanda sul raid del 28 febbraio sulla scuola elementare di Minab, nell’Iran meridionale, dove sono morte centocinquantasei persone, centoventi delle quali bambini. Le ricostruzioni indipendenti, tra cui quella di Military Times, attribuiscono quella strage a coordinate elaborate dal sistema Maven. Il legame diretto con Grok non è dimostrato. Ma è precisamente questa zona grigia — l’impossibilità di sapere quale componente del sistema abbia inserito quella scuola in cima a una lista di priorità — a costituire il problema strutturale dell’automazione della violenza. Non la malevolenza della macchina, che non esiste, ma l’opacità del processo che la rende inimputabile. Cathy O’Neil, nel suo Weapons of Math Destruction del 2016, aveva identificato tre caratteristiche che trasformano un algoritmo in un’arma: l’opacità del funzionamento, la scalabilità del pregiudizio, la distruttività degli esiti. O’Neil costruiva quella definizione per il mondo dei prestiti predatori e dei sistemi di scoring creditizio; applicata a Maven, la stessa struttura descrive qualcosa di materialmente diverso, perché all’altra estremità del processo non c’è un tasso di interesse ma una testata esplosiva. La vicenda che collega l’esperimento Emergence World all’Operazione Epic Fury non è una coincidenza narrativa da sfruttare per effetto. È la stessa domanda posta in due contesti diversi: come si comporta un sistema di intelligenza artificiale quando non deve rispondere a una domanda ma gestire una pressione reale, con risorse limitate e regole che qualcuno ha interesse ad aggirare? In laboratorio, la risposta è misurabile. Nel mondo, lascia centocinquantasei morti e una zona grigia che nessun atto giudiziario potrà mai illuminare del tutto. La tecnologia non ha tolto la scelta a chi governa, l’ha resa più rapida e più comoda da delegare. Il governo degli Stati Uniti ha scelto il modello senza scrupoli perché quello con gli scrupoli era diventato scomodo. Quella scelta è documentata, deliberata e attribuibile a soggetti identificabili, ed è su questo piano — non su quello dell’imperfezione tecnica dei modelli — che andrebbe discussa. Fonti  Fortune, 28 maggio 2026 – Esperimento Emergence World Euronews, 9 marzo 2026 – Anthropic fa causa al Pentagono Euronews, 24 marzo 2026 – Anthropic contro il Dipartimento della Guerra USA Military Times, 24 marzo 2026 – Raid di Minab e AI targeting Le Monde, 17 giugno 2026 – Grok e Operazione Epic Fury Vaticano – Lettera enciclica Magnifica Humanitas, 15 maggio 2026 ArXiv, 6 giugno 2026 – Emergence World: A Platform for Evaluating Long-Horizon Multi-Agent Autonomy Cathy O’Neil, Weapons of Math Destruction, Crown, 2016 Francesco Russo
June 23, 2026
Pressenza