USA, stretta sulle università: il Pentagono indaga su 30 atenei per i rapporti con la Cina
Il Pentagono entra nelle università americane e mette sotto esame i loro
rapporti con Pechino. Trenta atenei, tra cui alcuni dei nomi più prestigiosi
della ricerca mondiale come Harvard, MIT, Johns Hopkins, Cornell, Berkeley e
Georgetown dovranno passare al setaccio entro il 31 agosto collaborazioni
accademiche, finanziamenti e progetti scientifici con istituzioni straniere
considerate a rischio per la sicurezza nazionale. Nel mirino ci sono soprattutto
università ed enti cinesi, oltre alle organizzazioni riconducibili ai vecchi
Confucius Institutes. Chi non individuerà e interromperà eventuali partnership
giudicate problematiche rischia di perdere l’accesso ai futuri finanziamenti
federali.
L’ordine è partito il 17 agosto dall’Office of the Under Secretary of War for
Research and Engineering e riguarda i rapporti con gli enti inseriti nella
cosiddetta Section 1286 list, creata in seguito al National Defense
Authorization Act del 2019. Il Pentagono l’ha aggiornata a luglio portandola a
130 istituzioni accademiche e di ricerca situate in Cina, Russia e Iran che,
secondo Washington, si sono rese protagoniste di «attività che aumentano la
probabilità che gli sforzi di ricerca e sviluppo finanziati dal governo
statunitense vengano illecitamente sottratti». Dall’anno fiscale 2026, il
Pentagono non può finanziare ricerca fondamentale condotta in collaborazione con
questi enti e a luglio sono entrate nell’elenco anche università cinesi
prestigiose come Fudan, Shanghai Jiao Tong e Shandong. I trenta atenei
interessati dovranno ora verificare anche l’eventuale esposizione di ricerche
sensibili o sottoposte ai controlli sulle esportazioni e predisporre misure
correttive, fino alla rescissione delle collaborazioni contestate. «Abbiamo
tolleranza zero per le partnership accademiche che compromettono la nostra
sicurezza nazionale», ha dichiarato Emil Michael, responsabile per la ricerca e
l’ingegneria del Pentagono. L’obiettivo dichiarato è impedire che investimenti
pagati dai contribuenti americani possano favorire trasferimenti tecnologici non
autorizzati, furti di proprietà intellettuale o lo sfruttamento della ricerca da
parte di potenze rivali.
Il provvedimento si inserisce in una stretta ben più ampia sui rapporti tra il
sistema accademico statunitense e la Cina. Particolare attenzione viene
riservata alle organizzazioni collegate ai Confucius Institutes, i centri
culturali sostenuti da Pechino, che per anni hanno operato nei campus
occidentali e che negli Stati Uniti sono stati progressivamente chiusi dopo le
accuse di essere strumenti di influenza del Partito comunista cinese. Washington
vuole ora verificare se alcune di quelle strutture abbiano semplicemente
cambiato nome continuando a operare attraverso nuove partnership. Il mondo
accademico, però, contesta il modo in cui è stata presentata l’operazione. Sarah
Spreitzer, vicepresidente dell’American Council on Education, ha criticato
l’impostazione dell’operazione, osservando che l’annuncio del Pentagono sembra
suggerire, «senza alcuna prova», che gli atenei coinvolti si siano già resi
responsabili di comportamenti illeciti. L’associazione ricorda inoltre di aver
collaborato con il governo proprio alla costruzione dei sistemi di sicurezza
della ricerca e sostiene che molti atenei abbiano già interrotto negli anni
passati le relazioni considerate più controverse.
Pechino, da parte sua, denuncia la politicizzazione degli scambi scientifici e
accusa Washington di voler trasformare la cooperazione accademica in un nuova
guerra fredda. La vicenda supera infatti il perimetro dei trenta atenei:
università e laboratori sono diventati luoghi in cui si giocano interessi che
vanno ben oltre la ricerca. Intelligenza artificiale, semiconduttori,
biotecnologie e informatica quantistica significano ormai vantaggio economico,
autonomia strategica e supremazia tecnologica.
Il giro di vite del Pentagono certifica così il tramonto di uno dei dogmi della
globalizzazione: dopo chip, terre rare e catene di approvvigionamento, anche la
conoscenza scientifica diventa una risorsa strategica da sottrarre ai rivali e
mettere a disposizione degli alleati. Mentre Washington riduce le collaborazioni
accademiche e tecnologiche con Pechino, procede infatti nella direzione opposta
con Israele. Nella versione del National Defense Authorization Act (NDAA) 2027,
la legge annuale che definisce politiche e finanziamenti della difesa americana,
approvata dalla Camera, compare la controversa Sezione 219, che istituisce la
“United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative” e punta ad
accelerare l’integrazione tecnologica e industriale nel settore della difesa tra
i due Paesi. Prende così forma una nuova geografia della ricerca, ridisegnata
lungo le linee delle alleanze geopolitiche, in cui il controllo dell’innovazione
è destinato a pesare sugli equilibri globali quanto il possesso di materie
prime, territori o rotte commerciali.
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