Il governo di Taiwan scommette su IsraeleIl 24 marzo 2026, Li Ya-ping, la rappresentante di Taiwan in Israele, viene
ripresa mentre si aggira tra le macerie di Petah Tikva, città gemellata con la
taiwanese Taichung e appena colpita dai missili iraniani. Incontra le famiglie
delle vittime e il vicesindaco, rende omaggio ai sopravvissuti all’Olocausto.
Poi dichiara alla stampa che lo «spirito di difesa» israeliano, ormai «un
riflesso istintivo radicato nel tessuto della società», dovrebbe essere
d’esempio per Taiwan.
Pochi giorni prima, dopo l’uccisione della guida suprema iraniana Khamenei da
parte degli Stati uniti, il portavoce del ministero degli Esteri taiwanese Hsiao
Kuang-wei aveva dichiarato: «Condanniamo gli attacchi militari indiscriminati
dell’Iran. Taiwan è al fianco della comunità internazionale nel sostenere la
ricerca di libertà e democrazia del popolo iraniano».
Dichiarazioni simili sono arrivate anche dalle democrazie occidentali. Kaja
Kallas, Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la
politica di sicurezza, aveva definito la morte di Khamenei un’occasione per
costruire «un Iran diverso», mentre Ursula von der Leyen aveva evocato una
«nuova speranza». Entrambe avevano condannato la rappresaglia iraniana. Ma
nessuna istituzione europea si è accodata all’attacco americano con la stessa
rapidità di Taiwan, senza nemmeno un cenno formale al rispetto del diritto
internazionale o della Carta Onu.
La posizione taiwanese riflette una svolta in atto da oltre due anni. Dal 7
ottobre 2023, Taipei si schiera senza riserve con Israele. In oltre diciotto
mesi di genocidio a Gaza, il Partito progressista democratico (Dpp) al governo
non ha mai criticato le scelte di Tel Aviv. Anzi, rivendica con orgoglio l’idea
che «Taiwan sia il paese meno antisemita al mondo» e che israeliani e taiwanesi
condividano la stessa lotta per un’indipendenza che il mondo si rifiuta di
riconoscere.
La guerra in Iran ha reso il paradosso impossibile da ignorare: Taiwan, una
democrazia autogovernata sulla quale Pechino rivendica sovranità, non ha
risposto alla politica estera di Trump e ai conflitti nella regione con lo
scetticismo e la cautela che ci si aspetterebbe da chi vive da decenni sotto la
minaccia concreta di un’aggressione. Al contrario, il governo taiwanese ha
scelto l’allineamento totale – ideologico, diplomatico e istituzionale – con
l’asse Washington-Tel Aviv, proprio mentre buona parte del mondo democratico
prende (timidamente) le distanze e si chiede perché Russia e Cina non dovrebbero
perseguire le loro mire espansioniste, se questo è l’esempio offerto
dall’egemone democratico.
Si potrebbe anzi sostenere che il paragone giovi più a Israele che a Taiwan,
considerando chi, nelle due storie, è la vittima e chi l’aggressore.
Per capire come si sia arrivati a questo punto, bisogna affrontare una questione
strutturale che riguarda Taiwan e, potenzialmente, tutti i territori dove
esistono condizioni di sovranità parziale. Cosa succede quando il discorso
dominante fa della salvaguardia dell’autonomia e dell’identità nazionale una
priorità assoluta, finendo per soffocare ogni considerazione morale alternativa?
LA SVOLTA NAZIONALISTA DI TAIWAN
Dal 1949, quando il governo della Repubblica di Cina sconfitto nella guerra
civile si ritirò a Taiwan, l’isola esiste in un limbo politico. Oggi è una
nazione indipendente de facto, ma priva di riconoscimento internazionale. I due
principali partiti taiwanesi costruiscono buona parte dei loro programmi
politici sulla questione dell’identità nazionale e dei rapporti con la
Repubblica popolare cinese (Rpc): il Kuomintang (Kmt) favorisce legami economici
più stretti e il dialogo con Pechino, mentre il Partito democratico progressista
(Dpp) propende per l’indipendenza taiwanese e una politica di confronto con la
Rpc. Il Dpp governa dal 2016.
Tra il 2016 e il 2024, la cifra distintiva dell’amministrazione Tsai Ing-wen è
stata una moderazione deliberata. Di fronte alla crescente pressione militare
cinese, la risposta di Tsai è stata mantenere lo status quo: né provocare
Pechino né cedere alle sue pressioni. Sul piano interno, il suo governo ha
promosso riforme di orientamento liberale che hanno conferito a Taiwan notevole
visibilità internazionale: la legalizzazione del matrimonio tra persone dello
stesso sesso nel 2019 (primo paese in Asia), una riforma del welfare e l’avvio
di un processo di giustizia riparativa per le vittime del passato autoritario.
Lai Ching-te, eletto alle presidenziali del 2024, proviene dallo stesso partito
di Tsai Ing-wen, ma dalla sua ala più nazionalista, da tempo insofferente verso
quella che considerava un’eccessiva prudenza. Laddove Tsai aveva accuratamente
evitato di pronunciare la parola «indipendenza», Lai, nel giorno del suo
insediamento, ha invitato la Cina a «prendere atto della realtà della Repubblica
di Cina (Taiwan)». Con lui, l’era dell’ambiguità strategica, almeno sul piano
retorico, sembra essersi conclusa.
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La svolta sul piano interno è stata altrettanto marcata. Se l’amministrazione di
Tsai Ing-wen aveva privilegiato riforme sociali di orientamento liberale, quella
di Lai Ching-te si è progressivamente orientata verso una politica identitaria
nazionalista, in cui la «sicurezza nazionale» è il principio ordinatore
dell’azione politica. Le risorse statali sono state così mobilitate a sostegno
dell’«industria culturale locale», in contrapposizione all’«influenza dei
cittadini cinesi». Parallelamente, la lealtà dei cittadini naturalizzati
provenienti dalla Cina, da Hong Kong e da Macao è sempre più spesso messa in
discussione da esponenti politici e commentatori vicini al governo.
Nel 2025, alcuni gruppi di attivisti pro-indipendenza, poi sostenuti dal Dpp che
governa senza maggioranza parlamentare, hanno tentato di destituire 24
parlamentari dell’opposizione tramite referendum di revoca, uno strumento
costituzionale che permette di votare la rimozione degli eletti dopo un anno di
mandato. La mobilitazione è stata presentata come necessaria per «contrastare
l’influenza della Cina». In un comizio, lo stesso Lai ha invitato i sostenitori
«a eliminare tutte le impurità, finché all’interno delle istituzioni non resterà
altro che la ferrea volontà di difendere la nostra sovranità e proteggere la
nostra democrazia».
Nel marzo 2025, l’amministrazione ha invocato «ragioni di sicurezza nazionale»
per espellere alcuni influencer cinesi che avevano sostenuto la «riunificazione
armata». Ad agosto è toccato a due influencer giapponesi, ritenuti simpatetici
verso Pechino. Politici del Dpp e commentatori vicini al governo passano al
setaccio le biografie dei coniugi cinesi di cittadini taiwanesi, alimentando
timori su una presunta «campagna demografica» di infiltrazione, e sono state
avviate indagini sui cittadini naturalizzati di origine cinese. Il magnate della
tecnologia Robert Tsao, uno dei promotori della campagna di revoca, ha perfino
fatto appello per introdurre controlli sulla libertà di parola: «I taiwanesi
dovrebbero riconoscere che l’idea dell’unificazione è un residuo barbarico
dell’età della pietra e andrebbe eradicata, proprio come i paesi europei hanno
vietato l’ideologia nazista».
È in questo contesto politico – un governo che ha ridefinito la propria identità
democratica attorno al militantismo nazionalista anziché al pluralismo – che va
compresa la sempre più stretta adesione di Taiwan all’asse Usa-Israele.
LA VISITA DELL’AIPAC
L’identificazione di Taiwan con Israele precede l’attuale amministrazione e
affonda le radici più in profondità di qualsiasi calcolo diplomatico. Nei
circoli nazionalisti pro-indipendenza, il progetto sionista ha a lungo
funzionato da specchio: una piccola democrazia circondata da paesi ostili e
illberali, capace di sopravvivere grazie alla determinazione militare e alla
protezione americana, animata dalla convinzione della necessità morale della
propria esistenza. L’immagine di «Davide contro Golia» ha trovato terreno
fertile in una corrente del pensiero politico taiwanese che ha sempre
interpretato la propria condizione in termini analoghi.
Ma sotto l’affinità ideologica c’è anche un calcolo pragmatico: Israele ha
dimostrato come un piccolo Stato possa costruirsi un sostegno solido e
trasversale a Washington. Per Taipei, la cui sopravvivenza dipende dall’impegno
americano, è un modello che vale la pena studiare.
Quest’affinità è stata attivamente coltivata da figure centrali
dell’establishment taiwanese. Huang Wen-ju, fondatore del think-tank
pro-indipendenza Global Taiwan Institute e mentore politico dell’attuale
vicepresidente Hsiao Bi-khim e del ministro degli Esteri Lin Chia-lung,
l’emblema di questa corrente. In un editoriale del gennaio 2024 sull’offensiva
israeliana su Gaza, Huang ha scritto: «Un comportamento così fanatico da parte
degli israeliani è certamente inaccettabile. Ma la loro disponibilità a
sacrificare tutto, compresa la vita, per la gloria di Israele è commovente e
degna di essere emulata dal popolo taiwanese».
Tra il 24 e il 28 ottobre 2025, l’American Israel Public Affairs Committee
(Aipac), potente lobby israeliana con sede a Washington, ha inviato a Taipei una
delegazione di 200 persone, la più grande mai registrata nella storia
dell’organizzazione. L’incontro non è stato annunciato al pubblico prima della
sua conclusione ed è rimasto chiuso alla stampa. Il Ministero degli Esteri
taiwanese ha definito l’accoglienza dell’Aipac a porte chiuse una «prassi
standard». L’Aipac non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla visita.
L’incontro era stato preparato per quasi due anni, il risultato di una strategia
dell’amministrazione Lai per coltivare l’attenzione dell’Aipac come canale
d’accesso privilegiato a Washington. La tempistica è stata eloquente. Poche ore
prima che Netanyahu annunciasse l’ennesimo attacco a Gaza il 28 ottobre 2025,
che ha causato 104 vittime, Lai si è presentato davanti alla delegazione
dell’Aipac elogiando il cessate il fuoco che lo aveva preceduto come «lo
sviluppo più significativo degli ultimi due anni» e «un importante risultato
diplomatico del presidente Trump». Ha poi aggiunto: «Credo che la cooperazione
trilaterale Taiwan-Usa-Israele possa contribuire a conseguire pace, stabilità e
prosperità nella regione».
Nei due anni precedenti, Israele aveva attaccato sei paesi, violato tre accordi
di cessate il fuoco, sequestrato due flottiglie umanitarie in acque
internazionali, usato gli aiuti umanitari come strumento di guerra e distrutto
sistematicamente le infrastrutture civili a Gaza. Lai, nel suo discorso
all’Aipac, ha espresso la propria ammirazione per «la determinazione e la
capacità di Israele di difendere il proprio territorio».
TENERSI STRETTA WASHINGTON
Per capire perché il governo taiwanese continui a scommettere su Israele,
bisogna capire quali timori animano l’amministrazione Lai nel rapporto con
Washington.
Il rapporto Usa-Taiwan attraversa una fase di insolita turbolenza da quando
Trump è tornato alla presidenza. Laura Rosenberger, presidente dell’American
Institute in Taiwan, l’ambasciata de facto degli Stati uniti, ha lasciato il suo
incarico nel gennaio 2025 senza essere sostituita. L’annuncio a sorpresa sul
piano di investimenti di Tsmc negli Stati uniti, le trattative sui dazi e il
rifiuto di concedere a Lai uno scalo sul suolo americano hanno alimentato a
Taipei un’atmosfera di incertezza.
A complicare le cose, Taiwan è finita dalla parte sbagliata delle guerre
culturali del movimento Maga. Quando, durante la campagna elettorale, Trump
accusò falsamente la campionessa olimpica Lin Yu-Ting di essere un uomo, il
presidente Lai la difese pubblicamente come «figlia di Taiwan», una mossa che a
Washington non è passata inosservata. Per un governo che dipende dall’impegno
americano per sopravvivere, apparire allineati col fronte perdente delle culture
wars può rivelarsi fatale, specie quando la Casa Bianca sceglie gli alleati in
modo sempre più arbitrario. A questo si aggiunge la pressione perché Taiwan
investa di più nella difesa e riduca la dipendenza dall’ombrello americano.
La corrente che Lai cerca di conquistare è rappresentata da figure come
Christian Whiton, ex Senior Advisor del Dipartimento di Stato, secondo cui
Taiwan dovrebbe «seguire il modello di Israele e dichiarare che un presidente
taiwanese non chiederà mai a un presidente americano di sacrificare vite per
Taiwan». Peter Thiel, fondatore di Palantir e stretto collaboratore del
vicepresidente JD Vance, ha espresso il calcolo in maniera ancora più brutale:
«[Taiwan] non vale la terza guerra mondiale, e lo dico pur pensando che sarebbe
una catastrofe se venisse presa dai comunisti».
Thiel e Whiton rappresentano una nuova dottrina Maga su Taiwan, secondo cui
l’isola dovrebbe assumere un ruolo più autonomo e assertivo nel contenimento
della Cina, alleggerendo l’onere americano. Il modello israeliano – uno Stato
vassallo armato che porta avanti le proprie guerre godendo del supporto
incondizionato di Washington – è, in questa logica, ciò a cui Taiwan dovrebbe
aspirare.
Eeling Chiu, direttrice di Amnesty International per Taiwan, osserva con
preoccupazione questo riposizionamento. «Taiwan rivendica il proprio
incrollabile impegno per la libertà e i diritti umani. Non è solo la nostra
identità nazionale: i cittadini sono orgogliosi di essere l’unico paese in Asia
ad aver legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Se continuiamo
a ignorare i legami con Israele, metteremo seriamente in discussione questo
impegno».
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IL PREZZO DELLA SOLIDARIETÀ
Il riallineamento diplomatico ha prodotto effetti anche sulla repressione
interna. Il primo scontro aperto è avvenuto il 18 maggio 2024, durante una
protesta contro il genocidio a Gaza in occasione del concerto «Amici di Israele
a Taiwan». La polizia è rimasta a guardare mentre il responsabile della
sicurezza dell’ambasciata israeliana scaraventava a terra la manifestante Temir
Saqau. Un partecipante al concerto ha rivolto minacce di stupro all’attivista
Aurora Chang mentre gli agenti rimanevano impassibili.
Da allora, l’amministrazione Lai ha orientato le sue «preoccupazioni per la
sicurezza nazionale» contro gli attivisti pro-Palestina. La logica del
nazionalismo taiwanese, secondo cui ogni critica al Dpp è un potenziale servizio
a Pechino, ha reso la solidarietà politicamente pericolosa. Andres Chang,
cittadino statunitense di origine taiwanese, ha organizzato una protesta contro
il genocidio l’11 marzo 2024 in una stazione della metropolitana di Taipei. Il
10 luglio 2025, al rientro dal Giappone, si è visto negare l’ingresso a Taiwan
per «questioni di interesse nazionale» e «ordine pubblico».
Il doxing è stato particolarmente feroce contro chi, per la propria biografia,
si presta a essere additato come agente straniero. Lala Pika Lau, originaria di
Hong Kong, è diventata il bersaglio di un articolo di Chu Yu-hsun, ex direttore
della Central News Agency: «Se non fosse per Israele, non avrebbe avuto nemmeno
l’opportunità di fuggire da Hong Kong». Il sottotesto è che Lau debba la propria
incolumità alle società democratiche come Israele, verso le quali dovrebbe
essere grata anziché critica. Lau descrive la trappola ideologica: «è un modo di
pensare da guerra fredda, in cui i campi sono divisi tra il blocco americano e
quello cinese. Quando critico il governo taiwanese, viene sempre interpretato
come un attacco proveniente dal campo avversario».
UN ALTRO PUNTO DI VISTA
Aurora Chang è una delle voci pro-Palestina più riconoscibili a Taiwan, e non ha
mai smesso di rivendicare l’indipendenza taiwanese. Per lei, solidarietà
internazionalista con la Palestina e indipendenza di Taiwan non sono in
contraddizione, sono due facce della stessa lotta anti-imperialista. «Se
sostieni l’autodeterminazione di Taiwan – dice – allora devi sostenere la
liberazione della Palestina».
È una formula che l’intera strategia diplomatica dell’amministrazione Lai cerca
di rendere impronunciabile. Il governo ha investito pesantemente in una versione
dell’identità democratica taiwanese inseparabile dall’alleanza con Washington e
Tel Aviv. Una versione in cui «democrazia» è una categoria geopolitica definita
non da principi universali, ma dal lato dello scontro Usa-Cina dal quale ci si
schiera. In questa versione, condannare i missili iraniani e non quelli
israeliani non è ipocrisia, ma difesa di Taiwan.
Il governo taiwanese offre a Washington una Taiwan che ha interiorizzato il
modello Israele: armata, allineata, e pronta a combattere le proprie battaglie
senza fare troppe domande su quelle combattute in suo nome altrove. Se la
società civile taiwanese, cresciuta con un’identità democratica fondata sulla
memoria dell’autoritarismo, accetterà questo patto faustiano è un’altra
questione.
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