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Cuba, 200 auto elettriche per garantire il trasporto dei pazienti in emodialisi
Auto elettriche per il trasporto pazienti Nei limiti imposti dall’aggressione imperialista USA, con il conseguente blocco energetico voluti da Trump e Rubio, il governo di Cuba ha avviato la messa in funzione di una flotta di 200 auto completamente elettriche specificamente destinate al trasporto giornaliero dei pazienti sottoposti a emodialisi e ad altri servizi medici essenziali. Il ministro dei Trasporti cubano, Eduardo Rodríguez Dávila, ha recentemente annunciato in una conferenza stampa che il suo ministero sta accelerando la distribuzione di 200 auto elettriche per il trasporto di pazienti sottoposti a emodialisi e per altri servizi sanitari. I veicoli, attraverso il Ministero dei Trasporti, sono destinati a tutte le province del Paese, concentrando i lotti maggiori nelle aree con la più alta densità di pazienti in terapia.  Le auto servono a fronteggiare la crisi energetica bypassando  la grave carenza di carburante a causa dell’illegale blocco imposto da Trump (benzina e diesel). Servono a garantire le cure mediche: la priorità assoluta viene data a circa 400 pazienti oncologici e nefrologici che necessitano di trattamenti salvavita continui come la dialisi. Questo venerdì, il Ministero dei Trasporti cubano ha annunciato una nuova serie di misure, approvate dal Consiglio dei Ministri, per affrontare la grave carenza di carburante nel Paese caraibico. Il funzionario ha osservato che il dipartimento sta promuovendo azioni per contrastare le conseguenze del blocco genocida imposto dal governo degli Stati Uniti, attualmente intensificato da un embargo energetico criminale che sta colpendo duramente l’isola. Nell’ambito di un altro importante intervento del governo dell’isola, la città orientale di Holguín ha ricevuto sei ambulanze dotate di attrezzature avanzate per il supporto vitale, con l’obiettivo di rafforzare il sistema di emergenza medica. Rodríguez Dávila ha affermato che dall’inizio dell’anno i principali operatori dei trasporti sono stati costretti ad apportare modifiche ai servizi pubblici, già compromessi dalla mancanza di carburante e lubrificanti, con conseguenti ripercussioni sulla vita della popolazione cubana. > “L’obiettivo è garantire la continuità dei servizi essenziali e riorganizzare > le attività del settore in base alle priorità economiche e sociali, alla luce > del complesso scenario energetico che incide sulla mobilità di passeggeri e > merci.” I piani di lavoro mirano a consolidare l’indipendenza finanziaria, a trasformare la matrice energetica dei trasporti attraverso l’uso della scienza e dell’innovazione come strumenti, unitamente a un dialogo costante con la popolazione, al fine di concentrare le limitate risorse disponibili su ciò che è più urgente e prioritario. Tra le misure generali annunciate dal Ministro Rodríguez Dávila vi è la priorità da dare al trasporto di merci essenziali per la vita della nazione, tra cui carburanti, alimenti, medicinali, prodotti per l’esportazione, diverse materie prime e altro ancora. Analogamente, è necessario affrontare in modo differenziato le esigenze di trasporto passeggeri legate, tra l’altro, alla sanità pubblica e all’istruzione, apportando nuove modifiche al trasporto pubblico in generale. L’aiuto internazionalista della Cina I veicoli elettrici provengono dalla Cina e il finanziamento per l’acquisto di questi mezzi proviene dal Fondo per lo Sviluppo dei Trasporti, alimentato dalle recenti riforme e tasse doganali sulla commercializzazione e importazione di veicoli nell’isola. Il piano prevede l’installazione di stazioni di ricarica scollegate dalla fragile rete elettrica nazionale cubana (soggetta a continui blackout), puntando su fonti rinnovabili autonome (pannelli solari, etc.) La cooperazione energetica tra Cina e Cuba sta accelerando la trasformazione della rete elettrica dell’isola, con nuovi parchi solari, impianti eolici e sistemi di accumulo che rafforzano la sovranità energetica cubana di fronte al blocco e all’assedio petrolifero statunitense. La Cina ha messo in atto la transizione energetica più rapida del mondo, sul territorio cubano. In soli 12 mesi i cinesi hanno costruito a loro spese 75 dei 90 parchi solari previsti per l’isola, aggiungendo oltre 1.000 megawatt di capacità alla rete elettrica cubana. Addirittura, alcuni impianti sono entrati in funzione in soli 35 giorni dall’arrivo delle apparecchiature; entro il 2028 saranno costruiti 92 parchi, con una capacità di generazione di 2.000 megawatt, equivalente all’intera capacità di generazione di energia da combustibili fossili dell’isola. Oltre ai parchi solari, la Cina ha donato a Cuba 70 tonnellate di componenti per generatori elettrici, e prevede di installare 10 mila impianti fotovoltaici in case isolate e strutture sanitarie rurali. Ulteriori 5 mila kit solari, ognuno composto da pannelli, inverter e batterie di accumulo, sono stati installati nei centri sanitari di 168 comuni. Anche l’energia eolica contribuirà in misura crescente. Sempre grazie al supporto cinese, sono attualmente in costruzione 19 parchi eolici, per un totale di 415 MW di potenza installata. Stanno arrivando anche gli indispensabili sistemi di accumulo, per avere la corrente anche di notte.   Fonti: > Cuba: la Cina ha messo in atto la transizione energetica più rapida del mondo > Cuba e la crisi energetica come leva per una transizione accelerata http://www.cubadebate.cu/noticias/2026/05/18/mas-de-200-autos-electricos-trasladaran-a-pacientes-de-hemodialisis-en-cuba/ > Pinar del Río: hospital Abel Santamaría mantiene servicio de hemodiálisis (+ > Fotos) Lorenzo Poli
June 6, 2026
Pressenza
La Cina di Xi Jinping che mette al bando OnlyFans e gli influencers
Dal 21 luglio 2025, la Cina di Xi Jinping ha vietato OnlyFans, piattaforma britannica con oltre 305 milioni di utenti nel mondo, dove migliaia di “creators” vendono contenuti espliciti a sfondo sessuale. Approdata in Cina il 29 novembre 2024, salvo poi essere vietata già nel dicembre dello stesso anno, OnlyFans ha continuato ad essere disponibile – ricorrendo al VPN (reti private virtuali che permettono di mascherare la propria posizione geografica) – fino a luglio 2025. Ora l’accesso alla piattaforma è impossibile, ma anche monitorato e dunque, vietato. Ma quali sono le vere ragioni dietro a questa decisione? La definizione del governo socialista di Pechino non ha interpretazione, definendo OnlyFans: “Spazzatura occidentale immorale e corrotta”, simbolo del “decadimento morale occidentale”. Xi Jinping in persona ha affermato che la piattaforma «non è in linea con la moralità pubblica promossa dal governo» e che non è altro che «una malattia corrotta dell’Occidente». Per quanto possa essere sembrato una politica di difesa della moralità socialista e della sovranità culturale contro l’egemonia decadente dell’ideologia capitalista occidentale, la questione è di tutt’altro spessore. OnlyFans, piattaforma simbolo della mercificazione del corpo, rappresenta uno degli strumenti attraverso cui il capitalismo, nella sua fase imperialista e finanziaria, trasforma la sessualità in merce, incentivando la reificazione degli individui, soprattutto delle donne, e promuovendo modelli relazionali fondati sul profitto anziché sulla dignità umana. Le accuse rivolte ad OnlyFans dal governo di Pechino hanno un profondo significato politico e pedagogico. Considerando la tipologia di contenuti che vengono generalmente venduti sulla piattaforma, le posizioni del governo guidato da Xi Jinping sono una vera e propria denuncia contro la mercificazione, la sessualizzazione, l’oggettificazione del corpo femminile (e non solo) e il consumismo virtuale. OnlyFans è infatti da anni al centro di moltissime polemiche, dato che si tratta, nei fatti, di una forma di prostituzione virtuale sommersa e spesso non regolamentata. Le autorità cinesi hanno infatti denunciato OnlyFans non solamente per tutelare la “moralità collettiva”, ma anche per impedire che il suo uso spinga (anche) i giovani cinesi ad aver comportamenti sessualizzanti per puro tornaconto economico, come accade nel resto del mondo occidentale. Una questione estremamente delicata e attuale, che dovrebbe spingerci a interrogarci: perché tanti giovani, uomini e donne, scelgono la strada “più facile”, ricorrendo alla mercificazione – pur consapevole – del proprio corpo, anziché scegliere un percorso di crescita personale nel mondo del lavoro in maniera dignitosa? Qual è il vero significato della libertà? Libertà di fare ogni cosa a tal punto di vendersi “consapevolmente”, o libertà da ogni cosa che ci condiziona e che illusoriamente ci fa credere liberi? Nel contrastare questo fenomeno, la Cina ha affermato come al di sopra della “libertà” egoistica di vendere il proprio corpo stia il diritto della collettività a costruire una sfera pubblica fondata su valori alternativi a quelli imposti dalla globalizzazione neoliberista, resistendo alla penetrazione di industrie culturali che sfruttano i bisogni intimi umani e la precarietà economica per produrre valore per pochi ricchi e pervertiti. In un’epoca in cui l’imperialismo non si manifesta solo con le guerre o lo sfruttamento, ma anche con l’infiltrazione dei modelli di consumo e dell’immaginario, il blocco di piattaforme come OnlyFans si configura come parte della lotta ideologica contro la colonizzazione mentale del totalitarismo “liberale”. Questo è forse il punto centrale dell’intera vicenda in una società in cui le condizioni economiche per i più giovani, in Italia, così come in Europa, non sempre sono agevoli, portando molti inconsapevoli a sperare di avere successo percorrendo una “via banale”, che richiede meno sforzo e dispendio di energie, meno attesa e sacrifici, sbarcando su piattaforme come OnlyFans. Salvo poi arrivare a pentirsi una volta raggiunta l’età adulta o – nei casi più sfortunati – il pubblico ludibrio a causa del revenge porn. Fedele a questa linea politica, il 23 aprile 2024, l’amministrazione digitale della Repubblica Popolare Cinese (la Cyberspace Administration of China – CAC) aveva lanciato una massiccia operazione di pulizia della rete nota come campagna “Qinglang” (“Lindo e Brillante”). Questa direttiva del governo cinese impone la rimozione immediata degli account e dei contenuti incentrati sul lusso sfrenato, portando alla cancellazione di profili di con milioni di follower. Le principali piattaforme social cinesi (tra cui Douyin — la versione locale di TikTok —, Weibo e Xiaohongshu) hanno bloccato e rimosso migliaia di post e centinaia di account di mega-influencer. Tra i profili più noti cancellati figurano Wang Hongquanxing (soprannominato la “Kim Kardashian della Cina”, famosa perché dichiarava di non uscire mai di casa senza indossare gioielli dal valore minimo di 1,3 milioni di euro), Bo Gongzi (1) (“Il Giovane Lord Bo”, noto per i video in cui testava Rolls-Royce e acquistava borse Hermès da collezione) e Baoyu Jiajie (“Sorella Abalone”). Oltre alla chiusura manuale dei profili dei creatori di contenuti, le piattaforme hanno dovuto riaddestrare i propri algoritmi di intelligenza artificiale per penalizzare e oscurare i tag, le menzioni e le esibizioni video di marchi del lusso estremo (come Ferrari, Rolex o valute in contanti), riducendone la visibilità fino al 90%. Il Partito Comunista Cinese aveva giustificato la stretta come una misura necessaria per combattere il “culto del denaro”, il “materialismo volgare”. Secondo la visione di Pechino, l’ostentazione della ricchezza online promuove valori tossici ed è contraria alla filosofia della “prosperità comune” promossa dal presidente Xi Jinping. L’autorità di regolamentazione CAC ha dichiarato che l’internet nazionale deve essere un ambiente “civile, sano e armonioso”, focalizzato sul valorizzare il talento, il lavoro duro, l’artigianato e la coesione sociale, anziché l’invidia di classe o la ricchezza fine a se stessa. Sebbene le banalità degli analisti, dei media e degli economisti occidentali (come gli analisti citati da NBC News o The Guardian) abbiano parlato di “tentativo del governo di attenuare il senso di frustrazione e deprivazione della classe media e dei giovani cinesi” per impedire l’innesco di “una pericolosa rabbia sociale e un risentimento politico verso le disuguaglianze interne” (2), la versione dei paesi BRICS e della controinformazione risulta più interessante. I media del Sud Globale e gli osservatori non allineati inquadrano la messa al bando degli influencers all’interno del concetto di “sovranità digitale”, evidenziando come la Cina sia uno dei pochi paesi al mondo in grado di imporre una regolamentazione ferrea sull’economia dei social media, dimostrando che lo Stato mantiene un potere superiore rispetto alle piattaforme private e alle celebrità online. La Cina è tra i Paesi che hanno espresso ufficialmente l’allarme per i danni dei social media. Gli analisti del Sud mettono a confronto la decisione di Pechino con il modello occidentale, dove la cultura dell’ostentazione e dell’iper-consumismo guidata dagli influencer viene lasciata proliferare senza vincoli, esacerbando le spaccature sociali e psicologiche tra la popolazione. Per i BRICS, si tratta di una scelta che mira alla costruzione di una modernità socialista, fondata sulla protezione dei lavoratori, sulla promozione dell’etica collettiva; sul rifiuto, da un lato, – per quanto riguarda OnlyFans – della pornografia come strumento di dominio e di alienazione e, dall’altro, – per quanto riguarda gli influencers – sulla protezione della produttività reale del Paese, della salute delle relazioni umane rispetto alla volatilità dell’economia dell’apparenza e della prestazione. Alla luce di ciò, siamo dunque davvero sicuri che la Cina sbagli a bannare Onlyfans e gli influencer in questa nostra società? Sicuramente, per quanto eternamente e rigidamente formalisti, i confuciani hanno qualcosa da insegnare a noi occidentali che, per quanto potenzialmente lettori di Zygmunt Bauman, poco abbiamo capito della sua constatazione della modernità liquida avanzante nell’Occidente “democratico”.   (1) “Bo Gongzi”, nel 2024, aveva evaso le tasse, comprese l’imposta sul reddito personale e l’IVA, per un totale di 7,49 milioni di yuan, secondo quanto dichiarato dal Servizio Tributario Municipale di Shanghai. Le autorità fiscali di Shanghai, in un comunicato stampa diffuso mercoledì 18 dicembre 2024, hanno annunciato che la multa che avrebbe dovuto pagare era di 13,3 milioni di yuan (1,8 milioni di dollari USA) per evasione fiscale. https://www.channelnewsasia.com/east-asia/china-influencer-wealth-flaunting-fined-millions-tax-evasion-4816061 (2) La versione degli analisti occidentali sostiene che sia un tentativo del governo di “attenuare il senso di frustrazione e deprivazione della classe media e dei giovani cinesi” causato da un presunto “significativo rallentamento economico”, caratterizzato da un “alto tasso di disoccupazione giovanile” e dalla “crisi del settore immobiliare”. Secondo la loro analisi, in questo contesto di difficoltà diffusa, vedere influencer che ostentano ville, super-auto e shopping multimilionario potrebbe innescare una pericolosa rabbia sociale. Per l’Occidente, Pechino sta semplicemente “nascondendo i sintomi” della crisi per preservare il controllo politico. Impressioni però smentite dai dati economici che ci parlano di una Cina come prima potenzia economica al mondo   Maggiori informazioni: > La Cina blocca l’accesso ad Onlyfans https://www.wired.it/article/onlyfans-cina-apertura-chiusura-censura/ https://it.insideover.com/politica/la-cina-banna-onlyfans-spazzatura-occidentale-immorale-e-corrotta-e-non-ha-tutti-i-torti.html https://www.ferpi.it/news/la-cina-obbliga-gli-influencer-ad-avere-una-laurea-ma-la-vera-domanda-riguarda-tutti-noi https://theconversation.com/chinas-crackdown-on-wealth-flaunting-social-media-puts-pressure-on-influencers-both-on-the-mainland-and-in-taiwan-to-echo-the-party-line-231224 Lorenzo Poli
June 5, 2026
Pressenza
Sanzionati dagli Stati Uniti il presidente cubano e membri della famiglia di Raul Castro
Sanzioni, sanzioni e ancora sanzioni … il governo degli Stati Uniti ha emesso oggi sanzioni contro il Presidente della Repubblica di Cuba Miguel Diaz Canel, alcuni membri della famiglia di Raul Castro e altre istituzioni cubane. Tanto per non perdere le sane abitudini dalla Casa Bianca arriva un altro giro di sanzioni contro Cuba.  Questa volta il Dipartimento di Stato statunitense, in una nuova azione dell’amministrazione Trump contro il Paese caraibico, ha sanzionato Díaz-Canel e sua moglie, Lis Cuesta Peraza, Alejandro Castro Espín, figlio di Raúl Castro,  Raúl Alejandro Castro Calis, nipote di Raúl Castro e  Manuel Anido Cuesta, figliastro di Díaz-Canel. Sono state inoltre sanzionati il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie (MINFAR), i Comitati di Difesa della Rivoluzione (CDR), l’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli (ICAP), Amistur Cuba S.A. e  Miniera La Victoria S.A. Le sanzioni bloccano tutti i beni e gli interessi sotto la giurisdizione degli Stati Uniti e vietano ai cittadini e alle imprese statunitensi di effettuare transazioni con i sanzionati. Marco Rubio, nella solita stantia retorica,  ha affermato che le sanzioni cercano di colpire la rete di persone ed entità che sostengono e finanziano le attività di Cuba contro gli interessi degli Stati Uniti. “La vile inclusione del presidente Díaz-Canel, parte della sua famiglia, oltre a istituzioni, organizzazioni della società civile e aziende cubane in una lista illegittima e unilaterale del governo degli Stati Uniti è l’ultimo esempio del piano interventista statunitense, che intende presentare Cuba come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, ha scritto il Ministro degli Esteri Bruno Rodriguez Parrilla sul suo account X dopo l’emissione delle sanzioni. “Ogni azione degli Stati Uniti volta a costruire uno scenario di conflitto tra i due Paesi sarà destinata al fallimento. Ogni minaccia contro l’indipendenza e la sovranità di Cuba avrà come risposta più unità e determinazione del nostro popolo” ha aggiunto il ministro. Intanto Donald Trump tuonava nuovamente contro Cuba, dichiarando che dopo l’Iran, Washington si occuperà della nazione caraibica. “Ci occuperemo di questo (Cuba) non appena avremo finito (con l’Iran). Mi piace fare una cosa alla volta,” ha dichiarato l’inquilino della Casa Bianca. Da parte sua Miguel Díaz-Canel ha commentato le recenti dichiarazioni di Donald Trump affermando che “questa cecità politica si aggiunge alle misure coercitive applicate nelle ultime settimane contro il nostro Paese, progettate per danneggiare il popolo cubano”. Il governo cinese ha dichiarato che Washington deve porre fine “immediatamente e completamente” al blocco e alle sanzioni contro l’isola. La portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha accusato gli Stati Uniti di usare “pretesti” e “calunnie” per giustificare la loro politica nei confronti dell’Avana. “Inventare pretesti e diffondere calunnie non può giustificare il brutale blocco o le sanzioni illegali degli Stati Uniti contro Cuba”, ha affermato Mao Ning, aggiungendo che le misure imposte per decenni da Washington hanno gravemente colpito l’economia cubana e le condizioni di vita della popolazione (RT). Andrea Puccio
June 5, 2026
Pressenza
Perché l’Occidente fa bombardare San Pietroburgo
L’Ucraina spara droni contro San Pietroburgo nel giorno in cui proprio nell’ex città imperiale si apre il St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF), giunto alla ventinovesima edizione. Si tratta di un incontro, che durerà fino al 6, a cui partecipano i rappresentanti di governi e aziende di 130 paesi del […] L'articolo Perché l’Occidente fa bombardare San Pietroburgo su Contropiano.
June 5, 2026
Contropiano
Spettri cinesi e il ritorno dello Stato
La relazione di Emanuele Orsini all’assemblea annuale della “sua” Confindustria, le Considerazioni finali del Governatore della Banca di Italia Fabio Panetta non sembrano all’altezza dell’epoca. Segnalano consonanza con la premier Giorgia Meloni e, in modo diverso indubbiamente, mancano di coraggio – nonostante le intenzioni, soprattutto di Orsini. Dipingono il declino, ma poi celebrano resilienza e fiducia. Qualche spiraglio, senz’altro, si intravede e alcune proposte – in particolare di Panetta – vanno prese sul serio; in generale, però, faticano a emergere visioni alternative a tutto ciò che ha contribuito, negli ultimi trent’anni, a fare dell’Italia fanalino di coda per quanto riguarda i salari, nonché il Paese più vecchio d’Europa, dal quale i e le giovani, soprattutto se formati e formate, fuggono senza sosta. A seguire, una circoscritta analisi comparativa delle due relazioni, con una congettura sull’alternativa necessaria; necessaria, anche, per non consegnare il governo alle larghe intese, prima, a Vannacci subito dopo. L’ANTICRISTO CINESE Fin nell’esordio della sua relazione, Orsini indica le colpe europee: troppa burocrazia, poco sostegno alla competizione (leggi: soldi alle imprese, all’innovazione tecnologica per le imprese). E se l’Europa arranca, anche a causa della guerra e dell’aumento dei costi, la Cina è la vera superpotenza industriale. Ma lo è perché gioca sporco: «La Cina è oggi l’unica vera superpotenza industriale. Da sola genera il 35 per cento della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati. Ma la Cina gioca con regole falsate ed esporta nel resto del mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda interna. Sposta un carico gigantesco di merci verso i mercati europei. Non solo prodotti a basso costo, ma anche tecnologie avanzate: settori in cui la Cina ha sovra-capacità produttiva mentre l’Europa arranca e arretra». > Come avremo modo di vedere, non vi è mai, nelle parole di Orsini, > un’ammissione di colpa da parte delle aziende italiche. L’Europa sbaglia, non > perché non ha un federale governo del tesoro, con fisco, welfare e salari > finalmente allineati, ma perché non regala risorse pubbliche a sufficienza > alle imprese. Inondando il mercato di regole e cavilli, che, invece di > sostenere gli «animal spirits», li atterriscono. Sul problema della Cina, le parole di Panetta sono indubbiamente meno sguaiate. Ma non per questo meno taglienti. L’avanzo commerciale cinese mina la stabilità economica mondiale, al pari del disavanzo americano: «Anche la Cina ha contribuito in misura rilevante all’espansione mondiale, con una crescita del 5 per cento. A fronte di una domanda interna debole, le imprese cinesi hanno reagito ai dazi statunitensi riducendo i prezzi sui mercati esteri e diversificando gli sbocchi commerciali. È una strategia efficace nell’immediato, ma fragile nel lungo periodo: non risolve le pressioni deflazionistiche interne e alimenta nuove spinte protezionistiche. […] Gli Stati Uniti rappresentano due terzi del disavanzo mondiale. Sul versante opposto, circa un terzo dell’avanzo è riconducibile alla Cina; più contenuta è la quota dell’Europa. […] Negli Stati Uniti il disavanzo è alimentato dall’elevato deficit pubblico e dal basso risparmio delle famiglie. In Cina l’avanzo rispecchia un modello di crescita che comprime i consumi e stimola le esportazioni, anche attraverso politiche di sostegno alla manifattura. In Europa l’avanzo segnala la cronica difficoltà di trasformare il risparmio in investimenti innovativi». Parole più miti, indubbiamente, ma stessa polemica: visto che il Partito Comunista cinese continua a comprimere la domanda interna (ma è del tutto vero?), dati i dazi di Trump, la sovra-capacità produttiva cinese invade i mercati mondiali, in particolare ma non solo l’Europa, la Germania e l’Italia ancora più precisamente. Perché non dire che l’Europa in generale, Germania e Italia e con loro la filiera dell’automotive, nulla hanno fatto per tenere il passo nella sfida dell’elettrico? Certo, per dirlo senza infingimenti, andrebbe una volta per tutte chiarito che il Green New Deal è saltato in aria a causa della guerra in Ucraina e, a seguire, della catastrofe mediorientale. In entrambi i casi, i fossili russi e a stelle a strisce ne escono vincenti, mentre l’automotive in Germania avvia la ristrutturazione bellica.  Vi è poi un denso e articolato non detto nelle relazioni che stiamo analizzando: per quale motivo gli Stati Uniti possono permettersi due terzi del disavanzo mondiale? Cosa rende sostenibile l’impennata del debito pubblico statunitense? E per quale motivo, poi, l’impennata del debito pubblico si è imposta negli ultimi venti anni – dal 70% in rapporto al PIL, nel 2008, ha superato il 120% nel 2025? Cosa ha spinto la Federal Reserve a pompare senza freni liquidità nei mercati finanziari, così acquistando Treasury Bonds di cui, però, si è imposta l’emissione? E per quale motivo, poi, Apple e Tesla, per fare solo degli esempi, hanno investito in Cina? Semplicemente, per fare un favore ai cinesi? Domande che Panetta, tanto meno Orsini, si pongono e che, con risposte semplici, potrebbero aiutarci a comprendere. Il dominio planetario del dollaro, come «denaro mondiale» e riserva di valore, anche se in declino continua a garantire il debito pubblico: fin quando i T-bond saranno considerati sicuri, perché denominati in dollari, allora potranno essere emessi. Vero è che il debito pubblico americano è cresciuto vertiginosamente per salvare le banche too big to fail dal crack dei mutui subprime: dal 2008 al 2013, è passato da 10 trilioni a 16 trilioni di dollari. Vero che le politiche fiscali regressive di Trump (primo mandato, ma ora anche peggio) lo hanno enormemente accresciuto. Vero che le risposte fiscali di Biden al Covid hanno fatto il resto. Senza la crisi del 2008, però, nulla si capisce delle politiche monetarie espansive che hanno cambiato segno solo con la ripresa della dinamica inflativa (2021-2023), esito del lockdown, della guerra in Ucraina, delle strozzature delle catene del valore. EUROBOND: MA PER CHI? La relazione di Orsini e ovviamente le Considerazioni di Panetta insistono sugli eurobond. Ciò è bene, perché senza eurobond l’Europa non può farcela. Di più, senza eurobond, non può farcela il welfare europeo, il modello sociale europeo più in generale. Entrambi, legano il debito comune all’unione dei risparmi e dei capitali: la mobilitazione del risparmio privato europeo (circa 30 trilioni di euro) è il grande tema che affligge le imprese quanto gli Stati, stimolando continuamente l’appetito dei grandi fondi di investimento americani. Colpisce, però, la sfacciataggine di Orsini: «Ma non bastano energia e capitali, serve la svolta del debito comune per sostenere l’industria europea che non può più essere lasciata in balia delle diverse capacità finanziare degli Stati membri. Anche su questo punto voglio essere chiaro. Non chiediamo nuove emissioni di debito europeo per finanziare la spesa corrente degli Stati. Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l’anno. Questi non possono arrivare né dai limitati margini dei bilanci nazionali né dal bilancio comune. Gli attuali 280 miliardi l’anno, da dividere tra 27 Paesi, sono cifre che da sole non risolvono il problema». L’Europa, colpevole di lacci e lacciuoli, può essere utile se emette debito comune e, senza neanche discuterne, lo devolve alle politiche industriali. Ciò, per sconfiggere la Cina. Anche in questo caso, le parole di Panetta sono più misurate, senz’altro più complete: «La strategia sull’Unione del risparmio e degli investimenti è un passo importante. Ma una vera integrazione finanziaria richiede un titolo sovrano europeo: uno strumento liquido e sicuro, in grado di offrire un riferimento ai mercati e di attrarre risorse dall’estero, rafforzando il ruolo internazionale dell’euro. Se fondato su un’adeguata capacità di bilancio comune, esso favorirebbe il finanziamento di investimenti di interesse europeo. Si eviterebbero le inefficienze di iniziative nazionali non coordinate e sarebbe più agevole mobilitare capitali privati su larga scala». > Gli eurobond, infatti, sono la condizione affinché un bilancio comune più > solido possa affermarsi. Al contempo, in combinazione con l’emissione > dell’euro digitale, potrebbero rafforzare in modo significativo la posizione > dell’euro come valuta globale, non solo continentale, generando così le > condizioni per l’ampliamento e la sostenibilità del debito comune stesso. Sia Orsini che Panetta, però, definiscono un perimetro stretto, per l’utilizzo del debito comune: energia, che per Orsini significa principalmente nucleare; sicurezza, che per entrambi vuol dire industria bellica; tech, che vuol dire ovviamente infrastrutture digitali (cloud e data center) e intelligenza artificiale. Intendiamoci, l’attenzione di Panetta per l’istruzione e la ricerca è sempre rilevante, a maggior ragione quando si tratta di mettere in evidenza le drammatiche mancanze italiane. E pure nella relazione di Orsini, sembrerà strano, la parola ‘ricerca’ compare. Ma non si capisce per quale motivo gli eurobond non debbano finanziare istruzione e ricerca principalmente, welfare e sostegno al reddito, in particolare tenuto conto l’impatto, sull’occupazione, dell’adozione dell’intelligenza artificiale. Soprattutto, non è chiaro se la capacità di spesa pubblica comune resa disponibile dagli eurobond sia destinata alle imprese private – della sicurezza, dell’energia, del tech – o se invece abbia l’obiettivo di dare vita a grandi public utilities continentali. In verità, nel caso di Orsini la risposta è chiara, ma pure l’omissione di Panetta non rassicura. di Angelo Benedetto (Flickr) DECLINO ITALIANO Mentre Orsini blandisce Meloni, Panetta non fa sconti e, con passaggi decisivi, chiarisce l’entità della crisi. Un passaggio, tra gli altri, merita attenzione: «Dall’inizio del secolo la quota dei trentenni laureati è più che raddoppiata, al 30 per cento, ma rimane inferiore a quella delle altre principali economie europee. Tra i giovani non laureati, uno su cinque non studia e non lavora, una percentuale doppia rispetto agli altri paesi. Il rendimento dell’istruzione terziaria resta contenuto, mentre la domanda di competenze qualificate da parte delle imprese rimane debole. Una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze; tra il 2020 e il 2024 ne sono usciti dal Paese oltre 100.000. Si alimenta così un circolo vizioso. Un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione; la carenza di competenze rende a sua volta difficile adottare nuove tecnologie». Pochi laureati, ancora, rispetto alla media europea. Ciò nonostante, fuga senza sosta dei giovani qualificati; la domanda delle imprese, infatti, rimane debole. Ma Panetta sa arrivare anche al punto – ciò lo rende più interessante, e più utile per chi cerca strade alternative, di Orsini: non basta colpevolizzare i giovani perché non scelgono le discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), né accanirsi con coloro che né studiano né cercano lavoro (i NEET, che in Italia sono tanti), ma occorre riconoscere che «un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione». Siamo di fronte al punto più alto, e senz’altro più condivisibile, delle Considerazioni del Governatore. Orsini, da parte sua, riconosce che in Italia esiste una drammatica questione salariale: «Le basse retribuzioni allontanano i giovani dall’Italia. Troppi settori offrono solo contratti a tempo e salari insufficienti. Se vogliamo affrontare seriamente il problema, dobbiamo condividere tutti il principio per cui la retribuzione è una questione di attrattività per l’Italia e le sue imprese. I salari bassi incidono negativamente sulla qualità della vita delle persone, sulla natalità e frenano la domanda interna, che resta il principale mercato per la maggior parte delle imprese, e l’unico per molte piccole realtà». Ma poi celebra il Governo e il decreto-legge “Primo maggio”, l’ultimo della serie, e conclude: «Ma in Italia resta aperta la questione salariale. Lo dico con chiarezza: noi da soli, con i nostri migliori contratti, non riusciamo a risolverla». Non c’è che dire, Orsini non sa cosa sia la vergogna. E, ovviamente, neanche una parola sui dati in ultimo presentati dal Libro Bianco del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Nel 2024, «la spesa totale in ricerca e sviluppo è stata pari all’1,4% del PIL, rispetto a una media UE pari a 2,2%, al 3,1% della Germania e al 2,2% della Francia». Nel decennio che va dal 2015 al 2024, la crescita degli investimenti italiani, pari al +3,2%, è stata inferiore alla media UE, +4,5%. Dato che fa la differenza, a maggior ragione se abitudine italica prevalente è quella di colpevolizzare il capitale umano, riguarda gli investimenti privati (delle imprese) in ricerca e sviluppo: 17 miliardi, nel 2024, «valore nettamente inferiore ai 92 miliardi di euro della Germania e ai 42 miliardi di euro della Francia». No, questi numeri per Orsini non esistono, dunque bene chiedere a Meloni il rafforzamento della ZES unica. EQUITÀ FISCALE E RITORNO DELLO STATO INVESTITORE Vi è un sussulto di dignità anche in Orsini – difficile da credere, ma è così: «L’Italia è quarta per pressione fiscale tra i Paesi avanzati, ma esistono 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile. Lanciamo una proposta al Governo e alle parti sociali. Lavoriamo insieme, su queste misure, alcune delle quali hanno perso la propria ragion d’essere o si sovrappongono tra loro. Analizziamole insieme. E identifichiamo i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola». D’altronde, la stessa Bankitalia ha censito che il volume annuo degli aiuti a fondo perduto alle imprese è triplicato nell’ultimo quinquennio, passando da circa 6 miliardi all’anno del biennio 2018-2019 a circa 18 miliardi tra il 2020 e il 2025. Comunque, benissimo, siamo d’accordo. > Sorge spontaneo il dubbio: non è che si sta cercando un modo per a) non > affrontare, come invece si deve, il problema della tassazione progressiva dei > redditi da capitale, più in generale della ricchezza, e per b) colpire solo > professionisti e piccole imprese (la flat tax di cui godono, intendiamoci, > rimane intollerabile)? Panetta, invece, di fronte ai numeri del declino, riscopre lo Stato investitore diretto, e lo fa in particolare riferendosi ai ritardi delle imprese italiane nell’adozione dell’intelligenza artificiale: «Lo Stato può inoltre agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni. Anche la diffusione dell’intelligenza artificiale nelle Amministrazioni pubbliche può accrescere l’efficienza e la qualità dei servizi offerti ai cittadini e alle imprese». La proposta è senz’altro convincente, da rilanciare. Ma si tratta semplicemente di ridurre il rischio per i pionieri o di prendere atto che, senza pianificazione economica e intervento pubblico, la transizione digitale porta con sé, quanto meno ma non solo in Italia, ritardi, squilibri, fallimenti, disoccupazione (del lavoro cognitivo automatizzabile)? CONGETTURE Mettiamo il caso che, nelle prossime elezioni italiane, l’eccedenza che ha fatto stravincere il ‘no’ al referendum sulla riforma della giustizia decida di mandare a casa Meloni. Fatto non scontato – un pareggio, al momento, è difficile da escludere. Non scontato, ma possibile. La domanda, per un Governo che si vuole seriamente alternativo alle destre, è dunque la seguente: esiste un cervello (collettivo) capitalistico, in Italia? Se sì, quali parole meglio lo rappresentano? > La risposta che qui si propone è tranchant: in Italia manca, e da tempo, un > cervello capitalistico capace di visione, tempi lunghi, respiro; quel poco che > emerge viene dalla Banca d’Italia e più in generale dalle élite europeiste (in > molti casi tecnocratiche), mentre Confindustria arranca frammentata, senza > scuse, provinciale e arrogante al contempo. Per mobilitare l’eccedenza, dunque, e quindi per provare a governare, la ricetta è semplice e per questo, in prevalenza, messa a tacere dai media mainstream: tassare i ricchi; indicizzare automaticamente i salari all’inflazione; raddoppiare la spesa pubblica, in rapporto al PIL, in istruzione, università e ricerca; promuovere il pieno federalismo europeo, gli eurobond, l’euro digitale – contro la dollarizzazione dell’economia europea a mezzo stablecoin; salario minimo e reddito di cittadinanza, insieme e non l’uno contro l’altro; pianificazione democratica e aziende pubbliche per i settori strategici dell’innovazione tecnologica ed energetica; rilancio della sanità pubblica. Al di sotto della proposta sopra tratteggiata, non si vince; senza realizzarne una parte significativa, si rischia, se va bene, l’effetto “Tsipras”, se va male si consegna il Paese a Vannacci – come d’altronde SPD (prima) e CDU (adesso) sembrano fare con AfD in Germania. Bene sapere che non c’è alchimia politica (campo, coalizione, ecc.) che possa realizzare, senza convulsioni e fratture, crisi e arretramenti, l’articolato programmatico di cui sopra. Al quale si aggiunge, ma è una premessa, il contrasto alle guerre tutte e all’industria bellica. Occorre dunque essere consapevoli che, senza movimenti sociali e sindacali di massa, in Italia e in Europa, anche le intenzioni migliori possono evaporare nel giro di una stagione. Il tema, allora, sarà: possibile combattere, dal basso e dall’alto, secondo una inedita co-articolazione di eterogenei, per strappare l’alternativa metro dopo metro? Solo collettivamente, sperimentando, si potrà provare a rispondere alla domanda. Ma è bene cominciare a porla. La copertina è di Luca Di Ciaccio (Flickr) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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June 3, 2026
DINAMOpress
Cina, socialismo e IA contro Occidente
Per due secoli l’Occidente ha raccontato a se stesso una storiella confortante: il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa, e ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento. Il crollo del Gosplan sovietico parve sigillare per sempre tale verità, e da allora il […] L'articolo Cina, socialismo e IA contro Occidente su Contropiano.
June 1, 2026
Contropiano
“LEVANTE”: LA PRECARIZZAZIONE DEL LAVORO E LA MEMORIA DELLA CLASSE OPERAIA CINESE. IL CASO DEL DONGBEI, L’ESTREMO NORDEST.
Secondo appuntamento nel mondo della letteratura operaia cinese per “Levante”, la trasmissione di Radio Onda d’Urto dedicata all’Asia Orientale. Dopo avere presentato “Consegno pacchi a Pechino” di Hu AnYan, tradotto in italiano per Laterza da Federico Picerni, nostro ospite nella puntata di aprile 2026 (riascoltala qui),a maggio 2026 ci spostiamo nell’estremo Nordest della Cina, il Dōngběi, al confine con l’Estremo oriente russo e con la Corea del Nord. Una zona che, con un paragone forse improprio, viene spesso paragonata alla “Rust Belt” degli Usa, un tempo cuore dell’industria pesante (e della classe operaia), poi travolta da licenziamenti, depressione economica e crisi (anche) d’identità. Ospiti della puntata Dario Di Conzo – co-curatore di Levante su Radio Onda d’Urto, oltre che docente a contratto di Riforme economiche nella Cina contemporanea all’Università L’Orientale di Napoli – e Gaia Perini, studiosa di letteratura cinese moderna. Laureata a Bologna, Gaia Perini ha vissuto in Cina dal 2003 al 2018, dove ha conseguito una seconda laurea e un dottorato alla School of Humanities and Social Sciences della Tsinghua University di Pechino, lavorando sotto la guida di Wang Hui. Le sue ricerche attraversano letteratura moderna, pensiero politico e teoria della traduzione, con un’attenzione particolare a Ba Jin (anarchico e scrittore cinese tra i più importanti del XX secolo) e, più recentemente, alle forme letterarie attraverso cui la Cina contemporanea ha raccontato la precarizzazione del lavoro e la memoria della classe operaia. Le sue ricerche si orientano in particolare quindi sulla letteratura proprio del Dōngběi cinese, come quella prodotta dai “figli” della stagione dei licenziamenti di massa nelle imprese di stato cinesi, avvenuti tra metà Anni Novanta e primi Anni Duemila. La puntata di maggio 2026 di “Levante” su Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica
May 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Confindustria piange, ma non capisce
Con il solito senso del “servizio”, o del servitore, la stampa italiana ha dato conto delle lamentazioni e delle richieste del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, al Festival dell’economia di Trento. Pura trascrizione del ragionamento, senza alcuna domanda sulle scelte degli imprenditori italiani, come se lo sguardo indagatore della stampa […] L'articolo Confindustria piange, ma non capisce su Contropiano.
May 25, 2026
Contropiano
Un’altra strage (in Cina) e un disastro (in California)
L’urgenza di costruire una rete internazionale per la sicurezza. di Vito Totire (*) … «compagno» Xi Jinping e PCC: il mondo vi guarda, dite cosa intendete fare La Cina è più vicina di quello che si poteva pensare. In poche ore sono arrivate due notizie di segno opposto: una da Prato, l’altra dalla miniera di Lushenyu nel nord della Cina.
LEVANTE: XI JINPING TRA TRUMP E PUTIN. ANALISI E VALUTAZIONI DOPO L’INCONTRO (DOPPIO) A PECHINO
Pechino snodo degli incontri internazionali: Trump prima e, pochi giorni dopo, Putin. Su Radio Onda d’Urto approfondiamo i due vertici, entrambi avvenuti nella capitale della Repubblica Popolare Cinese e con Xi Jinping in primo piano, nel corso del mese di maggio 2026. Lo facciamo con questo speciale “Levante”, trasmissione di Radio Onda d’Urto dedicata all’Asia orientale, tra Cina e dintorni. Ospite il nostro collaboratore Dario Di Conzo – co-curatore di Levante, ricercatore alla Scuola Normale Superiore e docente a contratto di riforme economiche della Cina contemporanea all’Orientale di Napoli. Gli incontri di Xi Jinping prima con Trump e poi con Putin in “Levante”.  Ascolta o scarica  
May 22, 2026
Radio Onda d`Urto