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Francia: il governo fa concessioni, ma la protesta degli studenti va avanti
La mobilitazione che da settimane ormai sta portando in piazza gli studenti in tutta la Francia non accenna ad attenuarsi, e il governo arranca nel cercare una soluzione. Ieri, 13 ottobre, centinaia di migliaia di giovani – mezzo milione, secondo i sindacati studenteschi – sono tornati a mobilitarsi in tutto il Paese, esprimendo insoddisfazione per la risposta dell’esecutivo. Nei giorni scorsi, il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray e il primo ministro Sébastien Lecornu avevano infatti annunciato l’assegnazione urgente di oltre 3.000 insegnanti a circa 500 scuole con grave carenza di personale, autorizzato nuove assunzioni e promesso emendamenti alla Legge di Bilancio 2027. Non abbastanza per gli studenti, che ieri hanno messo in atto il «quinto atto» della mobilitazione contro il governo Macron, caratterizzato da scioperi, blocchi e centinaia di scuole chiuse. «Il governo deve cedere per le nostre 10 misure con 10 miliardi di euro» ha dichiarato l’Union Syndicale Lycéenne, «finché non saranno lì, la nostra mobilitazione continuerà e si intensificherà». La scorsa settimana, infatti, i sindacati studenteschi avevano presentato all’esecutivo una lista di dieci richieste per porre fine alle proteste e migliorare la situazione all’interno dei licei. Tra queste, vi sono un massiccio piano di ristrutturazione degli edifici scolastici, nuove assunzioni di personale scolastico e la fine della repressione del movimento studentesco. Parallelamente, il governo aveva lanciato una consultazione nazionale e promesso di avviare cinque progetti dedicati alle «condizioni di apprendimento e di vita» nelle scuole, dalla copertura delle cattedre vacanti al miglioramento dei locali fatiscenti, fino all’adeguamento degli istituti alle ondate di caldo, al miglioramento dell’accesso alle attività sportive e a momenti di vita collettiva e il potenziamento del ruolo dei Consigli studenteschi. Secondo i dati diffusi dal primo ministro Lecornu, sono oltre 76mila gli studenti che hanno risposto alla consultazione, lamentando soprattutto l’eccessivo carico di lavoro, le condizioni materiali degli edifici e le cattedre che rimangono a vuoto troppo a lungo per via della mancata assegnazione di insegnanti o sostituti. Proprio a questo proposito, il ministro dell’Istruzione Geffray ha presentato un piano di emergenza, con oltre tremila insegnanti dispiegati per coprire le cattedre vuote in maniera rapida, mentre saranno disposte «centinaia» di assunzioni e «diverse centinaia di migliaia» di ore supplementari per le sostituzioni di breve durata. Nel frattempo, il governo ha promesso di presentare emendamenti alla Legge di Bilancio, per soddisfare le richieste dei liceali. Tuttavia, fino a che le promesse non si trasformeranno in azioni concrete, gli studenti promettono battaglia. Ieri, in quello che hanno definito il «quinto atto» delle proteste, centinaia di migliaia di giovani hanno occupato le strade delle principali città francesi, da Parigi a Lione, Marsiglia e Strasburgo. Una mobilitazione «storica», come l’hanno definita i rappresentanti dei sindacati, che si ripete «per la terza volta in una settimana». Secondo questi ultimi, nella giornata di ieri il 90% delle università, che si sono unite alla protesta dei liceali, era chiusa o bloccata. Durante la giornata è anche stata rilanciata la grande mobilitazione del prossimo sabato 17 ottobre, che dovrebbe vedere il ritorno in piazza anche dei “Gilet Gialli”. Dal canto suo, il governo cerca di mostrarsi aperto al dialogo. «I liceali devono avere voce in capitolo» ha dichiarato Geffray, che a tal proposito promette di concedere un maggior numero di studenti dei licei eletti nel Consiglio Superiore dell’Istruzione (con un terzo dei seggi riservato agli studenti del percorso professionale) e partecipazione garantita agli organismi di rappresentanza scolastici territoriali, un budget dedicato per venire incontro alle loro richieste e un maggiore collegamento con le regioni, per migliorare il dialogo diretto sui temi d’interesse specifici. Dichiarazioni alle quali le piazze chiedono impegni concreti e immediati. The post Francia: il governo fa concessioni, ma la protesta degli studenti va avanti appeared first on L'Indipendente.
October 14, 2026
L'INDIPENDENTE
L’Africa sfida il dominio USA sulla finanza lanciando la propria agenzia di rating
Esiste un oligopolio invisibile che riconduce dritto agli Stati Uniti. Il settore è quello della finanza e delle agenzie di rating, capaci di influenzare decisioni e provocare la caduta di governi democraticamente eletti. Lo dominano le “tre sorelle”: Standard & Poors, Moody’s e Fitch, le cui valutazioni finanziarie stabiliscono quali Paesi rappresentano dei mercati sicuri su cui investire e quali invece delle navi da abbandonare al più presto. Tali valutazioni qualitative aprono tutta una serie di problemi di indipendenza e obiettività, a cui l’Unione Africana ha deciso di rispondere con la nascita dell’Africa Credit Rating Agency (AfCRA). L’obiettivo è quello di valorizzare le economie nazionali e alla lunga ridurre i costi del debito. Un passo storico, che apre la sfida tutta africana al dominio USA sulla finanza. I Paesi di tutto il mondo sono indebitati; non è una novità. Per finanziare il deficit si ricorre ai mercati internazionali, emettendo titoli di Stato, che altro non sono che obbligazioni per il futuro. In altre parole, i Paesi ottengono risorse da piccoli risparmiatori e grandi fondi di investimento, impegnandosi a pagare (generalmente nel giro di cinque o dieci anni) dei tassi di interesse. Più un’economia è in salute e più sarà attrattiva per i mercati, dovendo spendere meno per convincere gli investitori a prestare denaro. Se invece l’economia è debole, i tassi di interesse salgono, innescando una più onerosa spirale del debito. In questa vasta offerta di obbligazioni, numeri e speculazione, le agenzie di rating la fanno da padrona, indirizzando con le proprie valutazioni le scelte degli investitori. Un giudizio AAA indica, teoricamente, un’economia solida, su cui è sicuro puntare; dal grado C si parla invece di alti rischi di insolvenza, con i Paesi a un passo dal default. Le agenzie di rating fanno dunque da vetrina agli investimenti. Nel tempo, come accaduto in tanti altri settori, gli Stati Uniti hanno creato un oligopolio, rendendo Standard & Poors, Moody’s e Fitch le società più prestigiose e sicure agli occhi degli investitori. Tuttavia si basano su valutazioni non sempre rappresentative della reale situazione economica, tanto dei Paesi quanto della sfera privata. Si pensi ad esempio alla crisi dei mutui subprime del 2007-2008, durante la quale titoli classificati come AAA dalle agenzie USA diventarono in poche settimane “titoli spazzatura”. La lista degli “errori” è lunga e alimenta i dubbi sulla reale indipendenza delle “tre sorelle”. È in questo contesto che si inserisce la nascita dell’Africa Credit Rating Agency (AfCRA), inaugurata la settimana scorsa a Balaclava, nel nord di Mauritius. È stata fortemente voluta dall’Unione Africana. L’organizzazione denuncia trattamenti mediamente peggiori (valutazioni comprese tra B e B-) per i Paesi membri rispetto a quelli riservati ad altre economie emergenti con performance simili, che ottengono invece gradi BB. Secondo le stime della Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite, l’attuale oligopolio USA costa ogni anno ai Paesi africani circa 75 miliardi di dollari in interessi maggiorati. L’AfCRA nasce come organismo indipendente, con l’obiettivo di rappresentare un contraltare informativo ai pregiudizi e alle valutazioni occidentali, denunciando una scarsa conoscenza delle reali potenzialità del continente, tra risorse, esplosione demografica e opportunità produttive. L’Africa Credit Rating Agency punterà così a creare un circuito parallelo da quello statunitense, rivolgendosi soprattutto agli investitori interni, con l’obiettivo di allentare la morsa del debito pubblico, storica leva neocolonialista. La strada per i primi risultati è lunga, l’agenzia dovrà superare l’ostacolo dell’indipendenza effettiva e conquistare la fiducia dei mercati, ma si inserisce in una postura africana rivolta all’autodeterminazione, che negli ultimi anni si è arricchita di diversi tasselli, a partire dalle nazionalizzazioni portate avanti in Burkina Faso e dai processi di riappropriazione della terra sottratta in Madagascar durante l’epoca coloniale. The post L’Africa sfida il dominio USA sulla finanza lanciando la propria agenzia di rating appeared first on L'Indipendente.
October 13, 2026
L'INDIPENDENTE
In India c’è un golpe silenzioso: milioni di elettori scomparsi dalle liste
Sono più di 130 milioni le persone che, da un momento all’altro, si sono ritrovate escluse dalle liste elettorali indiane. Una revisione straordinaria senza precedenti, che ha scatenato la protesta delle opposizioni parlamentari. Queste ultime puntano il dito contro il governo Modi, accusato di trarre vantaggio dall’intervento della Commissione elettorale, che ha decimato le fasce di votanti generalmente ostili al premier. Al momento Narendra Modi non gode della massima popolarità. Nei mesi scorsi la tenuta del suo esecutivo era stata seriamente minacciata dall’ascesa del movimento degli scarafaggi. Su quest’ultimo è tornata ad abbattersi nel fine settimana la repressione statale con una nuova ondata di arresti, che non ha risparmiato neanche i leader, rilasciati soltanto ieri. Nonostante i tentativi della polizia di fermare le proteste, in migliaia sono scesi oggi in piazza a Nuova Delhi, marciando verso la sede della Corte Suprema. Si chiedono le dimissioni di Gyanesh Kumar, presidente della Commissione elettorale, protagonista di una revisione senza precedenti delle liste indiane. Le verifiche, di per sé, sono eventi ordinari, in India come nel resto del mondo, e servono ad aggiornare le liste in base a decessi e trasferimenti. A provocare la levata di scudi delle opposizioni è stata la mole dell’intervento, che ha riguardato 133 milioni di elettori, su un totale di circa 950 milioni. Si tratterebbe perlopiù di persone appartenenti alle fasce più povere della popolazione e di religione non induista. Due categorie generalmente ostili a Modi e al suo Bharatiya Janata Party (BJP), esponenti del nazionalismo indù impegnati nella progressiva erosione della laicità dello Stato indiano. L’intervento della Commissione elettorale è iniziato nel 2025, dopo l’elezione di Gyanesh Kumar avvenuta grazie al voto favorevole di Modi e del ministro dell’Interno Amit Shah. I sospetti di interferenza politica verso un organo in teoria indipendente si sono fatti più seri quando sono emersi i primi dettagli sulla revisione straordinaria. Nel corso dei mesi, quest’ultima è arrivata a interessare 30 Stati indiani. A Delhi è stato colpito più di un elettore su due (il 55%). Ciò ha scatenato un’ondata di ricorsi ripresa anche nelle altre regioni interessate. Non tutti però hanno gli strumenti materiali per presentare domanda, configurando per milioni di persone una violazione del proprio diritto al voto. I manifestanti lo hanno ribadito oggi durante la marcia organizzata tra le strade della capitale. Sabato, per bloccare il corteo convocato da partiti e associazioni, sono state arrestate migliaia di persone, tra cui il leader dell’opposizione Rahul Gandhi e diversi esponenti del movimento degli scarafaggi, che in estate ha fatto tremare le autorità indiane. A luglio, dopo settimane di cortei, presidi e scioperi della fame, ha ottenuto le dimissioni di Dharmendra Pradhan, ministro dell’Istruzione indiano, considerato il volto di un sistema scolastico inefficiente e corrotto. Nel tentativo di reprimere le proteste, Modi ha conferito poteri straordinari alla polizia, salvo poi scendere a compromessi con il movimento. A pochi mesi di distanza si è aperta una nuova fase dello scontro politico, gettando non pochi dubbi sul futuro del Paese. The post In India c’è un golpe silenzioso: milioni di elettori scomparsi dalle liste appeared first on L'Indipendente.
October 12, 2026
L'INDIPENDENTE
L’UE approva il 22° pacchetto di sanzioni alla Russia: contro Israele sono ancora zero
Gli ambasciatori dei Paesi membri dell’Unione europea hanno raggiunto l’accordo sulle nuove sanzioni alla Russia. Il 22° pacchetto dall’inizio della guerra in Ucraina attende ora il via libera del Consiglio dell’UE, atteso lunedì. Secondo le ultime indiscrezioni, la ritorsione economica colpirà oltre 1.600 soggetti, tra individui, enti e aziende, accusati di sostenere l’invasione russa. È la più ampia estensione delle sanzioni mai concordata finora. In modo diametralmente opposto continuano, in sede europea, a chiudere più di un occhio di fronte ai crimini israeliani, dall’inasprimento del progetto coloniale in Cisgiordania al genocidio condotto nella Striscia di Gaza. 826 soggetti giuridici e 820 persone fisiche. Dovrebbero essere questi i numeri del nuovo pacchetto di sanzioni preparato dall’Unione europea. Nel conteggio figurano anche 77 parlamentari russi che si sono candidati nei territori ucraini conquistati da Mosca durante il conflitto ancora in corso. I vari soggetti interessati saranno sottoposti a un regime sanzionatorio ormai rodato, che implica il divieto di viaggiare in Europa, il blocco delle operazioni finanziarie e il congelamento dei beni. Con il nuovo ampliamento, saliranno a oltre 4.500 i profili sanzionati, tra individui, enti e aziende. La più ampia estensione delle sanzioni mai concordata finora, che ora attende l’approvazione del Consiglio dell’UE, punterà a ricompattare il fronte europeo scottatosi con il caso Usmanov. Alcuni Paesi, guidati dalla Francia, hanno infatti subordinato il loro via libera alla proroga triennale delle sanzioni — anch’essa una novità — alla rimozione del magnate Alisher Usmanov dalla lista, strappando il compromesso al Consiglio dell’UE. Secondo le ricostruzioni dei media francesi, la risoluzione del caso Usmanov sarebbe stata propedeutica ai lavori diplomatici per la liberazione di due cittadini francesi detenuti in Azerbaijan. Il regime sanzionatorio contro la Russia, partner chiave dell’Europa soprattutto per quanto riguarda(va) il settore energetico, stride con l’inazione riservata a Israele, restituendo agli occhi dei cittadini una condizione di doppiopesismo istituzionale che mina alle basi la credibilità dell’UE. Il messaggio che passa è che ci sono crimini da sanzionare e altri su cui chiudere un occhio, facendo così valere il diritto internazionale fino ad un certo punto, per citare le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Di fronte all’inasprimento del disegno coloniale in Cisgiordania — tra violenze in aumento e crescita degli insediamenti — e alla perpetrazione di un genocidio nella Striscia di Gaza, l’Unione europea non è stata in grado di adottare alcun regime sanzionatorio nei confronti di Israele. Bruxelles si è limitata a misure di facciata contro alcuni “coloni violenti”, nonostante l’economia di Tel Aviv dipenda fortemente da quella comunitaria ed eventuali ritorsioni avrebbero un impatto non trascurabile sulla sua condotta. Lo hanno fatto notare a gran voce i promotori dell’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) che chiede la sospensione dell’accordo di associazione con Israele e che in appena tre mesi ha raccolto un milione di firme. La petizione è al momento ferma in un cassetto della Commissione. Ad aprile Spagna, Slovenia e Irlanda avevano cercato di raggiungere la sospensione dell’accordo commerciale attivando il Consiglio Affari esteri dell’UE, dove sono andati a sbattere contro il muro eretto da Germania e Italia. Negli ultimi tre anni, nonostante l’ampio movimento popolare, il nostro Paese si è confermato uno degli alleati più solidi di Israele. Altri membri dell’UE, di fronte all’inazione di Bruxelles, si sono mossi autonomamente, come nel caso dello stop — per ora solo annunciato — al commercio dei prodotti provenienti dalle colonie. L’idea di una misura simile era stata lanciata ad aprile anche in sede europea, non ricevendo, al momento, alcun seguito. The post L’UE approva il 22° pacchetto di sanzioni alla Russia: contro Israele sono ancora zero appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 8, 2026
L'INDIPENDENTE
Burkina Faso, avanti con le nazionalizzazioni: apre la prima raffineria d’oro pubblica
Dopo decenni in cui le ingenti risorse minerarie del Paese sono state controllate e saccheggiate dalle potenze occidentali, il Burkina Faso si sta riappropriando dei suoi beni sviluppando nuove aziende e nuovi impianti e proseguendo così sulla via delle nazionalizzazioni e della sovranità economica. L’ultimo tassello in questa direzione è rappresentato dall’inaugurazione – avvenuta il 28 settembre scorso a Ouagadougou – della prima raffineria d’oro statale del Paese, alla presenza di Traoré e del ministro dell’Energia, delle Miniere e delle Cave, Yacouba Zabré Goubad. Quest’ultimo, leggendo il discorso del Capo dello Stato ha affermato che «Per troppo tempo, il sudore dei nostri lavoratori, l’impegno delle nostre comunità e le ricchezze del nostro sottosuolo hanno alimentato catene del valore costruite altrove. Ci è stato detto che non avevamo né la tecnologia, né la capacità, né il diritto di trasformare le nostre ricchezze», aggiungendo che «Oggi spezziamo questo legame di dipendenza. Il nostro oro non verrà più utilizzato per creare ulteriore valore per altri, per costruire le fortune altrui mentre la nostra gente resta nel bisogno». Sostenuta dal governo burkinabé attraverso la Società Nazionale delle Sostanze Preziose (SONASP) e da investimenti privati, la costruzione della prima raffineria del Paese – denominata “RAFFINOR-BF” –ha richiesto un investimento di oltre undici miliardi di franchi CFA. Nella sua prima fase, l’impianto avrà una capacità di lavorazione di 164 tonnellate d’oro all’anno, mentre al completamento della seconda fase di installazione, la capacità aumenterà a 515 tonnellate. La raffineria potrà garantire cento posti di lavoro diretti e circa 5.000 posti di lavoro indiretti, mentre l’oro raffinato prodotto nell’impianto avrà una purezza del 99,99%, conforme allo standard internazionale “Good Delivery”. L’amministratore delegato della raffineria, Adama Sawadogo, ha spiegato che l’impianto è stato costruito secondo i «più elevati standard internazionali» ed è modulare, in quanto consente l’aggiunta di linee di raffinazione accanto a quelle già installate. In questo modo, il Burkina Faso si è dotato di uno strumento in grado non solo di assicurare la lavorazione interna della sua produzione aurifera, stimata in oltre 94 tonnellate nel 2025, ma anche di posizionarsi come centro di riferimento per la raffinazione dell’oro e dei metalli preziosi nell’Africa occidentale. Il Burkina Faso è il quarto produttore di oro dell’Africa, con una produzione di oltre 57 tonnellate di oro nel 2023. Il metallo giallo inoltre è il principale prodotto di esportazione del Paese. Obiettivo di Ouagadougou è quello di mettere le risorse del sottosuolo al servizio della nazione, contribuendo alla costruzione di scuole, centri sanitari, strade, fabbriche e allo sviluppo delle competenze, alla creazione di posti di lavoro e alla «speranza per i nostri giovani», come ha sottolineato il ministro dell’Energia e delle Miniere. Riportare la catena del valore laddove le risorse vengono prodotte, nazionalizzandole e impedendone lo sfruttamento da parte di multinazionali straniere, ha proprio lo scopo di massimizzare i profitti e porli al servizio del Paese in una logica contraria a quella neoliberista fondata sulle privatizzazioni. Per questo, il Capitano Traoré ha asserito che «L’inaugurazione di questa fabbrica è un simbolo potente. Che si tratti di oro, manganese, rame o zinco, la nostra ambizione non è più essere un Paese che estrae e porta la materia prima all’estero. Vogliamo raffinare tutti i nostri metalli sul posto». Inoltre, l’impianto di raffinazione contribuirà anche a una migliore gestione del settore, permettendo una migliore tracciabilità della produzione aurifera, un maggiore controllo dei flussi finanziari e una lotta più efficace contro le pratiche illecite, tra cui frode, commercio clandestino e riciclaggio di denaro. Il percorso verso la nazionalizzazione delle ricchezze del Paese è cominciato soprattutto sotto la guida di Ibrahim Traoré, in seguito al colpo di Stato del 30 settembre 2022 che ha rovesciato il precedente governo filoccidentale, sostituendolo con una giunta militare antimperialista e sovranista. Già nel 2024, infatti, il Capitano aveva annunciato la volontà di riportare sotto il controllo statale le miniere d’oro del Paese, ritirando i permessi di sfruttamento alle multinazionali straniere. Successivamente, la Nazione ha rivisto il proprio codice minerario e istituito la Société de Participation Minière du Burkina (SOPAMIB), ente statale incaricato di detenere, gestire e sviluppare le risorse minerarie strategiche: in questo modo, già nel 2025 ha potuto nazionalizzare due miniere d’oro e tre licenze di esplorazione, precedentemente in mano a sussidiarie della compagnia britannica Endeavour Mining e della società Lilium. Il programma di nazionalizzazioni è uno dei pilastri della giunta militare del Paese africano e si inserisce in un più ampio contesto di decolonizzazione che sta interessando molti Paesi della regione del Sahel, tra cui anche Mali e Niger. In alcuni di questi Paesi, infatti, dal 2020 in avanti si sono susseguiti diversi colpi di Stato per rovesciare i governi filoccidentali e insediare amministrazioni di stampo sovranista e antimperialista. Burkina Faso, Mali e Niger inoltre hanno dato vita all’Alleanza del Sahel contro il neocolonialismo, allontanandosi dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS). Con la nazionalizzazione delle loro risorse naturali, questi Stati, oltre alla loro indipendenza politica e militare, stanno riacquistando anche la loro sovranità economica, a lungo annientata dalle politiche liberiste del Fondo monetario internazionale (FMI) e dai poteri finanziari occidentali. The post Burkina Faso, avanti con le nazionalizzazioni: apre la prima raffineria d’oro pubblica appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 1, 2026
L'INDIPENDENTE
Un nuovo rapporto Amnesty dettaglia le violenze dell’ICE negli USA
Un nuovo rapporto diramato da Amnesty, intitolato “Noi avevamo i fischietti, loro le armi” denuncia massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dall’Agenzia per il controllo delle dogane e dell’immigrazione (ICE), dall’Agenzia delle dogane e della polizia di frontiera (Cbp) e da altre agenzie federali statunitensi. Basato su 154 interviste e sull’analisi di 29 video e tre fotografie, l’analisi prende in esame quattro operazioni: Washington DC (Federal Takeover), Chicago (Midway Blitz), New Orleans (Catahoula Crunch) e Minneapolis-St. Paul (Metro Surge e PARRIS). Nell’inchiesta, che si basa su ricerche effettuate tra i mesi di marzo e giugno 2026 nei quattro territori oggetto di analisi e in cui Amnesty chiede l’abolizione dell’ICE, vengono dettagliati arresti arbitrari, discriminazioni razziali, uso eccessivo della forza, uccisioni illegali, sorveglianza illecita e detenzioni crudeli. Uno dei nuclei centrali del rapporto riguarda le modalità con cui gli agenti dell’ICE, della Border Patrol e di altre agenzie federali avrebbero selezionato le persone da fermare. In tutti e quattro gli scenari ricorre infatti, secondo Amnesty, un modello fondato su razza, colore della pelle, origine nazionale o etnica, lingua, accento, luogo di lavoro e quartiere frequentato. In numerosi casi la verifica dello status migratorio sarebbe avvenuta soltanto dopo il fermo; anche cittadini statunitensi, titolari di uno status regolare, richiedenti asilo, rifugiati e persone indigene sarebbero stati sottoposti a controlli o detenzioni. L’organizzazione qualifica questo schema come una forma sistematica di profilazione razziale. I controlli si sono infatti concentrati in cantieri, ristoranti, parcheggi di ferramenta e quartieri associati alle comunità migranti. In termini numerici, l’operazione Midway Blitz a Chicago ha portato a circa 3.800 detenzioni e 2.500 deportazioni; a Minneapolis-Saint Paul l’operazione Metro Surge, durata 70 giorni, ha superato i 4.000 arresti; a New Orleans, con l’operazione Catahoula Crunch, gli arresti erano già 370 a metà dicembre; nella più ampia regione metropolitana di Washington (DMV), gli arresti dell’ICE hanno raggiunto quasi 20.000 tra gennaio 2025 e marzo 2026. Il quadro descritto non si limita agli arresti. Amnesty documenta ingressi nelle abitazioni senza mandato, con armi spianate, raid notturni di impostazione militare, veicoli accerchiati, finestrini infranti e persone gettate a terra pur senza opporre resistenza. Gli agenti hanno aperto il fuoco contro sette persone; tre di loro sono state uccise – Silverio Villegas González a Chicago, Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis – e per Amnesty queste tre uccisioni potrebbero configurarsi come esecuzioni extragiudiziali. È la vicenda di Renee Good, cittadina statunitense uccisa mentre con la moglie cercava di avvisare i vicini dell’arrivo degli agenti, a dare il nome al rapporto: il titolo riprende infatti le parole con cui Becca Good, sua moglie, ha ricordato quel momento in una dichiarazione diffusa dopo la morte di Renee: «Mercoledì 7 gennaio ci siamo fermati per sostenere i nostri vicini. Noi avevamo i fischietti. Loro avevano le pistole». Il rapporto documenta anche condizioni detentive che definisce crudeli, disumane o degradanti in strutture pensate per trattenimenti di poche ore, come il centro di Broadview a Chicago, gli uffici di Chantilly in Virginia e l’edificio federale di Fort Snelling in Minnesota: le persone vi sarebbero rimaste per giorni, ben oltre il limite regolamentare di 72 ore, in condizioni di sovraffollamento, senza assistenza sanitaria e con l’accesso ad avvocati e familiari negato, fino a ipotizzare casi di detenzione incommunicado (in cui il detenuto viene isolato totalmente dal mondo esterno) e possibili sparizioni forzate. Amnesty segnala inoltre l’uso diffuso dell’applicazione di riconoscimento facciale Mobile Fortify, che incrocia i volti fotografati con oltre 200 milioni di documenti governativi e i cui esiti, secondo quanto raccolto dall’organizzazione, sarebbero talvolta considerati dagli agenti più affidabili degli stessi documenti d’identità. Le conseguenze, sostiene Amnesty, si sono estese ben oltre le persone arrestate o espulse. In diversi quartieri migranti e altre persone razzializzate avrebbero evitato per settimane o mesi di uscire di casa, andare al lavoro, frequentare la scuola, ricevere cure mediche, recarsi nei luoghi di culto o presentarsi agli appuntamenti con le autorità migratorie e alle udienze. I minori avrebbero assistito all’arresto di genitori e caregiver, subito separazioni familiari e assunto nuove responsabilità domestiche. Parallelamente, il rapporto racconta la nascita di reti di quartiere – numeri di emergenza, pattugliamenti civili, corsi sui propri diritti e sistemi di allerta basati sui fischietti – nate per monitorare e segnalare la presenza degli agenti federali. Secondo Amnesty si tratta di un’impunità strutturale che, come evidenzia il rapporto, precede la stessa amministrazione Trump – risalendo alla nascita dell’ICE nel 2003 e attraversando governi di entrambi gli schieramenti – ma che l’amministrazione in carica ha aggravato con il sostegno pubblico agli agenti coinvolti e l’indebolimento degli organi di controllo interni. L’organizzazione chiede perciò non semplici riforme, ma l’abolizione immediata dell’ICE, insieme alla fine delle politiche di detenzione ed espulsione di massa, definite dell’organizzazione «crudeli» e «razzise», delle pratiche discriminatorie nell’applicazione delle norme migratorie e della sorveglianza di massa. The post Un nuovo rapporto Amnesty dettaglia le violenze dell’ICE negli USA appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 30, 2026
L'INDIPENDENTE
Dopo un anno, il Board of Peace ha approvato un piano per Gaza
A febbraio il presidente USA Donald Trump aveva promesso 17 miliardi di dollari per Gaza. Sette mesi dopo, il Board of Peace presenta a New York un programma per i primi sei mesi di ricostruzione dal costo stimato ridotto a 2,45 miliardi: una prima tranche ancora senza copertura finanziaria completa, mentre gran parte dei fondi annunciati a febbraio non è stata versata. Il Board, previsto nel piano del 29 settembre 2025 e costituito formalmente a Davos il 22 gennaio, elenca 66 progetti, ma non indica quando potranno iniziare. Il conteggio dei sei mesi partirà soltanto dall’ingresso nella Striscia della nuova amministrazione palestinese, ancora in attesa di assumere le proprie funzioni. Il programma, anticipato da Barak Ravid su Axios e N12, porta la firma del Board e del comitato tecnocratico palestinese incaricato di amministrare Gaza sotto la sua supervisione. Eppure, dopo mesi di lavoro, non fissa il momento in cui quell’amministrazione potrà entrare nella Striscia. Il Board spera di avviare la ricostruzione dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre e la formazione di un nuovo governo; un esito incerto potrebbe rinviare ulteriormente i lavori. Nickolay Mladenov, Alto rappresentante del Board per Gaza, ammette che i colloqui con Israele sono difficili durante la campagna elettorale e rivendica «progressi lenti ma costanti», ma la ricostruzione di Gaza resta in attesa delle elezioni israeliane: a stabilire quando i palestinesi potranno cominciare a ricostruire è, ancora una volta, chi controlla l’accesso alla Striscia. Il linguaggio della diplomazia serve per nascondere che il calendario della ripresa resta subordinato alla politica israeliana. Anche i finanziamenti raccontano la distanza tra la promessa e la possibilità di realizzarla. Alla prima riunione del Board, il 19 febbraio, Trump annunciò 10 miliardi di dollari dagli Stati Uniti e altri 7 dagli alleati; il Board prospettò investimenti infrastrutturali superiori a 30 miliardi e centinaia di migliaia di nuove abitazioni. Al 23 settembre, secondo il Times of Israel, dei 17 miliardi promessi ne sono stati trasferiti appena 280 milioni. I 2,45 miliardi del nuovo programma non sono un ulteriore stanziamento: rappresentano il costo indicativo dei progetti da finanziare, la cui realizzazione dipende anche dall’accesso a Gaza. Sulla carta ci sono 400 milioni per alloggi temporanei, 275 per rimuovere macerie e ordigni inesplosi, 80 per affrontare l’inverno, 50 per medicinali e forniture sanitarie e 40 per ripristinare scuole e allestire aule. Sul lato egiziano del confine, intanto, restano ferme 5.000 case mobili donate da Egitto e Qatar a cui Israele non consente l’ingresso. La prima prova per questo piano è dunque far arrivare ai palestinesi ciò che è già disponibile, prima di annunciare nuovi cantieri. Guardare come sono ripartiti i 2,45 miliardi aiuta a capire quale Gaza si stia progettando. Il capitolo «pace e sicurezza» assorbe circa 885 milioni di dollari, quasi tre volte i 303 milioni riservati a sanità, istruzione e assistenza. Due voci distinte da 275 milioni finanziano una sede per la commissione degli Interni e il Comitato nazionale palestinese per l’amministrazione di Gaza (NCAG) e una base fortificata a Rafah, dimensionata per 5.000 membri della Forza internazionale di stabilizzazione. Seguono 140 milioni per reclutare ed equipaggiare il contingente, 120 per formare il personale di polizia e 20 per un programma di consegna delle armi. Accanto agli ospedali e alle scuole compaiono un’identità digitale per ottenere servizi e aiuti, pagamenti elettronici, reti 4G e la futura gestione dei valichi. Il piano non si limita a ricostruire edifici: definisce chi presidierà la sicurezza e i valichi e chi gestirà gli strumenti digitali attraverso cui i palestinesi accederanno ad aiuti e servizi. Sopra la futura amministrazione della Striscia c’è il Board of Peace, il cui statuto estende la missione anche ad altre aree di conflitto. Trump lo presiede: le decisioni degli Stati membri richiedono la sua approvazione e quelle del comitato esecutivo possono essere bloccate dal suo veto, anche dopo essere entrate in vigore. Chi versa oltre un miliardo in contanti entro il primo anno di vigenza dello statuto è esentato dalla scadenza ordinaria del mandato triennale. Nel consiglio per Gaza siedono anche Marc Rowan, alla guida del colosso finanziario Apollo, e l’imprenditore immobiliare israelo-cipriota Yakir Gabay. La loro presenza evidenzia come il confine tra governo del territorio e interessi economici sia sempre più sottile. La tabella di marcia del 30 luglio prevedeva che lo smantellamento delle armi di Hamas procedesse insieme al ritiro graduale delle truppe israeliane. Dopo un incontro con Netanyahu, il Board ha però precisato che Israele avrebbe lasciato le posizioni oltre la «linea gialla» soltanto a disarmo completato. È su questa condizione che resta sospeso anche il programma di ricostruzione: il Board promette di trasferire al comitato palestinese NCAG la gestione dei valichi e dei servizi pubblici, senza indicare quando il comitato potrà entrare a Gaza o quando potranno arrivare i materiali necessari. Intanto, si progettano una base fortificata da 275 milioni di dollari e alloggi per una popolazione di cui oltre un milione di persone vive ancora nelle tende. Il Board stima i danni materiali in 35,2 miliardi e il costo della ripresa complessiva in 71,4 miliardi nel prossimo decennio. Già nell’ottobre 2025, un rappresentante dell’UNDP stimava che circa l’84% degli edifici fosse stato danneggiato o distrutto. A fronte di questa devastazione, Israele siede nell’organismo che decide le priorità della ricostruzione, mentre i palestinesi ne restano esclusi: al loro comitato viene affidata sulla carta l’amministrazione di un territorio al quale, per ora, non può nemmeno accedere.   The post Dopo un anno, il Board of Peace ha approvato un piano per Gaza appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 24, 2026
L'INDIPENDENTE
Brasile, invasa l’area indigena Ituna Itatá: incendi e disboscamento in aumento
Nelle ultime settimane centinaia di persone hanno occupato il territorio indigeno Ituna Itatá, nello Stato brasiliano del Pará. Parte della foresta è stata abbattuta per fare spazio a strade propedeutiche ad attività agricole, industriali e minerarie — previste dalla legge statale n. 11.665/2026. Con quest’ultima, il governo del Pará ha dato il via libera allo sfruttamento dell’area, nonostante si sovrapponga al territorio ancestrale degli Igarapé Ipiaçava, popolazione nativa in isolamento volontario. Per fermare l’invasione, il 26 agosto scorso un tribunale federale ha disposto il dispiegamento della polizia. Gli agenti avrebbero dovuto arrivare entro 48 ore, ma dal governo presieduto da Lula non è giunto alcun ordine. Dopo giorni di rimpalli istituzionali, a muoversi sono stati i funzionari dell’Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali (IBAMA), impegnati nei primi sopralluoghi. Di tutta risposta, gli occupanti hanno appiccato diversi incendi, aggravando l’impatto sul territorio. Quella istituita nel Pará con la legge n. 11.665/2026 è l’Area di Protezione Ambientale (APA) di Bacajai. A dispetto del nome — che suggerirebbe la tutela del territorio — un’APA consente diverse attività potenzialmente impattanti, nonché l’insediamento umano. Peccato che l’Area di Protezione Ambientale (APA) di Bacajai inglobi un territorio già abitato, dall’alto valore storico e culturale, che si estende per oltre 142mila ettari tra i Comuni di Altamira e Senador José Porfírio. Si tratta dell’Ituna Itatá degli Igarapé Ipiaçava, che da anni si trovano a fare i conti con minacce e invasioni. Nel 2019 — come denuncia Survival International — l’Ituna Itatá è diventata «la terra indigena più deforestata del Brasile. Dal 2011, questo territorio indigeno è protetto da un’Ordinanza di Protezione Territoriale: una misura che vieta l’ingresso di terzi e lo sfruttamento delle risorse naturali, riducendo i rischi di invasione, violenza e contatti forzati». Nonostante ciò, il governo del Pará ha approvato la legge n. 11.665/2026, provocando la recente incursione che ha visto come protagoniste circa 500 persone, intente a disboscare la foresta per aprire varchi strategici. Dai sopralluoghi effettuati dall’IBAMA sarebbero lunghe almeno 30 chilometri le strade realizzate con mezzi pesanti. Il danno all’ecosistema si aggrava con i diversi incendi appiccati come ritorsione all’intervento dell’agenzia governativa. Gli occupanti hanno inoltre minacciato e aggredito i dipendenti della FUNAI, la fondazione che si occupa di proteggere i popoli indigeni. A mettere ordine nella controversia giuridica scaturita dalla legge n. 11.665/2026 è stata la Corte Federale del Pará, dichiarando la sua incostituzionalità. Lo Stato non ha infatti l’autorità per ridurre delle tutele riconosciute ai popoli indigeni a livello centrale. Tuttavia, la situazione sul campo resta drammatica, come confermato a L’Indipendente da Survival International. Il movimento per i diritti dei popoli indigeni fondato nel 1969 ha attestato che gli invasori sono ancora nel territorio Ituna Itatá. La procura federale (MPF) ha chiesto l’immediata esecuzione dell’ordine del tribunale e il dispiegamento della Força Nacional. Nell’attesa i magistrati propongono di sanzionare il governo federale con una multa giornaliera da 50mila Real (pari a circa 8,5mila euro). L’esecutivo centrale ha puntato il dito contro la mancata collaborazione dello Stato del Pará, sottolineando che senza di essa era impossibile procedere con la richiesta — una posizione respinta dai procuratori federali, secondo i quali, in casi simili, è possibile l’azione diretta. I fatti di Ituna Itatá non sono un caso isolato, piuttosto si inseriscono in un mandato presidenziale fatto di luci e ombre, nonostante le numerose promesse ecologiste di Lula. L’anno scorso, il Brasile ha ad esempio messo all’asta oltre 170 blocchi petroliferi offshore, molti dei quali situati in aree incontaminate, incontrando la protesta delle popolazioni indigene. Le trivelle sono state approvate anche nel Rio delle Amazzoni, a ridosso di una delle più grandi riserve di mangrovie al mondo. Sotto il mandato di Lula è stata poi costruita l’Avenida Liberdade, un’autostrada a quattro corsie, lunga 13,6 chilometri, nel cuore della Foresta Amazzonica. Tra tre settimane i brasiliani saranno chiamati alle urne. Lula è tallonato da Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Evidentemente, per tenere insieme quanti più interessi nella volata per il quarto mandato, Lula ha scelto la moderazione per affrontare l’emergenza di Ituna Itatá, tenendo fede a quell’equilibrismo ecologista che lo ha accompagnato negli ultimi quattro anni. The post Brasile, invasa l’area indigena Ituna Itatá: incendi e disboscamento in aumento appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 16, 2026
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Germania, il sottile filo rosso che lega la crisi Volkswagen alla vittoria di AfD
In Bassa Sassonia, cuore industriale di Volkswagen e istituzione che detiene il 20% dei diritti di voto del colosso automobilistico, la crisi dell’auto si è trasformata anche in una questione politica. Mentre il gruppo di Wolfsburg porta avanti una pesante ristrutturazione, tra tagli all’occupazione e riconversioni industriali, il governo regionale guidato dal socialdemocratico Olaf Lies si trova stretto nel doppio ruolo di azionista e decisore politico. Un cortocircuito che AfD ha sfruttato attaccando la gestione della crisi e che, sullo sfondo delle recenti elezioni, contribuisce a spiegare il legame tra il terremoto Volkswagen e l’avanzata dell’estrema destra. Da una parte c’è il gruppo industriale che era il secondo costruttore di automobili al mondo per vendite, il primo per fatturato (in Europa primo in tutto), e che da un po’ ha lanciato un piano da 100.000 licenziamenti che hanno traumatizzato la Germania, oltre che il mondo dell’economia e della finanza. Dall’altra parte la formazione politica di estrema destra che ha vinto in maniera roboante le elezioni regionali, ottenendo quasi il 45% dei consensi. La strana coppia è tenuta insieme dalla natura “mista” pubblico-privata dell’ormai ex colosso industriale di Wolfsburg, la città creata nel 1938 per ospitare i lavoratori della fabbrica. Per scelte fatte in altre epoche, la Bassa Sassonia, lo Stato federale in cui si trova la città, detiene una quota azionaria dell’azienda pari al 20%, con diritti di voto pari al 20%. Questa partecipazione è stata introdotta nel 1960 con una legge speciale che porta il nome del marchio automobilistico, Legge Volkswagen (Vw Gesetz). Proprio questa norma ha contribuito a garantire nel tempo allo Stato un peso strategico all’interno dell’azienda ben superiore alla sua quota azionaria detenuta. Per lo statuto speciale Vw, confermato e blindato dalla legge del 1960, ogni decisione straordinaria dell’assemblea dei soci va presa con maggioranza superiore all’80% dei voti: avendo lo Stato il 20% dei voti stessi, è evidente il ruolo strategico che ha sempre avuto. Inoltre, l’istituzione ha diritto a due posti (su 20) nel Consiglio di sorveglianza dell’azienda e uno è assegnato proprio al primo ministro dello Stato federale, l’altro al ministro dell’Economia. Il premier della Bassa Sassonia, il socialdemocratico Olaf Lies – e qui si arriva al punto della questione – nella sua posizione è talmente “aziendalista” che nelle scorse settimane ha sostanzialmente approvato il piano di licenziamenti “lacrime e sangue” programmati dall’azienda, per tenere il passo della concorrenza cinese e dei dazi americani. Secondo Lies, un mancanto accordo tra i vertici del gruppo avrebbe potuto arrecare più danno degli stessi tagli. Il problema è che la Bassa Sassonia era una delle poche regioni tedesche dove AfD non avesse ancora superato SPD (il partito di Lies) nei sondaggi e nei gradimenti degli elettori. Va anche ricordato che proprio la crisi automotive, un tempo una delle locomotive dell’economia tedesca, ha spinto gli esponenti di AfD ad accusare le ingerenze e interferenze della politica nelle vicende del gruppo, oltre alle critiche al Green Deal e all’elettrificazione. Come noto, Volkswagen (che in quella regione chiave, oltre alla sede centrale, ha anche sei stabilimenti) ha deciso di passare la mano per lo stabilimento di Osnabruck, che produce modelli cabriolet (T-Cross) e per il quale era già stata decisa la chiusura nel 2027. La fabbrica sarà rilevata da un fondo israeliano, Aurelius Capital – oltre che dallo Stato, che fa valere la sua quota di partecipazione – e sarà riconvertita per usi bellici: la prima commessa sarà la fornitura di componenti per il sistema di difesa aerea Rafael Advanced Defense Systems, compagnia controllata e gestita direttamente dal governo di Tel Aviv, per lo scudo Iron Dome. La conversione non sarà ovviamente indolore: dei 2300 addetti attualmente allo stabilimento, solo la metà ha la garanzia di conservare il posto di lavoro. Si annuncia e si prepara una crisi sociale e politica che AfD ha già anticipato, criticando l’operazione e accusando la politica, ossia la gestione del Land. A questo punto, per il primo ministro Olaf Lies la situazione è diventata molto complicata. Da un lato il suo ruolo di socio e dirigente in Volkswagen, dall’altro il suo incarico politico che gli impone – o imponeva – di cercare di contrastare AfD e la sua ascesa politica. Un doppio ruolo, il suo, che in Italia sarebbe probabilmente definito conflitto di interessi. «Dobbiamo trasmettere la certezza di poter risolvere questi problemi. In caso contrario, le forze estremiste riceveranno una spinta», ha dichiarato Lies prima della consultazione elettorale che ha premiato in modo netto AfD, il quale ha conquistato una vittoria perentoria (44.2%): SPD, la sigla a cui appartiene il primo ministro, si è fermata a 9.2%. «C’è il timore che questa incertezza tra i dipendenti favorisca l’AfD nelle elezioni locali, in particolare nelle sedi Volkswagen»: il ruolo di Cassandra, col senno di poi, nelle parole ha dichiarato a Reuters Sebastian Lechner, leader statale del partito conservatore di opposizione CDU – che governava e che si è fermata al 18%, la metà dei voti presi nella precedente tornata elettorale. Lies (e con lui le forze che si opponevano ad AfD) è rimasto probabilmente schiacciato nel suo doppio ruolo tra accompagnare la ristrutturazione Vw – in un primo momento si era opposto ai tagli, poi ha dato il via libera al piano che ne prevede altri 50mila per tenere i costi in equilibrio – e convicere la popolazione dell’efficacia di questa operazione, in sostanza fare digerire ai concittadini i licenziamenti su cui la stessa AfD soffiava come sul fuoco. «I piani per tagliare i posti di lavoro e rivedere la struttura di Volkswagen sono una catastrofe per migliaia di famiglie» ha dichiarato a Reuters uno dei leader di AfD, Ansgar Schledde. Quella che insomma sembrava una “semplice” operazione di riconversione a usi bellici di uno stabilimento, pur con tutte le critiche e le zone d’ombra legate agli acquirenti israeliani e nell’ottica della direzione di marcia presa dall’Europa che ha posto al 2035 il termine per la graduale eliminazione dei motori a combustione (anche negli Stati Uniti il Pentagono sta trattando coi colossi dell’auto Ford e General Motors per una loro parziale trasformazione a fabbriche di armi), pare proprio sia diventata una colossale buccia di banana per l’establishment di governo della Bassa Sassonia. Olaf Lies ha dichiarato che l’accordo con il fondo Aurelius Capital per il trasferimento dello stabilimento di Emden permette di prendere tempo per risolvere la situazione di altri quattro stabilimenti a rischio, da qui al 2030, ma a giudicare dai risultati delle elezioni, pare non sia andato benissimo il suo tentativo di giocare su due tavoli e ci sarebbe da chiedersi, forse, se lui avrà altrettanto futuro, politicamente parlando. The post Germania, il sottile filo rosso che lega la crisi Volkswagen alla vittoria di AfD appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 12, 2026
L'INDIPENDENTE
La poderosa avanzata delle milizie Houthi in Yemen
Da giorni ormai imperversa la guerra in Yemen, con le forze filosaudite del governo internazionalmente riconosciuto da una parte e il gruppo Ansar Allah, meglio noto come Houthi, dall’altra. Ieri, Ansar Allah ha lanciato una vasta offensiva lungo la costa del Mar Rosso, conquistando la città portuale di Mocha, uno dei principali centri portuali del Paese. La città si trova a circa 50 chilometri dallo Stretto di Bab el-Mandeb e la sua conquista rafforza significativamente la posizione degli Houthi lungo una delle principali rotte marittime mondiali. Nella notte, il gruppo ha continuato la propria offensiva verso sud, tanto che, secondo fonti non ufficiali, avrebbe catturato l’intera costa yemenita che affaccia sul Mar Rosso. Il controllo del litorale occidentale è particolarmente strategico per Ansar Allah, che dal luglio scorso ha imposto un blocco navale contro l’Arabia Saudita. L’avanzata verso Bab el-Mandeb potrebbe consentire agli Houthi di esercitare una pressione ancora maggiore sul traffico marittimo e sulle esportazioni di petrolio saudite attraverso il Mar Rosso; metterebbe inoltre sotto scacco il commercio internazionale, specie alla luce del blocco iraniano sullo Stretto di Hormuz. Gli scontri in Yemen sono riesplosi oltre una settimana fa, ma in un saliscendi di intensità proseguono dalla seconda metà di luglio, quando in risposta agli attacchi delle forze filosaudite contro Sana’a Ansar Allah ha annunciato l’avvio di un blocco marittimo contro l’Arabia Saudita. La notte tra il 2 e il 3 settembre, le Brigate Tihamah, fedeli al governo internazionalmente riconosciuto del Consiglio Presidenziale (PLC), hanno lanciato pesanti attacchi di artiglieria contro le postazioni di Ansar Allah, dando il via a una nuova escalation: gli Houthi hanno risposto colpendo, tra le varie località, la stessa Mocha, mentre il PLC ha scagliato nuovi attacchi contro al-Bakrah. Il fuoco incrociato ha portato a scontri terrestri nelle alture di Shar’ab, tra i governatorati di Ibb e Ta’izz; nel giro di poche ore si è aperto un vero e proprio fronte di conflitto, coinvolgendo tutta la porzione di Paese a sud di Hays e a ovest della stessa Ta’izz. Gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb si trovano rispettivamente all’ingresso del Golfo Persico e del Mar Rosso, due aree strategiche per le principali rotte marittime mondiali Nell’arco della giornata, le forze terrestri di Ansar Allah hanno avanzato a ritmo sostenuto, portando gli scontri nelle due principali città coinvolte. Sabato 5 settembre, dopo 48 ore di confusione, sono arrivate le prime conferme dell’avanzata: gli Houthi hanno conquistato l’area di Bani Bakari, in direzione di Ta’izz, e, nella medesima zona, Sherajah, dove hanno installato un checkpoint. Le due località si trovano lungo l’asse che collega Ta’izz a Mocha e la loro conquista ha spianato la strada all’avanzata di Ansar Allah verso la costa. Nel fine settimana, il contrattacco del PLC è riuscito a contenere l’avanzata degli Houthi e lunedì sono intervenute anche le forze aeree saudite, che hanno sostenuto il governo internazionalmente riconosciuto nella controffensiva. In serata è arrivato l’annuncio: «È stata presa la decisione di riconquistare Sana’a da Ansar Allah», ha comunicato il viceministro della Difesa dello Yemen, Sameer Al-Sabri. L’escalation ha così riacceso definitivamente la guerra civile. Nei giorni seguenti, l’offensiva terrestre è continuata, mentre la campagna aerea si è allargata pienamente anche all’Arabia Saudita. Ansar Allah ha lanciato attacchi contro basi e postazioni militari di Riyad, suscitando condanne a livello internazionale. Nonostante i tentativi di contenimento, nella notte tra mercoledì e giovedì gli Houthi hanno preso il controllo dell’intero distretto di Hays e si sono spinti fino alla costa, portando i combattimenti alle porte di Mocha. La città è caduta poco prima dell’alba. Da lì, le forze di Ansar Allah hanno proseguito verso sud, raggiungendo le isole Hanish e conquistando almeno l’isola di Zuqar, mentre sono avanzate fino alla città di Dhubab, sullo Stretto di Bab el-Mandeb. Nelle ultime ore, secondo una fonte del PLC citata dall’agenzia di stampa AFP, Ansar Allah avrebbe conquistato l’intera costa yemenita che affaccia sul Mar Rosso e avrebbe preso il controllo dell’isola meridionale di Perim, strappando definitivamente il controllo dell’intero Stretto di Bab el-Mandeb alle forze presidenziali. Alle 15 di oggi, il portavoce di Ansar Allah, Yahya Saree ha rilasciato una dichiarazione in cui annuncia «l’espulsione dei contingenti e delle truppe del nemico saudita da sei distretti nei governatorati di Ta’izz e Hodeidah, per un’area complessiva di 5.400 chilometri quadrati», senza tuttavia specificare quali aree sarebbero state conquistate». È ancora troppo presto per sapere fino a dove si sia realmente spinta – e fino a quanto possa tenere – l’avanzata di Ansar Allah nel sud dello Yemen. Quello che è certo è che l’Arabia Saudita pare essere in netta difficoltà. Secondo il sito di informazione Axios, Riyad avrebbe chiesto l’intervento degli Stati Uniti, che tuttavia si sarebbero rifiutati di intervenire. Da quanto riportato dall’agenzia di stampa internazionale Reuters, anche il Pakistan, le cui truppe sono schierate vicino al confine con lo Yemen, ha affermato che, nonostante l’avanzata degli Houthi sia al momento al centro di serrate discussioni, l’ipotesi di un intervento militare non sarebbe ancora finita sul tavolo. La questione è delicata: se Ansar Allah avesse effettivamente conquistato l’intera costa yemenita affacciata sul Mar Rosso, riuscirebbe a esercitare un controllo pressoché totale sullo Stretto di Bab el-Mandeb, che in passato aveva già messo sotto pressione dalle aree sotto il proprio controllo; un blocco simultaneo di Bab el-Mandeb e dello Stretto di Hormuz ridurrebbe ulteriormente il traffico di idrocarburi ed estenderebbe le difficoltà nell’approvvigionamento energetico anche al commercio internazionale di beni. The post La poderosa avanzata delle milizie Houthi in Yemen appeared first on L'INDIPENDENTE.
September 11, 2026
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