
Kidnappeur: il figlio bastardo della frontiera
Progetto Melting Pot Europa - Thursday, August 20, 2026
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.
Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.
Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità.
Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale
Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026
Roberta Derosas
12 Febbraio 2026
Il kidnappeur è il figlio bastardo della frontiera, che nasce dal suo blocco e che cresce dove le strade finiscono e le persone perdono ogni diritto.
Il kidnappeur nasce lungo la frontiera, dove le lingue si mescolano come le piste nel deserto. Compare quando il viaggio si interrompe, quando la persona smette di essere viaggiatore e diventa merce.
Il vive negli spazi lasciati aperti dalla chiusura delle rotte: tra arresti, deportazioni, passaggi clandestini e ritorni forzati.
Ombra che cresce accanto alla frontiera quando la mobilità viene resa impossibile. Per gli aventurier, il kidnappeur rappresenta il momento in cui il viaggio perde ogni promessa: al mare da attraversare e alla meta da raggiungere si sostituisce l’attesa di una telefonata, di un riscatto, di una liberazione incerta.
Kidnappeur
a cura di Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas, Università di Genova. Entrambi.
Kidnappeur è una parola bastarda, nata al crocevia tra due lingue – inglese e francese – e diffusa tra gli aventurier di diverse nazionalità. Corre di bocca in bocca, come un sussurro. Porta con sé l’eco di catene arrugginite, di telefoni che squillano a migliaia di chilometri, di famiglie terrorizzate.
Descrive il sequestro di persona operato a scopo di riscatto da tunisini o altri migranti subsahariani, e spesso implica l’esercizio di varie forme di violenza e tortura sulle persone sequestrate. Arriva dalla Libia, dove l’economia del sequestro prospera da anni.
A partire dal 2023, con la chiusura della porte de la mer (la diminuzione drastica delle partenze dalla Tunisia verso l’Italia) per l’intensificarsi delle intercettazioni in mare e delle deportazioni nel deserto, ha preso forma un nuovo mercato: quello dei sequestri degli aventurier.
Il meccanismo non è così diverso da quanto descritto riguardo la frontiera libico-tunisina nel rapporto State Trafficking.
Tutto parte dalle deportazioni operate dalla Garde Nationale in questo caso dirette non verso la Libia ma verso l’Algeria. Al centro c’è sempre la riduzione in schiavitù dei migranti, la loro vendita, la richiesta di un riscatto alle famiglie per la liberazione.
Il sistema è il seguente: dal porto o dal carcere di Sfax, la Garde Nationale carica le persone da deportare su grandi bus e le abbandona in una zona di confine in Tunisia lungo la strada P13. Di fronte si trova la città algerina di Tebessa.
Come fosse una delle città invisibili di Calvino, le sue strade sembrano condurre alla libertà ma portano a prigioni invisibili. Qui infatti i deportati sono costretti a rivolgersi a una rete di traffico per trovare un luogo dove dormire e per usare i servizi di trasporto.
I taximafia e altri mezzi informali giocano un ruolo importante produzione dei video e la comunicazione con le famiglie nella logistica dei sequestri: permettono di riattraversare la frontiera e fare ritorno a Sfax.
Sembrano passaggi offerti per carità ma ogni corsa può divenire un ritorno all’inferno, perché una volta arrivate le persone rischiano di essere rivendute e deportate in un arcipelago di prigioni clandestine, gestite da tunisini e da altri migranti black.
Come nel caso degli arnaqueur che vendono falsi viaggi (si veda Arnaqueur) o per i cokseur che rubano i soldi dei passeggeri (si veda Cokseur), anche nel caso dei kidnappeur è all’opera un sistema di segnalazione e di messa all’indice: si rende pubblico ovvero che quel taximafia tunisino – con un nome, un telefono, una foto – lavora con i kidnappeur, oppure che quel tal migrante – con una nazionalità, un’età, un nome e una foto – è parte della rete dei sequestri.
Kidnappeur non è quindi un individuo ma un sistema economico operato da una rete di soggetti: taxisti, guardiani di prigioni domestiche, proprietari tunisini di case messe a disposizione, operatori del passaggio della frontiera dal lato algerino.
Pierre Bourdieu parlava di «circolarità della violenza», ovvero di come la violenza strutturale si ripercuota sempre in violenza interpersonale. In tal senso il kidnappeur è figlio dell’economia e della violenza della frontiera; è il fratello oscuro del passeur, il gemello cattivo del cokseur.
Nessuno lo ha voluto ma eccolo lì: vive e cresce dove le mappe sanguinano. Come nel caso dei viaggi in toba, anche il sequestro e la detenzione informale in Tunisia costituiscono un terreno di cooperazione fra soggetti diversi – les arabes e i black: i primi garantiscono l’infrastruttura del trasporto e la messa a disposizione dei luoghi di detenzione; i secondi si occupano di gestire la violenza sugli ostaggi, la KIDNAPPEUR paesi di origine.
Lo sviluppo recente di questo mercato avvicina sempre più, nella gestione dell’«oro nero», la Tunisia alla Libia (si veda Or noir). Gli aventurier associano il kidnapping a una forma di tratta, in cui il ruolo delle autorità tunisine è laterale ma fondamentale: forniscono risorse umane – secondo alcuni in cambio di una percentuale – a un mercato informale che si sviluppa grazie ai volumi degli arresti e delle deportazioni.
È la stessa musica; solo sono cambiati lo strumento e il contesto: là le sabbie libiche, qui le strade di Sfax. La partitura però è identica: uomini presi, rivenduti. Consumati come merci di fronte a un continente che ascolta, fingendo di non sentire, e che chiama tutto questo «ordine pubblico», o «esternalizzazione delle frontiere».
Esempi dal campo
Il kidnapping è un lavoro fra tunisini e migranti subsahariani. I taxi mafia ti prendono alla frontiera se non hai soldi e ti portano nei bunker a Sfax dove sono stoccate le persone. I tassisti ti vendono per centocinquanta euro agli arabi e ad altri neri.
Rimani là, e ti chiedono cinquecento, settecento o anche mille euro per uscire.
È una vendita, passo dopo passo. I neri kidnappeur sono gli ultimi acquirenti nella catena. Alcuni prigionieri subiscono torture, con i coltelli, con i bastoni o i machete e poi i video vengono mandati alle famiglie, un po’ come in Libia, ma a Sfax.
La polizia sa dove sono le prigioni informali, la polizia porta i deportati ai trafficanti, è un deal. Ma è nascosto. È un sistema legalizzato, nell’ombra. La vendita in Tunisia è gestita dalle autorità. Ma c’è sempre bisogno di un nero.
Sono dei banditi i neri che partecipano a questo lavoro. Il nero è utilizzato anche come comunicatore ma è una catena in cui c’è sempre un arabo. I neri sono dei banditi già nei loro paesi, dei maledetti, che si permettono di sequestrare i loro fratelli. È a causa di queste persone che l’avventura è diventata difficile.
intervista con William, corrispondente del giornale delle rotte Tebessa, frontiera Algeria-Tunisia.
Attenzione! Un kidnappeur di Te bessa è in Tunisia. Soprannome: Generale; Nazionalità: Guinea. Ha torturato molti passeggeri deportati dalla Tunisia. Chiede i riscatti alle famiglie.
Post sulla pagina facebook Marino Dubois officiel, con foto del kidnappeur e indicazioni delle sue reti sociali